Skip to main content

Full text of "Il Nuovi goliardi"

See other formats


This is a digitai copy of a book that was preserved for generations on library shelves before it was carefully scanned by Google as part of a project 
to make the world's books discoverable online. 

It has survived long enough for the copyright to expire and the book to enter the public domain. A public domain book is one that was never subject 
to copyright or whose legai copyright term has expired. Whether a book is in the public domain may vary country to country. Public domain books 
are our gateways to the past, representing a wealth of history, culture and knowledge that's often difficult to discover. 

Marks, notations and other marginalia present in the originai volume will appear in this file - a reminder of this book's long journey from the 
publisher to a library and finally to you. 

Usage guidelines 

Google is proud to partner with libraries to digitize public domain materials and make them widely accessible. Public domain books belong to the 
public and we are merely their custodians. Nevertheless, this work is expensive, so in order to keep providing this resource, we bave taken steps to 
prevent abuse by commercial parties, including placing technical restrictions on automated querying. 

We also ask that you: 

+ Make non-commercial use of the file s We designed Google Book Search for use by individuals, and we request that you use these files for 
personal, non-commercial purposes. 

+ Refrain from automated querying Do not send automated queries of any sort to Google's system: If you are conducting research on machine 
translation, optical character recognition or other areas where access to a large amount of text is helpful, please contact us. We encourage the 
use of public domain materials for these purposes and may be able to help. 

+ Maintain attribution The Google "watermark" you see on each file is essential for informing people about this project and helping them find 
additional materials through Google Book Search. Please do not remove it. 

+ Keep it legai Whatever your use, remember that you are responsible for ensuring that what you are doing is legai. Do not assume that just 
because we believe a book is in the public domain for users in the United States, that the work is also in the public domain for users in other 
countries. Whether a book is stili in copyright varies from country to country, and we can't offer guidance on whether any specific use of 
any specific book is allowed. Please do not assume that a book's appearance in Google Book Search means it can be used in any manner 
any where in the world. Copyright infringement liability can be quite severe. 

About Google Book Search 

Google's mission is to organize the world's Information and to make it universally accessible and useful. Google Book Search helps readers 
discover the world's books while helping authors and publishers reach new audiences. You can search through the full text of this book on the web 



at |http : //books . google . com/ 



'£**•'• 



afri 



' MT.a. 



i^. 






V" 






y^% 




.^f*- 



^.>/ 




3ogle 



"N>'' 



w 



V 



'>£>^ 



W 






%#1 



1 



'l 



■^., 



';V 



SV^^ 






.V 



.*-, 



r 



.'fi-. 



\ 



ryx^VSl 



.#?^ 



taif>' 






'■.v 



kJ 



*^ ^À 



fr 



1 



X ^>, 



) 



r^4 



lì^ift^ 



■y^' 



vS. 



:>-.. 



à^* 

.^r" 



^*v^ ^^ 






T >vl 



^ -"^ 



iJ^- 



ly^^i^ 



.^.^lì:^ 



Digitized by 



Google 



Digitized by 



Google 



Digitized by 



Google 



f- — ^ 



Nuovi Goliardi 



.§>.. 



PERIODICO MENSILE 



DI 



STORIA-LETTERATURA-ARTE 



« Si trmpus superest, post coenam ludf re prode t. 
« Carm. Bur. 



Laglìo i88i 

Volume I. — Fascicolo 1 




'6 



-/MILANO 

TliPOGRAFIA P. B. BELLINI E C. 



1881. 

• -«^ 



Digitized by 



Google 



PX-htì zg/. I 



SOMMARIO 



Programma. — Angelo Scala brlni. 

m Cittadino Parini. — Filippo Salveraglio. 

A proposito di un nuovo traduttore di Anacreonte. — Go- 

liardulus. 

Xj' esposizione Nazionale. — ^ Angelo Scalabrini. 

IDialogo amoroso. — Idillio di Teocrito Siracusano — Antonio 
Cipollini. 

Toc ! Toc ! — Novella — Marco d' Olona. 

l^ssegna Letteraria. — Il Machiavelli di Pasquale Vil- 
lari (Carlo Biseffe). 

Bollettino Bibliograiloo. — X. G. 



REDATTORI 

Cipollini Antonio — Cortesi Virginio — Ferrari Severino — 
Fossati Carlo — Gentile Luigi — Giacomelli Italo — Gius- 
sani Benedetto — Marradi Giovanni — Novara Andrea — 
Salveraglio Filippo — Straccali Alfredo. 

Angelo Scalabrini, Direttore. 

Ci hanno promesso la loro collabcrazione : I Redattori del Con- 
vegno giornale di scienze e lettere eh' ebbe in Milano vita 
breve ma non oscura, e Carlo Baravalle — Felice Caval- 
lotti — Giosuè Carducci. 



Proprietà letteraria. 



Digitized by 



Google 



1882, Dee. 26, 
Subscription Pund. 






I NUOVI GOLIARDI 

PEEIODICO MENSILE DI STORIA-LETTERATUllA-ARTE 



PROGRAMMA, 



I Nuovi Qoliardi^ naufragati, or sono tre anni, a Firenze, si 
lanciano nel mare magno della Capitale Lombarda, fidenti neirav^ 
venire. 

Le dure necessità della vita hanno dispersi per tutta Tltalia i 
giovani redattori dei Nuovi Goliardi; ma dall'Alpi, dall' Apennino, 
dalla Sicilia, dalla Sardegna, tra un aoristo ed un ipiblativo asso- 
luto, hanno pensato con desiderio al figlio della loro giovinezza, 
hanno deciso di rimetterlo all'onore del mondo, alle lotte del pen- 
siero, alle sacre battaglie dell'arte. 

II programma del nostro giornale è tutto compendiato nel suo 
titolo. 

Nella storia letteraria del medio-evo si conosce sotto il nome di 
Goliardia un'Associazione di studenti, che vagavano di città in città 
ovunque li traesse la fama di dotti professori. 

Scomunicati dai Concili perchè profanatori dei sacri riti, reietti 
dalla nobiltà , che non conosceva altri meriti all' infuori di quelli 
del sangue e della forza, non intesi dal popolo perchè parlavano 
un linguaggio da lui non compreso, il latino, e in nome di idee 
aborrite, i Goliardi formavano un mondo a sé, vivevano una vita 
di fatiche e di miserie, alleviata solo dalla giovinezza, giocondata 
dal sorriso dell'arte e deiramore. 

I NìMvi Goìiardù 1 



Digitized by 



Google 



2 I NUOVI GOLIARDI 

La poesia dei Goliardi si ispira sempre alla realtà della vita ; 
tutto un mondo di forti sentimenti vi si agita dentro ; il Goliardo 
ama, gode, delira, sofFre, impreca, deride e néirodio come nell'amore 
porta tutto il fuoco dei suoi giovani anni : e quando il più fanatico 
ascetismo dominava le menti e le fantasie, e il frate dal suo cenobio 
malediceva alla terra, il Goliardo si ispirava allo spettacolo della 
natura, cantava le dolcezze della vita. 

Cosi l'arte dei Goliardi segna la prima protesta contro la fede 
in nome della ragione; è la prima ribellione della carne contro 
la tirannia dello spirito; è il crepuscolo di quel giorno che ebbe 
il suo splendido meriggio nel Rinascimento. 

Tale era la bandiera spiegata dagli antichi Goliardi, tale sarà, 
tenuto calcolo della differenza dei tempi, quella dei Nuovi. 

Noi siamo veristi perchè fuori del vero non vi può essere arte; 
perchè il vero è infinito come lo spazio, è indefinibile come l'essere 
umano. 

Per noi vero nel campo dell'arte sono tutti i fatti della natura, 
tutti i fenomeni psichici e fisici, dalla più piccola sensazione alla 
più nobile concezione del genio. Liberi gli ingegni di scrutare a 
loro posta i più ascosi meandri del cuore, di analizzarcele passioni 
dalle più pure alle più brutali, purché l'ònatomia non dissecchi le 
fonti della vita, purché la bramosia del nuovo non degeneri nello 
strano, nel falso, purché non si confonda il brutto col sudicio, pur- 
ché non si devii insomma dal vero. Quanto alla forma proclamiamo 
la più assoluta libertà; l'arte è sempre bella quando è bella e le 
sue forme non invecchiano e non muoiono mai; e quando sembrano 
avvizzite, possono risorgere splendide di vita e di giovinezza. 

Di politica non ci occuperemo ; intendiamo della politica pic- 
cina, piena di bizze e spesso melmosa del giorno; poiché, se da 
buoni fratelli i Goliardi hanno condiviso il loro pane e centelli- 
nato, concordi, l'ultimo bicchiere di Chianti, non hanno però mai 
saputo intendersi sulle questioni politiche del giorno, anche quando 
le comuni aspirazioni rendevano più facile la via degli accordi. 

Via dal banchetto dei Goliardi questo pomo della discordia ! 

Ma quando la politica ci si presenterà avvolta nell'ammanto della 
scienza o dell'arte e ci parlerà delle grandi questioni sociali o dei forti 
sentimenti patri, allora la venerabile matrona sarà la ben venuta 
in casa nostra ed avrà il posto che le si compete, il posto d' onore. 

Per noi il tarlo della critica giornaliera è quel certo sogget- 
tivismo esclusivo che rimpicciolisce gli immensi orizzonti dell'arte 
e li adatta alla vista, non di rado miope, degli individui. 



Digitized by 



Google 



PROGRAMMA 3 

Ogni soldato ha innali^ato la sua banderuola e si è proclamato 
capitano e dalle colonne di qualche giornale detta le sue leggi, 
lancia ì suoi anatemi. 

Contro questo strano metodi di critica, che arresta o travia 
tanti giovani ingegni, i Nuovi Goliardi combatteranno con tutte le 
loro forze. 

Le vie che guidano in vetta al monte ove fra i lauri ed i mirti 
posano i padiglioni dell'arte sono varie: costà vi è scritto Omero, 
il primo grande verista; là Dante che descrisse a fondo a fondo 
r universo ; qua Shakspeare per cui la sfinge umana non ebbe mi- 
steri : Eschilo, Pindaro, Molière, Byron, Victor Hugo, e per tenerci 
in casa nostra, Petrarca, Ariosto, Tasso, Parini, Leopardi, Foscolo, 
Manzoni hanno segnato orme gloriose sul monte dell'arte .... Noi 
batteremo le mani a coloro che calcheranno quelle orme franchi 
ed animosi, e quando li vedremo stanchi e sconfortati additeremo 
loro in vetta al colle le forme divine dell'arte antica e moderna : 

Avanti avanti.... mio forte amico 
Non vedi tu Io parie formo del tempo antico 
Accennarne colà? 

Non vedi tu d»Angelica ridente, o amico, il velo, 
Solcar come una candida nube V estremo cielo ? 
Oh gloria , oh libertà ! 



Angelo Scalabrini. 



Digitized by 



Google 



IL CITTADINO PARIMI 



L'autore del Mattino ^ del Mezzogiorno e delle Odi^ il poeta 
che aveva recato nell' arte sua un sentimento nuovo d'uguaglianza 
e di libertà, dovette certamente aspettare con giubilo V arrivo di 

quel turbo marzial che daU'Alpino 
vertice dispiegò sanguigni vanni; 
ove distrusse, ove scemò il domino 
agli abbattuti Italici tiranni, 

ed essere lieto che i figli di Lombardia lasciassero 

Parti di pace, 
gli odor, la cipria polve, i liSQj, e il pettine ; 

e noi possiamo ben credere al Reina quando ci narra che al Pa- 
nni € crebbe allora il felice entusiasmo di Libertà, e nacque la 
speranza di giorni migliori per V Europa e specialmente ancora per 
r avvilita Italia costante oggetto de' suoi voti. La politica medita- 
zione, aggiunge il Reina,. delle antiche e delle moderne cose para- 
gonate colle giornaliere divennero la delizia di lui. La materiale 
lettura di giornali mali impressi gì' indebolì la vista e gli si ap- 
pannò da una cateratta l'occhio destro. Ma l'animo suo prudente 
versava in segreto su gli oggetti amati co' fidi amici Vincenzo 
d'Adda ed Alfonso Longo; né si condusse mai ad azione veruna, 
che potesse offendere la delicatezza de' suoi doveri qual suddito o 
qual precettore. » Tanto che Meneghino scagliò contro di lui ac- 
cuse forse troppo gravi, ma coltamente non affatto immeritate. 

Giuseppe Bernardoni racconta infatti che V ode a Sitvia fu 
pubblicata pochi giorni dopo ch'orasi fatto vedere «quel vitupero» 
deirabito alla ghigliottina, ed aggiunge: « tanto fu l'effetto che pro- 



Digitized by 



Google 



IL CITTADINO PAEINI '^ 

dusse, ch'esso cessò immediatamente.» Se non che in un opuscolo 
pubblicato poco dopo la morte del nostro poeta, e favorevole agli 
Austriaci, lo spirito del Parini, incontrando negli Elisi l'ombra del 
Metastasio, le narra del « ferale strumento inventato dai Carnefici di 
Francia per mezzo del quale si poteva spedire allegramente per l'altro 
mondo una centina e più persone in un giorno, mentre essa in un 
attimo spiccava la testa dal busto. Per le donne si era ordinato che 
venissero coperte, nel giorno dell' esecuzione della loro sentenza, di 
una veste che lasciasse sgombrato il collo e gli omeri, onde non 
impedisse al ferro micidiale di fare il suo effetto. > Lo spirito del 
Parini discorre poi della « foggia d'abito denominato alla ghigliot- 
tina » e deir ode a Silvia. 

€ Io mi figuro, risponde l'ombra del Metastasip, che al leggere 
di quest'ode le Donne lombarde avran gettate le loro vesti e si 
saranno ben guardate di mai più comparire in pubblico adornate 
di questo cattivissimo abbigliamento! » 

€ Tutto al contrario, ripiglia l'ombra del Parini ; la poesia fu 
letta con piacere, fu riputata una pezza di robusta ed elegante 
poesia presso gl'intelligenti, e le donne, quelle poche però che sa- 
pevano leggere, dissero eh' era dettata dall'altera bile di un severo 
Filosofo, e dopo di averla letta e considerata, fecero tutte a 
loro modo. » 

D'altra parte, né il nuovo € g^ito alla ghigliottina » svelava 
nulla al di là delle rose e dei gìgli del collo e degli omeri, né ave- 
vano copiato il figurino di Parigi le Donne milanesi : in difesa delle 
quali comparve subito una poesia in dialetto milanese ed in ottava 
rima, dove si finge che la Silvia dell'ode mandi la cameriera a dir 
le sue ragioni all'imprudente j^oeta. € Non è vero, ella dice, che 
il mio abito abbia relazione col nuovo modo di tagliar la testa. 
Come si può far questa operazione sopra un collo coperto da capelli 
che cadono sciolti in lunghi riccioli? Gigli e rose? Ma se appunto 
con questo abito i) petto rimane nascosto ! Guarda mo : perchè in 
Francia hanno inventato quella moda, noi l'avremo copiata tale e 
quale ? No, no. Questa foggia d* abito è alla greca, alla greca, alla 
grecai E poi, contro chi Ella grida, signor abate? contro il sarto^ 
contro il nome dato all'abito? Ella mi fa ridere colla sua poetica 
paura: prima, perchè nessuna moda dura a lungo; poi, perchè se 
le donne romane gettarono via la rocca e il fuso per correre . ai 
sanguinosi spettacoli gladiatoriì, e se ne vennero quei tristi effetti 
che Ella lamenta, ciò fu per Tinfluenza dell'esempio, e non d'un ve- 
stito. Ah, ma comprendo: Ella teme di esser creduto giacobino, e 



Digitized by 



Google 



6 1 NUOVI GOLIARDI 

ha scritto quest'ode perchè si abbia a dire:, lui giacobino? nò, no, 
guardate, leggete. > 
. Ecco la. poesia: *) . 

La donzella \ della sura Silvia \ che porta la resposta \ all'Autor 
della canyon \ sora el vestii alta guillottina \ ijgS Milan | con so 
permess \ cant. . 

Coss'al faa sur Abbaa! La mia Padronna, 
La sura SU via *), Tè foeura de lee, 
Per camera la coor, e la tentenna 
K la se ferma, e poeu la pesta i pee, 
K con la testa In man la se abbandonna 
A on tavol dova gbè sora on palpee, 
K la repett: Gbl se sarav creduda 
D'ess a tort d'on amis reconvegnuda. 

Donca da quel, che fa trema per fina 
I Letterati, e 1 Grandi in eoo dal Mond, 
Ho da sentlmm a di, mi poverina, 
Che la moda d'adess la se confond 
Col fa de quella razza malandrina 
Che r infamia gha scritta in su la front! 
K criticada insci solennement 
Hoo mo da vess per robba de nienti 

E peu (la dis), ma se V è gnanca véra 
Ch'el me vestii, che quel che s*u8a adess 
El ghabbia relazioQ con la manera 
De tajà el eoo; ma se n'el pò gnanch vess; 
Besognaravv savè pvima se ghera 
Per tutt'i condanna Tabit istess, 
Oppur verifica se quei meschina 
Podeva insci prova la OhlUottlna. 

Mi no capissi minga in veritaa 
Come se possa faa questa fonzlon 
Su on coli che da cave! resta, quataa 
De cavei, che cascand a canellon 
Resten giò in longh, in largh, e deslazzaa; 
No soo come resista al paragon 
D*ona Donna, che al coU gha tanti ropp 
E che no gha d'ave minga d'intopp. 

E peu (la diss), coss'hin, coss'hin stl reus 
Che dlsen che se vedi S'anzi aU'oppost, 
A manca de nò di Berta per Deus 
El stomegh l'è mò propri adess nascosi 
Donca i Critegh, o ghann el eoo che cheus 
ghann 1 oeucc foudrà doma de rost 
Si, l'è proverbi, ogni asen gha la cova 
Ogni fedel min . ... veur di la seva. 

1^ Da un ms. della BUtlloteca Ambrosiana, nella mlsceUanea segnata S. N. X. I\, t. 

S) La Silvia deU'ode non é la Silvia Ciirtonl Verza alla qnale sono indirizzati un soae Uo 
e ire tclltre del Parini. il Reina dice ehe è nome imaglnario, ma IppoUto Pindemonte assi- 
curava Benassii Montanari d'aver conosciuto in Milano colei che aveva adottato l'ai concia- 
tura alla ghigliotUna e dato occasione all'ode pariniana. 



Digitized by 



Google 



IL CITTADINO PARINI 

Stem a vede, ch'el genni, o pur el cas, 
Nevera, in Pranza r averà inventaa 
Come ona cessa cbe deletta e pias 
On TestiJ che figara on impicaa; 
Stemm a vede cb'el Mond sia persuas 
Clie tal e qual nun Donn Tabblem copiaa.... 
A pensala gbe voeur on andegbee, 
E dila Ve on vorè fass rid adree. 

Ve obi •! bobaa, Ve cbi, Tè del paes 
LMnvenzlon del nomm obbrobrios; 
E sensa andà a ruga per i Franzes 
Per di titol ben goff e spezlos, 
N' ban inventaa parlcc 1 Milanes, 
Cbe in tra de lor bin resegot famos i 
Ma me stupissi come el gran Poetta 
El gbe sia borlaa dent a damm la metta. 

El me l'ba fada lu! Ma per pentissen 
No lassarò, cb'el porta 1 verz a Roma: 
Mi gbe farò vede che rlsentissen 
San anca i Donn se veuren, e la soma 
Dopo faremm a fin cbe devertissen 
Possa la gent del Mond; e Roma e Toma 
Disend anca de lu, patta e pagaa 
Sarà Silvia con sto car sur Abbaa. 

Ei Tognina? la dis, e la me damma 
E Peva rossa anmò come on pallon 
Anzi come un ca bon, cbe clappa fiamma : 
Sav\ì nee vui cbe gira ona canzoo, 
Cbe on Poetta Tha scritt per ona Damma 
E la moda la mett in confusioni 
Quella sont mi, la soa canzon l'è questa 
Cbe mi la me farav tra via la testa. 

Tegnii a memoria ben, cb'avii d'andà 
Dal sur Don Pepp a dìgb da parte mia 
Tanta de quella robba (andà a cerca) 
De fagb mett in d' on sac la Poesia. 
E sora a tutt quand cominciee a parla 
No ve fermee un moment ma toccbee via, 
E disigh pur che sii la mia Donzella ; 
E ve preghi, menee ben la tapella. 

Comenciarii peu a di, eh' el me vestii 
L'è a la Grech, Tè a la Grech, e peu a la Grecli, 
E peu via discorrend gbe cantarli 
Che s'el gha cognlzion Pa de piasecb; 
E che i ciaccer che fors el n'ha sentii 
Hìn propri ciaccer, bin reson del Tech: 
Che nun ghemm de provagh cont i disegn 
Che quell che Tha inventaa gha de Tingegn. 

Gh'è TErcolan, gh'è i nozz Aldobrandinn, 
E gh' è i terma de Tito Imperator, 
Gh'è Morghen, che V haa faa tanti cartinn, 
Che se el gbe guarda bin tutti a me favor; 
Oh' è, Cile fina i floeu cout i dandinn 
San chi bin, i Greci, i Greci i primm tutor 
De quel vestii, cbe al di d'incoeu se porta: 
E so poeu noi le cred no me n'importa. 



Digitized by 



Google 



I NUOVI GOLIARDI 

Poeu glie dirii, ma tegnì a meut polita 
CUe quella soa poetega paura 
sora i costumin la me fa propri rid, 
Prima perchè nessuna moda dura, 
E in second leugh se cunten sora i dld 
Quel che gha del bon ton per la paura, 
K senza tira a voeulta 1 Donu esimii 
Omen e dona In quest no hin che scimi i. 

Chi verament (la dls) el me tra locca; 
El paragon Vò indegn del so talent; 
Che sei Romann han buttaa via la Uocca 
Per vede a coor a dass di bott la gent 
Se doma lotta e guerra avend in bocca 
Uideyen a yedè di mazzament, 
Noi sarà mai Tinfluss d^ona mantiglia, 
Ma l'esempi, oh bel, che meraviglia! 

L'esempi, si signor, in tutt'el mond 
E in tutti i temp el gha de T influenza; 
Ma che Abbi o cappell guzz o rotond 
K on sottanin possa produu licenza; 
Ch'el vaga a dormi on sogn, ch'el vaga a scond 
La soa canzon con la soa piatta e senza; 
Mussolina né veli no forma esempi 
Per tajà el eoo, per fa rovina e scempi. 

Donca per el passaa, quand tucc i Donn 
Portaven el vestU tajaa denanz 
E se ciamavenn miss a la mas^sonn 
Come quel che dovrand i spad e i lanz 
E per ess a la guerra anc mo pu bonn 
N*aveven d'ona tetta anca d'avanz 
E ben, per quest àia piantaa radis 
sta bella moda? mai, gnanca a Paris 

S'è mai vist ona Donna a fass ta^jà 
Onanca el grassel d'on did senza sgarì, 
Senza manda la moda a fass squarta 
Se se trattava de dovè pati? 
E al di d'incoeu che piènn de lassem sta 
suden per on passegg de chi a lì, 
Deventeraven, perchè el canta lù, 
sanguinari e feroz? Ah turlurù! 

Ch'el tasa (se^ghe dis) col so Teseo, 
E con la Maga e cont i soo Romann 
Clie con tutt el so sclur Nefario Atreo, 
Nun semm tutt defferend; semm Ambrosiann: 
E in metafora peu se dis: Tadeo, 
Pientela coi to lapp, e col bambann, 
Pientela, che V è propi ona vergogna : 
Prima de criticann infceud besogna. 

Bella influenza verament se veed 
Ch'han avuu flnadess j anacoretta, 
E per quell che se sent e che se vecd 
I Mitrj i Papallann e la Baretta 
La Cerega, la Barba e tutt fa veed 
Che no ghe voeur che on matt o che un Poetta. 
Per no di on omm dabben, s'el gha la tonega: 
La gha on patell in eoo, dono Tè ona monega . 



Digitized by 



Google 



IL CITTADINO PARINI 

Disigh pur, giacché l'alloggia in Brera, 
Ch'el toma anraò de casa In di Scolett. 
Ch'el me daga a tra a mi che sont sincera, 
E che se noi se voeur pu compromett 
No el guarda come sont né come sera, 
Nò se gh' abbia o no gh' abbia on fazzolett; 
Che de robba de Donn non se n'intriga, 
K che noi scriva pu gnanca ona riga. 

E ben Tognina cossa ve ne par 
(La me se volta a mi), ve paar ohe quest 
Possa basta per di: Pha pagaa caar 
El piasè de vorè sott al pretest 
De dà consej fa pompa del so raar 
Meret in poesia; ma vess molesti 
A ona Silvia molesti A ona par me, 
Che sa quel che lu Pera e quel che Pè' 
Allora mi gh'ho ditt: Sura Padronna, 
Che la me scusa se m'avanzi tant; 
Mi me paar che Pè stada anca tropp bonnc% 
Perchè el Mond già Pè Mond. e di ignorant 
Ohe n'han anca i Dottor de la Serbonna; 
Ma se de temp in temp on pettuiant, 
Comme se dis, el passa la stecchetta 
L'unech remedi, già, Pè la vendetta. 

Staravem ben nun Donn se tucc i pett 
Avessen de paga dazi al Dottor! 
Che se guarden da prima i so defett! 
Prima de tutt che se coregen lor. 
Donca voo subet, se me la permett 
Che me premm de Lustrissima Ponor; - 
Fee vu Tognina, andegh in pe'de mi - 
E mi gh'ho responduu: Lustrissma sì. 

Mi poeu del me ghe tacchi on argoment 
Che preghi de no piali in mala part. 
E disi, in grazia, Insci per on moment, 
(Ch'el me perdonna se no sont de Part, 
Che femmena no sa nient de nient). 
Ma ghe Phaal colla stoffa o cont el sarfc? 
Eia la cessa, o el nom che a Vussurìa 
Oh» ha stravoltaa pussee la fantasia? 

Se Pè la cossa in sé, credi che adess 
El sarà persuas de Pincontrarì; 
Se poeu Pò doma el nom, donca lu stess 
Che ghe nMian refllaa di bei di vari, 
Lu repensand al temp che P era oppress, 
Lu, disi, el capirà che s'ha bel pari 
A vorè dà de ment a tucc i vos 
Che nessun volza a dì, che per appos. 

Ma comò! Ghe ven mali el se fa smorti 
El tremmai el muda cerai Ah Phoo capii 
El gh'ha rimors. El sa, nee, che Pha tort.... 
El par che el voeubbia dì: Togna tasiii — 
Ma no ! defendaroo fina a la mort 
sta sura Silvia, e dìroo a tucc: Sentii. 
Sentii floeui, se vorè rid oh poo, 
La rosoli d*on Abl)aa che volta el eoo 



Digitized by 



Google 



10 I NUOVI GOLIARDI 

Su cerchee: chi no riva a ciappà el fli 
Del perchè lu Tiia scritt quella Canzoni 
Che ghe veubbia on ingegn insci suttil 
E ona barca de scienza o cognizion 
Per capi el gieugh de Scaregabaril? 
Per muda a so favor T opinion, 
E che s*avess de di che: v'ingannee, 
Giacobin colù lai legii, guardee. 

Donca senza pietà dand el ridicol 
Lu rha cerca de mettes al slcur, 
E cascland ona amlsa in del pericol 
L'ha mostraa el coeur pu che né '1 marmo dur. 
Ma per fannela a nun, l'è anmò trop piecol; 
L'innocenza la gh'ba la scenna al mur, 
E nessun negarà eh' el gha del car 
Se el 90 farà toeu via pussee de rar. 

El, el reverissi, nee. 

Tuttavia quando i Francesi ebbero occupata la città , neir ele- 
zione suppletoria del 6 pratile, Giuseppe Parini fu chiamato a far 
parte della Municipalità di Milano, e prestò in quello stesso giorno 
il giuramento di fedeltà alle istituzioni repubblicane *), e portò poi 
sopra la veste la sciarpa coi tre colori della Repubblica Francese. 

Fece parte del Comitato III, che s'occupava delle finanze, delle 
cause ecclesiastiche, della beneficenza e della pubblica istruzione 2); 

• 

1^ « Io nome della Repubbllct francese una ed indivislbUe, In questo giorno • pratile 
dall'anno qiarto della Repubblica francese, essendoci recati 1 Cittadini nuovamente eletti dal 
Gene, ale in capo Biiooaparte, e dal Conunlssario Saliceti alla casa del Comune furono invi- 
tati a prestare il loro giuramento cosi espresso: hanno giurato e giù ano nelle mani del- 
l'attuale Presidente di oon riconoscere d'ora in avanU che la sola Repubblica Francese, e di 
impiegare tutto lì loro potere al mantenimento ed alla rsecuElone deUe leggi che sono ema- 
nate o che emaneranno dalla stessa Repubblica: prestato il qoal giuramento nelle mani del 
Presidente si è ricevuto la firma dei Membri rispettivamente eletU e confermati in calce al 
processo verbale di questo giorno, ".opta del qaaie sarà subito consegnata al generale De- 
spinoy... » Seguono le firme autografe degli eleUi. Architio civic9 iiotico di S. Carpoforo. 
t) Dal Parini fu steso 11 seguente Avviso: 

Milano, 14 Pratile, Anno IV deUa Repubblica Francese una ed indivisibile. La Munici- 
palità al Popolo : 

Essendo pervenuti accidentalmente in mano del cittadino Venous, Capo dell' 84 I/i Bri- 
gata, una vettura e dm$ cnvalU, questi ha fatto invitare la MunicipaUià di Pavia a ricevere 
le dette proprietà, peichè, fatte le opportune diligenze, siano immediatamente resUtulte a 
loio padrone. A qoesto alto di esatta giustizia ne ha aggiunto un altro di generosa umanità, 
spedendo alla stessa Municipalità di Pavia lire cento in contante perché vengano distribuite 
ai poveri bisognosi di quel Comune, che non hanno avuta pirte nell'ultima cospirazione 
cwntro ai Francesi. E voi, se ancora uno se ne trova, che malignate contro le glorio.se Ar- 
mate della Rep. Frane, imparate da questo fatto quale sia la glusUzia e la sub imita di mo« 
rale de' generosi Repubblicani. Imparate, e rimanete nella vergogna, e neUa confusione. 
— Sott. ViacoKTi Presidente, — Pakini — Bioatti SegreUrio. 

Nel Protocolle del ComiUto ili s'incontra parecchie volte il nome del Parini: 

15 Pratile. II Serbellonl presenta la proposta della grande festa da ballo gratuita da 
darsi nel Teatro Grande. Crespi propone di convertire il dentro in elemosine È approvala 



Digitized by 



Google 



IL CITTADINO PARINI 11 

nò i suoi malori gì* impedirono di prendere parte con assiduità ai 
lavori dei colleglli ; e la Municipalità aveva provveduto perchè due 
uomini potessero portarlo su e giù dalle scale della casa del Co- 
mune, dove erano obbligati « a trattenersi tutto il giorno ed anche 
nella sera a disposizione del municipalista Parini. » i) 

E quando la cateratta gì' impedì assolutamente di lasciare il 
letto, egli non si mostrò alieno' dal prestar Topera sua come poteva 
meglio pel nuovo governo. Di lui rimane appunto questa lettera, 
indirizzata al Ministro degl' Interni: 

Libertà Eguaglianza 

Milano, i4 messidoro, a VL r. 
Cittadino Ministro 
Ho ricevuto le carte, che dal Direttorio Es. mi sono per mezzo 
vostro spedite da esaminare. Mi spìace che alle altre infermità della 
mia costituzione e dell'età mia si è aggiunta una cateratta, che mi 
ha recentemente privato dell'uso d'un occhio, e minacciami anche 
Taltro. Dico ciò per giustificarmi se mi bisognerà per V esecuzione 
qualche giorno più che altrimenti non occorrerebbe, non potendo 
io almeno per ora insistere al leggere o scrivere continuato* senza 
incomodarmi o nocermi gravemente. Vorrei in persona dirvi quanto 
vi scrivo : ma le mie gambe non mi permettono che brevissimo e 
lentissimo cammino; e mi rendono impossibile il salire le scale. 
Del resto sarò sempre pronto ad impiegare in vantaggio della Patria 
(Ino alle ultime reliquie de' miei sensi e della mia mente. 
Salute e Rispetto. 

Parini. 2) 

Se non che la comunicazione dei Commissari Saliceti eGarrau 
(17 termidoro) riduceva a soli ventiquattro membri la Municipa- 
li proposta Crespi, e sono incaricati Vlsmara e Parini di stendere il corrispondente avviso 
al publ>Uco, restando fissata la somma da distribuirsi in L. 60M (Vedi il proclama nel Ve- 
ladini, 1, B8 . 

19 rratile. SI discute la mozione del Parini, ctie proponen-'osi alla municipalità affari 
. importanti i quali ammettono dilazione, per meglio accertare il sentimento di ciascun vo- 
tante, non si passino all'immediata delibera zi od e. ma si aggiorn*n« ad un tempo conve- 
niente. » È approvata eoa qualche modificazione 

1 1 Messidoro Mozione del cittadino Parini, che alle ore otto impuntabllmente abMa ad 
incominciare la sessione della sera coli' obbligo a chi manca di parteciparlo ai Precidente. 
Approvata a pieni voti. 

16 Messidoro. Leila dal cittadino Parini la minuta delio stesso avviso di diffldazione 
ai veoditofi di commestìbili, che si rimetteranno in corso le visite e procedure penali contro 
li trasgressori di ordini ed editti — é approvata per la pubblicazione. Vedi pure le se Iute 
Vi messidoro e 1 termidoro rimirante AtcUtìo civico $torfco di S. Carpoforo. 
ì) Archivio civico itorico di S. Car fio foro 
i) Archivio di Siati. 



Digitized by 



Google 



12 I NUOVI GOLIARDI 

Utà di Milano « considerando poter bastare al disimpegno delle sue 
funrionl e di quelle de' ^uoi Comitati il numero di 24 individui, » 
e nominava « in via di conferma quelli cbe nel detto numero do- 
vevano continuare^ e dispensava gli altri sette non nominati da tale 
incombenza. » E la Municipalità ordinava che si registrasse la co- 
municazione e € si scrivesse un' officiosa lettera ai cittadini Cor- 
betta, Parca, Ciani, Parini, Sangiopgio, Bertelo Ji e Brambilla, onde 
avvisarli della loro ulteriore dispensa dalla carica municipale, ed 
attestare la pubblica riconoscenza al servizio fin' ora reso alla Pa- 
tria. » 1) 

Intorno a che siam costretti a pensare, anche per certe osser- 
vazioni di Pietro Verri 2), che il partito dominante fece congedare 
il poeta perchè egli non seppe risolutamente separarsi da' suoi 
vecchi amici e protettori ; e infatti quando nelV aprile del 1799 ri- 
tornarono gli Austriaci, e « invadendo la Repubblica Cisalpina 
sparsero (dice il Reina, che dovette esulare col Moscati e con altri 
in Dalmazia) il terrore e la disperazione fra 1 seguaci della libertà, 
il Parini se ne stette tranquillo : fu minacciato, ma non persegui- 
tato, » ed anzi, pregato dalla Società dei Filarmonici che voleva 
solennizzare le vittorie degli Austro-Russi 3), scrisse, quasi vicino 
a morire il sonetto Predaro i Filistei Varca di Dio, quantunque 
pochi mesi prima avesse fatto parte, col Longo e col Mascheroni, 
della commissione nominata dal ministro Ragazzi nell* ottobre 
del 1797, per l'esame dei progetti intorno all' organizzazione dei 
teatri nazionali. 4) 

P. Salveraglio. 

1) Ardtiitlo cìvico storico di S, Catpoforò. 
n 16 termidoro i MunlcipaUsti chiedono « un indennlzzamento per i tre. mesi impic- 
gaU senu interruzione » a fovore del Governo; e un deerelo del giorno successivo concede 
11 chiesto compenso Al Parini. uscito il 17, toccarono lire 1096,13,1. 

%J storia dell'invasione francese in Lombardia. Mi. alV Ambrosiana, 

3) Giornale storico del Govtmo Austriaco, daW epoca dell* ingresso delle armate coalizzate 
nella Lombardia: g 8. — Seguito al Giornale storico della Repubblica Cisalpina dalVepoca della 
SUA L9bertd ed Indipendenza. 

4) Vedi la Memoria postuma di Melchiorre Gioia suirorganUzazione dei teatri nazionali 
omenUta e pubblicata da Pietro MaglstrcUi, Milano, Plrola, 1878. 



Digitized by 



Google 



A PROPOSITO DI UN NUOVO TRADUTTORE 

DI ANACREONTE (*) 



È curioso fatto davvero, e, per quel che mi ricordo, unico 
nella storia delle letterature, questo di Anacreonte. Mentre chi 
ci ha lasciato i più grandi monumenti della letteratura greca, chi 
ancora in questa età piena di sconforti, ci fa battere il cuore, col 
risuscitarci un mondo vergine, fresco, pieno di vita, di grandezza, 
di generosità, è miseramente sconosciuto, o è ingratamente dimen- 
ticato, è fatto a brani dal bistouri del critico; mentre Omero 
da alcuni vuol essere cacciato nel mondo dei miti, e Saflb si travedo 
appena di mezzo al cumulo della leggenda, e Gallino si vede por- 
tato via anche T ultimo brano di roba che il tempo gli aveva la- 
sciato, e mille altri ci fanno rimpiangere le opere perdute: vedi 
invece il vecchio di Teo, più giovane di tutti, più ilare che mai, 
con rocchio scintillante cantare gli amori di Smerdia e di Uatillo 
scandire mollemente ancora, ebbro di vino, il dimetro giambico 
catalettico alle nuove generazioni. 

♦ 

Eppure se uno dovesse alzare la voce contro questo canea- 
ncggiamento , se uno dovesse protestare contro V usurpazione e 
flagellare i profanatori, quest'uno dovrebbe essere proprio il povero 
Anacreonte, il misero poeta mutilato che delle sue odi piene di 
senno •) e di amore 2) non potè Contrastare air invidia del tempo 
che pochi frammenti 3). 

1*) U Odi di Anacreonte — Versione melilca di L. A. Mìcdbl&rgsuI — \\ cdiz.. Bologna, 
Zaoiche I , ISSO. 

1) PlatoDe cjiiamò 6o^o$ il nostro poeta. 

S) Cicerone disse che le poesie di Anacreonte eran tutte amatorie. 

3i Vedi Bergk - Poiiac Lyrfci (Sraect - Pars 111, PoeVis meVcos conlineni - Lìpsiac 1W7 



Digitized by 



Google 



14 1 NUOVI GOLIARDI 

Morto e ai biografi 
Cascato in mano, 

trascinato nel vortice della leggenda, perdutasi a poco a poco la 
coscienza del poeta autentico, e con la copia delle pseudo-ana- 
creontiche, sorto anche un nuovo autore nel cuore del popolo, nella 
mente dei dotti; chi sa che anche il poeta Cesareo di Policrate e 
di Ipparco, dagli Elisi non guardi con compiacimento questa tras- 
formazione, e non sia contento di far da padre a tanti orfani e 
figliuoli naturali che vanno pel mondo? 






E i posteri gliene furono riconoscenti; e con che audacia, e 
con che fecondità si dettero a infiorarne la vita! 

Fu fatto contemporaneo di SaflTo, e glielo appiopparono come 
amante, e non mancò chi scrisse dei giambi diretti alla poetessa 
lesbia, e li spacciò per roba di lui i). 

Anzi Ermeniasatte di Colofone li porta adirittura in su la 
scena e li fa parlare tra loro. — E un poeta vissuto tra il fasto delle 
corti, innamorato delle fanciulle, carezzato dai fanciulli, un poeta 
che cantò cosi felicemente il vino e le sue virtù, come doveva 
finire ? 

Ed ecco i posteri compiacenti che non lo fan morire di morte 
comune, ma come inventarono la tartaruga per Eschilo, i cani 
rabbiosi per Euripide e vai dicendo, trovarono V acino d* uva per 
Anacreonte dando cosi occasione a Celio Calcagnini di fare un 

distico : 

At te sancte seneco AcintM sub Tartara misit^ 
Cj/nneae cìausit qui Ubi vocis iter, 

e al veronese Francesco Personi 2) un' anacreontica di un gusto 

cosi squisito che non so resistere alla tentazione di riportarla per 

intiero : 

rio granello, 

Caglon che un di 

Anacreonte 

Di vita uscii 
Tu di cicuta 

Non fosti g«à: 

Né d'altra piauta 

Se pegglor v'ha: 
Bensì di quella 

Cui sempre amò: 

Il cHi liquore 

Tanto esaltò, 

n vedi WoLP - Londra 1133. 

2) £« oi\ (K i. r. irwUiM^ in Vini tOKini da Fmrgbsgo PMsoni — Terona IM. . 



Digitized by 



Google 



A PROPOSITO DI UN NUOVO TRADUTTORE DI ANACREONTE 15 

Granello ingrato 

E tal mercè 

Al tuo poetii 

Per te si die f 
Da (luell'istante 

Non devi tu 

Granel di vite 

Chiamarti più. 

Ci fu si qualcuno anche in tempi non tanto vicini a noi che 
mise un po' in dubbio l'autenticità dei componimenti anacreontici, 
e non per un matto gusto di demolire, ma per forti e buone ra- 
gioni 1); ma chi poteva resistere al diluvio delle edizioni e delle 
traduzioni che del Pseudo-Anacreonte si venivano facendo in tutte 
le parti di Europa? e chi, quando Anacreonte era sulle bocche e 
sulla penna di tutti, poteva badare a una voce cosi solitaria? 

In questa guisa Enrico Stefano 2), Pietro de la Rovière, Guglielmo 
Morelli, Libet, Tanaquillo Fabro, Riccardo Brunch, Hermanno Flan- 
der, Guglielmo Baxtero, Federico Fischer, Josua Barnesio, il Tipo- 
grafo Bodoni, e chi più ne ha ne metta, tra gli editori; Armando 
Bouthiller, di 13 anni, Anna-Dacier, Longepierre, Lafosse d'Aubigny, 
Le poeto sans farde, Antonio Capponi, Corsini, Salvini, Marchetti, 
Rolli, Pistogene Eleutério, Cidalmo Orio, Antonio de Sancha, e chi 
più ne ha ne metta, tra i traduttori; coprirono fino a tutto il secolo 
scorso la voce del povero Paw, e cosi, sebbene nel campo della 
critica letteraria non si può a meno d'esser d'accordo, chi più chi 
meno, con il Wolper, con lo Schneidewin 3)^ con il Bergk 4), pure, 
via! accettiamo anche noi questi monumenti dell* epoca Alessan- 
drina, e di tempi anche posteriori ^), e senza far questione di 
nome, diteli di Anacreonte o di chi altro volete, traduceteli, musi- 
cateli, cantateli pure. Infine se al jonico minore vien sostituito il 
dimetro giambico catalèttico, se al frammento un componimento 
intero e grazioso , non siamo tanto schizzinosi ! è una specie di 
poesia che è pur sempre degna di nota: quindi ben vengano i mu- 
sicisti, ben vengano i traduttori. 



1) Giov. Cornelio de Paw. 
i) Editio Principi - Partsiis UZi 
3) Annal Antiquit. im. 
i) Edi£. citata. 

5) Tedi JIULLER Ottof. - Le'teratura Greca - Trad. di MUÙer e Ferrai. - Le Monnicr, 
voi 1, paf MS. 



Digitized by VriOOQlC 



16 I NUOVI GOLURDI 






E di un traduttore appunto il titolo di queste chiacchiere vi 
prometteva ch'io parlassi. Ma permettetemi che prima di venire a 
lui, passi frettoloso in rassegna alcune stranezze dello scorso secolo, 
e alcuni di quelli che T hanno preceduto: saran necessarie quelle 
per non annoiarci; questi per far dei confronti. 






Le stranezze nel tradurre Anacreonte (oramai usiamo anche 
noi questo nome, tanto per capirci), accadono per il casto amore 
della Santa Morale e della Santissima Religione Cristiana: e co- 
minciano con Cidalmo Orio, poeta arcade, il quale pubblica una 
traduzione ad usum Delphini, 

Fin qui siamo nel campo dello strano: un passo ancora e ca- 
dremo nel grottesco; e il padre Carlo d'Aquino societatis Jesus ne 
comincierà la serie in latino e in volgare i). Questo signor padre 
gesuita si è messo a ricantare Anacreonte, sostituendo a Cleobulo, 
Batillo, Bacco, Venere, Amori, ecc.. Gesù bambino, domineddio, lo 
spirito santo, la madonna, e tutto l'arsenale della sacristia. In una 
ode, de lyra profanos amores refugiente^ dice che canterà 

Non regna qui subactas 

Pessumdeditque gentes 

Sed qui, salutis author, 
Patris, sinuque Verbi 
Exortus, effluenstue, 
Quos corripit, maglsque 
Coosumlt intus, ìllos 
Dltat magis, beatque. 
Pharetratuli, procaces, 
Multumque fabulosi 
Ergo valete amores: 
Gastum sonat, Deumque. 
Testudo nostra Amorem. 

Con queste pie intenzioni , il consiglio che dà Anacreonte ai 
vecchi di amare e godersela, diventa il — Timore di 8. Ilarione 
vicino a morte: l'ode delle rose, 8. Catarina da Slena ricusata 
la corona di rose^ elegge quella di spine: il bicchiere d' Anacreonte, 
Vaureum poculum eucharisticum: il consiglio di sedare gli aflTanni 
con il vino si cambia nella : Sanctae ìlariae Magdalenae lacrymis 
curas mitigantis Prosopopaeja i la rosa cosi graziosamente cantata 

1^ L' Anacreonte ricanUto del Padc Carlo d'Aquino, IraspoiL In verso italiano da Ai- 
rone Sirio ^ Roma, 17 «. 



Digitized by 



Google 



A PROPOSITO DI UN NUOVO TRADUTTORE DI ANACREONTE 17 

da Aiiacroonto divonta il granadillo^ flor di passione, e le pene 
d'amore si mutano in un completo trattato di castità; ne do la 
traduzione di Alcone Sirio; 

Chi non regge al furore 
Dello sfrenato amore, 
o si ravvolga ignudo, 
Nell'aspro verno e crudo, 
Entro flume gelato 
Dall'uno all'altro lato. 

Over del fuoco interno 
Rintuzzi i morsi ardenti 
Con le spine pungenti. 



In fine le lodi che Anacreonte prodiga al vino, il'Padre gesuita 
le dà alla — Cocolatis potio^ che è literarum siudiosis perutìlis. 

Del resto in mezzo a tanta depravazione di buon senso e di 
prusto ho potuto rintratciare una perla, sebbene di acqua non del 
tutto pura. 

È la trasformazione di Amore punto dall'ape in Gesù bambino 
piagato nell'officina del padre: 

Cum serrulam paterna 
Divinus officina 
Traheret puer, tenellam 
Pupugit piinuta cuspis 
Gtttta rubente dextram 
Tinxltque. Mater illuc, 
Trìstes mlserta casus, 
Accurrit; effluentem 
Exngit et cruorem, 
Manu fovetque vulnus. 
Rigare quam perenni 
Videret ora fletu 
Cum parvulus — quid autcm 
Commovit una tantum 
Te gutta, mater? — inqult. 
— Secura pone fletus, 
Aut hos volens reserva, 
Fluenta fundet olim 
Cum sanguinis trabali 
Mihi dextra flxa davo. 

Nel 1728 a Milano presso Giuseppe Gallo usci alla luce un 
Anacreonte Cristiano di Presepio Presepi, con il motto; Virginio 
bus Puerisque canto. 

I Nk/ovì Goliardi, ^ 



Digitized by 



Google 



iS I NUOVI GOLIARDI 

In questo Anaxjreonte battezzato lo sconeio è maggiore che nel 
ricantato; ma la totale mancanza di arte è compensata da una santa 
buaggine che innamora. 

Ha un'ode al suo santo patrono, al Presepio di Betlemme: 

— DI Mincio il cigno canti pur di Troja, 
Ch'io basso augello ad una manglatoja 
Ho la mia gioia di sacrare il canto 

Umil ma santo. 

E quest' uomo inspirato dal divino amore è di una fecondità 
straordinaria. 

Anacreonte ha un' ode per un amorino di cera ? ed egli ne ha 
per un bambino di stucco, di cera, di zucchero, di ambra, di corallo. 

Anacreonte ha dei versi sulla cicala? ebbene quei versi ispi- 
rano al nostro Presepi due volte la cicala^ e una volta il nibbio, 
la lucciola^ la mosca , il ragno ^ la zanzara^ il paco da seta^ la 
/brmica^ la farfalla^ il papagallo. E questo è graziosissimo : 



Da una finestra 
Con voce destra 
Lieto diceva 
E ripeteva: 

— Gesù bambino 
Gesù bambino. 

GII domandai: 
Chi t'ha insegnato 
Nome beato 
Canzon si piaf 

— Maria, Maria. 

Saper vorrei 
Da chi a lei 
Prima fu detto 
Quel benedetto 
Nome si bello. 

— Da Gabriello. 

E questi come, 
E da cbi '1 nome 
In cielo udio? 

— Dal padre Iddio. 

Dopo Maria 
La sposa pia 
Altri lo seppe ? 

— Si, si Giuseppe. 



Digitized by 



Google 



A PROPOSITO DI U^• NUOVO TRADUTTORE DI AiNACREONTE 19 

Cbi senza fallo 
Papagailo 
A dir ti sforza 
Con tanta forza 
E cosi spesso 
Il nome ìstesso 
Del Salvatore ? 

— Amore, Amore. 

Ora m'arreco 
Di cantar teco 
In bella gara 
Canzon si rara, 
Nome divino: 

— Gesù bambino, 
Gesù bambino. 

Ad onta di tanto fervore celestiale, il povero Presepi era però 
tormentato da diversi affanni. 

Nell'ode — sull'Oro — ci confessa che; 
L'oro non è un tesoro : 



Dolore di gotta 
Cbe bruccia e mi scotta 
Goll'oro non smorza 
L'ardente sua forza. 

e neiraltra contro i Baccanali: 



Vien la gola, e per orrore 
Del digiun, eli' ornai sen viene, 
Vuol ch'io passi in laute cene 
Con Lieo gioconde l'ore. 
DaU' ebbrezza io vo' ritrarmi, 
Su fedeli, all'armi, all'armi. 



Dopo costoro, vengono altre teste bizzarre che, pur traducendo 
tal e quale Anacreonte senza sottintesi, tuttavia sul bel principio 
stampano tanto di protesta di odor cattolico. 

Cosi Pistogene Eleuterio comincia con una 

« PROTESTA. 
€ Il traduttore, vero Cristiano la dio mercè, disprezza ed ab- 
« bomina come ciance d'un acciecato Gentile tutto quello che in 
« questo libro non è confortato ai santissimi insegnamenti della 
< Cattolica Religione, la quale a somma felicità recherebbesi il po- 
« ter attestare col proprio sangue. » 



Digitized by 



Google 



20 r NUOVI GOLIARDI 

Belle e sante parole! peccato che il buon Pistogene abbia odiato 
com lo stesso fervore anche Tarte, e ci abbia lasciato un Anacreonte 
in uno stato miserando. 

Con la stessa ingenuità dì Pistogene , V abate Vincenzo Caris- 
soli *) apre anche lui il suo Anacreonte italiano con un fervorino 
apostolico : 

€ Ammirinsi in lui le grazie, la leggiadria, ed il brio — ma la 
€ morale abborriscasi come a quella opposta che seguir deve un 
€ verace osservator del Vangelo. » 

Ma questa unzione, me lo perdoni il Reverendo abate, mi sa 
un pochino d' artificio e mi ciurla nel manico. Vuol troppo bene 
alle grazie^ alla leggiadria e al brio del pagano, perchè noi gli 
prestiamo fede. 

E la sua traduzione, sebbene spesso infiorata e stemperata, pure 
ci conserva non poco della grazia anacreontea, e mi basti questo 
saggio (p. 53) che non esito a chiamar felicissimo: 

Leggiadra donzelletta, 

Perchè mi vedi il crine 

Sparso di bianche brine, 

Deh, non fuggir da me. 
Del tenero cor mio 

Non ricusar l'amore, 

Perchè sul volto il fiore 

Porti di gioventù. 
Misto alle rose il giglio 

Mira nelle ghirlande 

Quanta vaghezza spande 

Col puro suo candor. 

Nel 1845 Jacopo d' Oria 2) pubblica le sue traduzioni. Quella 
d* Anacreonte è veramente una parafrasi e non ha alcun pregio 
artistico. 

Nel 1843 escono a Milano i Anacreontis Carmina 3) tradotti 
in latino da Giovanni Bossi, ma i suoi faleuci non valgon di più 
dei versi di Carlo d'Aquino. 

Nel 1862 pure a Milano esce una nuova traduzione, che, forse 
perchè conscia del proprio valore, si mantenne nel f)iù stretto in- 
cognito. 

1) Milano — Sofifogno, \%n. 

1) Milano, 1815. 

%\ An. Carmina a Joanne M. Sossio Ialini; lìhaleuvits reddiia, ecc. — Milano, 1813. 



Digitized by 



Google 



A PROPOSITO DI UN NUOVO TRADUTTORE DI ANÀCREONTE 21 

Basrterà, per darne un saggio, questa strofe : 

Essa rispose: 
Figlio, se d'ape 
In punta cape 
Si rea yirtù, ecc. 

f * 

E cosi veniamo al 1875 i), alla 2' edizione della Traduzione 
di Andrea Maffei: 

€ Provati a tradurre Anacreonte. Se di grammatica greca ne 
« sai poco o nulla, traduzioni latine letteralissime ti chiariranno 
* il testo a sufficienza. È ben vero in verso italiano ne abbiamo 
« di molte : ma o sono di traduttori pedanti senz' anima e senza 
« eleganza, o di parafrasti stemperati ; e né gli uni né gli altri ci 
« danno, a mio credere, là vera sembianza di quel poeta prediletto 
« dalle Grazie. » 

Cosi nell'anno 1821 diceva al Maffei in Venezia Andrea Musto- 
xidi 2). 

Il Maffei « tornato di fresco dalla Germania, pieno la mente 
della nuova scuola romantica, non si curò gran fatto di quel con- 
siglio > ma dopo un mezzo secolo, nel 1871 si lasciò « trascinare 
dair indomito amore dell'arte » e tradusse Anacreonte. 

Come lo ha tradotto? 

Se noi confrontiamo una per una le Odi italiane con .il testo 
greco, e vogliamo trovare la fedeltà^ come molti l'intendono, noi ci 
inganneremo a partito. Nelle odi del Maffei sono trascurate molte 
finezze di cui il greco é ricchissimo: vi sono inesattezze; molte 
volte non é capito il senso di una parola: in alcuni punti si stem- 
liera il pensiero, in altri lo si costringe bruscamente. 

Ma queste sono parole: veniamo ai fatti. Nella Rosa (p. 22) 
CupUo ognor s' infiora, non é il graziosissimo Cxa^srai iVxoi«, si 
orna i capelli fini come lanugine. 

Nella stessa ode, mentre c'è trascurato un pae/xoXircs, che vuol 
<lir molto, e un wEiroxa6|j.^vos, che non vuol dir poco, fu aggiunto un 
al santo tuo simulacro, che è un di più. 



1) La 1* edizione i <lueUa bellissima dtl Ricordi — ora ho sott'occhl la l«, Firenze « 
U Blonnier. Itl5. 

S) Maffei — edizione citata. Pref. cosi gli altri passi segg. 



Digitized by 



Google 



22 I NUÒVI GOLIARDI 

Nel Sogno (p. 20) l'ultima strofe del Maffei suona cosi : 

Mi svefflio. Deluso 
Schernito, confuso, 
Nel vedovo letto 
Mi trovo soletto 
Col sogno nel cor. 
. Che for? sul tappeto 
Dar volta, e quieto 
Sperar che le giovani 
M'appaiano ancor. 

E il greco dice: ond'io lasciato solo non desidero che di 
riaddormentarmi. 

Nell'ode L'oro impotente (p. 48) abbiamo: 

B quando alla mia soglia 
Venisse al fin la morte, 
Le parlerei cosi: 
Prendi quant' oro hai voglia, 
Ma vanne. Ad altre porte 
Batta il tuo pie, non qui. 

E il greco: »'v àv daviCv iWxei) 

xa'p-9 TI xat Mf'xQm}^ cioè : affinchè quando venisse 
la morte, ne pigliasse e se n'andasse. 

ì:{e\V Amor prigioniero (p. 61) la seconda strofa dice: 

Con lagrimoso ciglio 
Baci la madre oflTria, 
Perchè ridata al figlio, 
In guiderdon, ne sia 
La cara libertà; 

e il greco: ed ora Cilerea^ pagando il riscatto (XuTf^ov) chiede che 
sia messo in libertà. 

Neirode: Ad una rondine^ oltre le inesattezze delle altre strofe, 
troviamo queste due ultime: 

E la turba ognor crescente 
Cosi preme intomo al core 
Che capirla ornai non sa. 
Lasso me l se può la mente 
Scompigliarmi un solo amore. 
Turba tal che non farà ? 

e il greco: che dunque avverrà di mei Perchè io non posso far 
venir fuori con la voce questi amorini. 



Digitized by 



Google 



A PROPOSITO DI UN NUOVO TRADUTTORE DI ANACREONTE 23 

E cosi ^ invece di pigliar qua e là ad aperta di libro , si po- 
trebbe fare di tutte, di tutte. 

Ma se noi pensiamo col Maffei stesso < che le traduzioni di 
« una lingua in un'altra non debbano essere aridumi grammaticali, 
€ come le faceva quel buon Salvini; » se noi lasciamo un po' da 
parte il testo greco , e leggiamo queste odi come componimenti 
pensati e scritti in italiano, allora io non sono lontano dal dire 
che quella del Maffei è la migliore traduzione di Anacreonte. 

Ma anche qui non siamo alla perfezione : io non vorrei vedere 
certe espres^sioni e parole che stuonano con il resto , come pira , 
giovinette impronte, cupidine, divella, féo, oste (nemico). Cariti, 
dia persona, spresso ^ (spremuto), linfa, pavé, ahi lasso! tutti i 
momenti^ Imero per desiderio, cólti per campi, e qualche altra. 

Ma tolte queste mende, ci sono delle odi molto belle e valga 
per tutte questa che riporto, molto breve : 

Invito a Batillo 
Sotto P ombra di quel platano 
Vieni e siedi, o mio BatiUo, 
La sua chioma ondeggia e mormora 
Dolcemente al venticel. 

Spiccia e geme a pie deU'arbore 

Un freschissimo zampiUo 

Come aUettano e innamorano 
• Quelle frondi e quel rusceL 

Ed ora veniamo al libro, per cui abbiam pigliate le mosse tanto 
da lontano — e il bello è che del libro del Michelangeli parleremo 
meno che degli altri — e la ragione n'ò questa. 

Quando avessimo detto che la sua traduzione è fedele, cioè 
traduce quasi alla parola il greco, che è elegante e forbita a mal- 
grado di certe pecche, o di troppa peregrinità, o di troppa volga- 
rità, come ad esempio dilige^ pienudo, soleggianti^ decora, giacin- 
tine, trionfa il tempo (accusai) molce^ frutto Zaccheo {?) per una 
parte, e me la scapolo, tiella, tombolando^ la pancia dionisia per 
un'altra, noi avremmo finito, almeno per le odi in particolare. 

Ma quelle odi hanno un difetto capitale, che non le farà ac- 
cettare di buon grado , e farà che non soppiantino mai quelle del 
Maffei — e il difetto sta nella traduzione metrica. 

Cosi l'ha intitolata l'autore, e cosi l'accetto anch'io, sebbene 
proprio mi nasca un dubbio sopra quel che voglia dire. Forse il 
Michelangeli avrà creduto darci dei versi antichi, o, come si dice 



Digitized by 



Google 



24 I NT'OVI OOLTARDI 

ora, barbari^ ma io non ci vedo .che settenari e ottonari italiani, 
sciolti dall' incomodo della rima. 

Questo, secondo me, ha rovinato il lavoro del Michelangeli, che 
per molti rispetti sta innanzi a quello del Maffei. 

Le poesie che ci sono pervenute sotto il nome del vecchio di 
Teo, tutte improntate di mollezza ionia, con quella lingua quasi 
vicina al parlar volgare, con quella struttura di ritmi cadenzata, 
monotona, sentitissima, si che leggendo quei verii, si scandono i 
I)iedi ; quelle poesie che contengono un pensieruccio mingherlino 
e gentile, cosuccie tutte profumate, non possono essere ridotte in 
italiano che col lenocinlo della rima: se togli questa, ti sfugge 
mezza la caratteristica delle anacreontee. 

E tale bisogno T hanno sentito anche quelli che avean orec- 
chi duri si da non rilevare tutto Terrore dei loro versi, 

E Vincenzo Carissoli nella prefazioncella che premette alla sua 
traduzione ci dice : « La difficoltà d' introdurre la rima in tanti 
versi corti e di tante maniere, mi ha spinto alcuna volta ad am- 
pliare qualche espressione dell* autore; ma fatta riflessione che la 
rima è uno dei più belli ornamenti dell'italiana poesia, ed in modo 
particolare di quella del genere semplice e delicato, non ho voluto 
che la mia traduzione andasse' priva di si fatto ornamento. » 

E a me pare che abbia ragione da vendere. 

E anche il Maffei nella lettera al Le Mounier che premette al 
suo volume si esprime cosi : e Nella seconda edizione è resa la tra- 
duzione più fedele all'originale, sebbene io creda che la vera fedeltà 
nel tradurre il difficilissimo poeta di Teo sia quella che ne dà 
Vindole^ la dolcezza^ e la melodia, anziché la nuda ed arida inter- 
pretazione della parola, come fece il Salvini ed altri. » 

Posto ciò, che s' ha a dire per finire la cicalata? Riporterò po- 
che parole di Pistogene Eleuterio, più sensate e molto più buone 
di tutti i suoi versi. 

« Tante sono, egli dice, le bellezze del greco originale, e sì fine 
e malagevoli a ben copiarsi in qualsivoglia lingua fuori della natia, 
che dopo le altrui studiose fatiche ci resta ancora gran luogo d'e- 
sercitare la nostra industria intorno a questo delicatissimo imita- 
tore della Natura. » 

GOLIARDULUS. 



Digitized by 



Google 



A PROPOSITO DI UN NUOVO TRADUTTORE DI ANACREONTE 25 



APPBNDICB 

Mi piace dar qui la traduzione di una graziosa anacreontea 
in dialetto padovano rustico, fatta da un poeta del XVI secolo di 
cui forse ci accadrà di parlare. 

La i* parte de le rime di Magagnò, Merton e B egotto — in 
lingua rustica padovana — con molte addizioni di nuovo aggiun- 
tovi; corrette et ristampate^ et co 7 primo canto di M. Lodovico 
Ariosto^ novamente tradotto — In Venezia — M.DC.LIX. — Bai- 
fì'sta Brigna. 

Kl me gallo sta notte 

G'baea cantò do botte 

Quando & senti chiamare 

A Passo, e tambarare. 

E sain, eh' iera quello f 

Mo Amor, quel mal osello ! 
Elio -dìuesi^ ó da c/iàf 

E mi disea: ehi é là! 

Que cancaro xé questo 

Te par mo che *1 sea hone."?to 

A vegntr a ste hore 

A far tanto remore? 
E el disea, ó Boaro 

Auri frello me caro 

E no g'haer paura 

Ben ch'el sea notte scura, 

Ch' a son un puttelletto. 

eh' è perso el poveretto. 
No sa in que VUia el sia 

Ne don si pia la via, 

Ch' el possa pi tornare 

Dalla so cara Mare. 
E piezo che 1 ven zò 

Un screvazzo, eh' a n'ho 

Pur un cavel de sutto. 

Mi eh' a sento sto putto 

Lagnarse al me cason 

Pin de compassion 

Lirelò mi per nù 

De presto salto su ^ 

Pò tuogio un solferatto 

Con la lume, e deffatto 

L' impiglo, e In st' altra man 



Digitized by 



Google 



2C) I NUOVI GOLIARDI 



A tuoglo el me gaban 
E si a mei butto adosso 
Cosi megio eh' a posso, 
Po auro Pusso, e in quello 
A vezo un bel puttello, 
Che g'haea le ale 
E Parco, e un so cottale, 
Ch'el porta dal gallon 
Pin de ferzo e bolzon ; 
E lialò de bel nuovo 
A gli impigio un buon fuogo, 
E si tende a struccarghe 
I cavigi e sugarghe 
I suo brazzi, e la schina 
Ch'iera pi molesina 
Gha penna d'un clson: 
Elio, eh' è un mal giotton 
Col fó ben desbirò 
E '1 tosse l'arco, e pò 
Disse, la corda xé 
Tutta bagna alla fé ; 
Laghame mo provare 
S' ala poro pi ovrare : 
E lialò in t'un sproviso 
Pi presto cha un schiantiso 
Quanto el posse el tire 
L'arco, e si me passe 
Con na ferza el flghó 
E sgrignazzando p6 
El disse, aldito ti 
Allegrate con mi 
Che '1 me arco no g' ha 
Male, se ben t'he abbia sta sbolzonàf 



Digitized by 



Google 



L' ESPOSIZIONE NAZIONALE A MILANO 



/ Nuovi Qoliardi sono lieti di incominciare le pubblicazioni del 
loro periodico cantando un inno di trionfo al grande fatto che si 
è compiuto in questi giorni a Milano, alla vittoria ottenuta dairat- 
tività italiana sui campi del progresso industriale. Non faremo un 
lungo catalogo di nomi perchè più dei nomi, degli uomini e delle 
cose ci piacciono le idee che quelli e queste rappresentano. 

Il lavoro portato all'altezza di virtù civile è una gloria tutta del 
mondo moderno. 

Gli antichi non conoscevano gli entusiasmi del lavoro e ne di- 
sprezzavano le glorie e le gioie. 

Gli indiani ponevano il sommo della perfezione nel Nirvana, Tan- 
nichìlimento cioè di tutte le energìe umane, il rapimento, la con- 
fusione dell' /o pensante nelle fantasiose vanità dell' infinito. 

Platone, che riassunse e perfezionò tutto il pensiero greco, con- 
siderava il lavoro come inferiore alla natura umana e lo abbando- 
nava alle infime classi degli operai e degli artigiani di cui la filo- 
sofia platonica, sommamente aristocratica, sdegnava occuparsi. 

Per il cristianesimo il lavoro è un castigo. È la catena riba- 
dita al piede dell'umanità, è l'eterna maledizione di Dio lanciata 
contro i primi parenti peccatori: Guadagnerai il panS col sudore 
della fronte. Toccava al mondo moderno a smentire i sogni dei 
teologi e le utopie dei filosofi. 

Il lavoro non è più uno sfregio dell' uomo, un castigo di un 
Dio sdegnato, ma è una legge universale della natura che governa 
uomini e cose, è la prima condizione della vita. 

« Tutto quanto il moto della civiltà nel suo complicato meccani- 
smo, scrive Mantegazza, è un immenso lavoro a cui prendono parte 



Digitized by 



Google 



28 I NUOVI GOLIARDI 

diversa tutti gli uomini della terra; e chi meglio lavora • chi pia 
lavora, raccoglie il meglio della civiltà, i frutti più squisiti del 
progresso umano. Le turbe riverenti si prostrano a lui e lo ricono- 
scono per capo del grande movimento; e in lui consacrano l'apo- 
teosi del lavoro. Cosi come in natura ogni molecola attratta da di- 
versi centri eternamente si muove, cosi ognuno di noi, molecola 
della umanità si muove e si agita attratto dai grandi centri e più si 
muove e più sviluppa di forze e di potenza. Ribellarsi al lavóro è 
maledire alla vita, bestemmiare contro il lavoro è gettar l'anatema 
alla sorgente prima d' ogni bene, è farsi apostata della natura. » 

Cosi il lavoro, questo grande reietto, fu redento e riabilitato 
e nelle esposizioni ebbe un trono di gloria, dinanzi al quale gli 
uomini si inchinano riverenti. Ma le esposizioni non solo sono 
r apoteosi delle attività umane, ma sono anche le anflzionie dei 
popoli moderni: ed è appunto perchè l'Italia risorta celebra le 
sue anflzionie che oggi a Milano batte il cuore di tutta la nazione. 
L'Esposizione Nazionale, fatta per iniziativa privata, con si splen- 
dido successo è tal fatto che ci fa inorgoglire d'essere italiani. 

Ci avevano ricantato su tutti i toni che noi eravamo tributari 
all'estero in tutte le industrie e che la concorrenza degli italiani 
ai francesi ed agli inglesi non era che un sogno, si che si era finito 
per rassegnarvisi come a uno di quei fatti incomodi, dolorosi, fa- 
tali, che pesano sulla vita cosi degli individui come dei popoli. 

L'Esposizione Nazionale è venuta in tempo a dare una smen- 
tita a questo preteso assioma, a sollevare le nostre speranze, a in- 
spirarci un legittimo orgoglio, a rivelare noi a noi stessi e a far 
appreziare agli stranieri, o invidiosi o sprezzatori, le nostre fòrze 
e il nostro valore. 

No l'Italia non è più la terra dei morti, del dolce far niente 
e dell'eterno carnovale ; V Italia è la madre di un popolo forte, in- 
dustre, operoso che pensa, ardisce e lavora, che, come ha saputo 
conquistare il suo posto tra le grandi nazioni , cosi saprà colla 
costanza e col lavoro portarsi all'altezza delle sue tradizioni com- 
merciali ed* industriali e riguadagnarsi quelle ricchezze che sono la 
causa prima delle grandi opere. L'Esposizione Nazionale non è solo 
una vittoria dell'oggi ma è una lieta promessa del dimani. E in- 
fatti se l'Italia in venti anni di vita libera, quando le sue più forti 
attività erano distratte dal pensiero della sua emancipazione dallo 
straniero e della conquista della sua capitale ; quando i nostri vicini 
d'oltre Alpi ci facevano pagar caro il loro alto patrocinio imponen- 
doci trattati di commercio assai svantaggiosi; quando il corso for- 



Digitized by 



Google 



L'eSP0«I/IONE NAZIOxNALE a MILANO 20 

zoso ci opprimerà come un macigno sulle spalle, se l'Italia, ripe- 
tiamo, con tanti malanni addosso, ha potuto dare cosi splendida 
prova della sua attività e della sua iniziativa industriale, cosa non 
potrà tentare per V avvenire ora che V assetto politico del paese si 
va riordinando, ora che siede in Campidoglio regina, ora che la 
straniero non più ci minaccia dagli spalti di Mantova e di Verona, e 
il corso forzoso, questa piovra economica, non ci succhia più colle 
sue mille bocche il meglio del nostro sangue? 

Tali erano i pensieri che si agitavano dentro di noi passeg- 
giando nei locali dell* Esposizione, attraverso la lunga galleria dei 
filati e dei tessuti, in mezzo a tanta varietà di prodotti, nel com- 
parto dei mobili e delle carrozze, fra l'abbondanza dei commestibili 
fra gli splendori delle ceramiche e delle oreficerie, nella mostra del 
Ministero della guerra e della marina, fra i mille attrezzi militari, 
fra il dorato Bucintoro j gloriosa memoria del passato e il Duilio 
forte promessa dell* avvenire, nella sala delle macchine e del lavoro 
maravigliosa per disposizione e varietà, fra quei motori che sbuf- 
fano la loro forza potente e danno vita a mille oggetti, ai telai, 
alle fllgmde, ai filatoi, alle stamperie, a tutto insomma un mondo di 
cose utili e belle. 

Vedi, mi diceva un amico goliardo, che scorge, beato lui, sotto 
tutte le forme della civiltà moderna le divinità deirantico Olimpo, 
vedi, ralma Cerere ha dato i suoi frutti, Minerva gli ha plasmati 
col suo pensiero divino, le Grazie gli hanno abbelliti col loro sor- 
riso, gli Dei Consenti gli hanno uniti in un fraterno amplesso, e 
Mercurio, lastuto figlio di Maia, il protettore dei mercanti ladri e 
galantuomini, col suo sorriso mefistofelico aleggia intorno intorno 
e coiraureo caduceo trasforma uomini e cose. 

, Usciti dalla Esposizione, i poveri Boschetti mutilati non susci- 
tavano più né la nostr'a ira né la nostra compassione. 

Quando l'autunno scorso abbiamo visto mettere la scure nelle 
piante dei nostri Boschetti, anche tìoì, colla maggioranza dei milanesi, 
abbiamo gridato al vandalismo, abbiamo protestato energicamente. 
Come, si diceva da noi e da molti, atterrare le piante dei B'o 
schetti, runico passeggio di Milano nei di della canicola , la gioia 
dei nostri bambini^ i discreti custodi dei nostri amori; i Boschetti 
a cui ci legano tante memorie e tanti affetti: ove il vecchio Pa- 
nni veniva in traccia di calma e d'ombre intrecciando corone alla 
sua musa divina; ove una falange di dotti e di martiri pensò e 
congiurò e nascose sotto i fiori della poesia e delle lettere la spada 
che doveva combattere le ultime battaglie del riscatto italiano? 



Digitized by 



Google 



30 I NUOVI GOLIARDI 

Ma ora di fronte a cosi splendido successo tacciono le care 
nenie del sentimento e noi siamo disposti a perdonar molto al Co- 
mitato perchè ha lavorato di molto. 

Qui, dove i nostri padri ci additavano i tigli e le ombrìe tanto 
care al vecchio Parini^ noi mostreremo ai nostri figli ì vestigi di 
una vittoria italiana: L'Esposizione Nazionale del 1881. 



Angelo Scàlabrini. 



i 

ti Digitized by VrrOOQlC 



DIALOGO AMOROSO 



IDILLIO DI TBOORITO SIRACUSANO 

Tradu&loJic dal greco, lo esametri Italiani, d'Antonio OlpoUlni. 



Arg«nieiil«« 



Dafni con belle promesse cerca ridurre Core alle sue voglie. 
Ella scherzosamente prima si rifiuta, ma poi cede alle dolci lusin- 
ghe, e, nella selva, fra i cipressi che mormorano, formato un letto 
furtivo sull'erba molle, celebrano il matrimonio della natura, 

DAFNI-CORE. 
CORE. 

Paride, altro pastore. Eléna rapi, la prudente. 

DAFNI. 

È più prudente questa Eléna, che bacia il pastore. 

CORE. 

Satirel, non vantarti; si dice che i baci son vani. 

DAFNI. 

È pur nei baci vani la gioia gradita agli amanti. 

CORE. 

Io mi lavo la bocca, cosi disprezzo il tuo bacio. 

DAFNI. 

Ti lavi la bocca? Concedi, che io ti baci di nuovo. 

CORE. 

Tu devi. baciare giovenche, e non una zitella. 

DAFNI. 

Oh che superbia; vola il fior de Tetà, Come un sogno. 



Digitized by 



Google 



32 I NUOVI GOLIARDI 

CORE. 

L'uva diventa passa e la rosa anche secca non muore. 

DAFNI. 

Qui, sotto gli oleastri, vieni; ti debbo parlare. 

CORE. 

Non voglio; mi gabbasti, pocanzi, con dolci parole. 

DAFNI. 

Vieni qui, sotto gli olmi; ti faccio sentir la sampogna. 

CORE. 

Lascia questo pensiero; un suono che attrista, mi noia. 

DAFNI. 

Ah! ah! temi di Venero tu pure, o fanciulla, lo sdegno/ 

CORE. 

Con Venere a la larga; Diana soltanto mi arrida. 

DAFNI. 

Taci, che non ti colga; cadresti in un laccio intrigato. 

CORE. 

Mi colga, come vuole; Diana» a sua posta, mi aiuta.. 
Non mi metter le mani addosso; ti strappo le labbra. 

DAFNI. 

Non fuggi amor; nessuna fanciulla fin or Tha fuggito. 

CORE. 

Io lo fuggo, per Pane; e tu sempre il giogo ne porti. 

DAFNI. 

Temo che tu ti dia in braccio ad un uomo più vile. 

CORE. 

Molti mi fan la corte, a me non piace nessuno. 

DAFNI. 

Uno dei molti anche io, amante, qui vengo a cercarti. 

CORE. 

Che debbo fare? Amico, le nozze son piene d'affanni. 

DAFNI. 

Non affanni, né pene; le nozze hanno invece la danza. 

CORE. 

Dicono che le donne paventano i loro mariti. 

DAFNI. 

Anzi comandan sempre; di chi si paventan le donne? 

CORE. 

Temo i dolor del parto, lo strale crudel di Lucina. 

DAFNI. 

Ma tua regina è Cinzia, che manda i dolori del parto. 



Digitized by 



Google 



DIALOGO AMOROSO 33 



CORE. 

Ma ieiuo di far figli e guasto la bella persona. 

DAFNI. 

Saran tua nuova luce i figli, se buoni li avrai. 

CORE. 

E qual dono mi porti, degno di nozze, se accetto? 

DAFNI. 

Tutto l'armento, tutta la selva ed il pascolo avrai. 

CORE. 

Giura, che, dopo moglie, non parti, lasciandomi afflitta. 

DAFNI. 

No, per Pane; né manco se tu mi volessi scacciare. 

CORE. 

E mi prepari il letto; prepari la casa, e l'ovile? 

DAFNI. 

Preparo il letto; intanto ve' che bei greggi conduco. 

CORE. 

E al padre vecchio, come, come gli debbo parlare? 

DAFNI. 

Loderà le tue nozze, appena saputo il mio nome. 

CORK. 

Dimmi questo tuo nome; sovente anco il nome piace. 

DAFNI. 

Dafni io son, Licida mio padre, e mia madre Nomèa. 

CORE. 

Di buona gente, ed io non sono di casa più vile. 

DAFNI. 

Non sei questa gran cosa; tuo padre, si sa, che è Menalca. 

CORE. 

Mostrami la tua selva, dove ponesti la stalla. 

DAFNI. 

Qui, vedi come sono alti i miei molli cipressi. 

CORE. 

capre mie, pascete ; io vado a veder questi luoghi. 

DAFNI. 

Ben pascetevi, o buoi; io mostro alla tosa la selva. 

CORE. 

Satirello che fai? perchè mi toccasti le mamme? 

DAFNI. 

Queste tue poma acerbe io voglio, anzitutto, provare. 
/ Innovi Goliardi, 3 



Digitized by 



Google 



34 I NUOVI GOLIARDI 

CORE. 

Tremo de lo spavento, per Pane: via, via questa mano. 

DAFNI- 

Fidati, cara tosa; che tremi? sei timida tanto? 

CORE. 

Mi gitti nel sentiero; m'imbratti la veste pulita. 

DAFNI. 

Eccoti, sotto il peplo, distendo la molle pelliccia. 

CORP. 

Ah! ah! financo il cinto spezzasti; perchè l'hai disciolto? 

DAFNI. 

Io sopratutto a Venere lo porterò per dono. 

GORE. 

Ferma, cattivo; sento rumore, qualcuno qui giunge. 

DAFNI. 

Susurrano fra loro de le tue nozze i cipressi. 

CORE. 

Un cencio mi hai fatto la veste; io sono nuda, vedi. 

DAFNI. 

Ti donerò una veste di questa tua molto più bella. 

CORE. 

Dici, ti darò tutto; poi forse mi neghi anche il sale. 

DAFNI. 

Oh potessi versarti intera quest'anima mia! 

CORE. 

Cinzia, non punire chi più non t'invoca fedele. 

DAFNI. 

Sacrifico un giovenco ad Amore ed a Venera un bue. 

CORE 

Qui son venuta vergine, e torno a casa donna. 

DAFNI. 

Donna, madre, nudrice di figli, non mai più zitella. 

Cosi dicean fra loro, le floride membra intrecciando. 
Sorse un furtivo letto di nozze. Quando ella destossi, 
tacita se ne andò per pascere il gregge, con gli occhi 
diffusi di vergogna, e il core esultante di gioia; 
e il pastore a le vacche tornò, ben felice del nido. 



Digitized by 



Google 



TOC, TOC! 



Era già la mezzanotte e Angiollno picchiava ancora nel suo bu- 
gigattolo di sotto. — Maledetto sia tu, esclamai, e deposta la penna 
sul calamaio, vado alla finestra, apro un poco i vetri, caccio la testa 
(nevicava!) e grido: Di' dunque, maledetto, fin quando la vuol du- 
rare questa bella musica? 

Angiolino si fermò, sebbene in mezzo al gran silenzio della 
notte si sentisse ancora una specie di scricchiolamento di assi e 
di chiodi. M' imbaccuccai ben bene nella mia zimarra verde a fiori, 
foderata di flanella, suscitai un pò* di fiamma nella stufa e, ripresa 

la penna, registrai il periodo lasciato a mezzo avvegnaché 

tutte le operazioni dell'umana coscienza rivengano all'egoismo 
cerne i fiumi al mare^ non potendosi ammettere V opinione dei 
panteisti^ e degli idealisti che le fondamenta della morale basano 
ftiori dell'uomo; comechè ,,, 

Dovete sapere che io slavo in quei tempi scrivendo un trattato 
di filosofia positiva per un certo concorso, un libro che avrebbe 
destato senza dubbio un gran rumore, un libro insomma di com- 
battimento, come ce n'è bisogno in questi momenti di pigra ras- 
segnazione, e ora stavo limando la prefazione.... Comechè altro 
non sia il più elevato scetticismo se non se un collocare Fio nel 
cielo.... 

— Toc, toc, — Angiolino tornava a picchiare come prima. Finsi 
di non ascoltarlo e seguitai: — Buchner^ Molescìiott^ Strauss^ 
UOerweg.... 

— Toc, toc, — appoggiai Torecchio sinistro al palmo della mano 
e scrissi ancora: Augusto Comte, il c>'ea(ore delCallruismo, 

— Toc, toc, toc, toc... 



Digitized by 



Google 



36 I NUOVI GOLIARDI 

Era troppo. Buttai la penna sul libro, afferrai la lucerna con 
una mano e un bastone coiraltra, aprii Tuscio, discesi le due sca- 
lette, che mettevano al bugigattolo d'Angiolino, pronto a farne uno 
scempio. Pensate s'egli è possibile a un povero uomo di studiare 
e dì pensare qualche cosa di nuovo e di grande, quando un ragaz- 
zaccio picchia di sotto. 

Angiolino, per quanto io ne sapessi de' fatti suoi, era il figlio 
della portinaia, un babbeo di diciott' anni , alto come una pertica, 
coi capelli rossi e rasi all'osso, con due orecchie, che si raggiun- 
gevano airinflnito, e con due bellissimi occhietti di madreperla. 

Apparteneva agli esseri intelligenti in quanto senza un lume 
d' intelligenza non si può essere bestia del tutto, ma costui, a la- 
sciarlo fare, era un tomo capace di tagliarsi il capo per vedere 
com'è fatto di dentro. 

Tirava una sega presso un falegname , e quando la saga era 
calda, lui e la sega facevano una cosa sola, sempre in movimento 
come una macchina. Socrate, il divino Socrate, non avrebbe saputo 
dalla zucca rossiccia, di Angiolino strizzare una goccia di sapienza, 
né un idealista trovarvi un piolo della gran scala trascendentale 
che poggia nelle nuvole. 

Collocai la lucerna in terra e, accostatomi al finestrino del bu- 
gigattolo, vidi attraverso ai vetri, al lume d'un moccoletto di sego, 
il mio sapientone , che seduto sopra uno sgabello , raschiava una 
diavolerìa di legno. 

Picchio nei vetri , mi faccio aprire e con un Viso di serpente 
velenoso, gli dico : Vuoi ch'io ti picchi questo bastone sulla zucca, 
coccodrillo? e son ore da cristiani queste? o stai fabbricando la 
forca che ti deve impiccare, brutta giraffa? 

Angiolino non era lontano dal somigliare a una giraffa, e quando 
dondolava sulle gambe cogli occhi perduti nell'aria, agitando il collo 
con sopra la sua testolina rossiccia, ricordava quella brutta bestia 
sgangherata, che va rosicchiando le piante. 

— Cosa comanda , sor cavaliere ? disse , fissando gli occhi sul 
chiavistello dell'uscio. 

— Voglio che tu la finisca.... 

— L'ho quasi finita — rispose il semplicione. 

— La forca? 

— La croce.... 

— Che croce ? 

— Per la mia povera mamma. 

Angiolino dondolò come un salice, quando spira un soffio d'aria, 
e si voltò a guardare il muro. 



Digitized by 



Google 



TOC, TOCl - 37 

— Quand' è che morì la tua mamma ? — dimandai dopo un 
istante. 

— La settimana passata all' Ospedale. Sono andato a trovarla 
che era quasi sera, era quasi sera. Non pareva neanche che stesse 
male, quando si mette a gridare: Io muoio, io muoio, io muoio. 
Corro subito a chiamare l'infermiere, che stava lustrando un can- 
delliere, corre anche il prete, don Giuseppe di Santo Stefano, ma non 
parlò più, non parlò più, non parlò più.... 

Angiolino cominciò a grattare il muro coli' unghia dell'indice, 
poi soggiunse: 

— Il padrone di bottega non ha voluto che adoperassi due 
stanghette d'una vecchia gelosia, e ho dovuto tagliare le asse del 
letto, e poi dice che gli rubo il tempo a lavorare in bottega..- 

— E non pensi che col picchiare di notte disturbi i vicini? 

— È vero, sor cavaliere: andrò in cantina.... 

Ritornato nella mia stanza calda, sdraiatomi nel bel seggiolone 
— La impulsività di tutte le nostre azioni, seguitai, la causa im- 
pellente dei nostri doveri, dei nostri sfessi sacriftct, ove sarebbe 
ella a richiedersi se non se nel soggetto stesso?.. 

— Toc, toc! — Dalla cantina il picchiamento saliva più soffo- 
cato , come se venisse da una cassa di sotterra ; pareva il bussare 
d'un sepolto vivo, pareva.... nulla, non so, ma quando si ha bisogno 
di scrivere e di pensare, ogni ala di mosca, sapete, ò un uragano. 

— Ben osserva il Lange sembrargli il mondo degli atomi e 
delle loro vibrazioni un mondo freddo ed estraneo; la metafisica 
e quindi ogni concetto di provvidenza e dell' immortalità dell' a- 
nima sono proiezioni dell'Io nel cielo.... 

Qui aspetto il maggior scandalo de'miei avversari ; ma è tempo 
che la scienza si svolga dalle lunghe pastoie d'un cieco sentimento... 

— Toc, toc! 

Finché non diremo che spirito- anima^ coscienza sono parole 
astratte destinate a distinguere l'uno dei momenti più emergenti 
d'una organizzazione, che si chiama vita.... 

— Toc, tocl 

— ... noi non faremo mai più un passo innanzi. Non v' è fe- 
nomeno che nella vita, e non si può dunque produrre cosa, se non 
per via delle combinazioni organiche, donde la vita procede.... 

— Toc, toc! 

— ... e queste combinazioni sono essenzialmente subordinate 
all'esistenza ... 

— Toc, toc, toc, toc 1 



Digitized by 



Google 



38 I NUOVI OOLIARDI 

Suonò la una di notte a dieci o dodici campanili della città; 
non un altro rumore veniva dalla strada e dal cortile, meno il pic- 
chiare profondo di Angiolino, che lavorava in cantina. 

Nevicava molto, ma in una buona zimarra foderata di flanella, 
e coi piedi in due brave babbuccie di pelo, anche le idee positiviste 
di solito stanno calde ; non però questa notte che, disturbato e scosso 
e tormentato, non mi venne dato più di poter infilare un' idea , o 
appena la mente stava per afferrarne una al volo, il toc toc male- 
detto mi faceva trabalzare sulla sedia. 

Mi cacciai pieno di dispetto sotto le coltri e spensi il lume. Ed 
ecco in sul principio del sonno, come accade a chi ha ve^jliato a 
lungo al lume, studiando e almanaccando, comincia un va e vieni 
di cose, di aforismi rotondi e acuminati in punta come i fusi, di 
concetti empirici ed astratti rinchiusi in fiale di spezieria, e quindi 
una danza morbosa di cause impellenti e d* impulsività in mezzo 
ad una brulla campagna seminata di croci di legno. Angiolino stava 
nel mezzo con in mano una scopa: sul fondo del cielo si disegnava 
una gran forca coir iscrizione : Proiezione dell' Io . . . 

Ma poi il sonno venne davvero, più serrato, più greve e dormii 
fino alla mattina. Quando apersi gli occhi , il sole (un bel sole di 
gennaio) entrava nella finestra insieme al bagliore argenteo della 
neve caduta nel giardino. I passeri tremanti ed affamati venivano 
a cinguettare sul davanzale: povere creature! e che ne sanno esse 
delle nostre astruserie? e chi vuol scommettere che d'una bricciola. 
di pane esse godono di più che noi della nostra coscienza di 
secondo grado? 

Vidi anche Angiolino che dava l'ultima mano di verde alla 
croce, piantata diritta in un mucchio di neve. 

Angiolino vestiva della festa, con un cappellino di paglia in 
testa, che metteva fresco a vederlo. 

— E ora dove la porti ? domandai aprendo la finestra. 

— Sor cavaliere, riverisco. Oggi è domenica e ho potuto otte- 
nere di piantarla, perchè ai morti dell' ospedale non gliela mettono 
la croce e si fa una gran fossa: ma io conosco quello che seppel- 
lisce, che è un mio cugino, non so se l' abbia incontrato mai , un 
guercio dell'occhio sinistro, e gli dissi: — Cipriano (mio cugino si 
chiama Cipriano), Cipriano , se tu me la tieni in disparte quella 
povera donna, domenica pago io. E mio cugino, a cui non dispiace 
il vino, rispose: — Che pagare! per la zia Marianna anche senza 
pagare, — No, no, pagheremo un po' per uno, bravo; detto fatto 
me la mise in un cantuccio un po' separato, all'ombra, ma stamat- 
tina bisognerà zappare anche la neve insieme alla terra. 



Digitized by 



Google 



TOC, toc! 39 

Angiolino si passò la punta delle dita sulle pupille e tornò a 
inverniciare. 

— - To', Angiolino . . . dissi, buttandogli un cartoccio con qual- 
che lira. 

— Grazie^ sor cavaliere, gli farò dire una messa. 

Chiusi la finestra, e sedutomi allo scrittoio scrissi , con una 
penna nuova : Libro primo. Capitolo primo. 

Son passati tre mesi da quel giorno. Angiolino non picchia 
più, anzi lo sento cantarellare spesso nel suo bugigattolo, ma il 
mio libro non è finito, la mia mente rimane molte ore estatica^ 
innanzi a una sentenza che imbroglia le gambe della penna. 

Son tornate le mammole e le rondini; le piante dei peschi 
biancheggiano nel giardino; la primavera adorna i campi, i cimi- 
teri e le povere croci di legno. Una grande tristezza invece, come 
nebbia di novembre, ingombra ogni mio sentimento: per me non 
v'è cosa che rinasca, non v'è cosa che muoia. Il tutto mi sta da- 
vanti impassìbile, nella sua immensa vastità, girevole intorno a sé 
stesso come una ruota. Apro la finestra. 

Angiolino zufola, e zufola con lui il merlo rinchiuso nella gabbia 
fuori del suo bugigattolo. Donde viene a costoro questa allegria? 

Ieri ho chiamato il medico e gli dissi : Non gli sembro malato, 
dottore? sento una certa cosa qui... — e gli accennavo il cuore. 

Egli, dopo avermi toccato il polso e la testa, accostò V orecchio 
al cuore. 

— Che cosa sente, dottore? 

— • Un certo toc toc, cavaliere! 

Marco D'Olona. 



Digitized by 



Google 



RASSEGNA LETTERARIA 



P. ViLLARi: Niccolò Machiavelli e i suoi tempii illustrati con 
nuovi documenti.— Firenzi}, Successori Le-Monnier,Vo1. 1, 1877. 

Ua po' tardi, Lettori miei, vi parlo d'un'opera attesa da lunghi anni, clie 
al suo comparire nel mondo letterario e storico ha fatto tanto ramore. Ma 
è forse mia la colpa se I Nuovi Goliardi han creduto bene di schiacciare 
un sonnellino di quattro anni, imitando, in minori proporzioni, i sette dor- 
mienti della leggenda? Del resto, quand'anche non si trattasse d'un sonno 
cosi fenomenale, e il nostro periodico venisse ora alla luce per la prima volta, 
non saprei davvero incominciar meglio le riviste di pubblicazioni storiche , 
né in qual modo cattivarmi più facilmente l'animo vostro, se non col par- 
larvi, d'un libro di somma importanza letteraria e storica. 

Comprendo anch'io che sarebbe fuor di luogo e di tempo esporvi, benché 
sommariamente, il contenuto del volume I, dopo quattr'anni da che fu stam- 
pato; per la qual cosa intendo solamente di fermarmi sopra due difetti notati 
da alcivni critici. 

Con queste mie parole non alludo all'opinione di coloro che affermarono 
avere il Villari giudicato il Rinascimento colle idee tedesche ; prima di tutto 
perchè se le idee dei tedeschi su tale nostra evoluzione storica fossero giuste^ 
io non crederei si dovessero rifiutare; in secondo luogo perchè tale giudizio 
fu già dimostrato erroneo. Ho in animo di vedere, qui alla buona con voi e 
in poche parole, se abbiano ragione quelli che sostengono esservi una cert^ 
sproporzione fta V Introduzione e la Biografia, ed una tal quale deficienza 
nello studio dell'efficacia esercitata dai tempi sul Machiavelli. 

A me sembra che non si possa incolpare il nostro autore d'avere imitato 
il Gioberti nel violare la legge della proporzione, che deve esistere tra le 
varie parti di un'opera; né, quel che è peggio, d'esser cadnto in contradl- 
zione colle dottrine positiviste sin qui professate dalla cattedra e negli scritti. 
Se il Villari non avesse fatto dei tempi quel conto che far doveva , il suo 
lavoro perderebbe molto del pregio, che ha realmente. 

Se noi diamo un'occhiata alla Cronaca dei tre Villani ed alle Istorie 
Fiorentine del Machiavelli, avvertiamo subito una gran differenza nel modo 
di esporre, collegare e scegliere i fatti. Pure, Giovanni Villani ad esempio, 
ebbe una mente assai vasta e, se non raggiungere, poteva almeno avvici- 
narsi d'assai al Segretario fiorentino; perchè dunque tanta disparità special- 
mente nel pensiero e nel concetto filosofico della storia? Vuoisi cercarne la 
principal cagione nella diversità dei tempi Ma questa frase è uno di que i 



Digitized by 



Google 



RASSEGNA LETTERAEIA 41 

modi del nostro linguaggio, che affermano assai e non dicono nulla , se noi 
non abbiamo un'idea molto esatta della storia. 

Pertanto ò indispensabile penetrare nei tempi; scrutarli ben bene; stu* 
diare quel complesso di fatti che palesano lo stato politico , intellettuale , 
sociale d'un popolo in un dato periodo, per vedere in che corrisponda o in 
che differisca da queUo d'un altro periodo preso come punto di partenza. 
Ed è per l'appunto un simUe studio, diligente, profondo che U Villari, con 
somma chiarezza e dire sobrio ed elegante, espone nella Introduzione, 

Ora, siffatta esposizione, occupa trecento facciate; ma vista l'importanza 
del secoli di cui si tratta e l'arruffata matassa che è la Rinascenza, e la de- 
llcienza degli studi fatti sin qui su tale argomento, possiamo affermare che 
dette trecento facciate siano troppe? 

Pensate voi alle difficoltà d'un tale lavoro) agU ostacoli che dovevano su- 
perarsi da chi voleva parlare d'un uomo si stranamente e variamente giudi* 
cato, e attorno a cui s'era già formato xxn^ tradizione t Pensate voi che per 
xlire del MacbiaveUi senza preconcetti ed esporne un giudizio escatto , non 
solo si dovevano leggere tutti gli scritti suoi, noti o ignorati, ma anche queUi 
de' suoi contemporanei e di coloro che in alcun modo di lui parlarono? Quante 
opere esaminate; quante ricerche; quante medicazioni sui materiali raccolti, 
i quali, per essere molto abbondanti, creavano di per se stessi una non lieve 
dinicoltà 1 Date un'occhiata al documenti messi in appendice ed aUe frequenti 
note a pie di pagina e avrete un'idea del lavoro compiuto dietro le scene. 

Ma lasciamo stare le difficoltà. Raccolti 1 materiali e meditatili, all'autore 
s'affacciavano due strade diverse per raggiungere il suo intento. innestare 
nella Biografia, qua e là ne' luoghi opportuni, lo studio dei tempi affine di 
spiegare alcune incoerenze del MachiaveUì, alcune sue idee che ci sembrano 
strane; oppure ridurre il tutto in un corpo solo, dargli vita, unità, armonia 
separando le osservazioni rivolte specialmente alla conoscenza del tempi, 
dall'opera propriamente detta. 

Ognuno comprenderà di leggieri che, nel primo caso, la Biografia sarebbe 
proceduta stentata, con troppa prolissità ed il racconto, tronco spezzato, 
come a sbalzi. Era dunque necessaria una Introduzione nella quale, scen- 
dendo a numerosi particolari, si desse un'idea chiara di quella società che 
in parte precedette, in parte fu contemporanea del Machiavelli. Credete voi 
che si potesse trattare a fondo della Rinascenza, più brevemente di quel che 
ha tatto il ViUariI V Introduzione procede senza sforzi, piana, logicamente, 
di conseguenza in conseguenza. Vi dolete forse dei numerosi particolari che 
vi porge su Lorenzo Valla, Filelt'o, Flavio Biondo, Bruni e sugli altri princi- 
pali umanisti? Vi paiono forse troppi gli esempi e i ragionamenti sui vari 
Stati d'Italia e sul cambiamento e sulla trasformazione delie idee ? Io vi con- 
siglio a toglierne una parte per vedere se il rimanente riesca un tutto omo- 
geneo. Laonde conchiudo affermando che, a mio modo di pensare, Vlntrodu^ 
zioìie non ù lunga, nel senso che, vi siano cose iautili o superflue. E se non 
v*ù niente d'inutile o che si possa tralasciare senza nuocere alla chiarezza, 
è prova che Vlntroduzione doveva avere la lunghezza che le fu data. 

Veniamo ora alla seconda accusa. 

L'autore, parlato del Rinascimento in generale, dimostrato come ogni 

cosa in esso si trasformasse : carattere, letteratura, governo, scende a più 

-minute spiegazioni del s 'o concetto nei capitoli successivi; alla fine ci fa un 



Digitized by 



Google 



42 l NUOVI GOLIARDI ' 

quadro esatto delle condizioni d'Italia alla calata di Carlo Vin, ossia ci porge 
il risultato della Rinascenza. Cosi noi vediamo come Vtiomo del Medio-Evo 
si muti a poco a poco in quello moderno ; ma ciò non accadeva senza scosse, 
senza rovine, nò senza danni del concetto morale. Se voi, scasatemi il pa* 
ragone triviale, versate un pò* d'essenza odorosa in un bicchiere d'acqua, 
vedrete l'acqua limpida intorbidarsi, ed acquistare contemporaneamente un 
profumo grato e delizioso. L' elemento classico fece nel secolo XIV e XV 
Tuffi ciò deiressenza odorosa; intorbidò la società medievale dandole un pro- 
fumo, una grazia che dianzi non aveva. Nel cinquecento vi sarà minor mo- 
ralità che nel dugento, ma il vostro istinto, usando un'espressione del Guizot, 
quale dei due secoli reputerà più civile? Il genio italiano coli' umanismo si 
fa crisalide per uscire dall' involucro assai più elegante e perfezionato di 
prima e se l'Ariosto non raggiunge l'altezza cui poggiò PAllighieri, lo supera 
in rotondità, morbidezza^ dirò, plastioismo di forme. La satira del poeta fer- 
rarese perde 11 carattere virulento dell' impetuoso Ohibellino. Tra il sorriso 
dell'uno e dell'altro passa la differenza che carré tra il riso dell'uomo edu- 
cato e quello di chi non s'è ancora piegato alle raffinatezze e alle esigenze 
dell'educazione; il primo sarà meno schietto, meno spontaneo, ma nessuno 
negherà che sia più civile. 

Siffatto cambiamento è dovuto alla Rinascenza, nella quale la letteratura, 
la politica, l'umanità si trasformano. Vindividtto prevale alle consorterie, alle 
università, alle società, alle compagnie del Medio-Evo; l'attività, l'ingegno, 
11 valore, l'astuzia, aiutate dalla fortuna, mettono, senza che alcuno ne prenda 
meraviglia, un custode di vacche alla testa d' un potente esercito, un figlio 
di contadino a capo d'una Repubblica. 

Nel Machiavelli troviamo il letterato , il politico, l' uomo : e da qualsiasi 
lato lo si voglia esaminare si vedrà che in lui esiste una parte tutta sua 
originale, ed un'altra comune a' suoi contemporanei. Egli ha la virtù ed 1 
vizi del suo tempo unitamente a un che suo speciale che non consiste tanto 
nel creare, quanto nel sintetizzare, nel ridurre a forma scientifica certe opi- 
nioni comuni a' suoi giorni. In far ciò egli si servì dell'osservazione e si mo- 
strò, com'oggl si direbbe, verista. 

Tale essendo, grincombeva l'obbligo di studiare il cuore umano, le con- 
dizioni sociali, prendere la vita com'era realmente, esaminare freddamente 
tutti i lati delle quistioni per assorgere Si,'' prìTicipl Cosi noi ci spieghiamo 
subito le apparenti contradizioni che sono nel Principe, dove in un medesimo 
capitolo il Machiavelli vi parla della virtù, deUa clemenza, della giustizia 
in modo da mostrarsene grande ammiratore , e poi quasi cinicamente vi 
espone come si debba fare per conquistare il potere con arti non buone. Dico 
apparenti contradizloni, perchè il Machiavelli che tanto amò il bene del suo 
paese, che usci dalla pubblica amministrazione senza nulla aver ritenuto, 
non poteva non volere la virtù ; dove vi parla di scelleratezze altro non fa 
che esporvi lo stato reaZe delle cose. Chiunque abbia letto il Principe, che 
servi come capo d'accusa contro lo scrittore fiorentino, e l'abbia letto senza 
idee preconcette, se ne sarà convinto prima d'ora. Pensate un momento alla 
politica del signore ; a quella di Luigi XI e di Ferdinando 11 Cattolico, per 
tacere del ben noto Alessandro VI e del Valentino, e poi v' accorgerete che 
il Machiavelli esponeva ciò che accadeva, si può dire, sotto a' suoi occhi, 
confortando il ragionamento con esempi tratti dalla storia antica e contem- 
poranea. 



Digitized by 



Google 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 43 

Io vorrei un po' sapere quanti francesi imprecherapno a Luigi XI, come 
imprecarono al Machiavelli? K pure quegli visse prima dì questo. Io vorrei 
sapere se Francesco I venne meno alla parola data a Carlo V nel 1526, perchè 
il Machiavelli scrisse che le promesse strappate al principe non libero, non 
hanno valore? Continuando di questo passo non finirei più, perlochè raccolgo 
le vele e ritorno al Villari. 

• 

L' insieme del tempi noi ral)l)iamo nella Introduzione, la quale è comple- 
mento indispensalùle, della Biografia. In questa poi, non è più necessario ri- 
petere le cose dotte, l)asta a quando a quando richiamarli alla memoria con 
qualche accenno. E qui mi sembra opportuno riferirvi un passo dell'opera 
di cui ci occupiamo. 

A pagina 481, ragionando del primo Becenndfe, TAutore cosi si esprime : 
« In tutto questo lavoro troviamo un continuo e singolare contrasto. Non 
« solo, come già notammo, una pungente e qualche volta quasi cinica ironia 
« trovasi accanto al profondo dolore per le sventure d'Italia; ma un senti- 
« mento assai vivo della unità nazionale sta di fronte all'amore anche più 
« vivo per la piccola patria fiorentina — Questa lotta, del resto, di scetti- 
« cismo e di fede politica, d'ironia e di dolore sincero, di sentimento nazio- 
« naie e di municipalismo trovasi in tutto il Rinascimento italiano, e meglio 
«t riie in altri è personificata nel Machiavelli .... » 

Certamente in questo caso sarebbe affermata, non dimostrata Tefflcacia 
d<n tempi; ma neW Introduzione e specialmente nel Cap. Ili, noi po.<siamo 
trovare la voluta dimostrazione, e a tutti è dato accertarsene co' propri occhi. 

Inoltre, se ben m'appongo, il Villari rivolse principalmente la sua atten- 
zione agli scritti del grande Segretario, ì quali, a guisa di punti luminosi, lo 
guidarono nel mare magnum del suo lavoro. Panni ehe egli siasi prefisso 
i\\ spiegarci l'evoluzione del pensiero machiavelliano; come gradatamente 
in lui sorgesse e si sviluppasse il concetto d'un grande Stato italiano forte 
e indipendente, che è la sua nota dominante e che forma, avuto riguardo 
alle attuali condizioni nostre, la principale ajia grandezza. 

Ma per ispiegare le idee contenute nel Discorso sopra le cose di Pisa, 
in quello sìdla provvisione del danaro, nel Decennale primo, nel Del tnodo 
di trattate i popoli della Val di Chiana ribellati, nella Descrizione del modo 
. tenuto dal' Duca Valentino 'nello ammazzare Vitellozzo Vitelli^ ecr.^ il nostro 
autore prima vi espone la esatta e minuta narrazione delle circostanze In cui 
si tì'ovò il Maciiiavelli, dell'ambiente da cui fu attorniato, dello stato della 
sua mente. Se questo non ò studiare l'efficacia dei tempi, io non so più che 
dire. 

Ora che ho letto e digerito il volume II ve ne parlerei e vedremmo se que- 
st'esame dei tempi continui; ma per ora fo punto, se no il Direttore finisce 
col gridarmi che usurpo lo spazio serbato ad altri. 

Carlo Bisefke. 

BOLLETTINO BIBLIOQR-AJPICO. 

Milano. — G. Ottino, Editore. 

Ad imitazione di Torino che ci diede la sua monografia in occasione del- 
l' Esposizione artistica 1 Milano ci dà ... . un Milano, un Mediofanurn , un 
Milano e siioi dintorni e . . . . i)otrà continuare. 



Digitized by 



Google 



44 I NUOVI GOLIARDI 

È un'inondazione. 

Senza entrare a parlare dell'opportunità di queste pubblicazioni, e del 
loro numero, accettiamole senz' altro ed esaminiamole — tenendo l'ordine di 
tempo in cui sono comparse senza distinzione di rango, 

• 

Il libro dell'Ottino è un bpl libro: voglio dire che l'editore ci ha dato più 
di 500 pagine eleganti per finezza di carta e nitidezza di caratteri: e buon 
per lui se il corpo ricoperto dalla bella veste fosse sano, rigoglioso e fatto 
organismo dal concetto dell'unità. 

Pur troppo invece in mezzo a tanta buona roba e' è della zavorra — e 
siccome il libro è destinato alla moltitudine , non a una classe di persone, 
di qui l'occhio sempre desto per non far chiudere quello del lettore: il quale 
quando ha scorso le 500 pagine , se avrà trovato molti lavori che l' avran 
divertito, alcuni che gli avranno insegnato qualche cosa che non sapeva, 
non avrà però in generale appreso molto di più di quello che già conosceva 
per studi fatti, o pel suggerimento di una guida, o anche per sentita a dire. 

Il signor De- Castro apre la marcia con un secolo, che, per la ragione che 
dissi, invece di essere un secolo di storta è un cibreo di note e di esclama- 
zioni più meno a freddo. 

Il dottissimo Pio Maina con la sua monografia sul dialetto milanese ha 
voluto ancora una volta sconfessare un' asserzione un po' avventata del 
professore D'Ovidio. — L'autore delle Fonti de? Furioso ha saputo dimenticare 
per un momento la sua dottrina e scrivere delle pagine che si leggono con 
immenso piacere per le belle cose che dice, condite da una sobria festività. 

E in un argomento come il suo, dove chi sa quante volte il romanista 
sarà stato tentato di far capolino, io no certo, ma il pubblico grande a cui 
il libro è diretto, gliene dev'essere grato. 

Il professore Antonio Rolando doveva parlare àeìV insegnamento: ma lo 
storico questa volta non ha potuto star soffocato, e, trascinato dai criteri 
direttivi, si è sprofondato in ricerche, certo molto importanti, ma che 
per esser poste in un libro di tal fatta han dovuto passare per il letto di 
Procuste. 

Chi ha cercato di rendere meno noiosa ch'era possibile la trattazione di 
un argomento ingrato fu il Ghiron, che sulle Biblioteche e sugli Archivi ci 
dà copiose notizie senza farci impallidire. 

Carlo Borghi ci fa da Cicerone per le vie di Milano a visitare Palazzi e 
Monumenti: come Cicerone non andrebbe troppo a sangue agli Inglesi, ma 
la sua lirica si fa leggere con interesse e piacere. 

Antonio Oramola delle 6^allerie e Musei nulla che già non si sapesse. 

Le scttole d^Arti furono affidate al Sangiorgio. 

Verba^ verba ... con quel che segue. 

La zecca a Gitcseppe Sacchetti, 

I teatri a Fernando Fontana, il quale con quello stile e quella lingua che 
tutti gli conoscono, precipitando dalla poesia alla più scurrile sciattezza, ne 
fa la storia aneddotico- fisiologica, dalla Scala al Presepio Meccanico. — In 
mezzo alle sue stranezze però ci si diverte. 

Ad un altro scrittore sui generis, al Filippi^ fu affidata la musica, — Il 
critico della Perseveranza ne parla con competenza, menando però un po' 
troppo il turibolo dalla destra, e la sferza dalla sinistra. 

MUaìw economica, benefica, industriale, ic/ienìca, han trovato in Ottollni, 
Sacchi, saldini, Dell'Acqua, dei chiari e sobri studiosi. 



Digitized by 



Google 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 45 

E qui Unisce la parte, dirò cosi, scientifica, del libro , per dar posto a 
quella amena, ove ci ammiccano dei nomi simpatici e conosciuti. 

Capiuina ba studiato la vita in dcUìeria: colle sue bellissime pagine passi 
un'intiera giornata in quel salone, e dal duomo al rattin rocchio osserva 
tutto, la mente ha un pensiero per tutto. 

Giovanni Verga cresciuto in un paese vulcanico, sotto il sole della Sicilia, 
avvezzo alle bellezze naturali di Napoli, non trova nei dintorni di Milano che 
una nota sola, triste, monotona, uggiosa. 

Roberta Sacchetti, rapito agli amici e alle lettere nello scorso inverno, 
scrisse della Vita Letteraria con un brio e una spigliatezza tutta sua. Tutti 
jeli scrittori di letteratura amena che vissero o che vivono a Milano in que- 
st'ultimo ventennio ci saltano davanti vivi e parlanti, dal Rovani agli scrit- 
tori della Vita Nuova, 

É uno studio fatto con affetto, con lenti rosee agli occhi : ci si vede più 
P ottimismo giocondo dell'amico, che non l'acume del critico: ma i ritratti 
sono esatti, le figurine precise. 

Il signor Toreììi Viollier ci parla del giornalismo milanese con notizie 
curiose sulla vita intima del Rovani, sul giornalismo di 16 anni fa, sull'ori- 
gine ed evoluzioni di alcuni giornali. 

Neera parla delle donne: Neera tra le molte virtù ohe ne fan dimenti- 
care i moltissimi difotti, ha quella di saper farsi leggero senza annoiare — 
e difatti giunti in flne del suo studio fisico- psicologico si dice: già Anito? Ed 
ò davvero un peccato, anche perchè, mentre si è fermata a descrivere la 
Donna borghese e la madamin, si ò dimenticata dei due estremi della societii 
femminile. Ma se lo fece perchè non li conosce, sappiamole grado. 

Del resto in parte vi supplì il signor Al de Nodoso, che discorre della 
Società e delle Società, facendo di queste la genealogia e dichiarandone gli 
IntendlmentL 

Abbiamo visto in Raina un dotto che cerca di dimenticarsi un poco, per 
dir cose alla portata di tutti : in Raffaello Barbiera abbiamo il fatto contra- 
rio: è l'uomo digiuno che con lo stecchetto in bocca vuol far credere d'es- 
sere rimpinzi to a crepapelle. 

Quanto lusso di erudizione di terza e quarta mano ! che voglia di tirar 
dentro a ragione o a torto nomi e cose che non ci han nulla a vedere con 
il suo soggetto! che meschinità di vedute, che difetto di poesia in un tema 
cosi vasto: Milano Epicurea! che sciattezza di forma, e che sapiente uso 
éeìVonde! 

Ma il cavaliere Ottino non è furbo per niente. Dulcis in fundo! 

Fantasie marine di Giovanni Marhadi. — Pistoia, 1881. 

Vorremmo poterne parlar convenientemente, ma per ora non possiamo 
che annunziarle, solo aggiungendo che in questo libriccìno nuovissimo il 
Marradi conferma ancora quei rari e bellissimi pregi onde aveva dato sag- 
gio tante volte e s'era conquistato ottima reputazione, in ispeclal modo colle 
Canzoni moderne (Bologna, Zanichelli, 1879). Tra' quali pregi a noi prima di 
tutto fa meraviglia quella magìstral sua padronanza del ritmo, o lo derivi, 
chiara e piena onda, ne' larghi periodi degli sciolti, o lo insinui ne' sottili av- 
volgimenti delUi strofe, meditata con sapienza di gusto, carezzata con pas- 



Digitized by 



Google 



i6 I NUOVI GOLIARDI 

sioue di amatore che arde, vi troviamo anche una morbidezza e pastosità 
di colorì, una schiettezza di lingua come scaturente da viva e fredda vena, 
tali die per certo si può affermare l'arte del Marradi non già superare quella 
de' giovani eguali, ma poter apprender^entilezza di eleganza italiana a più 
d'uno di quei poeti laureati, che oggi son la delizia dei borghesi panciuti. 
Del contenuto di queste Fantasie discorreremo in un proprio articolo: qui 
per altro non possiam tacere che più d'una volta il Marradi (secondo ci sem- 
bra) si palpa e riscalda in petto quel laido serpante che è Videallsmo, cui 
Giosuè Carducci, il sano, il forte, il potente poeta, fulminò già con quella 
apostrofe 

«... o idealismo umano, 
Affogati in un cesso! • 
la quale apostrofe fece montar la mosca al naso del signor Giovanni Rizzi, 
ma ciò la verità non importa proprio molto. Il signor Giovanni Rizzi non ha 
ancor mostrato di poter mal capire che intenda il Carducci con quel verso 
e mezzo. 

Ma questo dell'idealismo del Marradi non è che un parer nostro, e avrebbe 
bisogno di larga spiegazione. Qui non la diamo, invece affermiamo al Marradi 
due cose, e cioè che esso riuscirà certamente a far grande e vero onore agli 
studii geniali dell'arte e della poesia, ma che, a punto per questo, cioè per 
adunar validi t teli d'ingegno, di buon gusto, di vivo e sincero affetto alla 
bellezza ideale, viene esso a dilungare da sé ogni più lieta speranza, quella 
— puta il caso — di poter essere fatto professore di lettere italiane in uh 
qualche liceo del regno. 

Non sappiamo punto cbe il Marradi aspiri a insegnamento di tal fatta 
Se mai vi aspirasse, creda a noi: si dia a scrivere in una lingua da porto 
franco con la pretta sintassi degli Scavia, studii a eruttar nelle sue pagine 
come un ingorgo di idee quanto può più mal percepite o scomposte, prorotte 
da cervello che si possa credere mal organato. Sarà ammirato dal superiori. 
Componga, se gli riesce, un libro come, per esempio, V Albergati del signor 
avvocato Ernesto Masi (il quale qui citiamo come artista di stile lodato) vale 
a dire un libro la cui più bella qualità di arte è senza dubbio un'insulsag- 
gine, una melensaggine cosi stomachevoli, che a leggere si gusta tutto il sa- 
pore avvelenato di una broda da trogolo: allora il Marradi avrà gli elogi 
deìVOpimone di Roma, il sapientissimo giornale moderato, che gli dirà essere 
l'opera sua un amore, un Incanto, una gioia di stile, di cui non aveva esem- 
pio l'Italia: allora il Marradi farà carriera e potrà forse — come il signor 
cavaliere Masi a Bologna — durare in una stessa città provveditore degli 
stufi ed assessore municipale per la pubblica istruzione Oh netto distin- 
guere! oh senso di gentiluomo! oh lungo prepotente intemerato amore del- 
l'arte! Oggi non più voi educate e formate i grandi scrittori, ma l'ubbrlaca- 
tura del credersi il necessario di quanti più ufflzii è possibile, ma l'impo- 
tenza dell'ingegno e del carattere onde un uomo vuol tenere i piedi In più 
paia di scarpe, ma la machiavellica stupida onde un uomo, reggendo a un 
tempo uffici incorapatib'li, si crede eludere il mondo, mentre ognuno vede 
benìssimo, e magari ride, e certo se ne infischia, perchè ogni di più vien 
meno vien meno vien meno in Italia la fiducia in cotestoro di qualunque 
razza o partito, i quali, frolli del corpo e dell'anima, ci sgovernano in ogni 
cosa, ci buffoneggiano innanzi, ed oramai ci cominciano a stomacare. Ascolti 
il Marradi il nostro consiglio, imiti un signor Masi qualunque: — no, non lo 
imiti; l goliardi debbono combatterli, per cadere o per vincere. 



Digitized by 



Google 



BOLLETTINO BII3LIOC4RAF1CO 47 

Principii di Slilistica Latina^ esposti da AxNTOnio Cima — Milano, 
D.^ Briola, 1881. 

In quf^sti tempi deliziosi in cui iieUe nostre scuole comincia a t'arsi sen- 
tire Teflicacia bottegaia della vita moderna, e si gi'ida contro il greco e il 
latino che rubano il tempo, poni il caso, alla scienza del commendator Ger- 
boni; nel nostro bel paese dove gV insegnanti, salve rare eccezioni, fanno 
scuola col cosi faceva mio padre, e queUi che sono aUa testa deUa pubblica 
istruzione vanno a gara a distruggere l'opera dei predecessori, d'accordo 
soltanto nel commettere le buaggini le più madornali; il libro che oggi pub 
blica l'egregio professore di Viterbo non farà né caldo nò freddo, ed è pro- 
i)abile che resti inutile ingombro neUe vetrine del coraggioso editore. 

Eppure questo libro era desiderati sslmo dagli studiosi, e se non in tutto, 
certo in parte riempie una lacuna che faceva vergogna ali* Italia. Mentre in 
Francia, in Germania lo stile latino è oggetto di studi numerosi, geniali, pro- 
fondi, qui da noi che cosa si fa? Un po' di Schultz nel Ginnasio, tre pagine 
di Madwig nel Liceo e feUcenotte. — Dopo otto anni di studi agli esami di 
licenza liceale si perpetrano quei famosi latlnetU che fanno arrossire 1 ban- 
chi deUa scuola (l soU che sentano ancora un po' di pudore), e rendono tanto 
lieto il ministro che promove a liceo di prima classe il professore, o, se v'è 
già, lo fa cavaHere: e Tanno dopo diminuisce le ore di latino, abolisce le 
prove finali, per la paura che i giovani italiani lavorino troppo, E i bal)bi e 
le mammine a battere le mani! 

Il signor Cima che crede lo studio coscienzioso del latino giovare, se non 
più, almeno almeno quanto «lueUo della logismografia, s'è dato con amoro a 
compilare questo libro: tenuta a fondamento del suo lavoro la cla>!sic-i opera 
del Nàgelslmch, egli, a differenza di tanti altri (stranieri sempre ve'!), ebbe 
di mira la relazione che il latino ha con la nostra lingua moderna, e nella 
])riraa parte mette cospicuamente in rilievo le differenze che esistono tra le 
due lingue, differenze che l'autore distingue Ijenissimo in logiche e materiali. 

QuestJi trattazione lo porta passo passo alla proi)osìzione e al periodo, e 
ci pare che l'autore abbia saputo segnalai^e chiaramente le peculiarità del 
latino in confronto dell'italiano. 

La copia degli esempi tolti dai più l)uoni scrittori della latinità, e segna- 
tamente da Cicerone, quello che per l'indole de' suoi scritti si stacca di più 
dal modo di concepire e di esprimere moderno, rende più luminoso e facile 
il confronto. Solo avremmo desiderato che un po' più di frequente si desse 
la traduzione dei passi latini, e, perchè il libro fosse accessibile non solo ai 
maestri, ma anche agli scolari, sarebbe buono che in una seconda edizione 
l'autore cercasse di essere più sobriamente preciso nel!' enunciare le regole 
generali, di modo che chi legge afferrasse subito il pensiero, senza bisogno 
di ricorrere all'esempio. 

Ma queste son pecche da poco e facilmente correggibili. 

Di somma utilità pratica è l'ultima parte che contiene le avvertenze les- 
sicali, e una specie di antibarbaims ove sono, in online alfabetico, notate lo 
parole ed espressioni postclassiche, e quelle classiche usate in significato non 
classico. 

Concluderemo dicendo che il libro dei Cima è degno di attenzione e vor- 
yemmo che entrasse a portjire un i)o' di vitii sana nei nostri licei , dove lo 
studio del latino va pur troppo spLiveniievolmente decadendo. 



Digitized by 



Google 



4S I MOVI GOLIARDI 

E a questo scopo sarebbe desiderabile che l'egregio autore dei Pnncrpii 
facesse loro seguire un libro di esercizii, perchè finora anche di questo la- 
mentiamo la mancanza. Quello recente dei Fumagalli non può essere quello 
che desideriamo, perchè è di troppo piccola mole, e non v'è un piano di ix)* 
gole, tracciato secondo un unico criterio. O. 

Liriche moderne, raccolte da Raffaello Barbiera — Milano — 
G. Ottino, 1881. 

« Piuttosto di mandar fuori, come tanti, un volume cattivo di prose mie, 
che Tengono per solito gettate in un canto, voglio presentare agli Italiani un 
volume dì buone poesie di altri, che forse rimarrà. » 

11 pensiero del signor Raffaello, lo confesso candidamente, non era brutto. 

— Ma (quel benedetti mal) egli non stette pago alla raccolta < fatta con fa- 
tica, con pazienza, e con intenti larghi e liberali ». La critica avrebbe tenuto 
calcolo di questo lungo lavoro e avrebbe compatito gli strafalcioni prosodiaci 
che regala al poeti, la disposizione cerveUotica, le ommlssionl meravigliose 

— (Tra Taltre ci viene a dire: vi hanno ingegni che FioRmoNo una sola volta 
NELLA PIENEZZA DELLE LORO POETICHE facoltX ! o pcrchè non vorrcimno noi 
raccogliere il loro lotico fioreì e ommette 11 De-Sanctis!I) 

Non istette pago, dico, alla raccolta, e le volle premettere uno studio 
dello stesso sulla lirica italiana moderna. 

Comincio a dire che il signor Raffaello questa volta si è mostrato di molto 
buon naso — Per non ruzzolare, ha cercato un punto d'appoggio e poi... giù 
(luelle sue barbierate così sugose e gustose. Ha guardato come snl suo ar- 
gomento la pensavano quelli che godono nel campo letterario di certa repu- 
tazione, e poi mediante la sua chimica fina ha diluito il giudizio altrui in 
quella sua insipida prosa, che vuol parer disinvolta, e ci si vede IMmpaccìo 
deU' lufiagottatura. 

In^questa maniera la sbrodolatura suU'Aleardl deriva dal Trezza e dai 
Capuana: la risciacquatura sul Prati da un ottimo giudizio di Carducci: la 
tiritera sul Praga da una frase carducciana, condita aUa Molinerl, con salsa 
barbiertsca: le fanfaronate suUo ZaueUa ancora da Carducci con un zlnzlno 
di Imbrianl. 

Però bisogna confessare che le stupidaggini ruttate a proposito del Carducci 
e del Revere sono originali, e non hanno attinto a fonte alcuna -- La verità 
innanzi a tutto 1 Con tale metodo il signor RaffaeUo ha fatto una prefazione 
che vale uri tesoro, e che place tanto al suo autore da farlo arrossire deUe 
Simpatie pubblicate or sono quattr'anni. — Che cosa vuol dire il progresso 

Finirò, notando al signor Barbiera che il Prati ha scritto xm'Edmenegarda 
e non un' Ermengarda, e riportando, a divertimento del lettori, due indovi-* 
neUl che lo spiritoso scrittore ha composto per i suol mUle benevoli am- 
miratori: 

€ Il Leopardi piangeva come un romantico e cantava come un greco 
(pag. xiii). 

< n NiccoUni, foscoliano nell'anima, pu^gnaoa col verso il Campidoglio 
vietato (idem) » ^' 



Angelo Scalabrini, Direttore responsabile. 



Milano, 1881 - Tip. P. B. Bellini e C. 



Digitized by 



Google 



NOTIZIE. 



»** 11 10 Giugno ha veduto la luce in Palermo una nuova rivista di 
lettei*e, arti e scienze dal titolo Alceo. — Notiamo tra i collaboratori Ciampoli 
D'JAn nunzio, De Amìcis, Marradi, Montecorboli, Panzacebi, Renier ed altri. 

*** Una nuova pubblicazione, sotto la direzione di S. Morpurgo, e A. Ze- 
natti. — Porta il titolo di: Archivio storico per Trieste, V Istria ed il Trenti ìw. 
Lo scopo del periodico è di raccogliere quanto può servire alla conoscenza 
della storia di quelle regioni. — Vi collaboreranno A. D'Ancona, G. Carducci^ 
6. Malfatti, G. Milanesi, E. Monaci e altri dichiaro nome — Gli abbonamenti 
si fanno per volume (dì 256 pag. in-S*^) a otto lire — Dirigere le domande a 
Roma, Via del Corallo, 12. 

*** < Ilo pensato che a qualunque autore, grande o piccolo, il me- 
glio che convenga è puìjblicarsele, le sue cose, da sé: e curare da so le edi- 
zioni sue, j)er avere il diritto che qualunque galantuomo ha di far della sua 
pasta i gnocchi che vuole; scernere dai propri scritti la roba di scarto, le 
Inezie d'occasione, le cianfrusaglie o gli scarabocchi dell'età immatura, cor- 
reggere il poco che resta, pretendere insomma d'essere giudicato, bene o 
male che sia, alla stregua solo di quel tanto della sua produzione artistica 
dì cui riconosce la paternità, a cui solo vorria legato il suo nome e che ri- 
sponde al suol presenti ideali . .. » 

Mosso da questi pensieri. Felice Cavallotti ftirà una ristampa di tutte le 
sue opere. — L'edizione consterà di 6 volumi, a 4 lire il volume, e sarà fuori 
commercio: l'avranno solo quelFi che avran mandata la loro firma d'asso- 
ciazione all'Autore o in Milano (Via S. Zeno, 9) oppure alla Camera. 



sR** Col 7 luglio venne alla luco // Oiornafe per i Bambini, diretto da 
Ferdinando Martini, e compilato dai più chiaii scrittori d'Italia. 

L'intento del giornale è di fornire settimanalmente a' ragazzi letture 
istruttive ed educative Insieme, letture facili e divertenti, e italiane. 

Finalmente i nostri bambini non avranno più in uggia la lettura. 

*** U N. 12 del « Preìwlio » contiene: n Boccaccio in Xapolì (C. An- 
tona Truxevsì) — Arcobaleno (Ugo Flores)— DelVespressione in musica (F, Po- 
lidoro) — Fantasie marine «E. Comlttb — 2>/Mwa vetidetla nel contado senese 
(De Castro) — Bibliografia — Cenni bibliografici — Xotizìe. 



Digitized by 



Google 



/ 



PATTI D'ASSOCIAZIONE 



Per r Italia Anno L. IO Semestre L. 6 

Per r Estero > » IS 

Un fascicolo separato UNA LIRA. 

Ufficio di Redasione : Milano, Via Dogana, N. 2. 



Dei libri mandati ai NUOVI GOLIARDI si darà V annunzio nel 
giornale, e, ove si creda opportuno, un cenno bibliografico. 



Libri mandati ai Nuovi Goliardi: 



G. Sangiorgio. — Primi scritti. — Milano , 1880. 

— Le spedizioni commerciali in Africa. — Ambrosoli, 1881. 
Mazzola. — Tre sofjìtti del secolo XVL — Milano, 1881. 

B. E. Maineri. — Abbondio Sangiorgio (Commemorazione). 

C. Belgioioso. — Abbondio Sangiorgio (Commemorazione). 
G. Marradl — Fantasie Marine. — Pistoia, 1881. 



Digitized by 



Google 



l 'V . 



Nuovi Goliardi 



? 

^^•u. 



PERIODICO MENSILE 



DI 



STORIA-LETTERATURA-ARTE 



« Sì temfus supcrcst, post cocnav Ludere prode»!. * 

C$fm. Bar, 



Agosfo 1881 

▼•taSM I. — Fasctooto 2 




■ v_MlLàrTO 

TIPOGRAFIA P. P.. BKhIJNI K C 



J881. 
--.À 



Digitized by 



Google 



— ^'^ — 



SOM MARIO 



Teocrito Siracusano. — Studio critico- biog^ra fico. — Anton ii> 
Cipollini. 

Il Capraio o Amarilli. — Idillio di Teocrito. lYaduzione dal 

greco in esametri ed in endecasillabi. — Antonio Cipollini. 
Antiche Canzoni Napoletane. — Severino Ferrari. 
Intorno a una variante Dantesca. — V. Cortesi. 
X>all* Arcadia. — Angelo Scalabrini. 
Lettere inedite di Lodovico Antonio Muratorl 
Bollettino Bibliografioo. 



RSDATTORI 

Cipollini Antonio — Cortesi Virginio — Ferrari Severino — 
Fossati Carlo — Gentile Luigi — Giacomelu Italo — Gius- 
sani Benedetto — Marradi Giovanni — Novara Andrea — 
Salveraglio Filippo — Straccali Alfredo. 

Angelo Scalabrini, Direttore. 

Ci hanno promesso la loro collaborazione : I Redattori del Con- 
vegno giornale di scienze e lettere eh' ebbe in Milano vita 
breve ma non oscura, e Carlo . Baravalle — Felice Caval- 
lotti — Giosuè: Carducci. 



Proprietà letteraria. 



Digitized by 



Google 



1882, Dee 9^. 
Subscript.0.. 1 u-d. 



TEOCRITO SIRACUSANO 



I. 

Studio critico - biografico. 

SomniMrlo. 

La prosa e la poesia greca dopo Alessandro il grande. - La poesia bucolica. 
Teocrito. — I suoi idilli. — La nascita, i genitori, i maestri, gli studi. — 
La sua andata in Alessandria d' Egitto. — Ipotesi : condizione politica di 
Siracusa, disdetta amorosa del poeta. — Idilli scritti presso la corte di To- 
lomeo. — Ritorno in Siracusa. — Ipotesi di questo ritorno. — Suoi nobili 
disdegni contro la nobiltà corrotta e oziosa. — Speranze dHnvito a cantare 
le imprese di Gerone. — Disillusione. — Falsa credenza sul genere della 
sua morte. 

La coltura greca, se con Alessandro il grande si era diffusa in 
tutto l'oriente , aveva perduto di vigoria e d' intensità. La prosa , 
adoperata dai barbari, detti perciò 'EXXtiviaTat, con le nuove parole 
ad i costrutti nuovi aveva accresciuto il materiale linguistico 
ma aveva perduto di candore e di eleganza. La poesia era in 
condizioni peggiori. Il poeta di questo periodo Hon ha ispira- 
zione propria, ma imita i prodotti dei grandi artisti che avevano 
già fissato i generi di scrittura. Apollonio Rodio (Airoxx o'vio? 6 'Po'^to?) 
nella spedizione degli Argonauti ('ApTovauTut*'), segue Omero nella 
lingua e nello sdle; Callimaco di Cirene (K^m^^^oi) ha i difetti di 
Pindaro, ma non i pregi; i tragici ricalcano, zoppicando, le grandi 
orme di Sofocle e di Euripide. Insemma quella letteratura greca, 
che aveva avuto im carattere eminentemente popolare , ed uno 
svolgimento puramente spontaneo , nello esprimere i bisogni e la 
I Nuovi GoìiardL 



Digitized by 



Google 



50 I NUOVI GOLIARDI 

vita del popolo greco, ora è un prodotto d'imitazione e di progetto 
d'una classe di studiosi, che sono epici, lirici, tragici, secondo che 
più meno li tragga l'esempio di Omero, di Pindaro, di Sofocle. 
Fioriscono, si, gli studii flblogici, l'erudizione storica, la rettorica 
e la fllosofla, ma di artistico, davvero, non troviamo che poco. 

* 

È in mezzo a questa poesia avvizzita e convenzionale che 
nasce il canto bucolico (?oux&).ixfi* ao-.^Tj') di Teocrito Siracusano. 

Teocrito (o eso'x.'^i'ro;) chiude le porte al mondo vecchio e retto- 
rico; lascia in pace gli eroi di Omero; rispetta i vincitori olimpici 
di Pindaro ; non s'interessa delle lotte dell'uomo col fato di Sofocle, 
Egli è un pastore di buone pecore J); un capraio di madri di be- 
lanti agnelli, che si pascono dell'erbe di Elicona; è il padre delle 
Muse bucoliche. 

• 

I suoi idilli (Eisjxxia) sono il ritratto della vita dei pastori, 
della I arte più bella ed ideale 2); sono la espressione dei loro sen- 
tim»5nti d'amore, di sprezzo, di gelosia. — Un capraio, per esempio, 
è abbandonato dalla sua vaga giovinetta; affida le capre all'amico 
Titiro, e va innanzi alla capanna della bella infedele, e si lamenta 
e minaccia di appendersi ad un laccio, ove ella davvero non voglia 
più che saperne 3). — Simeta ama il Mindio Delfi, e ne è riamata. 
Un bel giorno- sa d'essere tradita; invasa dal fuoco della gelosia, as- 
sale r ingrato amante con filtri amatori; alla luna narra la storia in- 
felice del suo amore, e spera di vederlo aggirarsi intorno alla sua 
porta, per castigo di Venere, come la ruota di bronzo che le serve 
alla magia 4). — Fra questi idilli trovi anco i sentimenti delicati 



EI2 ©EORPITON 

xai Tcx2$o>v a'pvoSv aiTCo'Xs (xr^x^'^uv^ 
xii 'EXixuvi'tiSi; pcravai ipe4»av xaXXi'iTus* 

ou Tttpi ^àvSpoiv é$Gv T£'qv, dXk» oiiopsSas 
i^ òps'uy auvsÀ.£^3 xxi e; ^lav inysi^fov \xav9pjv 

PuxoXix^fc's Moi'a»s, ai >(ivvr,^a os'ìcv. 

«) Ei^uXXi», diminutivo di ersos, plurale e'^u, piccole immagini, o, con pa- 
rola moderna, bozzetti. 

*) ait3CY«'o^a'.' p-t icotiaiìi* 

lOILL. ni. 
*) x^* StveiV óSt poV^Of e x^'^^^of ^^ 'k^po^iTai, 

Idill n. 



Digitized by 



Google 



TEOCRITO SIRACUSANO 51 

d'amicizia, espressi con una grazia e semplicità, direi quasi infan- 
tile. — Nicia, medico e poeta, da Mileto, nell'Asia minore, sposa Teu- 
genide, che ha due bei piedini, ed è una gran donna di casa. Il poeta 
profitta di queste nozze per andare da Siracusa a Mileto, abbrac- 
ciare l'amico, e regalare alla sposa una bella rócca d'avorio. Ed 
è bello, come egli, prima di passare il mare, incoraggi a quella an- 
data questa rócca, assicurandola di trovare la casa onesta d'un uomo 
assai dotto e d'una sposa buona massaia, che fa tagliare la lana 
alle pecore due volte Tanno ^), 

Possiamo dunque dire che questa poesia, passionata e tranquilla 
della casa e del campo, ci si mostra come una reazione al mondo 
eroico, diventato puro e freddo convenzionalismo, e sorge, per una 
strana contraddizione, in mezzo alle rapine ed alle stragi di Aga- 
tocle 2). 

Noi non conosciamo tutti i casi della vita di Teocrito, ed anco 
i pochi che possiamo raccogliere da' suoi scritti, sono stati e sono 
argomento di discussione fra gli eruditi. 

Secondo un epigramma 3) che leggesi nella raccolta attri- 
buita a lui, ebbe per padre Praxagora e per madre Filina. Incerto 
è l'anno della sua nascita; chi dice che era nel fiore degli anni 



«j'SitvT otÙTOi'vEi, 8cuY«vi5o« y' ivtx i\ìfr^\Jptò' 
ojTtì; iv\}frUpxoi, ©iXisi 8* oaaa aaoapovas. 

Idill. 
«) Agatocle , tiranno di Siracusa , visse al tempi di Teocrito. Fu feroce , 
ardito, immane. Figlio d'un pentolaio, non lasciò delitti per giungere al 
potere; un giorno fece assassinare 4000 famiglie patrizie. Ebbe qualche atto 
generoso, e si trovano di lui questi versi: 

Bea) ego qui sum 

Sicaniae, figiUo sum genitore satus. 
Fortunam reverenter hahe quicumque repente 
Dives ab exili progrediere loco. 

Eis airo Ttìv icoXXJv «ijjii lupDxoffi'uv, 
T\di npa$aYo'p«o wtpiKXiTiJs t« ♦iXi'vtj^* 
MoJaav 5' oìveiTfjv ouitot' i^eXxuaa'jiijv 

Maec ego compostU, non ille Theocritus, ortu 

C/UiM, cU e media plebe Si/racusitis, 
Preixagora genitore satus, claraque Philina, 

Exter^io cecini carmina nullo sono. 
Snida dice: 



Digitized by 



Google 



52 I NUOVI GOLIARDI 

sotto Tolomto Lagide l) e chi invece sotto i due Tolomei ; chi lo 
£a venire al mondo il 260, e chi il 381 a. C. — 

2\)poLxo^jaiOi, CI Si ^aai Kc^cv, (itTq)'xiQa& $$' l'v lupsxou^sis* curo; txP*Ì* '^^ xsXou|i4vs 

Chi volesse meglio conoscere, e la confusione che si è fatta tra il nostro 
autore e Teocrito di Chlo, e la contestata autenticità delle notizie di questo 
epigramma, attribuito a Teocrito, può consultare: 

Giovanni Ventihiglia , messinese ; J)ei Poeti Siciliani , Lib. I , nel quale 
si tratta dei Poeti Bucolici, e dell'origine e progresso della poesia nell'isola 
di Sicilia. In Napoli, nella Stamperia di Sebastiano di Aleccl, 1663, con licenza 
dei superiori. 

Jo. Alberti Fabricii, SS. TheoL D. et Prof. Pubbl. Bibllotheoae Oraeoae, 
lib. m. De scriptoribtM qvi olamerunt a Platone uaque ad tempora naU 
Christi, ecc., ecc. Hamburgl sumptu Cbristianl Llebezelt 1715. 

Sac. Theol. Doctore Antonio Mongitore, Pauorml, 1707. Bibìiotheca Sictila 
sive de Scrìptoribus Sicuiis, ecc, ecc 

Nicolò Camaroa, Studio sopra Teocrito^ Palermo, aprile 1865, pubblicato nel 
giornale La Gioventù, Rivista nazionale italiana di scienze, lettere ed arti; 
nuova serie voi. I, Vili della Collezione. Di questo riporto 1 seguenti passi: 

« Teocrito, secondo il dubbio epigramma, ebbe per padre Praxagora e 
per madre l'inclita Filine, ma questa asserzione non devesl agevolmente 
accettare. Imperocché il silenzio del poeta intorno al suol parenti non ò di 
poco momento, e massime se si pon mente , che polche l'uso di quei tempi 
portava doversi designare gl'individui col nome del padre, ed egli lo tace, o 
ne adopera un altro, fa d' uopo supporre che Praxagora e Filine sieno una 
invenzione di tempi posteriori Egli difatti in quell'idillio, in cui senza dubbio 
parla di sé, si addlmanda Slmicida o figliuolo di Simo. Ora su questo nome 
gli antichi non sono neppure d'accordo; giacché altri vuole che il poeta 
narpuviiJLixùc si appelli Slmicida, altri che mal si appone chi affermi chiamarsi 
Slmicida, perché di naso ricagnato, ed altri che Slmicida non era che un 
poeta di eoo a noi ignoto. Laonde si sono arrogati il diritto di togliere al 
nostro poeta alcune delle non molte poesìe che pur ci rimangono. Se fra 
tante discordi sentenze fosse lecito emettere la mia, direi che la faccenda 
non é ad accomodarsi difficile. Imperocché non vi sarebbe nulla di strana 
nel supporre che 11 padre di Teocrito si chiamasse Praxagora il Simo, e che 
il poeta invece di attribuirsi il patronimico Qp%^axopì(i'ns, abbia assunto quello 
di iiiJLixtS^f^ forse perché il padre di lui era volgarmente inteso ed appellato 
il Simo. Né si restringono a solo ciò le mie ipotesi, giacché mi spingo innanzi, 
e tengo per certo , che il poeta parli di sé e quando addirittura mette in 
scena il Simo e quando Tionico e quando Slmicida. E poiché questa non è 
inutile questione, poiché forma la base delle mie ricerche, ripeto che chi 
non abbraccia la mia ipotesi , che il poeta parli sempre di sé ed ove si ad- 
dlmanda Slmicida ed ove Tionico, può bravamente falcidiare un buon poco 
del mio lavoro. Imperocché fra le altre eose lo estimo, che Tionico o é ana- 
gramma di Teocrito o é un interlocutoro orealto a posta per far l' elogio di 
Tolomeo, come il Simo é il mézzo per ftccennaTe ed n alàggio in Egitto e 
l'amore che nutriva per quetta sleale fanciulla, che lo t^estrlnse a tentare^ 
rinfido elemento. » 



Digitized by 



Google 



TEOCRITO SIRACUSANO 35 

Il certo è che nacque a Siracusa, la quale allora era la più 
grande e la più bella di tutte le città greche i), e con quel tanto 
che avevano i suoi genitori ^) potè darsi a studi non comuni. 

I suoi maestri furono Filippide ed Asclepiade; vi aggiungono 
Filetà) ma anco qui dubbi e discussioni. 

Studiò con amore i poeti, di preferenza i carmi dell'uomo ionio, 
Omero (imvo^ d^^pòi ooiSsì); tra i lirici amò Simonide di Geo, cele* 
bratore dei veloci cavalli, che cinti di corone tornavano dai sacri 
certami 3); Anacreonte, lo scrittore di odi (^do^GioOf ed Ipponatte, 
alla cui tomba non era lecito al malvaggio di avvicinarsi e il ga- 
lantuomo vi si poteva sedere e addormentare <). 

E con questi studi, mentre educava il cuore, esercitavasi anco 
Bella critica. Omero basta per tutti, egli dice 5) ; Ipponatte è poeta ^); 
Anacreonte ò il primo degli scrittori d'odi ?); Epicarmo èTinven- 
tore della commedia in dialetto dorico S); Arcbiloco è il primo 
artefice di giambi 9). 



Uròem Syracusas maximam esse graecarum urbiumpvZcherrimamque 

OìmiìMm. Cicerone. 

Sed deeus Ennaeis haud uilum pulchrius oris, 
Quam quae Sisypfùo fundavit nomen ab Isthmo, 
Et miUtum ante afias Ephyreis fulget alumnls, 

SiLio, De bel, penic, lib. 14. 
«j La notizia che i genitori di Teocrito avessero qualche cosa, si trae dal 
seguente verso, che parla d^un campo paterno, o meglio d' una verga cre- 
s'-iuta nel campo paterno: 

Ax^vt^i [jlÌv xopu'vav, tìv |jlci ic«Tpò; irpot^gv àxfjòi, 

IDILL. IX. 

IdILL. XVI 

4) Epigramma XXI. 

Ti{ 9i xiv dXXoM «xoj'aat; dXi^ ic^'yTtaoiv '0|i.T)poc' 

iDlLL XVI. 
6) |iLG umico lòfi iv^dS' ^Iiciruva^ xtÌToit. 

EpIOR. XXI 
'^) 'Avax(McvTC( tiìtov tCScv tv Titp 

Tciv itpoab* Il TI ::«(si aadv uSoicoiou. 

EpIGR. XVI. 
•) 'a t» $ov* A'J'jig; y^t^vtìp 5 rav x'o^u^iav 

ijoiv 'EiT'.'^jap^jLGi. 

EfIGR. XVII. 
•) 'Apxt^oX^v *** otì^i ìitlC iiai5i t;'v ttx'P.oii ttcititÌv 

TÒv 1QV ia{k.pcjy; 

EpIOR XIX. 



Digitized by 



Google 



54 I NLUVI GOLIARDI" 



K già r amore della poesia gli accendeva il petto, e ad altro 
parea non pensasse che a conseguire la gloria che Titne agli uo^ 
mini dalle muse i), quando lo vediamo abbandonare Siracusa, la 
città degli abitanti valenti, la patria fondata da Archia di Eflra, il 
midollo deirisola Trinacria 2). E s'imbarca per Alessandria, e cerca 
protezione presso Tolomeo, Tamico delle muse (^iXoVouoosX il distin- 
tissimo fra gli uomini 3), r ottimo dei re, adorno dei doni degli 
Dei 4). 

Perchè Teocrito lascia la Sicilia per TEgitto? Si crede per due 
motivi : per le condizioni tristi di Siracusa, prodotte dalle discordie 
civili e dal governo tirannico esercitato dalla plebe, dopo la morte 
di Timoleone, e poi da Agatocle, che fece nefandezze incredibili; e 
per i suoi amori infelici che per tempo cominciarono a travagliarlo. 
Teocrito, poeta e siciliano, si senti ben presto percosso dallo strale 
delle passioni amorose ; gli amori a lui starnutirono ben presto ^). 
Egli ama ardentemente, fino al delirio. — Invecchia in un giorno, 
esclama all'amante, chi desiando aspetta ^) — Amore mi brucia a 
fuoco lento, e mi strugge perfino le midolla 7). O mia cara Ama- 
rilli 8), perchè non mi fai più la spia dalla capanna e non chiami 
ramante tuo ? Quando ti sono vicino forse ti appaio camuso ? forse 



*) 'Ex ÌII&13 Tv 'XYa'iGv xXcOi t^y^i'Z'xi -iv^^t'jVciai, 

IdILL. XVI. 
*j Na'ao) IfAvotxpiai iWsXcv, avSpwv Scxi'jtov ticìXiv. 

IdILL. XXV. II 

IDILI.. XVII. 
*) TI r.yi-.'^v XATotXs'v'S ìT^ft ^-x'^va au-iot si-ei'v 

eli; '1^01 Ti'v oT'.iaT'^v gT'.ijiT.Tiv ^affiX-^'uv. • 

Idill. vii. 
^) .... e,-.' ^1 Iteri jvTfii l'v -òuiaT: yr,p»'ffxcrO0i. 

Idill. mi. 

') 'Oi li» xiiaaiA'jy/Jv xai ti o'ot'.'ov iyj'ti tV:tT«'* 

Idill. hi, 
") Accettiamo l'opinione ctie in questo capraio lurente e desolato si na- 
sconda i 1 poeta. 



Digitized by 



Google 



TEOCRITO SIRACUSANO Ol> 

ho la barba lunga ? Tu fay^ai che io mi strozzi i). — giovinetto 
crudele ed aspro, nudrito da feroce leonessa; o giovinetto di pie- 
tra, ed indegno d'amore, ecco gli estremi doni che io ti vengo por- 
tando : il capestro 2). — 

Noi non sappiamo la data di questo viaggio 3), ma da quello che 
lasciò scritto, pare che vi abbia trovato molto favore, e fu poeta 
di corte. Infatti qui egli scrisse Tidillio XVll, YEncomio di Tolo- 
meo (ErKQMio^T'Eis nTOAEMAioiv), nel quale dice che nelle stanze di quel 
re Toro non riposa inutile, quale tesoro di formiche affaticate '^); 
e scrisse anche l'altro idillio XV, Le Siracusane o le feste di 
Adone (2IPAK0T2IAI H AAQ?iiAZ0T2i) Celebrate da Arsinoe, sorella e 
moglie di Tolomeo; nel quale magnifica il gran re per avere pur- 



1) 'Q y[9.^'Uco^ >A[jtaipu).Ài*, ii ^' oùxì'ti tooto x»t* avT//OV 
ir9|M(xu9iTCi09t xsXki'^ tcv cpuTt'Xov; -^ pi |j.e [itatt'c; 

loiLL. III. 
f) 'Ayp« itai" xai cto^vs', x»xa: «v2:},o6|iuta J.sai'va;, 
Xatvi Trai x«i' ér>o)T05 avaria Scijoa' tgi t^X^cv 

XoCaT», T«UTOI ^i'p'JV, TGV taov fip'ìy/^v. 

Idill. XXIII. 
3) Camarda, studio citato :«.... è mestieri andar cercando Pepoca 
in cui vi si recò, e quanta dimora vi lece. Non è dato determinare né Puna 
nò Paltra cosa e solo si potrà su per giù affermare che partì per Alessandria 
dopo la morte del Lagide e di Berenice, dei quali nell'inno a Tolomeo canta 
l'apoteosi. E poiché il Filadelfo non sah al trono prima del 281 a. C,potreb- 
besi arguire che egli vi fosse andato due anni dopo V assunzione al trono 
di Tolomeo e dopo la morte di Agatocle. La dimora di Teocrito in Alessandria 
del certo non si estese al di là del 269 a. C, imperocché cantando ueìVInno 
alle Grazie Pimpresa, a cui s'accingeva Gareone, non sarebbe strano supporre 
che fosse tornato in Siracusa o nello stesso anno o meglio nel 270 a C, in 
cui dìcesl essere fiorito. Il poeta adunque sarebbe alla più lunga rimasto in 
Egitto un dieci o dodici ann'. » Faccio osservare al Camarda che se Teocrito 
nacque il 331, come egli crede, e tornò da Alessandria il 270 a. C, eviden- 
temente, quando lasciò Siracusa, doveva avere la bellezza di 50 aiin', ed, a 
questa età le disdetie amorose non sj fino a qual punto cjnsigUauo di can- 
giare aria. 

IDILL. XVH, 

(trad. let. Non fuori d'uso (inutile), nella ricca casa, l' oro come la ric- 
chezza delle laboriose formiche sempre giace.) 



Digitized by 



Google 



5*3 I NUOVI GOLIARDI 

gato r Egitto dagli assassini, e la bella Berenice, madre di luì, 
famosa per le trecce cantate da Callimaco. 

Non sappiamo se scrisse altro, e quanto tempo vi si fermò ; 
forse dieci anni, forse dodici, e forse meno. Lo vediamo tor- 
nare in Siracusa e neir Inno alle Grazie (xavitex h iepon) idil- 
lio XVII, cantare V impresa a cui s'accingeva Gerone, armato simile 
ai primi eroi, (irpoiifots Toos m'oosaui), con V elmo fasciato dei crini di 
cavallo 1). 

Perchè Teocrito lascia Alessandria? Forse i capelli grigi non 
gli fecero metter senno; lo perseguitarono nuovi amori infelici; o 
cadde in disgrazia del Filadelfo ? Né Tuna né l'altra, forse ; probabil- 
mente fu amore del proprio paese, desiderio potente di rivedere i 
campi ed i pastori, che negli anni giovanili gli avevano ispirato 
tanta bella poesia. E questa sembra la più accettabile, se non si ri- 
fiuta Topinione, che abbia scritto , dopo questo ritorno, queir idil- 
lio XIV, (rtjxizkaz EPD2 H eToiHixoz), nel quale parla ancora bene dì 
Tolomeo, e pare che nutra la grata riconoscenza delle generose 
largizioni. 

— Teonio, dice Eschine, se io potessi disamare Cinlsca, che 
di me fa tanto strazio, andrebbe tutto bene; ma io non posso tro- 
vare medicina al mio male 2). io voglio andar via, voglio passare 
il mare, voglio fare il soldato: non sarò tra i primi, ma non sarò 
tra gli ultimi 3). — E Tecnico 4) lo consiglia d'andare da Tolomeo be- 
nigno (e\Jrv^V<^v), amabile (tpurixc;), sommamente compiacente (ei's iTxf.cv 
M<i), amico delle muse («ao'|ifoe&;). 

Tornato a Siracusa , pare che vi menasse una vita tutt' altro 
che lieta. Si lagna dei Siracusani che non hanno alcuna cura dei 
poeti, né della gloria. — Ai nostri giorni chi é che stimi un buon 

i) 'tv ^i aÙToC^ 'li'pov it290Tsp&t$ e'ffo? -^vJgoax 

(u'yyuTat^ r^TCEiai $i x'/j^uv axeiroioucnv e Vespai. 

Idill XVI,' 
») x'jTi to' 97|3uaxov e'tfTiv «jjnnjjav/cyTo; 

CUX Oi$3' 

Idill. xiv. 

3; «XlOff0j|MH XTlV<j' 5l«SOVTlO;, oóti X9XtOT0; 

ouT« TTpoÌTo; Tao';, c[jlt»J.o'; 5ì' tis o orpixi'Jr'Xi. 

Idem. 
*) Sono dello stesso parere dì quelli che sotto la llgura di Tionico li- 
conoscono il poeta. 



Digitized by 



Google 



TEOCRITO SIRACl'SANO o7 

pai'latore ? J). - Non lo so. Oli uomini no)i desiderano più la lode delie 
grandi imprese, ma nel lucro e nel guadagno materializzano i più 
cari sentimenti. Con le mani in mano, ciascuno guarda donde possici 
trarre argento, e non darebbe agli altri neppure la ruggine detersa. 
Io debbo pensare a me, dice ciascuno; gli Dei facciano onori ai 
poeti. Il migliore 2) ò quegli che non mi dà fastidi. — stolti , e 
che utile ne avete se il vostro oro è sepolto ? — No, non è questo 
Fuso che fa delle ricchezze la gente di cuore : ma una parte l'ado- 
pera al proprio bisogno t un* altra la dona a qualche poeta 3). — 
Bisogna fare del bene agli afflni ed al prossimo ! 4) _ 

Ma i Siracusani pare si lasciassero poco intenerire e, malgrado 
il suo predicozzo, continuassero a vivere, consumando, senza gloria, 
le fortune dei morti ^). Ed il poeta si rassegnò a vivere e lasciar 
vivere, contento deir amicizia delle Muse , di cui desiderava avere 
sempre piena la casa 6). 

Un giorno ebbe una speranza. — Verrà V uomo ^), che sentirà 
il bisogno dei miei versi, e vorrà cantate le sue impress, che 
saranno quante quelle del grande Achille o del prudente Aiace, nella 
pianura del Simeonte. — 

Questo uomo doveva essere Gerone, il quale aveva ricevuto da 
tutte le città dell'isola la corona, e la nomina di capitano generale, 
nella spedizione contro i Cartaginesi; ma Teroe tirava un pò- al de- 
naro, e quel bisogno pare non lo abbia sentito mai. Ed ecco una 



*) T4« tùv vuv toltole; tis cu eiffGVTtx f iX-fiaii ; 

atviia^xi (TTtsjScvTi, vsvi'xt.vtsi 8' uVò xipSswv. 

iDILl.. XVI. 
*) oÙto; a'oiSJv Xwotcì, ó; l'S i'|*«J oioerai ouSiv. 

Idetìl. 
^) 'tXXi to' luv «l'WX^' '^^ ^* ***' "^^^^ Jouvai doiBòv. 

Idetn, 

Idem, 

Idili. xiy. 
6) iixtv SÌ T» (ict'oa xai* u$9. 

tÌ; pei it»; sr-n :tXsio5 Sq'\xoì, 

Idill. IX. 



Idill. xvi 



Digitized by 



Google 



5tJ 1 NUOVI GOLIARDI 

oaora disillusione; dopo la quale il poeta non lodò più il tiranno, 
9 dignitosamente tacque. 

Si credè da alcuni eruditi , che egli , per avere scritto satire 
contro Gerone, fosse statò punito di morte, e si attribuì a lui il 
primo verso del distico di Ovidio: 

Utque SpractMh praestricta fauce poetae» 
Sic animae laqueo sìt via clausa tuae. 

Ma la mancanza assoluta d'ogni notizia, il silenzio profondo del- 
l'antichità ed altre ragioni i) inutili a ripetere, hanno escluso que- 
sta opinione. 

Si conchiude che di Teocrito non sono precisati né l'anno della 
nascita, nò quello della morte, né del suo viaggio, né del suo ri- 
torno, e le poche notizie sono cosi poco accertate che non è pos- 
sibile indagare le circostanze che accompagnarono ciascun idillio, 
né tener dietro alla evoluzione della sua mente. Una mediocre bio- 
grafia, per queste ragioni, sarà sempre impossibile. 

CConiinua) Antonio Cipollini. 



<) Vedi Fabbicio, Vxntimiqlia, opere citate. 



Digitized by 



Google 



IL CAPRAIO O AMARILLI <^> 



IDILLIO DI TEOCRITO SIRiLCUSJLNO 

Traduzione dal greco. In esametri ed in endecasillabi 
di ANTONIO CIPOLLINI 



Ar^onienlo. 



Un capraio affida la cura del suo gregge airamlco Titiro, e va 
alla capanna d*Amarilli, che lo consuma d* amore. Qui si lamenta 
deir animo mutato della giovinetta, e con doni, con promesse, con 
minacce, cerca di risuscitarle il perduto amore. Per un fausto 
augurio, spera che Amarilli gli si faccia vicino, e lo ami, e modula 
un canto soavissimo, nel quale ricorda tutti gli antichi e famosi 
amanti favoriti dalla fortuna. Ma Amarilli gli tiene duro, onde 
egli s* abbandona alla più cupa disperazione, si gitta a terra lungo 
lungo ed aspetta i lupi che lo divorino. 






Io vado da Amarilli; fra tanto per l'erta del monte 
le mie capre si pascono, e le conduce Titiro. 
Titiro diletto, tu guidale ai paschi le capre, 
e menale ala fonte, tu, Titiro, e segui con l'occhio 
quel capron non castrato di Libia; potrebbe cozzarti. 5 

O mia cara Amarilli, perchè da quest' antro sporgendo 
il capo, più non chiami l'amante? tu forse mi sprezzi? 

Quando ti son vicino, t'appaio, o mia ninfa, camuso? 
forse ho la barba lunga? Farai che a la fine mi strozzi. 

1^ Questo iiillio, pubblicato già insieme con rallo la Rócca (villano, Tipografia- Edi- 
trice di L. BortoloUl e C., 91 Marzo 1881V >l rlp.odactf con alcune corresioni. 



Digitized by 



Google 



60 I NUOVI fìOLIARDl 

Eccoti dieci mele, le colsi ove tu m'imponesti 10 

di coglierle, domani mattino ben altre ne avrai. 

Ma guarda il mio dolore crudele. Vorrei diventar© 
r ape ronzante , entrarti vorrei dentro V antro , strisciando 
tra r edera e* la felce che intorno ti fanno la siepe. 

Ora conosco amore. Dio crudo, per certo le poppe 15 

succhiò di leonessa, sua madre nudrillo a la selva; 
mi brucia a fuoco lento; mi strugge per fin le midolla. 

ninfa, che hai lo sguardo dolcissimo e il core di pietra,' 
ciglia nere, mi abbraccia; deh fa che il capraio ti baci. 
Vi ò pur ne' baci vani la gioia gradita agli amanti. 20 

Farai che presto sfrondi, riduca a pezzetti minuti 
questa corona d'edera, che solo, Amarilli mia cara, 
per te porto intrecciata di fiori e selino odoroso. 
Ahi che sarà di me; che sorte, infelice? — Non mi ode. 

Spogliato di questa pelliccia, fo* un salto in mezzo a Tonde, 'Jj 
Dove Opli pescatore d'intorno fa sguardia sui tonni. 
Se non resterò morto, almeno ne avrai piacere. 

L'avevo capito pocanzi, che pensando se mi ami, 
schiacciai sul molle gomito la foglia di papavero, 
ma non fece la botta e invano rimase appassita. '>0 

Mi disse anche il vero la vecchia, che al crivello indovina, 
Faltro ieri, prezzolata, cogliendo le spighe nel campo: 
mi disse che tutto io mi struggo, ma tu niente mi curi. 

Intanto una candida capra, madre di due capretti, 
ti serbo: Eri tace, la bruna figliuola di Mermnone, 35 

la chiede e l'avrà, se ti sono oggetto di trastullo. 

Mi salta l'occhio destro. — Che, forse potrò rivederla? 
Poggiato a questo pino, le canto. Forse ella a vedermi 
verrà, perchè a la fine il core non ha di macigno. 

* 

Quando Ippomene volle sposare la vergine, il corso 40 

compi, portando in mano le mele. Atalanta lo vide, 
perse i lumi, e s'intese da fervido amore agitata. 

Melampo, V indovino, anch' egli condusse V armento 
da Otri aPllo, e si giacque di poi ne le braccia di Bianta, 
Pero, d'Alfesibea prudente la madre vezzosa. 45 

E Adone, un di pascendo il gregge pei monti, non trasse 
Venere bella a tale furore amoroso, che morto, 
anche morto non volle tenerlo staccato dal seno? 



Digitized by 



Google 



IL CAPRAIO AMARILLI 61 

Io credo Endimione beato, egli dorme in eterno; 
e credo anco Giasione felice, o mia cara, che ottenne 50 

tante cose che voi, profani, giammai non saprete. 

Mi duole il capo, niente t'importa, lo so; che mi canto? 
Qui morrò, steso a terra; i lupi verranno a mangiarmi; 
e ciò ti sarà dolce, qual miele che va per la gola. 

Se il mio benevolo lettore avrà avuto la pazienza di rileg- 
gerla tutta questa traduzione, sono sicuro che farà la solita smor- 
fletta di compassione, e griderà al gusto depravato, ed alla smania 
del nuovo. — Gli faccio osservare che se ho tradotto in esametri, 
non ò perchè io voglia cantare il de profundis air endecasillabo , 
né portare le mie deboli forze alla distruzione dell'arte; ma per 
motivi che qui, in parte, dirò io, in parte, farò cercare a lui, 
se realmente, nei suoi nobili disdegni, si fa governare dall'amore 
dell'arte. 

Traducendo in versi esametri questo idillio, ho potuto ripro- 
durre rambiente esterno del lavoro greco, ambiente che coesiste nel 
numero de' versi, e nella loro divisione in strofe di due e di tre 
versi ciascuna. Infatti l' idillio nel testo greco ha 54 esametri, cosi 
distinti. Nei due primi versi che formano il prologo, il capraio 
parla con sé stesso, stando ancora presso quella rupe, dove pascono 
le capre. Negli altri tre (v. 3-5) parla a Titiro, al quale affida la 
cura del gregge. Di poi va alla capanna di AmarìUi , e con tre 
strofe, di due versi ciascuna (v. 6-11), si lamenta dell'animo muto 
della giovinetta e cerca ricondurla al suo amore. Poi con altre quat- 
tro strofe, di tre versi ciascuna (v. 12-23), la prega ancora , e mi- 
naccia di sflrondare la corona d' edera che avea intrecciato per lei. 
Col 25 s' accorge che non gli dà retta, ed esclama: 

«lioi tTfw, ri it»^w; TX ^uaootc; 

Con altr« quattro strofe, di tre versi ciascuna (v. 25-36), vuol 
gittarsi nel mare , poiché dispera di tutto e ricorda le predizioni 
che avea avuto della sua sventura. Ma un fausto augurio (v. 37) 
gli fa credere che Amarilli finalmente esca dalla capanna e gli 
s'avvicini (v. 37 39) , e commosso da questa speranza, <5on quat- 
tro strofe (v. 40-51) eccita la giovinetta a non disprezzare il suo 



Digitized by 



Google 



62 I NUOVI GOLIARDI 

amore, poiché anche Venere non avea sdegnato di stringersi al 
petto un pastore. Ma Amarilli è sorda ed il capraio con l'ultima 
strofa (v. 51-54) si gitta a terra lungo lungo, ed attende i lupi che 
lo divorino, per far cosa grata alla crudele giovinetta. 

E poi ho ringenuità di confessare che ho provato la soddisfa- 
zione di potermi mantenere, quanto più mi è stato possibile, fedele 
al testo greco , pur cercando di conservare V indole della nostra 
lingua, quale ai nostri giorni si pretende da coloro che hanno 
gusto, sono sinceri, e pensando o traducendo, sentono quello che 
dicono scrivono. Fino a qual punto ci sia riuscito, è un altro 
paio di maniche, né spetta a me dirlo; ma se la fatica é inutile, 
la colpa non è certo dell'esametro. 

Traducendo invece in endecasillabi , tutti questi benefici! non 
sono possibili che a metà; e se ne vuole la pruova, si prenda pure 
la noia di leggere questa seconda traduzione in endecassillabi, che, 
con cura e diligenza, non minori , io aveva già fatto , prima che 
mi fosse venuto il pensiero di tradurre in esametri. 

Vò da Amarilli, le mie capre intanto 
Pascono al monte e Titiro le mena. 
mio diletto Titiro, le guida 
Tu le mie capre al pascolo, e di poi 
A la fontana, Titiro, le mena. 
E non perdere d'occhio quel caprone 
Venuto dalla Libia e non castrato: 
Con quelle corna ti potria far male. 

Amarilli mia cara, e perchè mai 
Più non mi fai la spia da la capanna; 
L'innamorato tuo perchè non chiami? 
Ninfa, mi sprezzi forse? a te vicino 
Sembro camuso e con la barba lunga? 
Tanto farai che alfln mi appendo a un laccio. 

Eccoti dieci mele; a te le porto, 
E le colsi colà, dove imponesti 
A me che le cogliessi: altre domani 
Io te ne porterò, ma volgi il guardo 
Al mio crudo dolore. Oh se potessi, 
Io vorrei diventar V ape ronzante, 
E strisciando tra l'edera e la feire. 



Digitized by 



Google 



IL CAPRAIO AMARILLI 68 

Che ti fan siepe, giungere ne l' antro. 

Ora conosco amor, che Dio crudele l 

Io giurerei chu d*una leonessa 

Succhiò le poppe e in mezzo a le foreste 

Sua madre lo nudrì; mi arde e mi strugge 

A fuoco lento, sino a le midolla. 

giovinetta, che hai leggiadro il viso, 
Gli occhi neri lucenti e il cor di pietra, 
Abbraccia il tuo capraio: che io ti baci! 
La voluttà dei baci è dolce al core, 
Anche quando son vani e seoza frutto. 

Cara Amarilli, deh non far che sfrondi 
Questa corona d'edera che serbo 
A te soltanto; guarda, io l'ho formato 
D'appio odoroso e bottoncln di fiori. 
Ab che sarà di me? di me infelice? 
Ella neppur àX retta al mio dolore. 

Ebben, via la pelliccia; in mezzo a Tonde 
Fò un salto là, dove Opli il marinaio 
Fa la guardia sui tonni — E se non resto 
Frantumato, sarai certo contenta 
Di sentir che la morte io vò sfidando. 

Già lo sapevo: poco fa, pensando 
Se tu mi ami o pur no, schiacciai la foglia 
Di papavero: ahimè! non fece botta, 
E nel tenero gomito rimase 
Appassita. La vecchia anco mi disse. 
Poche ore dietro, il vero, ella che tutto 
Al crivello indovina; a la giornata 
Coglieva spighe — Tu bruci d* amore 
Tutto, mi disse, ed Amarilli è dura. 
Né parla mai di te con le vicine — 
Senti, Amarillide, una capra bianca, 
Madre di due capretti, a te la serbo ; 
Eri tace, la bruna giovinetta, 
Figliuola di Mermnone, me la chiede, 
E gliela donerò, se tu mi sprezzi. 

Ma che; mi salta l'occhio destro; forse 
La rivedrò? Poggiato a questo pino 
Io le voglio mandare una canzone. 
Forse verrà a veder; non è un macigno. 



Digitized by 



Google 



^4 I NUOVI GOLIARDI 






Quando Ippomene volle far sua sposa 
La giovinetta, con le mele in mano 
Compi tutta la corsa. Oh come allora 
Atalanta lo vide, e, persi i lumi, 
Si senti presa da potente amore ! 

Melampo, l'indovino; anche ei condusse 
Il gregge da Otri a Pilo e poi Biante 
Ne le braccia si strinse la vezzosa 
Madre della prudente Alfesibea. 

E Adone; il gregge pascolando al monte, 
Quando incontrò la bella Citerea, 
Non le accese nel cor tanto desio, 
Che ella, anche morto, se lo strinse al petto? 

Per certo Endimìone, è avventurato. 
Che dorme il sonno eterno; anco Giasione 
Giudica, cara mia, degno d'invidia, 
Poi che egli ottenne, quanto non saprete 
Voi, profani, giammai. 






— Mi duole il capo; 
A te niente t'importa; e che mi cinto? 
Qui vò giacermi lungo lungo a -terra, 
E i lupi certo mi faramno a brani. 
È quello che tu cerchi e che ti è dolce 
Come miele che scende per la gola. 



* 



Forse egli potrà dire^ in cuor suo, che questa gli piaccia più di 
quella, se pure il gusto non lo consigli a riprovarle tutte e due. 
Ma dato che gli piaccia di più, egli s'inganna davvero, se crede che 
tutti gr idilli di Teocrito si possano tradurre col solo endecasillabo. 
Il Dialogo Amoroso ('Oapia-ròi) per es. è uno degl'idilli che, volendolo 
tradurre e presentare al pubblico nella sua nuda bellezza, e senza i 
punti sospensivi del Carmelitano della Congregazione di Mantova, 
Giuseppe Maria Pagnini, non può assolutamente essere tradotto se 
non in esametri. E se vuole convincersene con una pruova di fatto, 
esamini la mia traduzione pubblicata nel primo numero de' Go- 
Hardt, in esametri, e quella del Carmelitano, in endecasillabi, 
col testo greco. 



Digitized by 



Google 



IL CAPRAIO AMARILLI ^5 

Gliene metto sotto occhi alcuni esempi , per risparmiargli la 
noia di prendere libri, con questi caldi: 

Teocrito: 

KOPH 

• Tav irivwTfltv *EXcvsy UApn ri^aat ^ouxo'Xo^ ^XXof, 

Pagnini; 

Altro bifolco Pari Elena saggia 

Fò sua rapina, ma più saggia assai 

È questa Eiéna alle mie fiamme oggetto. 

Cipollini : 

COKE 

Paride, altro pastore, Eléna rapi la prudente. 

DAFNI 

È più prudente questa Eléna, che bacia il pastore. 



Teocrito: 



Pagnini : 



KOPH 

itatpì 5i* YD/MtXccp Ti'v» |jiav, ti va t*\J>ov ìvi^tù; 

AA«NI2 
stvtiffit aio Xt'xTpcy, iwriv si&ov oùvoijl' àxoùern- 

FANCIULLA 

E al Tecchio padre che dovrò poi dire? 

DAFNI 

L'approverà, quando saprà il tuo nome. 



Cipollini: 



CORB 

E al padre vecchio come, come gli debbo .parlare? 

DAFNI 

Loderà le tue nozze, appena saputo il mio nome. 
Teocrito : 



KOPH 

ouvop.« oòv Xi^t tr,vo «XAtt ouvo^s iroXXw» Tc'pmt. 



I Nuovi Goliardi. 



Digitized by 



Google 



66 NUOVI GOLIARDI 

AA<»m2 

Pagnini: 

fanciulla 

Dillo, che spesso piace il nome ancora. 

DAFNI 

Dafni, flgliuol di Licida e Nomèa. 
Cipollini : 

COBE 

Dimmi questo tuo nome; sovente anco il nome piace. 

DAFNI 

Dafhi io son, Licida mio padre, e mia madre Nomèa. 

Ed ora basta, che se egli non va soggetto alle ostinazioni, deve 
averci dato ragione. 

Antonio Cipollini. 



Digitized by 



Google 



ANTICHE CANZONI NAPOLETANE <*> 



I. 

Nel libro intitolato — Del Dialetto Napoletano — uscito in 
Napoli nel 1779, per Vincenzo Mazzola Voccola, impressore di Sua 
Maestà; libro che è una grammatica, un dizionario e una storia 
del dialetto napoletano a dei suoi più felici cultori, trovo uno squarcio 
che, per la sua importanza, mi piace riportare, annotandolo breve- 
mente. L'autore del libro — io non ho avuto campo di accertare 
chi sia — dopo aver parlato di Girolamo Brittonio (m. 1550), a 
pagina 117 prosegue in questa maniera; 

< Dal trionfò del Brittonio, fino alle poesie del Basile e del 
€ Cortese, per lo spazio di un secolo noi non troviamo altre poesie 

< nel dialetto patrio se non se qualche breve canzonetta^ delle quali 
« ci han conservata notizia, accennandone i soli versi iniziali^ il 
« Basile ed il Cortese, che le annunziano come riguardate molto an- 
€ tiche all'età loro. Noi per nulla tralasciare di quanto concerne 
€ ristoria del nostro dialetto non le trapasseremo del tutto. Eccone 

< la più delicata e la più ingegnosa. 

1. Vorria che foss'io ciocia, e die volasse *) 
a 'sta fenestra a dirte 'na parola, 
ma non che metUsse a 'na gcUola, 

{*) lì giorDtle i Nuovi Goliardi nel fascicolo giugno-luglio, 1876, Firenze (fascicolo che fu 
rultimo di quella prima serie), conteneva un mio articoletto sui due Giovan Battista Strozzi. 
poeti fiorentini, per molti anni contemporanei, distinti con rappellatiyo di vecchio e di gio- 
vane. In fine deirartlcolo io riportai alcuni madrigali dei due posti, affermando che in parte 
i madrigali che io pobblicaTO erano editi, in parte loediii. Ed io, in parte, sbagliavo. Quei 
madrigali erano tutU editi in alcune importanti raccolte. Basti citare il Trucchi. 

1) Qoesta canzone é ricordata da Felippo Sgruttendio di Scafato nella Tiorba a Taccone 
(In Napoli M.DC.XLV1. B ristampata per Francesco Mollo, 1678) nell'ode A lo Dottori Cri :• 
CBIA PAnnoGGBiA Ch'o lo Uempo d*hoie non se fa chiit cunto de le berlutef e li povere Vertolusc 



Digitized by 



Google 



^'^ " I NUOVI GOLIARDI 

E tu da dinto suòeto chiammasse : 

— Viene, Maratta mia: deh, viene. Colai — 

ma non che me mettesse a 'na gaiola. 
Ed io venesse e ornano retornasse 

comm'era primmo, e te trovasse sola; 

ma non cfie me mettesse a 'na gaióla» 
E po' tornasse a lo bon sinno gatta, 

che me ne scesse pe 'la cataratta^ 

ma che 'na cosa me venesse fatta. 

< Della seguente non ci hanno lascialo r*otizia il Basile ed il 
« Cortese, se non che della prima strofa. 

2. A la rota, a la rota 1) 
Mastr* Angelo cejoca; 
Ncejoca la Zita, 
E Madamma Margarita, eie. 

$ò deiprettaie. Lo Sgmttendlo doT)o av«re (pag. ]it) tnnalsato Sbruffàfiappa poifa ardpoit^ 
thfore d$ PuorU $ grolla de Napole, il q lalc quando cama icela fi a ti muorte, e roi 'neanta 
Il tienU, e fa appracà lo muro, e fa Unte aUre bfllp cose; segulU ad fflanertnie I pregi 
e a cllarne le canzoni, spec.almenie in queste due strofe : 

Quante sonleite ha fatte e q tanta Tieeze 

tccossi scioute e ^dru.<:cio)o, 

e quanta barzellette 'ntoscanlco? 

E chi ha cacciato Jo cantare a slsco? 

Chi lo dierre ^usciolo? 

E poeta co bterze e rcvierze ? 

E chi 'mmentaie Mosto Bujgitro di' 

eke pare u* ucciali? 

E chi io dicere Auza VAtta^aglia^ 

e pò respuiine Lassari, che {J) paglia? 
Isso pure accacclaie chf Ila canzona : 

Àimmè I, che fosse ciaola 

e te decesse 'nvienlo 'na parola; 

tm non che me mtWsse a la gaiola, 

E cheiia de zia Paola : 

Qwinno n'haie freve è signo ca staie bona 

Haygi'i perduto lo gullucdo mio; 

Uti, ritmo mio I 

Biviezzo mio, r viene e pissaricolo; 

no mme ne fa morire pe 'no spicolo. 

Su questa ultima canzone dei gulUtto , la quale in varie forme ebbe molta fortuna, do - 
vremo ritornare fra non moUo. 

1^ Questa canzone è citala, insieme con molle altre, dallo Sgruttendlo nell'ode A Sg«- 
TOZiA, Sulle grolle di carnevale. — Op. cit.. pag 149. — 

Lo bedè da peccerille 

cheila 1 otÀ che se la, 

uno canta e chiù de mille 

fanno pò, pernovadà: 

e alt rno votano 

sautano e sbotano 

le gratto! fé m sona. 



Digitized by 



Google 



ANTICHE CANZONI NAPOLETANE 6V) 

«I versi che susseguivano mancano, ma ci sembra canzone an- 
glica assai, e fatta ne' tempi del Re Carlo III di Durazzo, e della 
« Regina Margherita d' Angiò. Si cantava ballando quella spezie 
€ di danze in giro, che i Francesi dicono Ronde <, o Branles, i To- 
« scani carole; noi le chiamiamo frasche. Anche gli antichi Fran- 
« cesi, al pari degli Italiani, usarono cantar qualche canzone nel- 
€ r atto di far quella danza allegra e semplice , e di cosi remota 
« antichità, che risale ai primi tempi de' Greci e de' Romani. È cele- 
« brata la canzone tra essi per accompagnar questi Branles, che 
« comincia Qifand Birnn voulut dancer, 

« Parimenti hanno servito le due susseguenti canzoni ad ac- 
< compagnar col canto le liete óarole. 

3. Jescejesce sole 
Scaie nta mperatore 
scanniello mio d^argiento, 
che vale quattrociento ; 
dento cinquanta, 

tutta la notte canta, 

canta^ viola, 

lo masto de scola, 

masto, masto, 

inannancenne pr lesto, 

ca seenne masto Tiesto 

co lanze e co spate 

da Vancielle accompagnato. 

Sona^ sona zampognella, 

ca f accatto la gonnella^ 

la gonnella de scarlato; 

Si non suone, te rompo la capo. 

« Malgrado che in questa canzonetta , che ancor oggi i fan- 
« ciulli cantano, vi s'incontri più rima che ragione, vi traspare 
€ però quell'innocente allegria che regnava in que' secoli rozzi, ma 
« non del tutto infelici. La crediamo -de' tempi di Federico II, im- 
« peratore. 

« Eccone un'altra dello stesso calibro. 

4. Non chiovere, non clnovere, 
ca voglio ire a movere 

a movere lo grano 
di masto GiuUaìW. 
Masto Giuliano, 
prestame una lanza, 
ca voglio ire 'n FranMa; 



Digitized by 



Google 



70 I NUOVI GOLIARDI 

da Franza a Lombardia 
dove sta madamina Lucia 1) 

« Questa ci sembra essere de' Re Angioini, ai viaggi de' quali in 
« Provenza, ed in Lombardia, par che si alluda. 

5. Fruste cca, MargariteUa, 
ca si troppo scannalosa, 
che per ogni poca cosa 

tu tmQje 'finanzi la gonnella. 
Fruste cca, MargariteUa. 

«Di questa è difficilissimo fissar l'epoca, giacché le Margaritelle, 
« che subito chieggan gonnelle, sono state in ogni età egualmente 
« abbondanti. 

6. Simmo li poveri pellegrini, etc. 

«Questa canzone, la tradizione costante tra noi l'attribuisce allo 
« stesso Sannazzaro, volendosi che in essa abbia fatta allusione alle 
« sventure della nazione d'aver perduti i suoi sovrani. A' tempi del 
« Cortese seguiva a cantarsi da' ragazzi del volgo, e vi è qualche 
« vecchio ancor vivente che si ricorda averla nella sua giovinezza 
« intesa cantare. A noi non è riuscito finora dissotterrarla dall'obblio. 

7. Donna, poccà nie lasse tu, 
star in vita non voglio chiù, etc. 

8. Aprite, aprite porte, 
a povero falcone. 

« Questa canzone si canta ancor oggi facendo un giuoco in cui 
« tutti si tengono per mano girando in cerchio e lasciando uno in 
« mezzo, il quale deve tentare di scappare, passando sotto le braccia 
* di talune di quelle coppie. Dopo cantati i sopradetti versi da colui 

1) Sembra rhc qacsti Lucia fosse mollo in voga fra le canzoni popolai! di allora; ed 
arni che deise il Lome a giochi, a balli, a canzoni a ballo. Lo Sgrutlendio nera canzone 
ora ci- aia e ice : 

Lo bed^re pe 'na via 
'na catubba, chi gusto è! 
Ino fa dirne Lìicia, 
*n auto dice : Vucciahé.! 



e ne. rode A Cscci là càtubba si esprime anche pili chiaramente: 

Ferma su, mosto Paziezo, 
Ca I Olimmo 'na Lucia, 



poi inOne riporlaSla canzona ove Invocala Lucia, ed é la steisa canzone che la euccurucc^, 
ricordata anche dal Redi nel ditirambo: la vedremo fi a poco. 



Digitized by 



Google 



ANTICHE CANZONI NAPOLETANE 71 

«e che sta nel mezzo, il coro alza quanto più può le braccia, ma 
« senza disgiunger le mani, e replica: 

Le por^ atanno aperte 
si farcone voile entrare. 

« Se in quel momento a chi sta in mezze riesce fuggire per uno 
« di que' varchi prima che lo arrestino le braccia congiunte che 
« prontamente si abbassano ad attraversarglielo, vince; altrimenti 

< torna dentro e si continua il giuoco. Ci pare giuoco antichissimo. 
« 11 nome di Falcone si dà a quel di mezzo, come se stesse rinchiuso 
€ in una gabbia. 

9 Compà' Basile, che foie 7 loco sttsof 
Salutarne 'no poco la commare, 
pema r^ale, etc. 

10. E le brache de lo mio bene 
se vanno ve,.^ vennere. 
E vollitevelle accattare, 
o belle fe^menef 

«Questa si canta ancor. oggi. 

11. Atiza, Maruzza, e dà la mano a Cola: 

Cola se 'ncricca e sona la viola, etc. 

12. Parzonarella tma, Parzonarella, etc. 

13. Reviettolo mio, Reviettolo, 

e lo pappantingolo, e lo bello, etc. 

14. Aggio saputo ca sì malatellla, etc. 

15. Quanno penzo a lo tiempo passato, etc. 

16. JHmme, amore, e quanno m^je, etc. 

17. La primma vota c^io, etc. 

iS. Tu si de Troccfda, ed io de Pescarola, etc. 
19. Tanto me diste co sto naso.... 
pe 'nsi ca me faciste starnutare. 

€ Ecco tutti i versi iniziali delle canzoni antiche rammentate 
« dal Basile e dal Cortese in una sua lettera giocosa che porta la 

< data del 1614. Di niuno è stato possibile a noi ritrovar la copia 

< intiera, tanto è la supina indolenza che verso ogni memoria pa- 
« trìa è stata e dura fra noi. E poi osiamo paragonarci ai toscani? 
«Avremo eguale ingegno, eguale spirito; s'accordi: ma essi hanno 
« maggior zelo per la gloria della patria, e maggior cura a far 
« valere e dar risalto a qualunque cosa loro. > 

Di tutte le canzoni che il lettore ha viste qui citate dair Anonimo, 
solo una io ho potuto ritrovare per intero, ed è per l'appunto la 
dodicesima, ossia la canzone della Parzonarella (contadinellaj. Sta 



Digitized by 



Google 



12 I NL uvi Goliardi 

in un libretto di 4 carte in-8, che si trova nella Biblioteca Universi- 
taria di Bologna. « Villanelle | Napolitane | et ottave siciliane | 
curiose e belle. — Con un dialogo, et un Enigma, et ancora | un 
bel racconto di quante bellezze | deve bavere una donna. — Ca- 
vaie da diversi autori, — In Bologna, — Per Cari' Antonio Peri. » 

Canzonetta della Personarella e del suo Amante. 

Am. Personarella mia, Personarella, 

poiché vuoi ch'io fami, amor mio fino, 
dammi dei frutti del tuo bel giardino. 

Per8. Signor gentile, io son Personarella, 

io son guardiana, et amo il mio amor fino: 
et entt^ar non si può nel mio giardino, 

Am. Dammi due pomi, o due ceraselle; 

dammele presto, se me le vuoi dare, 
se non c/ie mi riduci a pazziare. 

Pers. Non ci son pomi, 7ié magico ceraselle, 
che volontieri io le vorria dare: 
pazienza, adunque, senza pazziare, 

Am. e se non le puoi coglier, faccia bella, 

prestami Torto e non ti dare affanno, 
che corrò *) // frutto senza farti danno. 

Pers. Un solo frutto ha ralbor mio bello, 

che lo conservo intatto senz'affanno, 
e coglier non si può senza mio danno. 

Am. Duìiqus se questa grazia ini vuoi fare, 
Personarella mia, 7ion dubitare 
che s'io fo il danno te lo vo' pagare. 

Per?. Vattene, va'; eh* io non lo voglio fare, 

che rorto è chiuso e non si può entrare, 
e fendo «) danno non si può pagare. 

II. 

Vittorio Imbriani nel suo lavoro La Ptdcc, Saggio di zoologia 
ielleraria (Catanzaro, 1875), riporta un brano di Tommaso Costo, 
in cui questi sul finire della giornata 2"* del suo Fl'GGILOzio fa 
discutere sulla poesia popolare una brigata ragunata a PoSilippo. 
11 Costo accenna a molti principi di villanelle, e in certo luogo 
rammenta la canzone di chi vuol trasformarsi in pulice, per moz- 
zecar le gambe della sua signora : ed io credo che la canzone 
rammentata nel Fuggilozio sia la seguente la quale traggo da un 
fascicoletto di 4 carte in-8% segnate A 2, intitolato: « Canzone alla 

1) Sumpa: coglierò, 
t) Stampa : facendo. 



Digitized by 



Google 



ANTICHE CANZONI NAPOLKTANK 7% 

Napoutana, iiovamente composte et mandate in luce da don Gio. 
Domenico di Nolla , Mastro dì Capella della Santissima Nuntiata 
di Napoli. — In Bologna per ViUorio BenaccL » 

Me varia trasfomnare, o faccia beila, 

in queìVanimaliiccio che saltando 

va per lo letto e sempre mozzecando. 
E piano piano, quando donni il giorno, 

me ne voria venire a contemplare 

Vangeliche bellezze vostre rare. 
Ma aggio paura che s* C ti mirasse 

'sso bianco petto, te mozzecaria 

di modo certo che te svegliarla. 
Dimmi, crudele, se te risvegliassi 

e me pigliassi con 'sse mano toi^ 

se vita o morte m£ darissi poi. 



III. 



Francesco Redi, buon Conoscitore di quella lieta scuola napo- 
litana,la quale ai suoi tempi poetò e favoleggiò nel patrio dialetto 
con fresca abbondanza di vena e larga varietà d* invenzioni e di 
armonie, rammenta alcuna volta nel Ditirambo, bellissimo, e nelle 
dotte Annoia zioni i migliori che tale scuola onorarono e posero in 
pregio, quali il Fasano, il Basile, il Cortese, lo Sgruttendio: fra 
questi più spesso ricorda l'ultimo, lo Sgruttendio, che facetamente 
cantò le bruttezze di Cecca in un canzoniere ch'ei chiamò La Tiorba 
a Taccone. Sotto questo aspetto il luogo del ditirambo, in cui Bacco 
raggiante di trionfo, di amore e di vino chiede ad Arianna di can- 
targli sulla viola la cunirucu, è per noi importantissimo perchè 
la cururvcii è per l'appunto una canzone di Fr^ifpvo Spruttpndio 
cui egli derivò, a mio credere, da fonti popolari. Francesco Redi, 
poeta, accennò adunque alla nirurucù nel ditirambo: Francesco 
Redi, filologo, la illustrò poi dì ta'i notizie nelle Annotazioni : 

€ La Curcu'urù. — Canzone cosi det^a, perchè in essi si re- 
plica molte volte la voce del gallo; e cantandola si fanno atti e 
moti simili a quelli di esso gallo, come sì può velere nella Tiorba 
a Taccone di Felippo Sgrutlendio da Scafato stampata in Napoli 
nel 1646 e ristampata nel 1678, alla corda nona, in quella canzo- 
netta che incomincia 

Ferina su Masto Paziezo 
ca facimmo *>ìa Lucia, >» 



Digitized by 



Google 



74 



I NUOVI GOLIARDI 



La cuccurucù neiredizione fatta in Napoli, 1678, per Francesco 
Mollo, si legge in questo modo: 

A CECCA LA CATUBBA 



Ferma su, masto Paziezo, 
Ccà facimmo na Lucia; 
E se mecca strunzo mmiezo 
A lo ghire pe la via: 
Vide Zoza, ca sta lesta 
Pe bederce, a la finestra. 

Vecco Uà Grannitia, e Leila, 
Giulia, Perna, e Carmosina, 
Margarita, e Portiella, 
Rosa," Gianna, e Fragostina, 
E cient*aute fresche, e grasse 
Regginelle de Vaiasse. 

Ma nfra tutte ecco Uà Gecca, 
Glie de st' arma sola è core ; 
Nò co d'essa se nce mecca 
Cocetrigna a lo sbrannore; 
Perchè avanza co na cera 
De beUizze, nfl a Meggèra. 

Li capiUe curte, e ricco, 
Ncrespiatelle, à shiuocche fatte, 
luune chiù de U pasticce, 
Dann'à tutte schiacche matte; 
E resta fanno confusa 
Go le trezze soie Medusa. 

GhiUo fronte stralucente, 
Pe chi tutto abbampo ed ardo; 
E 4ìhiù lustro, e resbrannente 
De na cotena de lardo, 
So Paurecchie ianche, e beUe 
Cinco deta longareUe. 

So le ciglia, ò belle cosel 

Né chìst'è cunto de Pvuorco, 
. Ga deritte so pelose 
Gomm'à setole de puorco, 
So le chiocche ncarutate, 
Gomm'à beccola spennate. 

Ma de Phuocchie, chi contare 
Pòli lampe, e l'auto riesto? 
S'è pe chesso, ogn'uno pare 
Pertusillo de no tiesto. 
Se parpetole so pone 
ScarnateUe, ma so bone 



Ghillo naso sproffllato. 
Auto a cuoUo, e moccosieUo, 
Si be' è luongo, e sta ncriccato 
Dace à tutte gran marteUo; 
E facenno no sternuto 
Dà no chiarfo pe trebbuto. 

Doi sauciccie saporite 
So U laure tostarieUe, 
E na nzerta so d'antrite 
GhiUe diente grossarieUe; 
Ed è tanto la voccheUa, 
Quanto cape na panella. 

GheUa facce ianca, e rossa, 
De colure mpetenata, 
Nforchia n'arma into na fossa ; 
Ma de gusto conzolata: 
E ncè pare à sto paiese 
Mascarella Ferrarese. 

Tene ianche doie zizzeUe, 
Ghe ne incaca a Gallone: 
Si se move, o fa squaselle. 
Fanno mpietto a tordeglione: 
E le puoi tenere mbraccia 
Gomm'à bertela, o visaccia. 

So doi Ronche le braccioUe, 
Da stronca le pene moie : 
GheUe deta corte, e moUe, 
Le man zolle (aimmè, che deie) 
So retonne, e mmessecchiate, 
Gomm'à provole Dimorate. 

BeUe coscio haue, e sottile, 
Gamme corte, tenne, e grosse; 
So li piede po' gentile, 
Si be' mestano assai l'osse; 
E le scarpe so attillate 
Dece punte, e sgavigllate. 

Dove lasso lo ventrillo? 
Zitto, aimmè, ca so gnorante: 
Strunzo, arroto a sto tantiUo, 
Non passammo tanto nnante, 
Ghe quaccuno, arrasso sia^ 
Me ncantasse Gecca mia. 



Digitized by 



Google 



ANTICHE CANZONI NAPOLETANE 



iù 



Su, Paziezcs de chiù sclorte 
Sona mò, ch'io sauto, e canto: 
Fa catubba, e sona forte, 
Fa ch'ogn' uno n'haggia spanto 
Vi sti sauté, e repolune. 
Stente appriesso tte canzune. 

Chi vedere vò lo shiore, 

Lo sbrannore 

De la Loggia^ e de la Zecca; 

Chi vedere vò la vera 

Primmavera^ 

Lassa tutte^ e bega Cecca: 

Cecca mia, 

Ca non dico la boscia, 
Lucia, ah Lucia, 

Lucia, Lucia mia, 

Stiennete, accostate, nzeccate ccà; 

Vide sto core ca ride,eca sgiuizza; 

Auza ssòpede, ca zompo canazza: 

Cuchurucù, 

Zompa mò su; 

Vecco ca sauto, ca giro, ca zompo, 

Nnante, c/ie scompo. 

Zompa Lucia, ch'addanzo io da ccà; 

Tubba carubba, e nania nà. 

Si tu isse camminaìVìo 
Revotanno 

Da la Lecca, n/l a la Mecca; 
TU belUzze propio mate 
Trovarraie^ 

Cììe mpara^gio stiano a Cecca; 
Cecca miai 
E non dico la boscia. 



Lucia, aJi Lucia, 
Lucia, Lucia mia, 
CotoqnX, cotogni, cotoqnià; 
Vide chesf arma ca scola, ca squa^ 

Tiente ca passo sautanno no Qua* 

glia,] 
Chuchurecù, 
Sauta mò su; 

Vecco ca sauto, ca tomo, ca roto. 
Vi ca mme voto, 

Sauta, Ltuiia, ca zompo io da ccà. 
Uh che te scurisse, e pemovaUa. 

Ceda à Cecca ogne zeteUa 
cianciosella. 

Né co d*essa se nce mecca; 
Ceda nfrutto ogne baiassa. 
Pecche passa 
De bellizze a tutte Cecca; 
Cecca mia, 
E non dico la boscia^ 

Lucia, a/i Lucia, 
Lucia, Lìscia mia; 
Cocozza de vino bona me sa. 
Vide cannella, ca tutto me scolo 
Tiente ca corro, ca roto, -ca volo; 
Cuchermcu, 
Rota mò su; 

Vecco ca roto, ca corro, ca giro. 
Vi ca sospiro. 

Bota Lucia ca scompo mo' ccà, 
Ngritta, ca ngritta, e cuccurusà. 



È facile accorgersi come solo l'ultima parte di questa canzone, 
da me posta in corsivo, formi la cuccurucù: come pure è facile 
intendere che era una canzone a ballo chiamata ancora col nome 
di Lucia (cca facimmo 'na Lucia). Il lettore avrà avvertito come 
io nel disporre tale poesia rabbia partita in tre giri diversi, giri 
metricamente uguali: ora parmi dover suddividere mentalmente 
ciascuno di questi giri in due parti : la prima delle quali io chiamo 
mobile, e l'altra fissa. La prima parte contiene, a mio credere, la 
strofetta chlabreresca di sei versi, mista dì ottonari e quadernari, 
alla quale strofetta sono aggiunti due versi a guisa di ritornello : 
e questa parte io chiamo mobile, perché credo che e nel contenuto 



Digitized by 



Google 



7a I NUOVI GOLIARDI 

e forse anche nel metro potesse essere variata a beneplacito del 
poeta; né, forse, era accompagnata dal ballo. La seconda parte com- 
prende l'invocazione, il sospiro a Lucia; poi la strofa di nove versi 
che chiude il giro; strofa che ti fa subito sentire che ]a danza si 
agita in pieno fervore. E poiché io son di parere che questa secondi 
parte appartenesse al popolo che l'aveva già fermata dentro limiti 
certi, in modo che dicendo di voler fare 'na Lucia, intendeva quel 
dato ballo con quella tal musica e quelle determinate parole, cosi 
io rho nominata fìssa; volendo per l'appunto intendere che non era 
soggetta (o snlo negli accessori) alle fantasie e ai ghiribizzi del 
poe*a, il quale la riceveva intera intera dal popolo senza poterla 
alterare; questo mi sembra potersi ancora inferire dal fatto che 
nel presente caso Cecca — ossia la creazione individuale sogget- 
tiva dell'artista —- non entra mai nella seconda parte e vi è al tutto 
estranea, ma in sua vece Lucia e il canto del gallo cuccurucù 
tengono il posto d'onore. 

Passando ad altro dico che ben poche poesie popolari sforzano 
con tanta efficacia i fantasmi a balzar vivi dalle parole disegnan- 
dosi nettamente fra le armonie imitatrici delle cose. Quanta varietà 
di suoni e quanto movimento d'imagini negli ultimi nove versi di 
ciascun girol Gli endecasillabi procedono a scatti, a balzi per me- 
glio dire, rapidi e affannosi; i quinari tronchi sembrano posti nel 
mezzo per dar tempo a ripigliar flato; gli ultimi due endecasillabi 
tronchi rapprese itano la fine del giro, la chiusa del ballo, quasi 
l'ultima battuta del piede plii secca e vigorosa delle altre. In questa 
poesia io vedo le smorfie, le rote, l'impazzire, odo lo schiamazzo, 
il furore di tutta una moltitudine che nel ballo libera e sfoga dif- 
fusamente la gioia rumorosa dell' anima, la forza sovrabbondante 
dei muscoli robusti; eccitata dal suo stesso gridare, dall'orgasmo 
della comune allegria, dal rumore che invita al rumore; contenta 
di ritrovarsi in faccia ad un cielo splendido benigno plaudente alla 
vita e alla gioia. 

Oltre alla canzone dello Sgruttendio due altre cuccurucù io 
conosco, le quali si trovano nel codice riccardiano 2868. La prima 
è intera, la seconda frammentaria per colpa del codice che in quel 
punto è mancante. 

1. Al m'è stato rubato il mio (latìetto: 

ohimè! che debb'io fa^ì Ohimè, meschina, 
che — [cajcuriicù — faceva ogni mattina! 
Mi sarà stato tolto per dispetto 
da qualche invidiosa mia vicina: 
che — [cu]curucù ~ faceva ogni mattina! 



Digitized by 



Google 



ANTICHE CANZONI NAPOLETANE 77 

A tutte fo saper il mio concetto: 

Chi rne io rende gli do una scestina: 

ctie — [cujcurucù ~ faceva ogni mattinai 
La notte el ini veniva sopra U letto, 

e air alba si levava la mattina, 

e — [cu]ciirucù — faceva la mattina! 



col pippiripl 

die facci, che spacci ' ^ 

la chichirichl, 
Doman poi ti (jinro 
di far, se vtioi tti, 
la chichirichl 
la cìicurucù. 

Ahi, vita gradita, 

sentio beW imbroglio 

s'aX mio cebibl 

eh* or mai tu, fai 

la chichirichi 
Sorsù ch'io non voglio 

per ora far più 

la chichirichi 

la cucurucù» 

Forbisci^ pulisci 

me pur con lo straccio 

ch'adopri ora qtU 

per Vunto e" ha smunto 

la cfiichlrichì. 
Hai intriso il ìnostaccio 

al mio pellachirì, 

con la chichirichi 

[o] col cuccurucù. 

E giacché siamo sul Redi e sulle canzoni ricordate nel DitU 
ramì)0, finirò avvertendo che egli cita ancora la canzone dei bevoni, 
il bombabà; la cita nel Ditirambo e la illustra nelle Annotazioni 
in questo modo — Il Bombababì è una canzone solita in Firenze 
cantarsi dalla turba de' bevitori plebei e comincia: 

Con questo calicione 
si carica la balestra 
chi ha 'l bicchiere in mano 
al suo compagno il presta; 
e mentre ch'ei berà 
noi direìno bombabà — 

E in altro luogo delle Annotazioni scrive — Cosa .... plebea è 



Digitized by 



Google 



7S I NUOVI GOLIARDI 

lo attaccar la bocca al fiasco j ovvero bere al boccale, E pure i 
Bevoni vanno cantando quella notissima canzone: 

n buon vm non fa mai male 
a chi 7 beve allo boccale, — 

Io faccio osserrare che nel riccardiano 2849 (Sec. XVII) si legge: 

Con questo caUcione 

si carica la balestra 

e chi ha U bicchier in m^no 

al swo compagno il presta 

e mentre che ei berà 

noi farem bom, ba, ba, ba 

bom ba ba ba bom ba ba ba ba. 
E Vha beuto tutto 

e non gVha fatto male 

chi lo beve allo boccale 

bevilo tutto, bevilo tutto 

che bvon prò ti possa fare. 

Lascio 1 commenti al lettore, e termino riportando altre due 
strofe del medesimo codice. È un'altra canzone di bevoni : già, runa 
tira l'altra come le ciliegie. 

Benedetti sia turaccioli 
eh* il btwn vin ne^ fiaschi turano 
el color che più ne credono 
che li son scMavo e tutti abraccioU, 

Benedetti sia turaccioli. 
Benedette sia le pevere 
cfie 7 bìAon vino e quelle imbattono 
el color che più n* inghiottano 
che non è acqua nel Tevere. 

Benedette sia le pevere. 

lo lo voglio pur dire. Mi sembra che questi versi, certo scor- 
retti, siano ubriachi. 

Severino Ferrari. 



Digitized by 



Google 



INTORNO A UNA VARIANTE DANTESCA 



« Graffia gU spirti, gli scuola ed Isquatra. » 
inferno, Gaot VI, ▼. 1$. 

Dante, seguendo il maestro suo Virgilio, attraverso il regno 
della morta gente, perviene al terzo cerchio, nel quale sono puniti 
i golosi. 

< Grandine grossa e acqua tinta e neve » 

percuote que' miseri dannati; e Cerbero, fiera crudele e diversa 

« Con tre gole caulnamoute latra 

« Sopra la gente che quivi è sommersa. 

« Gli occhi ha vermigli, la barba unta ed atra, 
« E il ventre largo e unghiate le mani: 

< Graffia gli spirti, gli scuoia ed isquatra. 

Tale è la comune lezione dell'ultimo verso ; ma il Boccaccio ed 
il Buti in luogo di iscuoia leggono ingoia^ ed il Blanc sulla loro 
autorità nella sua edizione della Divina Commedia introdusse questa 
variante (Die Góttliche^ Komódie uebersetzt und erldntert, von 
L. G. Blanc, Halle, 1864). 

A tutta prima può parere che la lezione del Boccaccio e del 
Buti sia erronea, perchè, seguendo l'ordine logico delle idee, ci si 
presenta come cosa conforme alla natura di Cerbero, ch'esso prima 
^ graffi^ poscia colle unghiate mani scuoiij ed infine isquatri gli 
spiriti dei golosi, e perciò ne ripugna il pensare come quella fiera 
prima ingoii gli spiriti stessi, e quindi gli faccia a brani. Tuttavia 
in non pochi luoghi del sacro poema si può vedere come Dante 
bene spesso, anziché seguire la naturale successione delle idee, ne 
abbia in quella vece invertito l'ordine. Sarebbe inutile il citare qui 



Digitized by 



Google 



80 I NUOVI GOLIARDI 

tutti quelli esempi: ne ricorderò uno soltanto, per questo rispetto 
singolarissimo. 

« Beatrice iu suso; ed io in lei guarilava: 
« E forse in tanto, quanto un quadrai posa 
« E vola, e dalla noce si dlscbiava, ecc. 

Paradiso, Cant. n, v. %% e seg. 

Dove si vede chiaramente avere Dante invertito per intero il 
modo con cui, seguendo il fatto, dovevano succedersi gli atti ac- 
cennati. Ond'è che per questa parte Fusare piuttosto la parola in- 
goia che iscuoia non altera punto la retta intelligenza di quel 
verso. • 

Ma vi ha ancora assai di più. Niuno ignora che il Cerbero 
Dantesco ritrova l'esemplare suo nel Cerbero dell'Eneide di Virgilio : 

« Cerberus haec ingens latratu regna trlfaucl 
« Personat, adverso recubans immanls in antro. 
« Cui vates, horrere videns iam coUa colubrls, 
« Melle soporatam et medicatis frugibus offam ' 
€ Obiclt; ille fame rabida tria guttura pandens, 
« Corripit obiectam atque inmania terga resolvit 
« Fusus humi totoque ingeiis extenditur antro. 

Eneide, Lib. VI, v. 417 e seg. 

Cosi Virgilio, nel quale l'intenzione artistica quanto al rappre- 
sentare Cerbero è di gran lunga diversa da quella deirAUighieri. 
Ciò cui sopra tutto intese il poeta latino fu di darci una imagine 
della smisurata grandezza della fiera. Quell' ingens Cerberus, quel 
recubans immanis in antro, quello immania terga resolvit^ quel 
totoque ingens extenditur antro lo dimostrano chiaramente. 

In Dante per altro non è cosi. Cerbero non è più soltanto il cane 
che sta a guardia de' luoghi infernali; è lo dimonio Cerbero, stru- 
mento di pena e simbolo della colpa stessa, della quale esso è pu- 
nitore. Cerbero rappresenta il peccato della gola; e si direbbe quasi 
che in questo canto (VI) spiri qualche cosa di cagnesco^ tanto il 
simbolo ha informato la mente dell'artista. Il latrare caninamente^ 
gli spiriti che urlano come cani, V aprire la bocca e mostrare le 
sanne, proprio del cane bramoso, tutto contribuisce a darci una 
imagine intera e viva del vizio della gola; e tutto trova poi il suo 
compimento nella similitudine che segue: 

« Qual è quel cane che abbaiando agugna 

« E si racqueta poi che il pasto morde 

« Che solo a divorarlo intendo p pugna, ecc. 



Digitized by 



Google 



INTORNO A UNA VARIANTE DANTESCA 81 

La quale similitudine in sé mirabilmente riunisce e il simbolo 
e la cosa significata , e la natura canina di Cerbero , e il peccato 
della gola, che sta a rappresentare. 

Tuttavia il Cerbero dell'Inferno Dantesco ha ben altre e maggiori 
relazioni Con alcuni mostri, o demoni che s'incontrano nelle Visioni, 

€ Ardua cosa sarebbe raflTermare (dice il chiar. prof. D'Ancona 
€ nel suo libro / Precursori di Dante, Cap. VI, pag. 107) che la 
€ tale tale altra leggenda sìa stato l'esempio tenuto innanzi da 
€ Dante, e quasi il germe onde poi si svolse il gran poema. Certo 
€ ò che coteste scritture erano forma di concetti generalmente 
« sparsi nelle plebi cristiane: tanto che si potrebbe anche soste- 
€ nere, che, più che ad esse. Dante abbia direttamente attinto alla co- 
« scienza popolare, la quale meditando sull'argomento aveva finito 
€ collo stabilire le penitenze che a certi peccati si convenivano, in 
« virtù di quella legge che l'Allighieri disse del contrapasso ; cioè 
« della corrispondenza fra la pena e il misfatto. L'identità del sog- 
« getto ha, dunque, sua ragione nelle opinioni del tempo: quella 
« dei particolari può essere o fortuita, o derivata dalla natura 
€ stessa dell' argomento , ovvero anche dalla tradizione. Tuttavia , 
« che Dante il quale alla ispirazione accoppiava la dottrina, e che 
4t d*ogni cosa si mostra studioso e conoscitore, dovesse interamente 
« ignorare queste scritture, cosi simili nella materia al suo poema, 
« non oseremmo asserire; né alcuno di buon senno potrebbe negare 
« che esse non sieno quasi necessaria introduzione al poema. Anche 

< il Creatore per trarne il mondo ebbe bisogno del caos ; e le leg- 

< gende dei vidiohari sono appunto la materia, onde fu composto 
« il poema. » 

Se questo ò vero per ciò che risguarda Tinvenzione e la forma 
della Divina Commedia, assai più lo è in quanto s'appartiene al 
Cerbero Dantesco. 

Dante accoppiava senza dubbio la dottrina alla ispirazione; e 
benché seguisse Virgilio neirimaginare la fiera custode deirinferno, 
da lui si diparti nel darle un valore etico, che nel poeta latino 
non ha. Ed ecco perché Cerbero di belva, semplicemente smisurata, 
quale esso é nel VI dell' Eneide , nella Divina Commedia diventa 
demonio, giusta l'idea cristiana. 

Non bisogna però mai dimenticare la natura e l' ufficio primo 
di Cerbero nell' Averne pagano: esso ne è il custode. 

« Tartareum iUe manu ctistodem in vincla petivit 
< Ipsius a scilo regis traxitque trementem. 

Eneide, Lib. VI, v. 305. 
I Nuovi Goliardi, 



Digitized by 



Google 



82 I NUOVI GOLIARDI 

E una belva, pressoché simile, ritroviamo in parecchie delle 
Visionij alla quale è pure assegnato il medesimo ufficio. 

Nella Visione di S. Paolo c'è Belzebù, che sta a guardia del- 
rinferno colla bocca spalancata nella quale attira le anime de' pec- 
catori, che ne escono poscia infiammate e nere come carbone. 

Nella leggenda di Tundalo vi ha una belva mostruosissima 
colle fauci aperte e in cui potrebbero entrare in un punto novemila 
uomini armati. 

Anche nella leggenda del Pozzo di S. Patrizio e' è la stessa 
bestia mostruosa che aspira e rigetta poi le anime dei peccatori. 

E lo stesso osserviamo pure nella Visione di Dritelmo. 

Accoppiando adunque TAllighieri l'elemento tradizionale fornito 
dalle Visioni, e Telemento dottrinario a lui somministrato in ispecial 
guisa da Virgilio, egli ha imaginato il suo Cerbero, che 

€ Graffia gli spirti, gli ingoia ed isquatra. » 

E dico ingoia, perocché oltre la rispondenza che abbiamo no- 
tata fra il Cerbero Dantesco e la mostruosa belva delle vusloni^ 
oltre l'autorità del Boccaccio e del Buti, vi ha altresì quella legge 
del contrapasso, che anche qui vuole essere osservata. E non la 
sarebbe invero se i peccatori non fossero ingoiati e rigettati poi 
da Cerbero, il quale così adopera verso di loro, come essi adopra • 
rono in vita per il turpe vizio della gola. 

V. Cortesi. 



Digitized by 



Google 



DALL'ARCADIA 



Augelletto gentile, 
lieto per Taer tu spiegavi il voi 
risalutando nel tuo dolce stile 
la primavera e il sol. 

Forse d*amor giulivi 
erìin gli accenti del tuo canto allor 
che scherzando coU'aure ivi e redivi 
dintorno al cacciator. 

Ed or solo e languente 
nel tenue corpo ti serpeggia il gel 
e col sereno tuo occhio morente 
guardi la terra e il ciel, 

e par che dica: addio, 
ampi orizzonti e limpido mattin; 
e lo spirto si scioglie in un desio 
mesto, senza confln. 

Anch'io fidente il guardo 
dentro fissava alla futura età 
e due palpiti aveva il cor gagliardo, 
Amore e libertà. 

Ma per sempre è partita 
la fanciulla del sogno giovanil 
gioconda e bella e del color vestita 
de le rose d'aprii; 

ma è vile e prostituta 
Libertà che la menfe vagheggiò, 
e a le earezze ed all'amplesso è muta 
di chi forte l'amò. 



Digitized by 



Google 



84 I NUOVI GOLIARDI 

PriTo di tanto raggio 
langue il bel fior de la mia prima età ; 
non ha più luce il cìel mite di maggio 
più sorrisi non ha. 

Invan tu batti Tale 
poTero augello e vai radendo il suol 
e restremo tuo spirito vitale 
raccogli in muto duol; 

invan maledicente 
airopre della vita e dell'amor, 
io passo i di pensando a le mie spente 
imagini del cor. 

Como, i876. 

ANGELO SCALABRINI. 



Digitized by 



Google 



LETTERE INEDITE 



w 



LODOVICO ANTONIO MURATORI (9 



Rev.^o pre. Sigs sigs^ e Pron. Col^^ 

So che partono da un ottimo cuore i benigni auguij, de' quali 
mi ha farorito V. S. Rev.""*, ed ha anch' ella da essere ben persuasa, 
ch'io di tutto cuore desidero a lei ogni maggior felicità. 

Il Piombo venuto alle di lei mani di Teodoro Eparco d'Italia, 
che probabilm.* fu Esarco di Ravenna, o pur comandò ad una i^arte 
del Regno ora di Napoli, è anticaglia da apprezzare. Ma non ò giunto 
a tempo d'entrare ]&ella mia Dissert.'' de Sigillis, già stampata nel 
T. III. Antiqu. ital. già publicato. 

Sicché V. S. Rev.™* s'è già affratellata con cotesti Letterati; e 
me ne rallegro con lei, ma spezialm.^ perchè abbiamo conosciuto 
il nostro Rev."* Tamburini, e 1' onoratiss.® P. Bianchini. Allorché 
saranno in piedi le disegnate Accad.^ si darà nelle trombe, e sal- 
teran fuori ingegni felici, e si tornerà in credito Roma, dove l'E- 
rudizione era alquanto fallita. 

(1^ Queste letlere inedite di L. Antonio Muratori furono tratte da un codice cartaceo della 
Plbtioteca Comunale * iacentlna, che ne contiene btn 689. Esse sono tuite scritte di mano «'el 
Muratori e diielte al P. Alessandro Maria Cliiappinl, piacentino. Pareccliie trattano, o di cose 
d'antiquaria, o di ietleratura, o di reiig one; le più contengono notizie intorno aila Querra 
di tuccessione, clie, incominciata nel 1*741, finì col trattato di Alx-la-Chapelle nei 1718. 

Quanto al P. Alessandro Maria Clilappini, dirò ch'egli fu de'canonici Lateranensi. Lttlore 
di filosofia e di teologia prima in Modena, poi in Bologna , passò Abate di Governo in Pia- 
cenza ; quindi seguendo la gerarchla dell'ordine, fu fatto visitatore generale, procuratore, e da 
ultimo generale de' monaci Lateranensi; nel quale ufficio morì in Roma li S g^ennalo dei 1731. 
Fu uomo assai dotto di storia naturale e di archeoiof ta ; e a lui si doveva la Libreria e il 
Hnseo del Mojastaro di San<.'AgosUno in Piacensa, 1 cui tesori andarono perduti nella top- 
presstona di quel monastero, av venuU nei giugno dei 1788. V. Cortesi. 



Digitized by 



Google 



85 1 NUOVI GOLIARDI 

Se non è la di lei bontà, clie mi sbrogli da un* affare, non so 
a chi ricorrere. Il Sig/ March.® Capponi Fov.* di s. s. mi fece spe- 
rare alcune Iscriz.^ inedite del suo Museo, acquistate nell'anno ad- 
dietro. Si aspettava il S."* Ab.* Ramagini, che mi avea promesso di 
copiarle. Questi o non torna più da Frascati a Roma, o certo non 
mi scrive più. S'ella potesse prendersi T incomodo d'abboccarsi con 
esso cav.® portandogli le mie preghiere ed ossequi, potrebbe con- 
certiir seco la maniera di ottenerle. Nel qual caso mi occorrerebbe 
un copista, che pagherò. Da Trivigi mi venne un Catal.® di Militi 
d'esso Museo. Si potrebbe risparmiare. Vegga di grazia quello che 
può fare: che gliene resterò sommam.® tenuto. 

Mi aspettava io da V. S. Rev.*"* qualche parola intorno all'O- 
per.* di Ant.® Lampridi, e se V abbiano peranche crocifisso costi. 
Nulla mi asconda, se mi vuol bene. 

Desidero anche di sapere, chi sia quel Prete Sanese dell'Orai* 
Aut* del tratt.* degli studi delle Donne, Libro che già intendo proibito. 

E con ciò rinnovando le proteste del mio inalterabil' ossequio, 
mi confermo 

Di V. S. Rev.""» 

Mod.^ iO Genn.'' 1740 

Divot."'° ed Obb.** serv.* 

LoD.* Ant.° Muratori 

Rev.^o pre. SigS Sig.^^ e Pvon, CoL^<> 

Mi ha ben rallegrato il favoritissimo foglio di V. S. Rev."*, 
perchè mi fa conoscere me stesso tuttavia presente alla di lei me» 
moria: il che è poco; ma anche mi porta alcune inedite Iscrizioni 
a me sommamente care. Mille e poi mille grazie per questo favore. 
Ne farò buon' uso per me, e merito al benefattore. Oh io son certo, 
che quando ella avrà ben imparato Tuso del paese, ed altri avran 
conosciuto il di lei bel genio, che non si potrà astenere dal sacri- 
ficare al Museo Piacentino quel danaro che suo costume è d' impie- 
gare in tante belle imprese. Voglia Dio che ne possa anch'io par- 
tecipare. 

Ricevei molto bene la Lettera di V. S. Rev."'* lasciata in Mod.* 
né le diedi risposta perchè me la immaginai piena d'aflFari, allorché 
ella venne a sostenere cotesta Onorevol Carica. Mi rallegrai bensì 
che fosse seguita pace col Ministro, al quale poi ne parlai, trovan- 
dolo tutto stima di lei, e desideroso dì servirla. 



Digitized by 



Google 



LETTERE INEDITE 87 

Felice ella, che ha veduto uscir fuori la maestà di un Papa 
novello. Me ne son' io rallegrato non poco, non perchè io voglia o 
speri cosa alcuna da lui, ma perchè avendo avuta qualche bontà 
per me dà Cardinale, spererei che non mi guardasse con occhio 
bieco, ora che è Papa. Vo' pensando alla maniera di fargli umiliare 
le mie congratulazioni. Caso mai che V. S. Rev/"* avesse da andar 
sola a baciargli i piedi, pensi un poco , se fosse cosa tollerabile e 
non impropria il dire alla S. S. che v'ha in Mod.*una persona, che 
s'è sommam.'' rallegrata della di lui assunzione al trono. E tempo 
vi sarà da pensare, perchè Dio sa quando si diano le udienze da 
un nuovo Pontefice. 

Noi qui abbiam perduto il D.re Chierici con dolore di tutta la 
Città cominciando da i primi sino a gli ultimi, perchè uomo si va- 
lente ei utile nella Chirurgia non troveremo più. Il danno è ancora 
di tutte le circonvicine Città. 

Con augurarle sanità, ed ogni altra Felicità, e con rinovar le 
proteste del mio indelebir ossequio mi ricordo 

Di V. S. Rev."* 

Mod^ 20 Ag."" 1740 

Devot.® ed Obbl.^ serv." 
LoD.® Ant.** Muratori 

Rev.^^ Pre. SigS SigS'i e Pron. CoL^^ 

Anche per mia buona fortuna si truova in Roma V. S. Rev."*, 
la quale nudrendo per me tanta benignità me ne fa goder gli ef* 
fetti con procacciarmi di coteste Antichità. Ne ricevo ora due altre 
Iscrizioni. La P.* assai da stimare per cagione di quel Distico , e 
del nome del Marito segnato con un solo L. cosa rara. La 2.* an- 
ch'essa è da pregiare. Vi ho osservato il F. ARINTES in vece del 
PAEENTES, Quando stia cosi, il Marmorario ne è in colpa..Saranno 
amendue un pregio del Museo Piac.** La povera Pia,* spogliata da 
altri, verrà rivestita da lei. Intanto io le rendo infinite grazie per 
q.*" regalo. 

Ben conosceva io per la sua fama di gran Guerriero il Card.** 
Portiguerra, ed ho conosciuto ultimam.® Mons.® Fortiguerra bizzarro 
Ingegno, cne se avesse voluto nel suo Poema del Ricciardetto fati^ 
car più nel disegno, era capace di farci vedere il secondo Ariosto. 
Ho con piacere veduto l'Bpitafio d'esso Card.® La braveria allora 
era un pregio anche ne' Porporati. Son cessati que' brutti tempi. 

Se allora fosse vivuto l'Em."^ Alberoni, certam.* al suo grande 
spirito non sarebbe mancato im bastone da ... . Ora egli andrà 



Digitized by 



Google 



88 I NUOVI GOLIARDI 

a governare i Petro^j. Gran rumore fra loro Ai a q.* nuova. Al 
Biron a sta Città? andavano dicendo tutti. Ella sa chi sia il Birone. 
Dicono, darà esito al Reno, ma che di valle in valle lo manderà 
al Mare. Quando fosse cosi, avrà i plausi ed elogi anche da i Fer- 
raresi e Modenesi. S* egli è più costi, e truova luogo per umiliare 
air E. S. il mio ossequio, e le mie congratulazioni, dica, che sarò 
più vicino da qui innanzi a i suoi riveriti comandam.^ 

Quanto al digniss.® novello Pontefice, sappia V, S. R."**, che 
tardò poco a parlare di me con Mons.'® Livizzani. Avvisatone io, 
scrissi tosto ad esso Prelato supplicandolo di mettermi a piedi di 
S. S. e spero che V avrà fatto. Però potrà ella per altra occasione 
riserbarmi le sue grazie. Ma caso che mi avesse già favorito, ne 
avrò piacere. La ringrazio intanto delle sue benigne disposizioni , 
e godo che già si sia fatta conoscere alla S. S. che sa ben conoscere 
chi ha, e non ha merito. Sempre più tenuto io alla di lei beneficenza 
le rassegno.il mio ossequio, e mi ricordo 

Di V. S. Rev."» 
Mod.^ 9 7bre 1740 

Divot.^ ed Obb."* serv.* 
LoD.® A.** Muratori. 

Rev.^^o prf. Sig.r Sigre e Pron. Col.^^ 

Sar^mno dunque poste alla partita di S. Agostino di Piacenza 
le Iscrizioni, delle quali mi ha favorito V, S. Rev."'* e vedrò di ri- 
cordarmi di scrivere PARINTES. 

Portò poscia Mons.^ Livizzani le umilissime congratulazioni 
mie al Santo Padre, che per sua benignità le gradi. Non so già io 
come sarà gradito costi un Trattarelio, forse non ancora comparso, 
di Antonio Lampridio de Si*perstiiione vitanda^ in cui si sostiene la 
censura di Lamindo. Printanio contro il voto di dar la vita per l'Im- 
mac* Concez.* Dicono che è stampato in Mil.°, ma si vende solam.* 
in Yen.* da Simone Occhi. S* ella ne sentirà parlare in bene o in 
male> la prego di non tacerlo alla mia curiosità. 

Ho rallegrato q."" S.' M.® Livizzani colle buone nuove del sig.' 
suo figliuolo, e la ringrazio ancora di questo. 

Sento che si aspetti in breve a Boi.* TEm.*"® Alberoni, se poi 
con giubilo, noi so dire. Ben so che quella Città avrà un di da 
ringraziarlo, e che si loderà V Elettore, e T Eletto. 

Allorché sarà calata la furia delle visite e de gli affari, V. S. 
Rev."* non andrà in vano airAnticam.* Pontificia. Noi sentiamo 



Digitized by 



Google 



LETTCRK INEDITE 89 

buone nuove di S. S. che pensa non al privato, ma al pubblico bene. 
Dio gli conceda sanità e lunga vita. Augurando io anche a lei lo 
stesso regalo, ossequiosam.* mi rassegno 
Di V. S. Rev."** 
Mod^ ì Ottobre 1740 

Div."* ed Obb.* serv.* 

L0D.*A.*MUEAT0RI 

Rev.'^<^ Pre. Sig SigX^ e Pron, (Jol.^o 

Anche cotesti pezzi Doliari son belle memorie deirAntichità , 
e faran bella comparsa in S. Agostino. Giacché V. S. Rev."** mi ha 
fatto degno de gli ultimamente acquistati , li farò io comparire 
nella mia Raccolta con onore del Benefattore. Sono ben copiati e 
sommamente la ringrazio. 

lersera sentimmo arrivato TEm."* Alberoni a Castelfranco. Io 
questa mattina, ed oggi anche dopo pranzo sono stato alla posta 
per colpirlo, credendo pur che venisse, ma non s*ò veduto. Ve- 
dremo domani, se mi fosse proprizia la Fortuna. Anche per la 
bontà con cui V. S. Rev."* mi ha favorito presso dell' B S. me le 
protesto sommam.^ tenuto. 

La villeggiatura si fa da N. S. in Città, e son nobili i suoi 
divertimenti. Nobilissimi poi son certo che saranno i di lui disegni. 
Ma ancor*io ripeterò, che il Mondo è un gran Bestione, avvezzo a 
camminar bene, e senza voler leggi ; e tale sarà, finché sussisterà. 
Tuttavia sempre é bene il procurare di metterlo in buon sesto. Se 
non si ottiene tutto, si ottien nondimeno sempre molto o poco. 
Però Dio conservi il buon Papa, e secondi le di lui sante idee pel 
pubbliòo bene, e per gloria della Chiesa. 

Godo poi, che V. S. Rev."'* abbia imparato a conoscere il no- 
stro Mons.*" Lavizzani, onoratiss.° Lombardo. Quando il rivedrà , 
gli porti i miei rispetti. Dopo V Ognissanti vi manderemo ancora 
il nostro P. Ab. Tamburini , chiamato da S. S. Anch* egli è perso- 
naggio dignissimo. Cosi i poveri Gemignani non saranno affatto 
Indiani ne i sette Colli. 

Aspetto in breve il T. III. Antiqu: ItaL che già è stampato. 
Aspetto anche, o almen desidero Tenore de i di lei Comandamenti, 
ed ossequiosa n ente mi rassegno 

Di V. S. Rev.'"* 

Mod: 18 Sbre i7 iO 

Div.*» ed Obb."'!» serv/ 
LoD. A.** Muratori. 



Digitized by 



Google 



iàO I NUOVI GOLIARDI 

Xet?«o Pre. Sig. SigS^ e Pron. CoL^ 

Immaginava ben* io, che venendo V. S. Rev."* neir Empo- 
rio delle Antichità, non potrebbe far di meno di non caricarne 
una barca per arricchire il Museo Piacentino. Veggo che a poco 
a poco la barca si va caricando; ed anch'io sguazzo per que- 
sto suo bel genio, mercè di quella beneficenza, che fa parte 
anche a me delle sue prede. Vivamente ora ringrazio la di lei 
bontà per le ultime inviatemi. Due d'esse mi avea veramente in- 
viato il Sig. Ficoroni. L'una è di L. CLO-DIVS EROS. Ella scrive 
PASCHVSAE SVAE, ed egli PASCVSAE F. SVAE Mi dica come 
sta, perchè q.* voglia farla saltare in S. Agostino di Piac* L'altra • 
è Cristiana col Monogramma di Cristo INNOCES PUELA. Q.' già 
r ho inviata a Mil."* , né son più a tempo di mutarle sito , -né di 
correggerla o mutarla, come ella legge. Sarà per quanto dicono, 
fra due mesi terminato il T. III. Intanto è certo , che il III. delle 
Antigu, ItaL è uscito fuori ; ed ella ha ben ragione di non volerlo 
far venire a Roma per riportarlo poscia alla patria. 

Allorché TEm.'"® Alberoni pa>=sò , fui beli' avvisato , ma giunsi 
alla Posta pochi momenti, dappoiché era partito. Vedrò se potessi 
colpirlo nel suo ritorno. 

Quanto a me son persuaso, che N. S. farà di belle cose. Ho 
udito Bolognesi temere, che essendo venuto costà il Sig. Mellara 
contro r opinione che correva , questi abbia da pregiudicare alle 
rette intenzioni, e al favorevol concetto di S. S. Io per me non lo 
temo* 

Verrà il P. Ab,* Tamburini, ed è già stato informato del merito 
di V. S. Rev "** Sarà cura di lei di conoscere un personaggio dotto, 
onorato, ed amorevolissimo. Voglia Dio, che vada innanzi. 

Ultimam.® ho letto il Diario Cinese di Mons.® Mezzabarba stam- 
pato alla macchia. Non sarà piaciuto a i P. P. della Comp.* 

Gran dire sarà stato costi per la morte inaspettata dell' Imp.* 
Ma più degli altri ne avran parlato i Piacentini. Dio ce la mandi 
buona. Noi siamo cani scottati. 

Con che ossequiosamente mi ricordo 

Di V. S. Rev.^"* 

J.'cci.fl 5 Nov,^ 1740 

Dev.^ ed Obb* Serv.* 
LoD.*^ Ant."^ Muratori. 



Digitized by 



Google 



BOLLETTINO BIBLIOaRAFIOO 



La vita nuova — Milano e suoi Dintorni — Milano, 1881. Stabi- 
limento G. ClVELLI. 

Dagli scrittori della Vita Nuova ci aspettavamo qualche cosa di meglio, 
e forse fu lo stesso senso d'insoddisfazione, di mal contento, che ha pigliato 
noi dopo la lettura del Milano e suoi Dintorni, che ha fatto brontolare il 
Correnti nella Palinodia che chiude il volume. 

L'aver voluto tirar dentro scrittorucoli di niun conto ha nociuto di molto 
alla fortuna del libro: perchè se certe figurine, certi studi, e certe secre- 
zioni di sentimentalità morbose han fatto volume, non han però dato valore ; 
anzi ! 

Quel che fa meraviglia è che certi giovani d'ingegno e di buoni studi, 
che han già dato beUa prova di so, abbian voluto concorrere a rendere più 
disgraziato un libro che per il titolo che porta doveva star loro |molto a 
cuore. 

Cosi il Colombo che parla della Musica, per aver voluto evitare i difetti 
di una diceria seria e uggiosa con note statistiche, con genealogie, criti- 
che, ecc., ecc., è caduto nel difetto opposto: nella leggierezza. Per voler vi- 
durre musicisti, dilettanti, professori a macchiette e figurine, ci diede deUe 
ombre, sotto cui si qualche volta si travedono i tratti spiccati di un indivi- 
duo, ma che il più delle volte sbiadiscono in una nebulosa generale. 

Cosi il Borghi, che s'era mostrato tanto poeta nel Milano dall'Ottino, qui, 
se togli le pagine sulla Giovine arte, di cui la nota caratteristica è l'affetto 
e una certa giovanile baldanza, neUe altre cose non sembra più lui. 

Cosi il Bazzero, che sa scrivere di arte così bene quando vuole, non ci 
dà che una magra guida di alcuni Musei^ e certe pagine sui Monumenti, che 
par di leggere una lirica di Praga, vedere un quadro d'un imitatore di Cre- 
mona: ci sono figure che svaporano senza contorni in mezzo a una poetica 
nebbia che stanca occhi e cerveUo. 

In mezzo al generale naufragio tre soli han saputo stare a galla, Qalateo, 
De -Marchi, Baravalle. 

A. Galateo nella Milano Visione ha pagine molto belle sufia vita scapi- 
gliata degli artisti ch'egli ha conosciuto appena entrato nel Mare Magno della 



Digitized by 



Google 



92 I NUOVI GOLIARDI 

capitale lombarda. C'è del rimpianto nel confronto della realtà prosaica 
dell'oggi con i matti e bei sogni d'un giorno, quando erano nel vigore del 
loro ingegno il Sacchetti, il Praga e altri poveri morti. 

Quel simpaticissimo scrittore che è Emilio De-Marchi, con quella vena 
di spirito di buona lega e di umorismo che ricordano il Dickens, con quella 
disinvoltura e malizietta che fa fermare e pensare , ci guida per i Din- 
torni di Milano y ci discorre argutamente della Galleria, dell' Omnt&u^, e in 
una pagina di poetico vernacolo lireggia al noster Domm, Peccato che per 
la sua devozione manzoniana, parlando della casa dell'illustre poeta, si sia 
lasciata scappare una mezza corbelleria! 

Un vecchio maestro^ caro a chiunque ha sentito la sua parola calda d'en- 
tusiasmo, di Tita, d'affetto, Carlo Bar a valle, parla in poche, in troppo poche 
pagine di yecchi maestri. 

In quattro tocchi, che bei ritratti di Cattaneo, Ravizza e Sirtori ! 

Da bravo! ora ha pensato ai maestri — si ricordi anche degli scolari. — 
I GK>liardi aspettano ansiosi. 

G. 

G, L. Patuzzi. — Sfóghi del signor Scannavini, — Novella, — 
Verona, Kayser, 1881. 

Il signor Patuzzi s' è acquistato già un bel nome per altri racconti , ove 
si ammirava insieme con il brio dello scrivere una esatta conoscenza de* ca- 
ratteri, che né faceva tanti delicati studi psicologici. 

L'intreccio è quasi sempre nullo: le passioni non sono mai prorom- 
penti: la favola non esce mal dal comune: ma c'è una si bella maestria 
nel mettere avanti e lumeggiare i personaggi, c'è tanta novità e freschezza 
nella condotta del racconto, tanta saggezza di osservazioni, tanta vivacità 
nella dicitura , che tutte le sue storie senza eroi si leggono d'un flato e de- 
stano il più grande interesse. 

Il segreto del buono scrittore! 

E anche in quest'ultimo lavoro, che è senza dubbio però inferiore a Volo 
d'Icaro, il signor Patuzz» afferma gli stessi pregi. Grande studio di caratteri 
non e' è e non ci può essere, perchè il racconto sia fatto in prima persona, 
e però non ci sia dramma — (sebbene non si possa negare che le figure del 
deputato, del consigliere Gattolari, dello zio avaro siano ben riuscite) — ma 
la semplice storia del povero signor Scannavini è narrata con tanta bono- 
mia, con quella grazia tutta inglese di usare sobriamente e a tempo del riso 
e della malizietta, che questi sfoghi si fan leggere Ivolontieri e paiono una 
novità. 

A quando un lavoro più serio? 

G. 

In Sabina — Sonetti di L. A. Michelangeli — Prima Decade — 
Bologna, Nicola Zanichelli, 1881. 

Si è detto sempre, e si ripete anco adesso e chi sa fino a quando, che il 
sonetto è un genere di scrittura molto difficile, e pochi sono i fortunati che 
ci liuscirono e oi riescono a produrne dei veramente belli e perfètti. — 1- 



Digitized by 



Google 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 93 

sonetti di L. A. Michelangeli, se non sono da amio velarsi ira questi, iii gene- 
rale sono tutti bellini, delicati, disinvolti; esprimono sentimenti ed impres- 
sioni vere, ed i luoghi e la vita dei paeselli, in Sabina, vi sono descritti 
con maestria di verseggiatore non comune. 

Nel I sonetto, per es. non è sopportabile quel peso d' aggettivi addossato 
al solo sostantivo acque : 

l'acque veline saltan pel macigno 
iridescenti^ funiide, stupende. 

E poi le acque stupende; bisogna sapore troppo di latino! 

Nel II, bello per descrizione e per pensiero, direi leopardiano, non si ca- 
pisce il margine divino, se non si pensa che fa rima con tantino; e guai 
quando in un sonetto di quattordici versi è manifesto lo sforzo crudele della 
rima. 

Nel IV, pieno di movimento drammatico e d'antitesi, sono poco armoniosi 
•:r3 versi : 

E due. — Riposo. — Evviva la Traviata! — 
Hanno più gusto del Mahàbhétrata! 
lavoran di forchetta in sul piattello. 

Nel V, persuade poco la similitudine: 

Il variopinto popolo sabino, 
qui d'ogni valle accolto e d'ogni balza, 
stretto, ferino, in ginocchio, a capo chino, 

una fiorita immema agata pare. 

Nel VI, la chiusa 

Oh chi mi torna a la piazzetta cara l 

commuove troppo poco, isolata come è, e dopo 13 versi di descrizione 
d'un paesello, che ha nulla d'invidiabile. — Almeno avesse qualche relazione 
con quella bianca figlia del conte, c?ie guarda da l'oscure pietrs del veroncello, 

L'Vin ed il X piacciono per la fina ironia della loro chiusa. 

Attendiamo altre decadi per trovare i pensieri poetici, espressi nella forma 
artistica^ di cui qua e là, in questi sonetti, esiste il germe, e dire del Miche- 
langeli tutto 11 bene possibile. 

C. 

C. M. B.j Un'alba d'oro. — Versione dair inglese di Filippo 
Maria Gatti. — Milano, Dumolard, 1881. 

È un racconto di genere romantico , che per altro valeva ben la pena 
del tradurlo in italiano. 

Nel castello di Dene, che quell'anno riuniva un gran numero di persone, 
era stabilito con piena soddisfazione di tutti che Ala Branston , il giovane 
signore di Elmsthorpe, avrebbe impalmata Giacinta Vane, la figlia dello stu- 
dioso solitario. Egli, bello, cortese, coraggioso, col lieto sorriso negli occhi 
neri, coli' armoniosa voce, coi nobili modi era il bello ideale di un amante, 
ardente, poetico, piacevole; ella, sì delicata di carnagione e di forme, si per- 
fetta nella sua fresca fanciullesca leggiadria, assai più che altra cosa pareva 



Digitized by 



Google 



94 I NUOVI GOLIARDI 

uno de'flori da cui si nomava, e i suol occhi erano delio stesso colore dei 
floralisi, del cielo, dei mari del Sud. Ladv Fraser, bellissima e d' una vanità 
insaziabile, vuol sedurre Ala Branston , che per qualche giorno sembra tra- 
scurare la fidanzata. Giacinta, gelosa, una sera esce dal ballo esclamando : 
V ucciderò se mi ruba l'amor rnioì 

V indomani il castello è tutto sossopra: trovano Lady Fraser assassinata 
nel suo letto. Giacinta è messa in prigione e condannata a morte. AU'alUmo 
istante , quando ella sta per salire il patibolo, giunge Aia Branston col de- 
creto d'assoluzione e libertà per Giacinta. Un italiano, il conte Andrea Fie- 
schi, moribondo s'era confessato colpevole dell'uccisione di Lady Fraser, che 
tre anni prima, a Ravenna, dopo di aver acceso nel suo cuore la funesta 
scintilla perjsoddisfare la sua vana ambizione, s'era fatto beffa di lai, ed 
egli l'aveva seguita in Inghilterra per vendicarsi. 

Della fedeltà di questa traduzione ci assicura la valentia del prof. Gatti. 
La narrazione procede piana e il libro si legge tutto d' un flato. Le pene di 
Giacinta ed il lavorio di seduzione della Fraser sono descritti assai bene. 
Tuttavia ho incontrato qua e là alcune frasi, alcune parole di quelle che i 
nostri vecchi direbbero poetiche le quali mi sembra che rechino danno, piccolo 
del resto, all'azzurra semplicità del racconto: pochi nei che l'egregio Tra- 
duttore farà senza dubbio scomparire nella ristampa del suo lavoro. 

S. 

Gaetano Sangiorgio — Primi Scritti — Milano, Tip. Ed. Lomb. 

Il principale difetto di questo libro è di essere troppo voluminoso. Se le 
600 pagine fossero state ridotte a 200, ci avrebbero guadagnato autore e let- 
tori, perchè certi scritti d'occasione e certi lavori invecchiati non possono 
che nuocere all'uno, e annoiare gli altri. — Il libro contiene due specie di la- 
vori: racconti e dissertazioni. I primi hanno il merito di farsi saper leggere 
per una cotale arte di saper tener desta la curiosità: e specialmente il prim'o 
racconto della trilogia, Le tre valli della Sicilia, è nel suo genere un lavoro 
perfetto. Ma non cosi pur troppo si può dire degli altri, ove la mancanza di 
studio di caratteri, il troppo soggettivismo, la smania di sentenziare e citar 
versi, lo stile tronfio ed espressioni strane rendono faticosa la lettura di pa. 
glne parecchie : specialmente nella Punta delV Alice che è del resto una sto- 
ria strana ed Inverosimile. 

Gli stessi difetti si notano nelle dissertazioni scientifiche e letterarie. 
L'autore non ha ingegno critico: basta legf?ere le pagine Intitolate Settem- 
brini e Perrens^ quelle su Pier della Vigna, sul Gozzi ^ per persuadersene. 
In questi studi c'è troppa spezzatura^ si ripete cose troppo trite e ritrite, non 
brilla mal un'idea nuova, e alla freddezza della dicitura s'accompagna non 
di rado la pretesa dell'erudizione. 

Ma quando l'argomento lo tocca da vicino e si fa caldo nel suo intelletto, 
allora l'autore ci sa dar pagine eloquenti e, se non dotte di critica, belle di 
entusiasmo, come quelle su Camerini, Giuseppe Rovani, e in ispecle quelle 
per Foscolo, che sono una calorosa apologia del grande poeta contro le ma- 
ligne e stupide scoperte « di certi spigollstrl di biblioteca. » Ma ad ogni modo 
per la svariata congerie di roba che si contiene in questo volume è difficile 
darne un giudizio generale. Per noi , dopo fattane la lettura, il Sangiorgio 
ci ha fatta l'impressione di un uccello che non ha ancora trovato il suo nido. 



Digitized by 



Google 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 95 

di un poligrafo che vuol essere moderno nei concetti e nei giudizii, ma la cui 
forma e maniera di scrivere ci mostra uno che ha predilezioni vecchie e fuori 
d'uso, e si sarebbe tentati di dargli il consiglio ch'egli suggerisce a' suol sco* 
lari: H fautéarire le plus possible comme on parie, ecc., se non s'avesse timore 
di far cosa vana. G. 

L. CiAMPOLi. — Racconti Abruzzesi. — Milano, Brigola 1880. 

Fatta eccezione per Orso che è un tipo che non appartiene a nessun paese 
del mondo, questi racconti potrebbero essere intitolati siciliani, piemontesi, 
brianzoli, e nessuno ci avrebbe a dir su: perchè se togli qualche tocco di 
paesaggio, e qualch'altra peculiarità di linguaggio e di vestire, l personaggi, 
cominciando dall'autore, protagonista in vari graziosissimi bozzetti, fino alla 
robusta e fiera figura del guardaboschi, noi li incontriamo in ogni paese: 1 
loro affetti e passioni sorgono e prorompono tanto là suU'Apennino quanto 
qui nella pianura lombarda. E questo è appunto uno dei pregi dei racconti 
dei Ciampoli, che non ci presentano tipi straordinari, esseri pieni di mistero, 
circondati di orrore , da far parere quelle montagne un semenzaio di geni 
Incompresi, di giobbi maledicenti alla natura, di idioti-filosofi e vai discor- 
rendo, come si compiace di dipingere qualche scrittore di Ingegno robusto, 
ma troppo giovine per saper riprodurre la natura senza affibbiarle il man- 
tello dei soggettivismo. Qui sono i drammi delia vita comune, con le lero 
note ora gaie, ora meste, ora truci, ma sempre vere, che ora fanno sorrì- 
dere, ora pensare: commovono sempre. — É un libro che si legge d'un flato, 
e giunto all'ultima pagina, se ne lamenta la brevità. 

A questi chiari di luna mi pare che non sia poco. G. 

Marco Formkntini. — La dominazione spagnuola in Lombardia. — 
Milano, G. Ottino editore, 1881. 

Per dire la verità l' autore non discorre delia dominazione spagnuola in 
tutto il paese lombardo, e molto meno in tutte lo provinole dello Stato di 
Milano; anzi non parla quasi mai di ciò che accado fuori della nostra città. 
Del resto il merito principale del Formeniiui è questo, d' aver trattato l'epoca 
di S. Carlo Borromeo sotto un punto di vista abbastanza razionale ed indi- 
pendente, e coll'appoggio di documenti finora trascurati ad arte, perchè non 
potevano servire all' esagerata apologia di quel cardinale ; e ce n' era bi- 
sogno, specialmente dopo la pubblicazione dei tre volumi del canonico Sala. 
Al racconto tengono dietro, in appendice, ben 163 documenti, quasi tutti ine- 
diti e relativi a svariati argomenti del periodo che corre dal 1535 al 1584. 
Desidereremmo per altro nell'Autore un criterio storico più fino, più illumi- 
nato, e una maggiore conoscenza di particolari della storia milanese. 



NOTIZIE. 

»*♦ Secondo Congresso Italiano per la proprietà letteraria, — L'Asso- 
ciazione tipografica-llbraria italiana, residente in Milano, dovendo tenere la 
sua seduta annuale nel prossimo settembre, ha risoluto di occuparsi di nuovo 



Digitized by 



Google 



96 I NUOVI GOLIARDI 

della proprietà letterana. L'imperversare delle coiitraiTazioiii e delle falsili- 
cazioni negli ultimi tempi, ha commosso, non solo il mondo letterario, ma 
tutte le persone colte nel nostro paese È questa una vergogna, un oltraggio 
alla civiltà nazionale che importa far cessare. Giacché negli altri paesi, ogni 
studio si rivolge a mettere in salvo le relazioni internazionali , i diritti di 
traduzione, gli adattamenti; solamente in Italia si ha a difendersi contro II 
brigantag^o interno. É difetto della legge ? o è debolezza della sua applica* 
zione? occorre chiedere qualche misura al Govervo o qualche provvedimento 
al Parlamento per assicurare la proprietà delle opere dell'ingegno almeno 
in casa nostra ? Codeste sono le questioni pratiche che avrà ad esaminare 
il prossimo Congresso formulando alcune proposte concrete. L'opera di que- 
sto secondo Congresso potrà non essere vana, se consideriamo i risultati 
ottenuti merco il primo, che fu tenuto pure per cura della nostra Associa- 
zione due anni fa. Dopo d'allora il Governo consentì a ribassare la tassa 
sulle dichiarazieni, che da 10 lire ò discesa a 2. Nella prima convenzione in- 
ternazionale, che s'ebbe a rinnovare, e fu quella con la Spagna» fu adottata 
la massima che il nostro Congresso avea invocata^ che cioò non occorre fare 
depositi, dichiarazioni ed altre formalità all'estero, ma basti l'averle compite 
all'interno, per godere gli stessi diritti di proprietà negli altri paesL É lecito 
quindi sperare che anche la nuova riunione potrà ottenere dei risultati pra- 
tici. Questo Congresso avrà luogo in Milano 11 12 settembre, nella Sala della 
Camera di Commercio, gentilmente concessa; continuerà, ove occorra, nei 
fierni successivi. Tutti gli uomini di lettere, gli editori, gli uomini di legge 
che fecero studi in argomento, vi sono invitati. 

♦*♦ Il prof. Bruto Fabricatore, coadiuvato dall'egregio sig. Camillo An- 
tona-Traversi attende a una ristampa di tutte le opere di Boccaccio, sì ita^ 
liane che latine. Dopo gli studi dottissimi che si son fatti in questi ultimi 
anni in Italia e fuori sul Certaldese , questa nuova pubblicazione ne sarà 
certo un utile complemento. 

«*« Xa lUvista di Filosofia Scientifica, della quale si annuncia la pros- 
sima comparsa, si propone di concorrere in Italia allo sviluppo delle idee 
filosofiche. Ne è Direttore il chiaro prof. Morselli, e lo scopo elevato, Teletta 
di scrittori che vi prenderanno parte efficace autorizzano a pronosticare un 
meritato successo a questa Rivista. 

Ecco intanto il sommario del primo numero: Morselli^ Introduzione: La 
Filosofia e la Scienza. — Ardigò, V individualità nella Filosofia positiva, — 
Sergiy l sensi dei colori nella percezione. — Buccoìa, Studi di psicologia spe- 
rimentale: i' La durata del tempo dei processi psichici elementari. — Del 
PinOf Fondamenti di biologia vegetale — Canestrini, Ereditarietà dei carat- 
teri individuali. — Cantoni G., Metodo di Galileo nello studio delle leggi na- 
turali. — Siciliani, La pedagogia scientifica in Italia. — Rivista analitica. — 
Rivista bibliografica. — Rivista dei periodici. — Annunzi d'opere, ecc. 



Angelo Scalabrini, Direttore responsàbile. 



Milano, 1881 - Tip. P. B. Bellini e C. 



Digitized by 



Google 



— La Nuova Rivista^ pubblicazione settimanale. — Sommario 
•I X. XXVI (Torino, 28 Agosto 1881) 

1- — Le Stanze di liquidazione in Italia — A. Rossetti. 

— La chiamata delle due classi di milizia mobile — 1) V. 

— Acclimatazione — Colonizzazione — Alberto Gamba. 
-- Iniziativa Italiana d'una Gran Riforma Scientifica — 

D, E. Diamilla Muller. 

— La vita è un sogno. Racconto — Q. C. Molineri. 

— Lettera romana — Aldo. 

— Lettera venezia)ia — A. FioyxltU 

— Rassegna politica — P. 

— Bibliografìa: Gaudenzio Claretta, Gli Statuti della Sori^Mà. 
militare Subalpina dfil Fiore deiranno 1342 -- R. ÀI. 

i ). -- Id. G. E. Garelli della Morea^ Principi di Kco- 

nomia Politica — Daniele Sa\si. 



— Di prossima pubblicazione: 



INTERMEZZO 



DI 



G. O. ANNICHINL 



1.& Tipografia editrice G. Candeletti di Torino, ha pubbiicjiu: 

RIME 



DI 



PIER ENEA GUARNERIO. 

— Recente pubblicazione della Ditta Fratelli Dumolard: 

O. 3JC. B. 

UN'ALBA DORO 

VERSIONE dall' INGLESE 

di FILIPPO MARIA GATTI. 



Digitized by 



Google 



SOMMARIO 



Teocrito Siracusano. — Precursori, Imitatori, Traduttori — 
Antonio Cipollini. 

ILie Donne della Barbagia in Sardegna, secondo Dante ed 
i suoi commentatori — P. E. Guxknerio. 

Da MintinerxAo. — Andrea Novara. 

TèB opinioni a Pulvirolo. — Scene r- Marco D' Olona. 

ILiettere inedite di Lodovico Antonio Muratori. 

Pietro Cessa. — Necrologìa — Benedetto Giussani. 



REDATTORI 

CIPOLLINI Antonio — Cortesi Virginio — Ferrari Severino — 
Fossati Carlo — Gentile Luigi — Giacomelli Italo — Gius- 
sani Benedetto — Marradi Giovanni — Novara Andrea — 
Salveraolio Filippo — Straccali Alfredo. 

Angelo Scalabrini, Direttore^ 

a hanno promesso la loro collaborazione : I Redattori del Con- 
vegno, giornale di scienze e lettere, eh' ebbe in Milano vita 
breve ma non oscura, e Carlo Baravalle — Felice Caval- 
lotti — Giosuè Carducci. 



Proprietà letteraria. 



Digitized by 



Google 



1882, Dee. 2n, 
Subscriptioi. Fund. 



TEOCRITO SIRACUSANO 



II. 

Precursori - Imitatori • Traduttori, 

Sommario, 

L'elemento idillico nella poesia della letteratura orientale. — Nelle antichissima 
favole greche del periodo mitico ed eroico. — Nell'Odissea e nell'Iliade 
d'Omero. — Nelle Opere ed i Giorni di Esiodo. — Nella tragedia, nella 
commedia del periodo antico, di mezzo e nuovo. — Nelle favole della 
Sicilia. — Dafni il pastore mitico. — Stesicoro d'Imera, Epicarmo, l Mimi, 
Sofrone e Senarco. — Teocrito inventore delPidillio. — Suoi imitatori in 
poesia: Bione, Mosco, Meleagro. — Suoi imitatori in prosa: Dione Criso- 
stomo, Longo, ecc. — L'imitazione nella letteratura latina, Virgilio. — L'i- 
mitazione nella letteratura italiana. — I bucolici italiani imit8.no sempre 
Virgilio; ragioni che spiegano ciò. — Traduttori italiani di Teocrito. — 
Gruppo di traduttori di uno o più idilli, Amomo, Niccolò degli Oddi, Biagio 
Garofolo, Fabio Benvoglienti, ab. Teodoro Villa, Luigi Lamberti, Bernardo 
Bellini, Giuseppe Torelli, Girolamo Orti, un accademico flloglotto, Girolamo 
Tonati, Francesco Maria Molza, Giuseppe Chiarini, Girolamo Pompei, Luigi 
Rossi. — Gruppo di traduttori di tutti gl'idilli, conte Cesare Gaetani della 
Torre, Glo. Battista Vicini, Antonio Maria Salvini, Domenico Rigoletti, Luigi 
Maria Bucohettl, Giuseppe Moro, Giuseppe Maria Pagninl. — Bisogno d'una 
nuova e buona traduzione. 

Ma ci domandiamo: e prima di Teocrito non vi fu poesia pa- 
storale nella letteratura greca ? — Altro ; ve ne fu, ed abbondante 
anche, e non solo in Grecia, ma la critica ambiziosa, che vuole 
ricercare il germe d' ogni prodotto neir epoche senza data , ne 
trova per fino nel vecchio Oriente, e riconosce i primi pastori in 
Saul, David, Ciro. Ora il popolo greco, appartenente a quella vec- 
I Nuovi Goliardi. 7 



Digitized by 



Google 



98 I NUOVI GOLIARDI 

chia razza degli Ariì, che aprono la storia della letteratura orien- 
tale con grinni dei Veda, i quali sono pieni di vita campestre, ci 
presenta le sue antichissime favole ricolme di scene pastorali. 
Apollo ('Awrfxxov), il biondo figliuolo di Giove , si fa pastore presso 
Admete, re di Tessaglia, e spande intorno alle selve la dolce me- 
lodia delle note boscherecce; Ercole ('Hp»xXtìs;, anche lui figlio del 
tonante, nasconde la sua divinità, e si fa servo, per punire quel 
disumano contadino di Sileo; satiri e ninfe popolano i vigneti e 
le grotte, e ci fanno pensare all'uomo nello stato d'infanzia, che 
senza il sudore della fronte, godeasi i prodotti spontanei dell'alma 
natura. I Ciclopi stessi, quelle mostruose e feroci creazioni fanta- 
stiche, ci rappresentano, nella loro rozzezza, i più antichi costumi 
pastorali. E discendendo un poco, dal periodo mitico all' eroico i), 
Anchise ('Arxi'trnc)» l'amante di Venere, è un pastore della Troade; 
Paride (d»>ic), l'amante di Elena, pasceva il gregge sull'Ida, quando 
gli si fecero innanzi le tre grandi rivali. — L'Odissea (o^aatxa) ha 
scene bucoliche, come Ulisse e Telemaco, presso il guardiano di porci, 
Eumene; il vecchio Laerte, che coltiva l'orto piantato sulla collina; 
Ulisse che forma il letto coniugale d' un solo tronco d' albero. — 
L'Iliade fixiag), sebbene tutta risuonante d'armi e d'armati, si svolge 
in mezzo ad un popolo che ha per principale ricchezza la coltura 
dei campi, e conta i suoi beni in pecore, in buoi, in prodotti agri- 
coli. — Le Opere ed i Giorni ('Epra x«i *Hij.ì>«i) di Esiodo ascreo 
('Eoi'oSot 'AerxpaCo;), nella didattica loro semplicità, sono pieni della 
vita campagnuola del popolo greco, e l'attento lettore vi sente quasi 
la differenza delle due società, quella dedita al commercio ed all'in- 
dustria, e quella intenta ai lavori della campagna. — La tragedia 
e la commedia hanno personaggi e soggetti che più o meno diret- 
tamente appartengono alla vita campestre. Euripide (EoVim^x?), per 
esempio, ha un pastore tra i personaggi deW Ifigenia a Tauride^ e 
un coro di contadine n^WElettra; una scena campestre è la morte 
di Penteo (nivj«u'«) nella tragedia le Baccanti; un' altra è quella di 
Alceste ('AXxiqaTtc) nella tragedia dello stesso nome. Nella commedia, 
esempi sono i Lavoratori di Aristofane ^ per il periodo antico 



^) Sebbene, rigorosamente parlando, non si possa fare una precisa divi- 
sione d*un periodo mitico e d*un altro eroico, in quantoche tutti e due sono 
pieni di elementi mitici e storici, pure, in questo caso, chiamerei mitico 
quello in cui il mito, in vaste proporzioni, poggia sopra un elemento storico 
ben piccolo ed eroico quello in cui l'elemento storico è rappresentato In pro- 
porzioni più vaste. 



Digitized by 



Google 



TEOCRITO SIRACUSANO 99 

(KoiicpSta KaXaiJ) ì Caprai di Alessi e il Contadino di Alessandride, 
per quello di mezzo (xwpiwSi'a pn'oTj) ; il Contadino di Filemone, ed il 
Lavoratore di 3f(gnan(^ro, per il nuovo. 



• 
* * 



E senza allontanarci dalla Sicilia, nelle più antiche favole di 
quest'isola e nelle opere dei poeti siciliani , o venuti in Sicilia , e 
quivi lungamente fermatisi, noi troviamo il germe del poema 
pastorale. 

Qui , fin da tempi assai remoti , i pastori e la gente campa- 
gnuola facevano gare di vivaci dialoghi in versi, e Da/hi era il 
mitico pastore a cui se ne attribuiva la prima invenzione. 

Stesicoro d' Imera [iTtì^i'yopo^), a cinque secoli av. Cristo, aveva 
lasciato qualche componimento di genere bucolico i). Epicarmo 
('E«ix«|3iios), che Teocrito chiama l'inventore della commedia in dia- 
letto dorico 2), nelle commedie, che prima allietarono il pubblico 
di Megara (Sicilia) e poi la corte di Gerone, aveva mischiato scene 
campestri, 1 Mimi (ixìiJto;), dialoghi sceneggianti , riproducevano con 
molta fedeltà la vita campagnuola e popolare dei Siciliani ; ed 
autore famoso e celebrato fu Sofrone (so'^owv), siracusano, ed il figlio 
Senarco (He'vapxf^s) ; anzi si sa d'allora, e per testimonianze precise 3)^ 
che Teocrito, nei due lavori, che sono rimasti i principali, le Feste 
di Adone e la Maliarda^ abbia imitato Sofrone, e copiato da lui 
l'idillio Vili, l'Amore di etnisca. 






Questo è, molto generalmente parlando, il movimento bucolico 
che ha preceduto il nostro autore. Ed ora: che cosa fece Teocrito di 
nuovo? Quello che, più tardi, fece Orazio, nella letteratura latina, 
rapporto alla satira. 

Teocrito , impressionato dagli spettacoli della natura , e dalle 
armonie della poesia pastorale, pieno dei ricordi della sua dotta 
educazione, pensa ad un ordine di sentimenti e d'idee, che fino allora 
erano stati subordinati all'unità dei grandi componimenti epici e 
drammatici, e lo separa, lo distingue, lo individualizza, per rappresen- 



*) Vedi M. Brunet de Presle, Memoire sur les Etahlissements grecs de 
la Sicile, — Paris, 1845. 

») Vedi Teocrito epigramma XVII. 

3) Memoire de litterature ancienne par Emile Egger, membre de rinsti- 
tut (Accadèmie des Inscriptions et Belles-Lettres). — Paris, 1862, 



Digitized by 



Google 



100 I NUOVI GOLIARDI 

tarlo con maggior cura, e nella sua intierezza i). E lo chiamiamo 
inventore 2), che che altri ne dica, appunto per questo, per aver dato 
lui il battesimo ad un genere, che esisteva confuso con gli altri. 

• . 

Una volta fissato il modello, nacque l'imitazione. E felici imitatori 
furono Bione (Bi'ov), Mosco (Moaxcc) e Meleagro (MgXt'axr'O?)» ^^^l^ poesia; 
Dione Crisostomo (Ai'ov o Xpioo'ffTcìios , bocca d' oro) , per la novella 
VEubeese (E«'poeia), Longo, per gli amori pastorali di Dafni e Cloe, 
ed altri, nella prosa. 

Né grimitatori si fermano alla letteratura greca, ma, nella 
latina, Virgilio stesso, il più grande poeta di Roma, fu imitatore 
di Teocrito; egli che poteva cercare T ispirazione nelle grossolane 
canzoni del Lazio, e nel sentimento della natura, che in lui era 
profondo e squisito. Infatti neir ecloga li Virgilio imita Teocrito , 
pigliando la scena, i sentimenti ed i pensieri dagridilli III, VII, XI; 
neirecloga III imita Teocrito, pigliando l'argomento dagl'idilli IV 
e V; neirecloga V prende Tispirazione dagl'idilli 1 e VII; nell'eclo- 
ghe VII , Vili , IX , X trovi qua e là sentimenti e pensieri tratti 
sempre dal bucolico greco. 

Uno studio paziente e comparativo di Virgilio e di Teocrito, 
che metta in rilievo l' indole ed il carattere psichico del poeta 
siciliano e del lombardo, è un lavoro interessante, e, per me, da 
farsi. Qualcuno, forse, se ne occuperà. Vedremo. 

• 

Per completare il quadro, dovremmo dire delle imitazioni di 
Teocrito nella storia della nostra letteratura. 

Di ecloghe e d'idilli sono piene tutte le nostre biblioteche, e 
la nostra letteratura, se si tenesse conto solamente della carta spor- 
cata, si potrebbe dire la più ricca; ma i nostri bucolici non imitarono 
l'idillio greco, tennero invece per loro esemplare sempre il latino, e 
solo si cita qualche passo del Poliziano e qualche altro del Bembo 
presi da Teocrito; onde, di tutte le ecloghe scritte da Dante sino alla 

*) Ed in questo lavoro subì senza fallo l'influenza del metodo critico 
della scuola alessandrina, la quale, nello studio minuto dei classici, procedeva 
appunto decomponendo, distinguendo e separando i diversi generi di scrittura. 

2) « Théocrite n*est point l'inventour de la poósie bucoliquc, vous Paurez 
« remarqué en lisant les écrits sur ce genre de poesie dont je vous ai parie 
« ailleurs (tom. Ili, pag. 257), mais Théocrite s'y acquit une grande réputatione^ 
« et on Pa regardé depuis comme le chef ou de moin le prlnclpal de ceui 
^ qui sy sont exercés. » ^Goujet, Bibliothéque frangaise, tom. IV, pag. 288). 



Digitized by 



Google 



TEOCRITO SIRACUSANO 101 

fine del secolo passato, comprese anche quelle di Dante stesso, di 
Petrarca, d'Albertino Mussati, nessuna ha valore in arte, né quelle 
del Sannazaro, che paiono le migliori, sono gran cosa. Perchè dun- 
que tutti hanno seguito la forma virgiliana? e perchè nessuno ci è 
riuscito ? 

Ecco come risponde il Settembrini: 

« Vediamo primieramente quale è la differenza fra Tecloga di 
Teocrito e quella di Virgilio, che parmi sia questa. In Teocrito la 
coscienza è pastorale, la forma è indifferente: il sentimento .delle 
bellezze naturali è pieno, intero, è la sostanza dell'opera, la quale 
-si svolge in dialogo, in narrazione, e in altra forma indifferente. 
In Virgilio per contrario il contenuto è indifferente, la forma è 
pastorale. Virgilio ragiona di politica, di filosofia, d'astronomia, 
d'amore cittadino e delicato, ed usa la frase, l'immagine, la forma 
pastorale. Come Teocrito ci è stato uno solo, il siciliano Giovanni 
Meli: come Virgilio sono stati tutti gli altri poeti, i quali hanno 
adoperato Tarcadico, il pastorale come forma poetica atta a rive- 
stire qualunque contenuto. Ecco perchè Virgilio è inferiore a Teo- 
crito, e gli altri sono inferiori a Virgilio, il quale aveva almeno 
la spontaneità della lingua e la coltura dello stile. Ecco perchè in 
tutti i bucolici si sente una dissonanza tra la frase e il concetto, 
tra i pastori e le cose che dicono. La forma pastorale è paruta a 
tutti, dopo l'esempio di Virgilio, molto comoda alla poesia, e tutti 
l'hanno vagheggiata senza intendere che la forma è parvenza ne- 
cessaria della sostanza, che la forma pastorale senza la coscienza 
pastorale è belletto retorico. E però non ebbe fortuna grande 
il tentativo del Sannazaro che scrisse ecloghe piscatorie: bisognava 
avere la coscienza piscatoria. » i) 

Ed ora diciamo qualche cosa de' traduttori. 

Povero Teocrito! Come me Thanno fatto maledettamente parlare 
in lingua toscana questi signori! E dire che Pltalianon mancò mai 
di pastori e di pecorelle; anzi un tempo, non lontano, tutto lo stivale 
non parea che un immenso ovile ! Il poeta delicato, affettuoso, breve, 
conciso, che dice le cose alla buona, senza nessuna pretensione di 
forma eroica, me lo hanno trasformato in lungo, brodoloso, noioso. 



*) Lezioni di letteratura italiana dettate nella Università di Napoli da 
Luigi Settembrini. — Seconda edizione, voi. I, pag. 207. — Napoli, Stabilimento 
tipograflco Ghie, 1869. 



Digitized by 



Google 



102 I NUOVI GOLIARDI 

contorto, foscoliano, pariniano. È una vera indegnità. — Tu, caro 
lettore, forse non mi crederai, lo so, ma se vuoi credere , armati 
di pazienza, e seguimi. Cercherò d'essere breve, quanto più mi sarà 

possibile. 

■ • 

Anzi tutto ti fò osservare che questi traduttori possono divi- 
dersi in due gruppi; traduttori d'uno o più idilli, e traduttori di 
tutti gr idilli. 

Cominciamo dal primo: 

Amomo. — Epìtapìdo di Adone di Teocrito, Rime Toscane 
d'Amomo per Madama Charlotta d'Hisca, in Venezia, 1538. 

Già questo idillio, dopo che Gioachino Camerino, nella sua edi- 
zione d'Hagenau del 1530 l'attribuì a Bione, venne dalla critica 
sempre ritenuto come lavoro di questo ultimo poeta. Ma, di Teo- 
crito di Bione, questi versacci del Momo hanno nulla che fare 
col testo greco. Sono 194 endecasillabi che dovrebbero tradurre 
98 esametri greci. Ne vuoi un saggio? 
Piangete valli solitarie e chiuse, 
Verdi fiori ed odorati Mirti {sic) 
Fattevi per dolor gialle le chiome. 
Ascondi Cyterea le trecce d'oro, 
Cuopri di nero hormai Pusata concha 
Che varchi l'onde del tuo tristo pianto, 
Non ti si veglia più purpurea veste, 
Ma color tal che al tuo dolor somigli, 
Pianghino in schiera i pargoletti amori, 
Che Adone è morto e la lor gloria ò spenta. 

Sono sicuro che, se hai avuto la pazienza di giungere fino al- 
l'ultimo verso, hai riso di gusto. 

E come no ! Senti la traduzione letterale : i) 

Piango Adone. È morto il bello Adone. È morto il bello Adone, 
piangono gli Amori. Venere, non dormire più in rosee vesti, ma 
vestita a lutto, sorgi, infelice, e percuotiti il petto, ed annunzia a 
tutti: è morto il bello Adone. 

Scommetto che anco Madama Charlotta, senza saper di greco, 
avrà riso di Amòmo, e non avrà creduto né di Teocrito, né di 
Bione, quelle chiome d'odorati mirti fatte gialle per dolore! 

i) Te$t0 greco l 'Aia^o tòv 'ASojviv 'Attu'Xsto x«X<> 5 'ASovic 

lAiflxs'Ti itop^upiois evi 9</p6ffi, KuTtpi, xa^«u56' 
'eypio SsUai'a xuavoaTo'Xs, xaì iiXaxd'^tiaov 
O'X'jl^tct, xii Xt\% wioiv, 'aticoXiTO k^Xòì 'AJwvis* 



Digitized by 



Google 



TEOCRITO SIRACUSANO 103 

E dire che il seicento era ancora tanto lontano. 

Niccolò degli Oddi. — Questo signore pare che abbia tradotti 
tutti gli idilli, ma non furono mai pubblicati. La sua traduzione 
deiridillio XXIX, Sopra il cignale che uccise Adone^ è nella pag. 543, 
Andreae Alciati Emilemata cum Commentariis Claudii Minois 
I. C. Francisci Sanctii Brocensis et Notis Laurentii Pignora Pa- 
tavini. Patavij apud Petrum Paulum Tozzium, sub signo SS, A'o- 
minis lesu, 1621. 

Eccola tutta: 

Quando pur yidde morto 

Adone Oiterea, 

PaUido ambe le gote 

Con rimmago di morte "l 

Dipinta nel bel ylso, 

E con capeUl aspersi 

D'atro e di nero sangue, 

Agli amoretti suoi 

Comanda che il cignale 

Uccisor del sue Adone 
. Venga di lei prigione. 

Quei dibattendo l'alf, 

Tutta d'intorno interno 

La gran selva lustraro, 

Sin ch'alfln ritrovar© • 

L'omicida cignale. 

E da ben mUle nodi 

Ligato e rilegato 

Fu avanti a lei portato. 
Un amoretto avea 

Il laccio e le ritorte 

Ben cauto in sua balia. 

Un altro poi con l'arco 

Da tergo anco spingea 

La fera pigra e lenta 

Che Citerea paventa. 
A cui disse adirata 

La vaga Citerea, 

L'immortal beUa Dea: 

Empia fera crudele, 

Fra le fere più fera 

Tu fosti, che la coscia 

Feristi al mio fedele, 

Tu che profonda e larga 

Lasciasti in lui la piaga. 



Digitized by 



Google 



l04 NUOVI GOLIARDI 

Ed ella: bella Dea, 

Giuro per te e per lui, 

Per questi lacci giuro, 

Per questi tuoi qui amori 

Leggiadri cacciatori, 

Che io ferir già non volli 

Il bellissimo Adone, 

Il tuo giovine amato. 

Ma repente che io viddi 

Le nude carni e belle 

MlraiJo e rimirailo 

Qual cosa diva e sacra, 

E d'amor arsi, e corsi 

A fatto forsennata 

Ver quella coscia amata, 

(Avenga ei mi cacciasse) 

Intendendo baciare 

Non ferire o piagare. 
Tu questi spezza e taglia 

Tu questi piglia e puni 

E superflui e nocivi 

Denti miei amatori, 

Amatori e uccisori. 

A che lasciarmi questi 

Istrumenti funesti? 

E le labbra pur tronca, 

Se non bastono l denti 

Troppo ahi troppo pungenti. 
Mossa a pietà la Dea 

Comm^,nda che slegato 

Sia libero lasciato. 

Ei mansueto e umile 

Poscia non più sen gio, 

Tra le più occulte selve, 

Ma sendol dentro e fuore 

Tutto foco d* amore 

Arse poscia per sempre 

In amorose tempre. 

Sommiamo un po' tutti questi settenarii. — Settantatre. — 
E i settenarii greci? — Quarantacinque. — Che broda! o lettore. 
Andiamo innanzi. 

• 

Biagio Garofolo. — L'amore punto dalle api» Considerazioni 
intornio alla poesia degli Ebrei e dei Greci. Roma, presso Fran- 
cesco Gonzaga, 1707, con licenza dei superiori, parte III, pag. 73. 

Sembra incredibile: di questo idillio semplice, delicato, gentile. 



Digitized by 



Google 



TEOCRITO SIRACUSANO 105 

quanto la canzonetta d'Anacreonte, da cui certo Teocrito tolse Tar- 
gomento, senti, senti, che cosa ne ha fatto questo signore: 

Un'ape gravemente Amor ferio 

Mentre a rubare il mele egli era gito, 
AUor con morsi acuti a lui trafisse 
Gli estremi delle dita, onde dolente 
Con la man gonfia il terren batte e salta 
Amore e a Citerea spiega il dolore, 
E si querela che animai si parvo 
Faccia con piccol morso aspre ferite. 
Allora queUa sorridendo disse : 
E tu forse non sei simile all^ape, 
Che picciol (Tanni, fai tante f erute t 

Ayyerbi di tempo, aggettivi qualificativi, complimenti indiretti 
dì modo e dì maniera, tutto ci ha messo di capo suo. E poi anco il 
parvo e le ferute! 

Sarei curioso dì sapere che cera han fatto Teocrito e Ana- 
creonte, se mai incontrarono, nelle sale di Pluto, l'ombra di Garofolo. 

• 

Fabio Bknvoglienti. — L'amore punto dalle api. Idil. XIX. — 
Istoria della volgare Poesia scritta da Gio. Mario Crescimbeni, 
Canonico di Santa Maria in Cosmedin e Custode d'Arcadia, 
Venezia, 1731 presso Lorenzo Baregio, voi. 1, pag. 71, 72. 

Il Benvoglienti fu coetaneo di quel Claudio Tolomei che circa 
il 1539 pose in uso quella, che allora chiamavasi Poesia Huova, ed 
oggi Poesia Barbara, imitando specialmente l'esametro, il penta- 
metro ed il soffice, onde il Benvoglienti tradusse questo idillio in 
esametri e pentametri. 

È breve, possiamo leggerlo tutto; 

Mentre da dolci favi fura del mei dolce Cupido, 

Volta al ladro un'ape, punge la beUa mano. 
Subito percuote per accerbo dolore la terra, 

B doglioso ed acre corre aUa madre sua. 
Mostrale piangendo, come crudelmente feriva 

QueU'ape, quanto empia e piccola fiera sia. 
Venere dolce ride; dice Venere: guardati, Amore; 

Piccolo quanto sei, quanta ferita fai. 

È una traduzione non fedele ; piena d' aggettivi messi li per 
comodo del traduttore, ed alcuni insopportabili, come doglioso ed 
acre ad Amore , che neir originale non ne ha alcuno. Dippiù tra- 
duce empia e piccola fera il tutìo'v aV^v sVtì }^iXiooa, cioè piccola be- 
stiolina è un' ape. 

Che sìa successa un^evoluzione regressiva?! 



Digitized by 



Google 



106 I NUOVI GOLIARDI 

Abate Teodoro Villa. — 'Exiv-tn iVi^aXaVios* EiWxxiov ©«oxpiTtu to»* 
lupaxouffiou. Epitalamio d'Elena. Idillio di Teocrito Siracusano. 

Sq ne hai voglia, lo troverai in fine del volumetto che contiene 
il volgarizzamento del piccolo poema; Il Rapimento d'Elena di Coluto 
Tebano di Licopoli, e d' alcune orazioni di Gorgia e d' Isocrate 
intorno ad Elena. Milano 1753, nella Regia-Ducal Corte, e con li- 
cenza de' Superiori. 

K in versi endecasillabi, e difficilmente potrai leggerlo tutto, 
senza fermarti di tratto in tratto; hai bisogno di prendere flato, 
e costruire, se vuoi andare avanti e comprendere il periodo. 

Te Ile dò i primi versi; 

Ùìk presso a Menelao dal biondo crine 
Dodici verginelle un verde aventi 
Giacinto in su le chiome, alto decoro 
Del suol di Sparta, e in lor città le prime 
Formano avanti al nuvamente pinto 
Talamo un coro. 



E basta per te; noi ce lo sorbimmo tutto. 






Luigi Lamberti. — Di Teocrito l'Epitalamio d' Elena^ reca/o 
in lingua Italiana. Forlì, dalla stamperia di Matteo Casali, 1813. 

È dedicato a Filippo Merlini e Marianna Corbizzi, nel giorno 
di loro nozze, da Luigi Baldini. 

L'ho trovato a Brera, in compagnia d'un articolo Sull'arte d'e- 
strarre lo zucchero^ ed era ancora da sfogliare. 

Meritava proprio che vi stesse sempre. Il sig.' Lamberti dice 
d*aver tradotto l'Epitalamio d'Elena di Teocrito, ed invece non trovi 
neppure Tombra del teste greco. 

Il giorno che di Eumeta al ricco albergo 

Lìcoside si accolse e il patrio ostello 

Fra lieta e mesta si lasciò da tergo, 
Dodici verginelle in un drappello 

Di ilorito giacinto il crine avvolte, 

Si foro intorno al talamo novello; 
Quindi a concorde suon le labbra sciolte, 

Danzando incominciar festivo canto 

E Iraen sonare, Imen le arcate vòlte. 

E dove è la casa del biondo Menelao; dove sta tradotto che le 
dodici verginelle erano l'onore di Sparta, le prime della città! 



Digitized by 



Google 



TEOCRITO SIRACUSANO 107 

sig/ Baldini, con che magro dono pensaste di togliervi Tob- 
bligazione de'dolci che avrete mangiato. 

Bernardo Bellini. — Traduzione dei poeti. Classici Greci, in 
verso italiano. Cremona, 1817, presso i fratelli Manini stampatori 
e librai. 

Sono quattordici idilli l). 

Il sig/ Bellini ha lavorato più degli altri ; ma la qualità del 
lavoro diflR^is^e molto? Apriramo il libro. — L'Incantatrice, idil. II, 
pag. 16. — È quel famoso idillio, di cui Racine era solito dire che 
nulla avea veduto di più vivace e di più bello nell'antichità. Leg- 
giamone alcuni versi: 

Cutretta, ai lari miei traggi U garzone. 

Che te ne pare? andiamo innanzi: 

Ecco già tace il mar, tacciono i venti, 
Ma tregua in petto U mio dolor non ave. 
Tutta per quello io struggomi d'amore, 
Ch'ei me infelice come sposa, Infame 
Rese, e rapimmi il yerginal mio fiore. 

Senti un po' la traduzione letterale 2): 

cutretta, tu mena a casa mia quell'uomo. 

Ecco, il mare tace, e tacciono i venti, ma non tace il mio af- 
fanno nel cuore: ardo tutta per lui, che invece di farmi sposa, mi 
rese giovinetta infelice, infame e senza onore. 

Che differenza, non è vero ? 



*) 1. Tirsi, ossia la Canzone. 2. L' incantatrice. 3. Il Capraio, od Amarilll, 
ossia il Trescatore. 4. I Pastori. 5. I Viaggiatori, ossia i Bucolici Cantori. 6. 1 
Bucolici Cantori. 7. Le Talìsie od il Viaggio di primavera. 8. I Bucolici Can- 
tori. 9. Il Pastore, ossia l Bifolchi. 10. Oli Operai o i Mietitori, li. Il Ciclope. 
12. Ila. 13. L'Amore di Clnisca o Tecnico. 14. Le Siracusane o le celebranti le 
feste d'Adone. 

s) Il greco dice : 

lUY^j tXxt TÙ T^vov i(jlÒv iccTi* $(5^ Tcy dv^pa: 
livi'^t 01Y19 [Jttv ito'vTO€, oiYwvTai S'a-ÓTcti* 
à B' t^ai oyT otyTj oTi'pvuv tvTocr^tv dna, 
dXX' t'in Tiivv isiacit niaxa^^o^^, o( |jLt TaXatv4v 
àvTi yuvaixcf t^fixi xaxotv xaC aWp^ivov lìfjLiv 



Digitized by 



Google 



108 I NUOVI QOUAEDI 

Giuseppe Torelli. — Due idilli di Teocrito volgarizzati^ Ve- 
rona, dalla Tipografia del Gabinetto Lett, 1829. 

Sono il Rubatore di favi e V Epitalamio d'Elena^ presentati da 
Giovanni G. Orti al nob. sig.' Antonio dei Campestrini nelle sue 
nozze con la signorina Maria Sparavieri. 

Il sig.' Orti fu più fortunato del sig.' Baldini; queste due 
traduzioiù non sono fedeli, ma valgono 4)111 delle altre. 

Ecco la prima : 

II ladro Amor già punse ape crudele, 
Mentre dagli alvear predava il miele, 
E tutte deUa man le dita estreme 
Trafisse, per dolore egli ne geme, 
E soffia neUa mano e batte il suolo, 
E salta e a Citerea mostra U suo duolo, 
E piange che sì piccolo animale 
Sia Pape, e faccia pur piaga cotale, 
EUa ridendo: or tu &'ape non sait 
Tu pur piccino, e che piaghe non faif 

Ecco alcuni versi della seconda: 

In Sparta, presso il biondo Menelao, 
Tempo già fu, che dodici donzelle. 
Di morbidi giacinti il crine orniate, 
Dinanzi a nuovo talamo dipinto, 
Un ballo ordian; de la città le prime, 
Grande onor delle Vergini spartane. 
Quando la sposa sua diletta Eléna 
Ivi d'Atreo rinchiuse il minor figlio. 

Il Torelli tradusse anche altri quattro idilli, il Capraio^ Ama- 
rilli, il Ciclope^ VAite, il Bi falche Ho, e V Europa e VAmor fuggitivo 
di Mosco. Si trovano nel suo libro, // Pseudolo Comedia di 
M. Accio Plauto tradotta in versi italiani. Si aggiuYtge la tra- 
duzione d'alcuni idilli di Teocrito e Mosco. In Firenze, 1765. 

Girolamo Ortl — Volgarizzamento del Ratto d' Elena di Co- 
luto , con altre varie traduzioni. Verona coi tipi di G. Anto- 
nelli, 1839. 

Fra queste altre varie traduzioni, trovi, lettore, quella dello 
idillio, la Rocca, dedicata alla marchesa Teresa Mujelli. Magro 



Digitized by 



Google 



TEOCRITO SIRACUSANO 109 

dono; ò assolutamente impossibile. Dammi orecchio, te ne leggo i 

primi versi: 

della glauca Pallade 
Dono e aUa lana amica 
Rocca, che sei pensier proprio e verace 
Di femina cui piace 
AUa casa giovar, franca mi segui 
NeU' incuta città di Neleo, dove 
Sotto tenere canne a Cipria un tempio 
Verdeggia, ecc., ecc. 

Lasciamo stare queir 0, che al terzo verso trova finalmente il 
suo nome, ma sentisti quanto sciupo di parole per tradurne tre 
greche vo'o$ ouxuftXia^ iicol^oXo^ — pensiero atto all'economia? 

.... che sei pensier proprio e verace 
DI femina cui piace 
AUa casa giovar. 

Se il sig.' Orti Tavesse dovuto comprare come la carta e le 
penne ! 

Un accademico filoglotto. — Ecco un tale che ha sentito vergo- 
gna di scrivere il suo nome. Versione dal Qreco, Il canto pasto- 
reccio^ idillio Vili di Teocrito, Per le sponsaìizie dei nobili signori 
VorajO'Berretla. Udine, tipografia Vendrame, 1843. 

Caro il mio accademico filoglotto, tu arrivi in punto per farci 
ridere. Senti, lettore, come fa parlare quel buon pastore di Mena- 
lea che se la discorre con Dafni, nel testo greco^ alla buona, e senza 
ricercatezza di parole strane; 

Risparmia i capri, o lupo, e non firascere 

Agli agnellin, né me tu possa ledere. 

Se piccin traggo molta greggia a pascere. 
Lampiero, o fido cane, ehi via non cedere 

Al pigro sonno, onde si dee pur sciogliere 

Chi meco imberbe ancor vuol vigli sledere 
La madre a custodir — Nessun distogliere 

Puotevi dal gustar l'erbette tenere. 

Mie pecorelle : nò pensiero incogliere 
Vi debbe mai, se d'erba simil genere 

Non sorga più: pascete or via pascetevi. 

Che fia che il prato erba migUor v' ingenera. 
Poscia di bianco umor le poppe empitevi, 

Onde avvien che i mortai tanto si stimino, 

E d'esso, o agnelli, una metà suggetevi; 
I/'altra in zaìna porrò d'intesto vimine 



Digitized by 



Google 



no I NUOVI GOLIARDI 

E punto. E fo' voti che raccademico filoglotto non l'abbia letto 
agli sposi. 






GmoLAMO Tonati. — Volgarizzamento del terzo idillio di Teo- 
crito^ con alcune indagini sulla filomanzia degli antichi. Peru- 
gia, 1878, tip. Boncompagni. 

Laciando da parte le indagini , il signor Tonati ha avuto il 
coraggio di tradurre questo idillio delicato e pieno di dolcissima 
eleganza, con una forma di versi che sanno di classico le mille 
miglia. 

Questo peccato a lui non si può perdonare. 

• 

Francesco Maria Molza. — Delle poesie volgari e latine. In 
Bergamo, 1754, presso Pietro Lancellotti, con licenza dei Superiori. 
A pag. 14, si trova un Frammento del primo Idillio di Teocrito 
imitato e tradotto dal Molza. 

Il signor Molza dunque non solo ha tradotto, ma ha pure imi- 
tato. — E che significa ciò? Io non ti mando, o lettore, a doman- 
darglielo; neppure per ridere. 

• 

Giuseppe Chiarini. — Le Siracusane^ idillio di Teocrito, tra- 
dotto in esametri italiani. In Livorno, coi tipi di Francesco Vigo, 1880. 

Il Fanfulla della Domenica del 21 ottobre 1880, anno II, n. 47i 
dà questo giudizio: 

« A quelli che con gentile freschezza di frase, chiamano tut- 
tavia un letto di Procuste ì metri barbari, consigliamo per ora di 
leggere la traduzione che in quei metri appunto ha fatto il Chia- 
rini del XV idillio di Teocrito, le donne di Siracusa che vanno 
alla festa d'Adone. La confrontino ancora colle altre già note, quella 
segnatamente del Fagnini che il Foscolo giudicò perfetta; la con- 
frontino e vedano dove più è trasportata la elegante disinvoltura, 
il numero fino e costante dei versi greci. A noi questa del Chia- 
rini sembra ammirabile. Se però come è da augurarsi, il tra- 
duttore vorrà tornare a Teocrito e tradurre qualche altro idillio, 
badi di seguire una lezione meno antica e scorretta; si provveda, 
per esempio, del Fritzsche. » 

Sappiamo che il Chiarini , dopo ciò, aveva in mente di rive- 
dere il suo lavoro , e farne una ristampa. Noi non aggiungiamo 
altro. 



Digitized by 



Google 



TEOCRITO SIRACUSANO HI 



ie 



Girolamo Pompei, Gentiluomo veronese. — Opere. Tomo primo. 
Verona, 1790. — Per gli eredi Moroni. Con licenza dei superiori -e 
privilegio. 

Quasi a metà del tomo trovi alcuni idilli di Teocrito e di Mo- 
sco, tradotti in versi italiani. 

Di Teocrito ve ne sono sei. L'AmarilU, il Ciclope, l'Ila^ il jRw- 
òatore di Favi, il Bifolcheiio, Sopra Adone morto. Sono traduzioni 
che hanno i difetti comuni alle altre; qualcheduna più fedele, ma 
sempre priva di grazia e di naturalezza. 
Esempio : 

Il Bilolchetto. 
Eurica mi derise, allor quand' io 
Dolce volea baciarla, e tcU mordaci 
Mi disse accenti: via da me in malora; 
Sendo bifolco tu baciar mi vuoi? 
Misero, a porgere io rustici baci 
Non appresi, ma solo a premer labbra 
Cittadinesche, Tu neppure in sogno 
Non bacerai mia vaga bocca; ec, ec. 

Fedele , ma dov* è la semplicità e la naturalezza greca ? Quei 
iai mordaci accenti, quel sendo bifolco, quelle labbra cittadinesche, 
sono cose che fanno sinceramente male; rovinano questi otto versi^ 
che, del resto, non sarebbero tanto cattivi. 






Luigi Rossi, Cavaliere del Beai Ordine della Corona di fer- 
ro^ ec.j ec.^ ec. — Scelta di idilli greci di Teocrito^ di Mosco e Bione, 
volgarizzati in rime i). Padova per Nicola Zanon Bettoni, 1809. 

Se pigli il libro in mano, troverai, in principio, una epistola 
diretta, nell'autunno 1795 , al conte Giovanni Paradisi , Presidente 
degli studi in Reggio, ec, ec, Su l'arte del tradurre e sulla ra- 
gion poetica di questa traduzione. 

Il cav. Rossi si vede che non aveva giudizi sbagliati ; egli scrive : 

Terrò sol fermo, che sincero specchio 

Dell'Autor sia Plnterprete; riflesse 

Le grazie, i nei, tutto il caratter, tutta 

L' indol ne renda. Anche immolar non tema, 

Se il vuol Pesatta fedeltade, il meglio, 

più PAutor non fla quel desso. 



1) Gli idilli scelti sono : Tirsi o la cantata, Vlncantatrice, i Cantori Bifolchi. 
i Cantori SucoUci, gli Operai o i Mietitori, il Ciclope, Epitalamio d*Elena, il 
Bifolchetto, i Pescatori, V Amante o io Sventurato in amore, Sopra Adone morto. 



Digitized by 



Google 



112 I NUOVI GOLIABDI 

Ma disgraziatamente il Cavaliere non solo ha immolato la fe- 
deltà e la proprietà alla tirannia della rima, ma né manco, in mi- 
nime proposizioni, ha reso riflesse le grazie, i nei, tutto il carat- 
tere e tutta Vindole dell'autore. 

Esempio : a pagina 108, ecco come fa parlare Y Amante , o lo 
sventurato in amore: 

Trista, ernpia donna, di crudél leena 

Alunna o donna pr^M sasso alpestre. 

Indegno objetto d'amorosa pena. 
Eccoti 1 doni estremi, il mio capestro 

Venni a recarti; che nojar non io 

Non vò mai più, donna, Il tuo cuor Silvestro. 

La traduzione letterale sarebbe: 

giovinetto selvatico, e triste, nudrito da feroce leonessa; o 
giovinetto di pietra e indegno d'amore, sono venuto a portarti gli 
ultimi doni, il mio capestro: poiché non voglio più, o giovinetto, 
aggiungere dolore al tuo sdegno (addolorare te sdegnoso) i). 

Come ò sempre vero, o lettore, che dal detto al fatto corre un 
gran tratto. 

E, intorno al primo gruppo, qui possiamo fare punto. In altre 
circostanze, forse, potremo allungare questa rivista, di cui, per ultimo 
risultato, abbiamo troppo poco da stare contenti. Ora diamo uno 
sguardo al secondo, a quelli cioè che hanno tradotto tutti o quasi 
tutti gl'idilli. 

Conte Cesare Gaetani Della Torre, patrizio siracusano. — Le 
Odi d*Anacreonte e gV Idilli ed Epigrammi di Teocrito, Bione e 
Mosco ^ poeti greci tradotti in rime italiane. Giovanni Battista 
Ghigi incise in Roma, 1775. 

È un siracusano; qui ci troveremo in più spirabile aere. — 
Niente, caro lettore. La traduzione di Teocrito è fatta in versi 
sciolti ed in terza rima, ma nessuno idillio ha la semplicità e Tele- 



1) Testo greco: 

Xoio^ia TsuTa ^ipav, tov t|iiov ^pò^ov cux sti x*P 9*4 
*òp%, òiXfù X\m%v x«xoXu(Uvov. 



Digitized by 



Google 



TEOCRITO SIRACUSANO 113 

ganza greca, neppure per ombra. •— Il signor conte Cesare, con tutte 
le sue forze, nella lettera al virtuosissimo e dottissimo signormar- 
chese Francesco Emanuele e Oaetani di Villabianca eoe,, confessa 
che molto studìossi di conseguirle, ed i suoi contemporanei Tavranno 
lodato ed onorato, ma i suoi endecasillabi sono infedeli, orribili, 
le sue terzine scandalose davvero. 

Senti, a pag. 74, L*Incantatrice^ idill. II: 

Ove i lauri per mei Portali, o Testile; 
I filtri ove mai sont Via, questo calice 
Fascia con lana, e sia di rossa pecora, 
Onde lo con carme magico sacrifichi 
L'uom, che mi accese, ed or cosi mi strazia. 
Dodici interi di son già, che il misero 
Tiensl da me lontano, e nò pur sassilo (i!) 
Se morti o vivi slam, né mal picchiandovi 
L' liscio gittommi a terra r implacabile (!) 

Vuoi sentire un po' di terzine, adesso? Pag. 93, la Cantata, ov- 
vero Amarmi, idill. HI: 

Vo da AmariUide: per la montagna 

Van già le capre lento pascendosi, 

£ seco è Titlro che Vacoompagna. 
Si, caro Tltiro, amor mio caro, 

Siegul le mie caprette a pascere (i), 

E a ber poi guidale al fonte chiaro. 
Ma ve' quel Libico capron Gnasone, 

Che li ha sì grossi, ve' che non ferati, 

E basta; se no temo di farti un Libico Gnasone. 

Giov. Battista Vicini. — Idilli di Teocrito, Mosco e Bione^ 
Principi dei Poeti Bucolici, ecc. Venezia, Giovanmi Gatti, 1781. 

Via, apriamo dove viene. — Idillio Vili, Le Taiisie, ovvero II 
Viaggio di Primavera. 

Era già tempo quando Aminta e Earlto 

Ed io con essi verso il fiume Alente, 

Movevam tutti dal paterno lito. 
Che Frasldamo e Antigon del valente 

Licopóo figli le Tallsle feste 

Fean, che Cerere die Vantica gente. 
Se pur qualche reliquia or vien che resti 

Di prisca nobiltà da Clizia insino 

E che per sino da Calcon s^ attese. 

Ma, leggi greco, o italiano, mi pare di sentirti dire. 
I Nuovi Goliardi. • 



Digitized by 



Google 



114 I NUOVI aOLURDI 

Eppure il pensiero di Teocrito è chiaro, è semplice. 

Traduzione letterale: — Eurito ed io un giorno partimmo dalla 
città per andare in Alente; e a noi si uni terzo Aminta; perchè cele- 
bravano le feste Talisie, in onore di Cerere, Frasidamo e Antigone, 
due figli di Licopéo, nobile avanzo, se pure ve ne è alcuno, di quelli 
antichi discendenti da Clizia e da Calcene. 

Ed ora, ab uno disce omnes. 

Anton Maria Salvini. — Teocrito volgarizzato. Terza edizione. 
In Venezia 1746, presso Pietro Carminati, con licenza dei superiori. 

Neppure questa è fedele, ed invano cerchi versi buoni; anche 
qui sono aspri, duri, guasti, zoppi. 

Ecco i primi deiridillio II, La Fattiu:chiera, o L'Incantatrice: 

TestUe i4 sono 1 lauri, ù sono 1 filtri t 

Con fior di lana intorno U vaso fascia 

E sia lana di rossa pecoreUa, 

In color naturai tinta a sanguigno. (Quante parole inutili!) 

Aedo V amato nom tanto a me crudele (sici) 

Sacrifichi con forte alta magia. 

Che già dodici dì varcati sono, 

Che quello sciagurato a me non viene; 

Né sa, se vive siamo, o pur se morte. 

Nò con fiero urto battè giù la porta. 

Senti la traduzion letterale i): 

Dove sono i miei allori? su, Testile, dove sono i filtri? Fascia 
il vaso con lana rossa di pecora, perchè io incateni con la magia 
il mio amante crudele. L'infame sono dodici giorni che mi abban- 
dona; non sa se siamo morte o vive, e crudele non batte alla mia porta. 

Ed ora dimmi, o lettore; siamo davvero aspri nel giudicare? 

Domenico Rigoletti, romamo, professore di poetica e lingua 
greca nella Regia Università di Torino. — Teocrito volgarizzato. 



1) n testo greco è: 

nqt iwi Tal «at^vai; fsfw OiaruXi. itijt Si ri ^ìXrpa; 
axi^v xiv laUfiav ^oivtxtcp oio$ dJttp, 
oìc To^v tVo* papùv RuvT» 9ÌX0V ìtaraB^oo^i av9pa 
o« IMI 5v5«MaTfluoc d^' J tdXag ou8i* iro^i'x», 

9Ùak* ^poi apaSiv wdpaio^. 



Digitized by 



Google 



TEOCRITO SIRACUSANO li 5 

Torino neirAccademìa Reale. Appresso Giambattista Chais, stampa- 
tore e libraio di S. M., de' suoi eccellentissimi magistrati e della 
Regia Università, 1729. 

Il Rigoletti ha ì difetti comuni agli altri, e nessun pregio; ag- 
giunge del suo molto, come neìV Abboccamento di D^fHi e Suna 
Donzella^ idilL XXYIII, pag. 245, e stempera sempre sempre; ò 
noioso, freddo, continuamente aspro, duro, tortuoso. 

Un esempio: La Conocchia. 

Conocchia tu, che deUa molle lana 

Oli amplessi accogli ed i torinesi giri, 

Cura e mente di nobili matrone, 

Che intese sono ad opre belle e vag?ie, j 

Onde camere molte e molte adomansi. 

Raro dono e pregiato di Minerva: 

Or tu di buona voglia meco vientene 

Ver la clttade illustre di Nileo; 

Ove 'n mezzo di tenero canneto 

DeU* amorosa Dea verdeggia U tempio. 

Dieci versi endeGasillabi ! Tanti aggettivi, e tanti nomi, e tanti 
complementi di più 1 1 Ma perchè non dire semplice, chiaro e bello, 
come disse il povero Teocrito i): 

O conocchia, «mica della lana, regalo della glauca Minerva alle 
donne, di cui sei il primo pensiero della casa; di buona voglia 
vieni con noi nella città di Nileo, ove in mezzo ad un tenero can- 
neto verdeggia il tempio di Venere. 

signor Rigoletti, se avevate questa castigatezza nell'insegna- 
mento universitario!.... 

• 

Luigi Maria Bugchetti. — Idilli di Mosco, Bione e Teocrito, 
tradotti in versi italiani. Milano, Stamperia di S. Ambrogio, 1784. 

È una traduzione a metri vari e rimati; non fedele, non ar- 
moniosa, niente affatto felice. 

Idillio II> Vlncantairtce: 

Ove, Testili, i filtri e i lauri sonot 
Tu di lana d' agnello porporina 
• Quel vaso ornai mi cingi, end' io eòi stMmo 
IH magiche parole astringa almeno 

1) rUuM«c, tS ^iXtpiV diandra, 9ò^v 'A'^ayJat, \ ' ^ ^ '^^' .un\0'>>V, 



Digitized by 



Google 



ne I NUOVI GOLIARDI 

Colai che a mia rv^na 

Potò si grave amor destarmi in seno. 

Il dodicesmo giorno è già varcato, 

Dacché quell'inumano 

Moì>e da me lontano 

Nò sa neppur Tingrato 

Se noi slam vive o morte 

Nò più battendo vien alle mie porte. 

Certo V instabil molto 

E frodolento Amore 

E Venere gli han volto 

Ad altra parte il core. 

Ma ben di Timagete il primo giorno 

Alla palestra andrò: 

Colà vedroUo e dell'fn^Wito écomo 

Ragion gli chiederò. 

Or vo' provarmi intanto 

Se piegarlo posso io col sacro incanto. 

Se ricordi^ o lettore, la traduzione letterale, clie ne facemmo 
poche righe dietro, troverai che Teocrito non avea detto, neppure 
qui, tanta roba. 

^\ 

Giuseppe Moro. — Idilli di Teocrito. Traduzione dal greco, 
con annotazioni. Godogno, presso Luigi Cairo, 1824. 

Il signor Moro in alcuni luoghi è più fedele e più chiaro di 
molti altri , ma la sua traduzione non ha la forma facile e piana 
della poesia bucolica. — Dico però francamente che mi piace più 
di quante ne abbiamo visto; se non altro, in qualche luogo è chiaro, 
dove in altri è oscurissimo. 

Esempio: Idillio VII, Le Talisie, o sia // Viaggio di Prima- 
vera^ pag. 41. 

Tempo già fu che insiem daUa cittade 
Vegnendo Eurito ed io verso d'Alente, 
Ne fu terzo compagno Aminta ancora; 
E fean a Cerere le Talisie feste 
Fransidamo ed Antigone, due flgU 
Di Licópeo, e se onor vi ò In chiara stirpe, 
Da Clizia provegnienti e da Calcene, ec., ec 

• 

Giuseppe Maria Pagnini, Carmelitano della Congregazione Man- 
tovana. — Teocrito, Mosco, Bione, Simmia Greco — Latini con la 
Bucolica di Virgilio^ Latino — Greca , volgarizzati e /bmiti ii 



Digitized by 



Google 



TIOCRITO SIRACUSANO 117 

annotazioni da Eritisco Pilenejo, P. A. Parma, dalla stamperia 
Reale, 1780, con approvazione. 

Caro lettore, hai da sapere che, se sono troppo pochi quelli che 
conoscono i nomi de' traduttori, che noi abbiamo finora nominati , 
non troverai alcuno che ignori li Pagnìni. È la sua traduzione 
che ha le più belle edizioni, e che viene letta dagli studiosi, che 
non possono servirsi del testo greco. Ma, diciamolo pure franca- 
mente, non meritava, né merita tanti onori. — Il Foscolo ne aveva 
stima, ma egli non aveva l'anima idillica, e non poteva giudicare. 
Feroce d'indole e di sentimenti, amava il verso forte, nerboruto, 
contorto; ed il Pagnini non l'ha nò dolce, nò delicato, nò scor- 
revole. 

In conclusione Teocrito non ha il suo traduttore, e lo merite- 
rebbe. Un mio amico, tutt'altro che amante degli studi classici, un 
giorno intese da me una traduzione che poteva leggersi. Mi j^are 
un poeta moderno, disse, quando ebbi finito. 

E questa traduzione si ha a fare in versi esametri, per quello 
che dissi nel numero precedente, e che non starò a ripetere. 

E chi può la faccia, ed in esametri, ripeto, e chi non li sa 
leggere, l'impari. È tempo. 

Antonio Cipollini. 



Digitized by 



Google 



LE DONNE DELLA BAfiBAGIA IN SABDEGNA 

SECONDO DANTE E I SUOI COMMENTATORI 



Nel Canto XXIII del Purgatorio, Forese Donati, ricordando la 
yirtù della sua vedova, che lasciò sola in Firenze a ben operare, 
rimprovera aspramente il mal costume delle donne fiorentine di 
andar scollate, ed esce a dire che 

La Barbagia di Sardigna assai i) 
Nelle femmine sue ò più pudica 
Che la Barbagia dov'io la lasciai, 

e predice che verrà tempo 

Nel qual sarà in pergamo interdetto 
AUe sfacciate donne fiorentine 
L'andar mostrando con le poppe il petto. 

Che ha voluto dire il Poeta con questo? Ho qui sul tavolo un 
mucchio di commentatori e dai trecentisti fin giù giù ai più re- 
centi, sono tutti concordi nell'interpretazione di questi versi. Né 
ciò farà meraviglia ad alcuno, perchè è ormai noto a tutti con 
quanta disinvoltura i chiosatori del sommo Poeta si copino vicen- 
devolmente. Ciò che recherà sorpresa sarà invece il vedere come 
tutti siano acerbi censori delle Barbaricine e come vi sia quasi una 
speci3 di crescendo progressivo nel giudizio che danno di esse. 
Infatti alcuno vi dirà che le donne di Barbagia erano vestite solo 
di un sottile pirgo^ato, che lasciava loro scoperto gran parte del 



1) Alcuni codici danno Barbargia ed è forse filologicamente più esatto 
come derivato da Barbarla. Ma non mi è dato qui di verificarne l'etimologia; 
osserverò solo che Poso comune del paese ò di dire Barbagia. 



Digitized by 



Google 



LE DONNE DELLA BàHBAQIA IN &ARDEQNA 110 

corpo 0; poi altri aggiungerà che andavano nude 2), ed altri an- 
cora arriverà ad aflFermare che erano lascive e tanto corrotte, che 
si prestavano al piacere di chiunque le ricercasse e anche col con- 
senso dei mariti 3). E chi più ne ha, più ne metta. 

Fra tante voci che cosi aspramente giudicano delle Barbaricine 
e con quanta verità vedremo in appresso, una però ed autorevole 
ne discorda ed è quella di Alberto La Marmerà 4), il primoj si può 
dire, che studiò con vero intelletto d' amore queir isola nobilissima 
e la fece conoscere agli stranieri. 

Comincia egli 5) sulla scorta di alcuni documenti, tra i quali un 
passo di Procopio e alcune lettere di S. Gregorio papa, a stabilire 
che fin da antico esisteva neir isola una regione detta Barbagia 
e i loro abitanti Barbaricini 6) e dopo aver mostrato che, se real- 

1) Vedi le postille del Cod. Caet che si vogliono di Marsilio Ficino, 
neUa Divina Commedia, col commento del P. B. Lombardi, Padova, tip. della 
Minerva, 1822, voi. Il, pag. 524. Non posso tralasciare dal 'riferire la sfiiega- 
zione che l'editore dà aUa parola pir^/o/o^o. « Ragion vuole, egli dice, che, 
« significando la pdkVoÌK pergolato, secondo il Vocabol. della Crusca, quan- 
€ tità di pergole, che, secondo esso stesso, voglion dire ingraticolati di pali 
€ o di stecconi o d'altro, ecc.,deggia intendersi in essi pirgolati qualche spe- 
< eie di velo tessuto di stami incrocicchiati ad una certa distanza e quindi 
€ trasparenti. » 

2) Cosi Francbsco da Buti. Pisa, Nistri 1858, voi. H, pag 561: € La Sar- 
€ digna à monti inacessibili.... ne' quali monti à molto popolo, molto feri et 
« inculti, viventi a modo di barbari, e però credo che sia chiamata Barbag- 
€ già.... e vanno quasi nudi li omini e le femine. » 

3) Benvenuto da Imola. Imola, Galeati, 1855, voi. II, pag. 461: « Barbagia, 
« luogo montuoso in Sardegna, in cui vive gente selvaggia senza leggi nò 
« religione.. . le donne dei quali sono lascive e si vendono col consenso dei 
« mariti; vestono tele biaflche di lini, e cosi sciolte, che lasciano scoperto 
« il petto. > 

E similmente scrivono Jacopo della Lana, Milano, Civelli, 1865, voi. unico, 
pag. 259; L'Anonimo fiorentino, Bologna, Romagnoli, 1863, voi. II, pag. 380; e 
U Landino, il Biagioli, il Portirelli, ecc., ecc. 

4) Potrei anche aggiungere VAngius che nel Dizionario Geografico degli 
Stati Sardi del Casalis, alla voce Barbagia^ voi. XI, pag. 127, difende le Bar- 
baglne e lancia una buona frecciata a quegli scrittori che osano parlare di 
quello che ignorano. 

5) La Marmora , Itinéraire de Vile de Sardaigne , Turin , Bocca , 1860, 
voL II, pag. 384 e seg. 

6) A questo proposito mi giova ricordare un dotto articolo del prof. Ettore 
Pais, che con molta copia di sani argomenti mi pare riesca a provare che l 
Barbaricini, di cui parla Procopio, non siano che i Maureddi del circondarlo 
d'Iglesias, mentre l Barbaricini menzionati da S. Gregorio, sarebbero gli an- 
tichi Uiesi, primitivi abitatori dell'isola. Vedi « Due quistionl relative alla geo- 
grafia antica della Sardegna, » Bioista di filologia classica^ An. VI, pag. 474. 



Digitized by 



Google 



120 I NXJOYI GOLIARDI 

mente fosse stato uso delle Barbaricine di andare col petto SCO7 
perto, ancora oggi se ne avrebbe traccia nel costume, difende la 
loro fama dall'ingiuria, che hanno fatto loro i commentatori, e 
conchiude che non v'è che una maniera logica di interpretare il 
parallello stabilito tra l'uso delle donne fiorentine e quello delle 
montanare della Barbagia; poiché Dante dicendo che questa regione 
è più pudica nelle sue donne, ha voluto soltanto fare intendere che 
se le donne di un paese civile come era Firenze, andavano scollate, 
non cosi erano quelle di un paese riputato barbaro pel suo nome i). 
Non vi è dubbio che i commentatori di Dante hanno molto 
lavorato di fantasia su quella terzina, che offre bella occasione di 
spaziare nel campo delle congetture a chi della Sardegna conosce 
poco più che il nome. Se le donne di Barbagia fossero state tanto 
lascive e corrotte, ne avremmo avuto notizia in qualche documento 
e, a cagion d'esempio, come osserva il La Marmerà 2) nelle lettere di 
S. Gregorio, che parla a lungo delle loro costumanze, meglio 
ancora nella Carta de Logu di Eleonora d' Arborea, che pure tocca 
dei doveri delle donne e delle pene per le concubine. Ma fra i com- 
mentatori che hanno fatto delle Barbaricine altrettante Taidi, al 
La Marmerà che viene a distruggere affatto la forza del contrap- 
posto fatto da Dante, ci corre e molto. Mi compiaccio adunque che 
il La Marmerà abbia difesa la fama delle Barbagine, che sono real- 
mente come esso afferma, ma non ammetto la sua conclusione più 
sopra citata; anzi non so comprendere come egli, attento e scrupo- 
loso osservatore, non abbia notato come solo nella foggia di accon- 
ciarsi il seno, tuttora in uso in Sardegna, si ritrovi la ragion d'es- 
sere della terzina dantesca, la qual foggia, se non è oscena e non 
giustifica le fantasie dei commentatori, è però molto strana e pro- 
vocante. Del resto, chiunque legga spassionatamente il passo di 
Dante, anche senza conoscere i costumi sardi, si avvede che, se il 
poeta ha contrapposto alla Barbagia di Firenze quella di Sardegna, 
bisogna che per qualche sua particolarità questa fosse nota. Che 
valore avrebbe infatti il dire che la Barbagia di Sardegna, che è 
barbara, è più pudica di Firenze, che è civile, se non in quanto 
si sottintenda: la Barbagia di Sardegna, quantunque abbia un par- 
ticolar costume di vestire il seno, è più pudica di Firenze, dove è 
abitudine delle donne 

L'andar mostrando con le poppe il petto % 

i) Là Màbmoba, op. cit, pag. 888. 
t) Op. oit, paff. 390. 



Digitized by 



Google 



LE DONNE DELLA BARBAGIA IN SARDEGNA Igl 

Questo partìcolar costume adunque, che Dante può avere os- 
servato in persona o almeno sentito descrivere da qualche viag- 
giatore, e non il semplice nome di Barbagia per paese barbaro, 
deve avere indotto il Poeta alla contrapposizione. 

Vediamo quali siano oggidì i costumi femminili di questa con- 
trada e nella Sardegna in genere, e la questione ci apparirà facil- 
mente risolta. 

Se v'è paese che sia ancora tenacemente attaccato a' suoi co- 
stumi antichi è certo la Sardegna, e di essa massimamente la 
parte interna e montuosa, che si raggruppa intorno al gigante 
delle Alpi Sarde, il Gennargentu. Questa parte ò appunto la Bar- 
bagia, che declina a settentrione e a levante verso il Nuorese e 
rogliastra, e a ponente scende verso il Tirso, mentre tocca a mez- 
zodì i monti d'Esterzili. 

Basta averla percorsa qualche volta per comprendere in quale 
isolamento visse per lungo tempo questa regione, che appena adesso 
comincia a sentire i vantaggi che le apportano le agevolate co- 
municazioni. 

Se adunque quasi intatte vi sono ancora le primitive abitudini 
e le antiche costumanze, è ovvio argomentare che anche gli abbi- 
gliamenti non vi saranno di molto cambiati, tanto che i costumi 
di quest'oggi potremo credere che poco differiranno da quelli del 
tempo di Dante. 

Ora a chiunque viaggi pei monti della Barbagia fa subito im- 
pressione il modo di vestire di quelle donne. Le più strane sono 
quelle di Tonava, uno dei villaggi nelle gole del Gennargentu , le 
quali sono anche segnate a dito e derise, quando capitano a Nuoro 
a cercar lavoro al tempo della mietitura. Esse portano in capo un 
pezzo di pannolana , di solito nero, di forma quadrata , orlato con 
listelli di seta di colore diverso , che in forma di un cappuccione 
scende loro sulle spalle e gira intorno al viso , che vi apparisce , 
per usare la felice espressione del Bresciani i), come ad uno spor- 
tello; ma poi che hanno indosso? Una camicia grossolana di tela 
bianca, che secondo l'uso generale sardo non arriva che al fianco 
e un pezzo di rustica saia, che si attortigliano intorno alle gambe 
e chiudono ai fianchi con un zeppetto, che ficcano tra due occhielli : 
talvolta sono anche due i pezzi di saia, di solito color rosso- 
mattone, che dispongono intorno al corpo l'uno dinanzi, l'altro di 



1) Bbbsciàni, Dei coatunU delt isola di Sardegna, Napoli, 1850, paff. 9L 



Digitized by 



Google 



122 I NUOVI aOLIABDI 

dietro , e stringono alla vita , a guisa di due grembiali , che per 
quanto si sormontino ai fianchi, pure lasciano come uno sparato 
laterale, che ricorda il famoso abito di M.Ue Lange nella Figlia di 
Madama Angot. E sotto?... Sotto hanno due altri pezzi di tela 
bianca, messi allo stesso modo, che tengono luogo di sottana. Cosi, 
un pò perchè questi panni se li serrano talmente addosso da pa- 
rere, per dirla ancora col Bresciani i), dentro una guaina , un pò 
perchè camminano a stento per non allungare il passo, il che apri- 
rebbe di troppo lo sparato sui flaijchi, fatto è che riescono le figure 
più gotte e ridicole che si possano immaginare. 

Ognuno vede come questa foggia di vestire sia veramente pri- 
mitiva e può comprendere quale sorpresa produca al forastiero che 
la osserva per la prima volta. Ed è senza dubbio questo costume, 
che nel trecento era forse difi'uso ad altri villaggi della Barbagia, 
che diede origine aU'afltermazione dei commentatori trecentisti che 
le Barbaricine andavan quasi nude. Né vale il dire che Tonara, uno 
dei paesi più poveri e infelici , sepolto là tra i monti solitari del 
Gennargentu, sia come un'eccezione; perocché se esso solo resta 
come prezioso documento all'etnografo per la storia delle vesti, gli 
altri villaggi della Barbagia provano come da quella prima foggia 
rudimentale del vestito si sia passato alla loro un po' più regolare. 
Infatti le montanare di Aritzo e di Desulo, a cagion d' esempio , 
ancor essi nelle valli del Gennargentu, se non hanno più la gonnella 
sparata in due pezzi, la portano però cosi serrata che vi sembrano 
infoderate, come le Tonaresi; con questa difierenza però, che mentre 
a queste la natura in generale fu assai matrigna, alle donne di 
Desulo e di Aritzo invece fu larga di forme rigogliose, che si di- 
segnano mirabilmente in tutta la loro dovizia di curve sotto le 
vesti strette, strette e si che la stoffa è grossa!... Quante volte 
nel vederle si corre colla mente alle eleganti signore dei nostri 
passeggi cittadini, fasciate ancor esse negli abiti ora in voga! 
Aii la moda è una gran capricciosa! Gira e rigira tanto che ti 
riesce a mettere a pari la maschia montanara di Aritzo colla gra- 
ziosa dama, che batte dello svelto e nervoso piedino il suolo a 
mosaico della Galleria! 

Non di meno se questa maniera di vestire può spiegare T af- 
fermazione di certi commentatori, non credo per anco sia quella 
che abbia svegliato nella mente del Poeta il confronto colle donne 
fiorentine. 



1) Bresciani, op. clt., pag. 90. 



Digitized by 



Google 



LE DONNE DELLA BARBAQIA IN SARDEGNA 123 

V'ha un*altra parte dell' abbigliamento femminile che attrae il 
viaggiatore nella Barbagia non solo, ma anche nel Nuorese, nel Campi- 
dano e in quasi tutta la Sardegna, Tanto a Nuoro quanto in tutti i 
paesi del centro dell'isola e nella Baronia e neirogliastra che ho vi- 
sitato, le donne, mentre gelosamente si coprono il volto, fino al naso 
talvolta, hanno una gran cura di mettere in mostra il seno i). È 
bensì vero che vi portano sopra la camicia, ma che importa se ò 
accomodato con tale procace artificio tra le difese dei busti e delle 
fascette sparate sempre davanti, che sembra ne prorompa fuori? 

A Nuoro per esempio usano una fascetta di cui non allacciano 
che Tultimo occhiello alla bocca dello stomaco, di modo che rimane 
aperta colle due punte laterali rivolte in fuori, e da essa si sporge 
con una grazia provocante il volume del petto. Ad Oliena, ad Or^ 
ffosolo, ad Orosei poi nemmeno l'ultimo bottone è allacciato; la 
fascetta è più bassa e sta sparata del tutto e un cordone o un 
nastrino passa sotto del seno da un capo all'altro di essa: curioso 
assai è il bustino delle Orgolesi che è cosi sporgente in avanti, che 
con quel suo color nero dà V imagine dei paraocchi , che portano 
alla briglia i cavalli. In altri villaggi come a Mamojada, a Fonni, 
a Oavoi e in generale nella Barbagia la fascetta si è cosi abbas- 
sata che si è ridotta ad una striscia, alta un palmo, che il Bresciani 
chiama serrine ^) ; questa specie di pettorale si aggira a mezza 



1) n Mantegazza, che attraversò la Sardegna in vettura e in ferrovia 
e vide poco e'male e quindi poco e male ne scrisse, ha però una pagina as- 
sai beUa e vera a proposito deUe vesti femminili. U suo occhio d'artista ha 
colpito nel segno e con quel suo stUe abbondante se vuoi, ma vibrato e poe- 
tico, cosi si esprime: « Per quanto svariati siano gli acconciamenti femmi- 
« nili deUa Sardegna, hanno però quasi tutti questi due caratteri essenziali . 
< molta copertura del capo e una grazia infinita per lasciar indovinare il' 
« più che si può le beUissIme bellezze del seno. Più d' una volta vedete in- 
€ torno a quel nido d'amori un duplice, un triplice, un quadruplice sistema 
« di baluardi, di cortine, fossi, contrafforti e contraffossi; tutta una strategia 
« di fascie, fascette, e camicie e merletti ; un arsenale strategico che dovrebbe 
« esser fatto aUa difesa, ed è invece un'offesa continua, formibabile; tutto un 
€ labirinto di parapetti a cui gli occhi profani non dovrebbero neppure get- 
« tare uno sguardo, e dove invece e occhi e sguardi si ostinano ad entrare; 
« tutto un artifizio di grazie che vuol molto nascondere e riesce invece « 
« mostrare assai; tutto un' sistema di graziosisslma, castissima e provocan- 
€ tissima ipocrisia. » Profili e paesaggi della Sardegna. Milano, Brigola, 1870, 
pagina 105. 

2) Brescuni, op. cit, pag. 77, ove ossei*va anch'egli che € neUe fascette, 
come neUe serrine e nei busti, lo scoUato è sempre bassissimo e se si rialza 
alquanto, ò sparato insino la bocca deUo stomaco. » 



Digitized by 



Google 



124 I NUOVI GOLIARDI 

luna sotto le ascelle e si allarga [in sul davanti in due triangoli 
che sostengono il seno come due fmani. E così potrei passare in 
rassegna molti e molti altri villaggi; per uscire dal centro dell'isola 
ricorderò Sennori per il Sassarese e Cabras per il Campidano. 

Ora se a tutto questo si aggiunge che la natura fu generalmente 
prodiga alle Sarde di ricchissimo petto, facilmente si comprenderà 
come lo sguardo del forastiero sia attratto da quel costume fem- 
minile, perchè se è vero che la camicia è serrata fino al collo con 
due bottoni gemelli di fllograna, d'altra parte vi è tirata sopra con 
tanta grazia a pieghettine accuratamente disposte, che riesce a 
metterne in rilievo meglio e con maggior procacia tutta r esube- 
ranza. 

Il La Marmerà stesso, che confessa che ces formes et ces con- 
toms fbrt saillants sont un objet de surprise et méme, en quel- 
qice sorte, de degoùt i), come mai non comprese che è senza dub- 
bio a questo che mirava Dante nel suo parallelo! 

Concludendo, che mi par tempo, dirò col La Marmerà che tutto 
quanto hanno scritto i commentatori sulla corruttela delle donne 
di Barbagia non è che un iissu d'inventions et de niaiseries 2); 
perocché non abbiamo né prove storiche pel passato, né possiamo 
argomentare dalle loro usanze d'oggidì che un tempo fossero cosi 
date al mal costume. 

Non si può ammettere pure per lo stesso motivo che andas- 
sero nude, né che la ragion d'essere del confronto stia solo, 6omh 
vuole il La Marmerà, nel significato di Barbagia, per terra barbara. 
Io vorrei solo, e se non mi inganno credo di averlo provato, che 
nei commenti che corrono per le mani dei giovani, al posto di 
tante goffe fantasticherie, si mostrasse coir esatta conoscenza dei 
paesi che il confronto dantesco deriva unicamente dal costume 
delle Sarda in genere di portare esposto il seno. Cosi si dà ad 
ognuno il suo; le donne di Barbagia non sono ingiustamente offése 
e insieme la terzina di Dante riesce facile a intendersi, e una 
nuova prova che il sommo Poeta non parlava se non di ciò che 
realmente era. 

• • P. E. GUABNSBIO. 



i) Op. eit., pag. 389. 
2) Op. cit, pag. 891. 



Digitized by 



Google 



DA MIMNERMO 



1. 

Senza dell* aurea Venere qual mai 
Cosa cara ha la vita? Oli morir possa, 
S'avvenga mai che tali cose a cuore 
Più non mi stiano, i bei flirtivi amori, 
I dolci doni e i cari letti 1 rapido 
A uomini ed a donne il giovenile 
Fiore s'invola: poi quando Vecchiezza 
Luttuosa sorgiunga a render brutto 
Anche l'uomo più bello, allor le tristi 
Malvagie cure a lui strette d'intorno 
Gli consumano il cor, né si rallegra 
Più di veder i raggi aurei del sole, 
Ma odioso ai fanciulli, e dispregiato 
È dalle donne; cosi fiero male 
La vecchiezza è che Dio diede ai mortali! 

2. 

E noi, quai foglie che produce l'alma 
Stagion fiorita, quando i rai del sole ' 
Ratto crescer le fanno; un breve tempo 
Godiam dei fiori dell'età, di beni 
di mali nessuna ancor scienza 
Ricevendo dai Numi. Ma ci stanno 
Sopra le negre Parche, una tenendo 
In man la faticosa aspra vecchiezza 
L'altra la morte: e un solo istante il frutto 
Dura di nostra giovinezza, quanto 
È il tempo appunto che consuma il sole 
Nel difibndere i rai sopra la terra. 



Digitized by 



Google 



ISA I I^OVI OOLIÀRDI 

Oh quando tal per te termin sia scorso, 
Più che vivere allor meglio è il morire: 
Che molti mali all'anima verranti: 
E talora è la casa afflitta e grama, 
E l'opra sua abborrita entro vi compie 
La povertà; dei figli un altro orbato 
Dal desio se ne strugge, e scende all'Orco 
Sotterra; a un altro fiero morbo l'alma 
Consuma, né v'ha un solo infra i mortali 
A cui Giove non dia mali infiniti. 

3. 

Subito un gran sudore a me le membra 
Scorre, e rimango sbigottito, il flore 
Quand'io contemplo della nostra etade 
Cosi amabile e bello, e che dovria 
Durar più tempo: ma siccome un sogno 
Giovinezza onorata è fuggitiva. 
E subito sul capo ecco a noi pende 
La vecchiezza deforme e travagliosa, 
Odiosa e spregiata; e quei che tocca 
Essa non più dagli altri è conosciuto; 
Che avvolgendosi a lui d'intorno il lume 
Degli occhi essa gli offende e l'intelletto. 



Ben faticosa al sole opra ogni giorno 
Prescrisse il fato, né respiro alcuno 
È a lui concesso o ai suoi cavalli, dopo 
Che l'aurora da' bei diti di rosa 
Salita é al cielo l'Ocean lasciando. 
E lui dormente in un bel letto d'oro 
Alato, preziosa opra d'Efesto, 
A fior d'onda trasporta il marin flutto 
Rapidamente dall'Esperia terra 
Ai lidi d'Etiopia; ove il veloce 
Sta suo cocchio e i cavalli, e aspettan l'alma 
Che venga, figlia del mattin, l'Aurora; 
E allor sul cocchio innanzi il Sole ascende. 

Andrea Novara^ 



Digitized by 



Google 



LE OPINIONI A PULVIROLO 

sge:ite: 

Atto Primo. 

(Salotto in casa del signor Amabile) 

SCENA I. 

Marcello e l^aasto. 

Mar. Come, signor Ignazio, anche lei voterà per la strada ferrata? 
anche lei, un fabbriciere? 

IGN. Io son sempre del parere del buon senso. 

Mar. Ehi il buon senso è un* opinione che ha fatto il suo tempo. 

Ign. Lo so, lo so... pazienza I ma scherzi a parte, una buona strada 
che unisca direttamente Pulvirolo a Milano ò un bisogno sen- 
tito. 

Mar. Son sicuro che ne guadagnerà anche il commercio dei nostri 
zoccoli. Ma e la spesa del gomito? sa bene che la Società co- 
struttrice deve deviare dal primitivo progetto un quattro chi- 
lometri per contentare Pulvirolo, facendo un gomito, e il go- 
mito bisogna pagarlo. 

Ign. Son quaranta mila lire a premio perduto... 

Mar. e crede lei che i talentoni di Pulvirolo si rassegnino a buttar 
via quaranta mila lire? 

Ign. Non son buttate via. 

Mar. Non 'si mangiano, e quei di Pulvirolo non credono che a ciò 
ohe si può mangiare... 



Digitized by 



Google 



128 ^ I NUOVI aOLIARDI 

Ign. Lei è pessimista, signor Marcello. 

Mar. Io? guardi, se fra le feste dell'anno non ci fosse la Pasqua, 
quei di Pulvirolo non crederebbero neanche al Signore. 

Ign. Ma no... 

Mar. Sa che un partito , un partito grosso , preferisce, a questa 
strada, un bel concerto di campane nuove, e per sentirsele nelle 
orecchie i villani di Pulvirolo venderebbero anche la croce. 

Ign. Ma neanche le campane si possono mangiare. 

Mar. Io non sono né ateo nò salmista, ma credo fermamente che 
Pulvirolo può far senza delle campane nuove, mentre una 
buona ferrovia non solo attirerebbe molta gente ai nostri mer- 
cati, ma farebbe conoscere le nostre produzioni all' estero. Ha 
veduto quel mio opuscolo sulla composizione chimica della 
barbabietola? 

Ign. Un libro dotto, se ce n' èl 

Mar. Lasciamo stare il dotto. Ma cosa dico io in queiropuscolo! 

Ign. {fra sé) Bravo, non l'ho letto. 

Mar. Ha veduto le tabelle statistiche? 

Ign. Chiare come il sole!... 

Mar. e la statistica, signor mio, non è chiacchera. 

Ign. La statistica, figuriamoci! i numeri son numeri... 

Mar. e le parole son parole. Ma , a proposito , come mai lei , si- 
gnor Ignazio, fratello, nientemeno, del prevosto di Pulvirolo, 
fabbriciere della chiesa, non sostiene le campane? diavolo, lei 
giucca una brutta carta. 

iGN. So bene che mio fratello non è troppo amico delle novità e 
senza credere che il vapore sia invenzione del demonio, teme 
però che Pulvirolo si apra alla corruzione cittadina, ai giornali, 
alle società operaie, ai villeggianti, ai cattivi esempi e fino a 
un certo punto non ha torto. Molti paesi che fino a ieri vis- 
sero nella semplicità dei costumi... 

Mar. (ridendo) Adamitici... 

iGN. Ben, lasciamo stare. Il prevosto ieri sera mi ha fatto chiamare 
e mi disse: Ignazio, si vogliono spendere quaranta mila lire 
in una matta impresa, mentre la chiesa aspetta da trecent'anni 
le sue campane. Pulvirolo , che ai tempi di S. Carlo era capo- 
pieve, non ha oggi che una campanella fessa, dal giorno che 
un fulmine liquefò i vecbhi bronzi. 

Mar. Aveva letto i giornali quel fulmine? 

iGN. E io gli risposi: Caro mio, la ferrovia condurrà le campane.„ 

Mar. {con entusiasmo) Quelle di Pier Capponi, 



Digitized by 



Google 



LE OPINIONI A PULVIROLO 129 

IGN. Come? -— esclamò — un fabbriciere? un devoto cristiano? un 
mio fratello deve proferire il trionfo degli uomini a quello 
di Dio? 

MARé Ah! Ah! e lei che cos'ha risposto? 

lON. Risposi: fsoìennementej Dio si onora anche col vapore! 

Mar. Stupendamente! 

iGN. Ma il pover uomo andò sulle furie come se avessi bestemmiato 
e ci lasciammo un po' di malumore. 

Mar, Ora vedremo ciò che mio cognato saprà fare. Quest'oggi vor- 
rebbe sentire il nostro parere in privato prima di presentare 
una proposta concreta al Consiglio Provinciale. Mio cognato è 
molto influente in alto. 

iGN. Ha mandato un gentilissimo invito anche al prevosto. 

Mar. Ma il povero Amabile mi saprà dire che gusto e' è ad accor- 
dare quei di Pul virole. Lui è l'uomo della pace, della concilia- 
zione e vorrebbe sposare l'acqua santa al diavolo, e non sa che 
Pulvirolo è una tana di bestie selvatiche, 

iGN. Ah! Ah! giusto. 

Mar. Vuole un esempio fresco? il dottore, lo sa, è un progressista 
molto ben colorito, e se va in chiesa è per rispetto alla plebe. 
Ebbene, so di certo che voterà, se si deve votare, non per il 
vapore, ma per le campane. 

iGN. Il dottore? 

Mar. L' ha detto a voce alta nella mia spezierla. 

iGN. E la ragione? 

Mar. Per farla a me e a mio cognato , che leggiamo la Perseve- 
ranza. Ah ! che peccato essere troppo vecchi, e non poter esser 
al mondo fra cinquant'anni! A me come a me, se oggi mi di- 
cessero che un asino vola... 

iGN. Lo crederebbe, eh, eh... 

Mar. Visto che gli asini ne fanno di più meravigliose... 

iGN. Colpito, colpito!.... fcarezze'oolej 

Mar. e mi vengono a parlare di progresso e di libertà. Due sante 
parole a cui faccio di cappello, ma a vedere, a sentire certe 
cose, che si fanno, che si dicono in Pulvirolo, se alla mattina 
aveva un^dito di coda, a mezzodì è lunga un braccio, e prima 
di sera non c'è più posto di metterla, la coda! 

iGN. Ebbene, si consoli che lei non ha più bisogno di nessuno. 

Mar. Questo si, grazie al cielo. 

iGN. Fra poco dà tanto di catenaccio alla spezieria, compera un 
casinetto... 
T.Nucvi Goliardi, 9 



Digitized by 



Google 



i80 I NUOVI GOLIARDI 

Mar. Sopra una montagna, ben in alto. 

IGN. Marita la figliuola, (dolce) La si è fatta una gran bella ragazza 

la sora Rosina. 
Mar. Peuhl 

IGN. Questo non ò il caso d'essere pessimisti, sor Marcello. 
Mar. Non dioo mica che sia brutta. Ma per maritarla bisognerebbe 

che al mondo esistesse un uomo come voglio io. Ohi se volesse 

sposare un maresciallo dei carabinieri, un uomo d'ordine.... 

Per me quel cappello a triangolo rappresenta la sesta del mondo. 
iGN. (dolcej Ve ne sono de' bravi figliuoli. 
Mar. Vi sono anche dei famosi scapestrati, ohe ti sposano la dote 

e poi ti fanno una razza di sconquassatori. 
iGN. {esitante) Per esempio, io ho un figliuolo. 
Mar. Non lo conosco. 
iGN. Ha studiato cinque anni a Padova, ha fatto due anni di pratica 

a Milano in una delle prime spezierie , e ora vorrei cercargli 

un buon negozio.^, e una buona ragazza. 
Mar. (fra sé) Lo zio prete ha dei denari. 
iGN. Lei sa che io ho sempre vissuto de' miei fondi e non ho che 

Garletto al mondo, né posso campare sempre.... 
Mar. Che cosa conta ?.... non è questo il mio sogno. Preferisco un 

poveretto assestato colla testa diritta a un ricco strampalato. 

Non dico questo dei suo figliuolo, che non vedo da sei o sette anni. 
iGN. Lo conoscerà quest' oggi; per quanto l'iguarda poi l'avviamento 

della farmacia e l' altre cose.... 
Mar. Dobbiamo parlarne con più compdot 
Ign. Come crede, {fra sé) La va, la va. 



SCENA n. 

Amabile (con un bel panciotto verdognolo)^ Ignazio e llarecAlo* 

Ama. Bravi, bravi, siete qui? caro sor Ignazio (stringe la mano 
ad entrambi, battendola un poco colla sua). E dunque ì cam- 
pane vapore? 

Mar. Vapore I 

Ign. a tutto vapore. 

Ama. Bravi, bravi, mi rallegro. Ho scritto anche al prevosto perchè 
volesse favorirmi. . Ci sente poco da quest' orecchia, ma spero 
di poterlo persuadere a lasciar correre l'acqua per la sua china. 
Ho scritto anche al dottore, che non mi ha risposto ancora. 



Digitized by 



Google 



LE OPINIONI A PULVIROLO 131 

Mar. Aspettala un pezzo la risposta. 

Ama. Eh noi è un buon uomo. Ha le sue idee, come noi abbiamo 
le nostre, ma qui si tratta del bene del comune. Ho fatto chia- 
mare il mugnaio della Conca , che è elettore e molti altri dei 
più influenti. Vedremo, sentiremo, ci conteremo e dalla discus- 
sione scatterà quella tal scintilla, quella tal scintilla.... Bravi, 
bravi, mi rallegro. Bisogna aver pazienza un po' per uno, e non 
pretendere che il vino entri nella botte tutto in una volta. La 
pazienza è per le cose del mondo come V olio per le carrucole, 
come il sapone per i telai ; è il gran sapone del progresso. Ah I 
Ahi bravi, bravi, mi rallegro... (contento e beato torna a strin- 
gere la mano ad entrambi) 

IGN. Ecco un uomo come se ne danno pochi. 

Ama. è inutile pretendere d'aver ragione per forza. Mia moglie, per 
esempio, ha cominciato a brontolare stamattina perchè, secondo 
lei, questo panciotto verdognolo è indecente, mentre ne ho di 
bianchi, di gialli, di rossi molto più belli. Volete forse eh* io 
contristi una povera anima per un panciotto? Ebbene, le dissi, 
lo cambieremo, mia cara. Permettete, vado a cambiarlo. Anche 
colle donne il sapone non è sempre inutile (esce a sinistra). 

iGN. Non si può dire che abbia torto. 

I£ab. Ha torto solamente di lasciarsi comandare da sua moglie e 
lo dico, quantunque la sia mia sorella. In casa mia vorrei co- 
mandare io, e se mi piacesse di portare in capo, per modo di 
dire, una pentola, vorrei portarla la pentola. Le donne è già 
troppo che abbiano la testa, senza che si diano il lusso d^avere 
un'opinione. Che opinione! T opinione di mia moglie sono io! 

iGN. Anche in questo sono del suo parere, (fra sé) Bisogna tenerlo 
unto stamattina. 

Mab. Ma oggi anche le donne cominciano a parlare di politica, di 
questioni sociali, di voto elettorale... Le donne? son cose da 
far crescere la coda a un remolaccio. 

Ign. Però vi sono delle splendide eccezioni. 

Mar. Eh! poco su, poco giù, tutte compagne. 

Ign. Sua figlia, per esempio. 

Mar. Mia figlia è stata fortunata d'aver un padre di giudizio, che 
la conduce per mano. A buon conto ho già mandati a monte 
cinque o sei matrimoni e uno la vigilia stessa delle nozze, e 
un altro era un signore di cavalli e carrozza. 

Ign. Speriamo che mio figlio... 

Mar. Ma quest*araba fenice perchè non si fa conoscere! 



Digitized by 



Google 



132 I NUOVI GOLIARDI 

IGN. È timoroso, troppo modesto, troppo innamorato. 

Mar. Che opinioni ha questo suo figliuolo? 

iGN. Si figuri, è figlio di suo padre.,. 

Mar. (celiando) Davvero? 

iGN. Ma, ma! che cosa dice? 

Mar. è una celia per ridere. È la testa eh' io guardo ; ha la testa 

questo figliuolo? 
Ign. diavolo, lei può vedere se ha la testa. Eccolo qui. 

SCENA III. 
Carletto» Igaaiio e ll«reell«. 

Car. (con un cappellino spavaldo in testa ^ che non si leva^ en- 
tra correndo), 

Ign. Vieni, Carletto, si parla di te. Conosci il sor Marcello ? 

Car. Il sor Marcello 1 oh sono ben contento di rinnovare una vec- 
chia amicizia (stringe molto forte la mano a Marcello). Vedo 
che lei ha un cierone d'imperatore; cioè veramente gl'impe- 
ratori devono avere una ciera molto rabbiosa coU\aria che 
tira; era tempo! E la sua simpaticissima figlia? son passato 
ieri sera dalla spezieria e per dio sacrr... 

Ign. (to punge di fianco per farlo smettere) - (fra sé) Mamma- 
lucco! 

Caiu Davvero, non riconoscevo più la mia bella Rosinetta di sette 
anni fa, quando si giuocava a mosca cieca sul sagrato, (mo- 
vendosi molto per la scena) E il signor Amabile si può sa- 
lutare ? Sono contento d* essere venuto a Pul virole in un mo- 
mento di grande eccitazione, quando sono in giuoco gl'inte- 
ressi della patria. La lotta è il mio elemento. Il signor Marcello 
non è anche lui liberale ? e non di ieri ? si sa , la scienza ò la 
gran scopa dei pregiudizi. 

Ign. (sottovoce a Marc), È tutto il carattere di sua madre. 

Mar. Povera donna! 

Car. Dov' ò questo caro , questo simpaticissimo signor Amabile ? 
(esce dalla destra per tornare svòlto). 

Ign. Sente ancora troppo dello studente, ma è un cuore schietto. 

Mar. Portano tutti a Padova di quei cappellini? 

Car. (tornando). Sono scappati i padroni di casa? Caro padre, ho 
una buona notizia a darti. Aspetta che io la cerchi fra questi 
giornali (cava di tasca un fascio di giornalétti). 



Digitized by 



Google 



LE OPINIONI A PULVIROLO 133 

lON. (piano a Marcello). Soii giornali che gli mandano in dono i 
suoi amici. Carletto scrive corrispondenze di cose chimiche. 

Car. Sai che appena giunto a Pulvirolo mi sono occupato con avi- 
dità della grande questione del giorno, e ho scritto subito un 
articolo sul Bacherozzolo.,, y con pepe e sale. Aspetta... {stende 
i giornali sulla tavola). 

Mar. {fra sé). E pretende di sposare mia figlia 1 

Car. {leggendo i titoli dei giornali). ÌJ Asino doppio, il Trabic- 
colo, lo Scorpione^ la Forbice^ la Minestra riscaldata.,, il Ba- 
cherozzolo. — Voici. To', vedi in prima pagina come ho sa- 
puto frustarli questi campanari. 

Mar. (fra sé). E l'animale pretende di sposare mia figlia. 

Car, {volgendosi a Marcello). A Padova ho diretto io per due anni 
un giornale di studenti intitolato la Stanga ^ che propugnava 
i prìncipi liberali e bastonava di tempo in tempo le spalle a 
qualche professore.... 

Mar. Ah! (fa una smorfia). 

Car. Bastonate morali s'intende. 

Mar. Già, già! 

Car. Bastonate d' inchiostro. Eravamo cinque o sei tutti bocciati^ 
come si dice, nell'esame di chimica. 

Mar. Vedo ! e vuol sposar.... {stringe i pugni per il dispetto). 

Ign. {fra sé scuotendo rabbiosamente il foglio). Questo imbecille 
mi guasta tutto. 

Car. L'avevamo non tanto colla scienza, quanto coi pedanti. Anche 
lei sarà^ stato studente e si ricorderà che la vena non manca a 
vent'anni. Una mia satira in versi sdruccioli che scrissi con- 
tro il rettore, un coso bitorzolato che pareva un cacio sviz- 
zero, fece furore: {declama). di bitorzoli — Vesuvio e Strom- 
boli — metafisico — Unto barattolo — Quando l^ anemica 
— Ipocrisia — Fatta itterizia — Ti porterà via.... 

Mar. {guardandolo in cagnesco). Stupendo. Se permette, mi siedo 
{va a sedere un po^ indietro). 

Ign. {seccato). Metti via... 

Oar. Hai letto come li concio io i campanari? 

Ign.' Che cosa dirà il dottore che predica anche lui per le campane? 

Car. Il dottore fa dell'opposizione seria, deiropposizione illuminata. 
Egli non ti dirà che il vapore è un fomite di corruzione, che 
i vetturali moriranno di fame, che il fumo fa male alle viti, che 
è un'invenzione del diavolo... 

Ign. Ma non lo vuole. 



Digitized by 



Google 



1S4 I NUOVI GOLIARDI 

Car. {gravemente), A Pulvirolo non si può capire che cos' è la lo- 
gica dei partiti. 

Mar. (sottovoce), E intanto la coda seguita a crescere (si guarda 
di dietro come se la vedesse davvero). 

Car. Che ne dice, sor Marcello? 

Mar. Conosce lei il formicaleone? 

Car. Il formicaleone? 

Mar. Quella bestia lunga. 

Car. L' ho visto al museo. 

Mar. Ha veduto che coda?... 

Car. Eh, una coda..! (allarga le braccia). 

Mar. Ebbene, faccia conto ch'io sia diventato un formicaleone. 

SCENA IV. 

Amabile (con un bellissimo panciotto giallo) e i suddetti. 

Ama.^ (gridando). Paolina, questo panciotto... 

Car. (aprendo le braccia). Oh! commendatore... 

Ama. Chi è? il sor Carletto? 

Car. Io, commendatore, reduce da quattro giorni. 

Ama. Lasci il commendatore... (piano). Ha veduta Rosina? ieri mi 
ha parlato di lei... 

Car. Che cos'è questo lei...? 

Ama. Come vuoi, ma sei diventato un uomo. Bravo, bravo, mi ral- 
legro. 

Car. e la signora Paolina? 

Ama. Vieni che ti presenterò; mi aiuterai intanto ad accomodare 
una questione di panciotti... verdi, gialli... turchini, più com- 
plicata delle opinioni di Pulvirolo (escono da sinistra). 

Ign. (fra sé) Ho paura che queir imbecille abbia rovinato tutto. 
(forte) E dunque, caro sor Marcello? 

Mar. Dunque che cosa? 

Ign. Che ne dice di mio Aglio? 

Mar. (ragionevole) Senta, carissimp sor Ignazio, se un giorno mi 
farà Tenore di venire a trovarmi, prima le farò assaggiare un 
vin vecchio che è la migliore delle mie medicine, poi le mo- 
strerò un' olla alta cosi, dove un uomo potrebbe quasi prendere 
un bagno, tutta bene inverniciata di dentro e di fuori col suo 
bel coperchio di terra cotta... 

IQN. Un'olla? 



Digitized by 



Google 



LE OPINIONI A PULVIROLO 135 

ACar. Senza rancori, amabilissimo signor Ignazio, le assicuro che 
piuttosto di dare mia figlia a suo figlio, la metto nelFoUa con 
aceto canforato e foglie di rosmarino. E dopo ciò, buoni amici 
come prima, anzi più di prima. 

Ign. (inquieto) Lei esagera, siamo stati giovani anche noi. 

Mar. (francamente) Si scassina V autorità dei maestri, dei padri di 
famiglia, del governo costituito; si scassina 1* autorità della 
legge e della religione; si scassina la disciplina dell' esercito, 
si scassinano le tombe dei poveri morti; è uno scassinamento 
universale. Devo forse permettere che anche mia figlia sia scas- 
sinata? devo sopportare, digerire, che una mia opinione sia di- 
fesa e sostenuta dal Bacherozzolo, dal Trabicolo, dalla Stanga^ 
dalla Clisopompa? è la volta che mi taglio la testa. Piuttosto 
trecento campanili e trecento mila campane. 

loN. (riscaldandosi) Mio figlio potrà avere dei torti. 

Mar. Suo figlio avrà tutte le ragioni e, se non le ha, è padrone di 
prendersele... 

Ign. Non ha ragione. 

Mar. Si, le ha..., o le avrà fìra cinquant*annì, quando io, per grazia 
del cielo, sarò già trasformato anchMo in una barbabietola; 
ma oggi piuttosto che diventare suo suocero, preferisco essere 
il campanone di Pulvirolo... 

Ign. Ma creda, ma senta... (e. s.) 

Mar. Servitor suo... (esce) 

^Continua) Marco D'Olona." 



Digitized by 



Google 



LETTERE INEDITE 

DI 

LODOVICO ANTONIO MURATORI 



( Contirmazione). 



Rev.^o Pre. SigS SigS^ e Pron. CoL^^ 

Mi è ben riconosciuta assaissimo la disavventura accaduta al 
Sig. M.® Capponi, prima per la persona di lui ben degna di vivere 
lungamente con buona sanità, e poi pel mio interesse, che posto 
in si amorevoli mani, come son quelle di V. S. Rev."': sarebbe 
forse riuscito, ed ora si truova arenato, e voglia Dio che non 
vada affatto per terra. Gran mercè all'Ab.® Ramaggini, che m' ha 
sempre fatto sperar la copia di que' Marmi , e poi non è mai ve- 
nuto da Frascati a Roma. Se la di lei benignità troverà apertura 
per favorirmi, gliene resterò sommam.® obbligato. Desidero io in- 
tanto, che il buon Cav.'® si rimetta in buon tuono, e la ringrazio 
dell'incomodo, che si è preso per favorirmi. 

La buona accoglienza fatta da una parte di cotesti Letterati 
airOperetta del Lampridi, è a lui di molta consolazione benché 
sappia non mancarne de gli altri, che digrignano i denti, e guar- 
dano lui con occhi infocati. Si aspetta egli ancora che si muova 
e Cielo e Terra per fare uno sfregio a quel temerario Libro; e 
loro costerà ben poco, occorrendo, d' impegnare il Monarca catto- 
lico più centra d'esso, che de' turgidi Inglesi. Sarà atto di carità 
di V. S. Rev.""*, quando ne sappia le trame, le macchine, e i rag- 
giri, r avvisare il povero Lampridi , acciocché prepari pazienza, e 
non si vada a nascondere in qualche romitagorio. 

Gran pascolo per voi altri Eruditi tante Accademie. Se non 
cominciano in questa maniera a risorgere costi all'antico splendore 



Digitized by 



Google 



LETTERE INEDITE 137 

le Lettere, quando mai sarà ? Io relegato in questi deserti indarno 
mi auguro di tali fortune. Mons.® di Thun è uomo d'ottimo gusto, 
et ha della bontà per me; ma io non ho tempo per coltivar cosi 
alti Personaggi. Se mai ella volesse farsi conoscere a cosi degno 
Prelato, che sarà Card.® a suo tempo, potrebbe presentargli ì miei 
ossequi e le congratulazioni per l'apertura da lui fatta dell' Accad.* 
de' Concilj. 

Desidero il nome del Sanese Autore degli Studj Donneschi, il 
cui libro corrisponde appunto al ritratto, che V. S. Rev.*"* mi ha 
fatto dell'Autore. Di costà mi fu scritto , che esso libro era stato 
proibito; e v'ha certo qualche cosa che non può piacere. Se ne in- 
formi di grazia. 

Poco bene sto io di presente. Alla flussion de gli occhi s'è 
aggiunto il male de i denti; ma il peggior male è quello della 
vecchiaia, che mi va sempre più pesando addosso. Certo ò, che 
finché avrò vita mi pregierò d'essere quale con tutto l'ossequio mi 
protesto 

Di V. S. Rev."» 
Mod.^ 31 Oenn.'' 1741 

Devot.® ed Obbl.^ serv.* 
LoD.° Ant.® Muratori 

Rev.^^ Pre. Sig. SigJ^ e Pron. CoL^o 

Ora intendo chi sia l' autore Sanese del libro , ultimamente 
proibito. Mi scrisse egli una volta, perchè voleva intricarmi nella 
lite, che bolliva fra S. Girol.° e la Chiesa Nuova; ed io mi scusai. 
So che è cervello caldo, uomo che sa. Ha egli sparlato de gli Au- 
tori della vita di S. Filippo Neri. Probabilra.® i PP. dell' Orat.^ 
avran fatto fuoco contro di lui, e indotto che si dee a gastigare 
il Libro. V'ha delle cose, che non saran piaciute costi né ad Ec- 
cles.^*, né a secolari. Ringrazio V. S. Rev.™* dell'avviso. 

Se il Sig. M.® Capponi si rimetterà, come desidero e spero, in 
migliore stato ed ella potrà poi visitarlo, son certo che la di lei 
benignità avrà presenti le suppliche e premure mie. 

Anche da altra parte mi vien supposto, che si aguzzino molte 
penne centra di Ant.** Lampridi, non per difendere il voto Sangu.® 
ma per mostrare, che io impugno Tlmmac* Concez.®, e che è già 
stato dato un Memor.® a N. S. per questo. Ciò non sussiste. S'egli 
non ha rapportato vari passi de SS. Padri , ho anche detto qual 



Digitized by 



Google 



138 I NUOVI GOLIARDI 

risposta ad essi vien data; e non ha potuto far di meno per im- 
pugnar chi niega il Debito. Anche il Petavio , e i Salmaticensi ne 
han riportato. 

Ma infine questo Autore è preparato all'una e all'altra fortuna, 
benché speri molto nella dottrina e fino intendim.® del Regnante 
Pontefice. Prego V. S. Rev.""* di andare spiando, e se nulla sa, di 
farmene per sua bontà avvertito. 

Se capiterà qua V opera del P. Bremond ed altri, la leggerò : 
altrim.i non me ne prenderò altra cura, poco importando a S. Dom.<=® 
e al Mondo quella disputa. 

Non si pentirà ella d*aver conosciuto e trattato Mons.® di 
Thun, perchè Sig.'** di gran saviezza ed' ottimo. Protestandomi 
sempre tenuto alla di lei gentilezza, che in mezzo a tanti suoi 
affari, si ricorda di me e mi va compartendo le sue grazie, le ras- 
segno il mio vero ossequio, e mi confermo 

Di V. S. Rev."* 
Mod." i7 FebbP 1741. 

Dev.*^ ed Obb.* Serv.'* 
LoD.*^ Ant.° Muratori. 

RevJ^ Pre, Sig. SigS^ e Pron. CoL^^ 

Mi ha ben rallegrato V. S. Rev."* coir avviso della visita da 
lei fatta a Mons.® di Thun, e della cortese memoria eh' egli con- 
serva di me. Tale è il merito di quel Prelato, che reputo fortuna 
Tessere onorato della di lui padronanza. Se fosse più lungamente 
vivuto il buon' Imperadore, io mirava in lui un Porporato. Non 
so ora prevedere quel che sarà; ben so, ch'egli è degno di ogni 
maggiore avanzamento. 

Se il P. de Luca Francesco impugnerà la penna centra del 
Lampridi, certo è che il caricherà di villanie, come ha fatto anche 
col Mro del Sacro Palazzo Zuanelli, con altra sua Opera in favor 
della Concez.® Se anche i Gesuiti entreranno in campo, è da spe- 
rare, che saran più discreti. Ora noi staremo a vedere, di che forza 
saran l'armi, che cotesti Campioni adopereranno, ed allora il Lam- 
pridi penserà a casi suoi o per tacere, o per rispondere. Egli non- 
dimeno sì truova in isvantaggio, perchè gli altri godono un'ampia 
libertà in quell'argomento: laddove il Lampridi non può aprir 
bocca per toccar certi tasti: altrimenti aprisi e Cielo e Terra. Rendo 
io intanto vivissime grazie alla sua amorevol' attenzione, che mi 



Digitized by 



Google 



LETTERE INEDITE 189 

va ragguagliando di quel che concerne q.^ affare, non avendo io 
persona costi, che con più abilità scuopra la cosa, e con più bontà 
me ne avvisi. 

Ho veduto gli argomenti di coteste Accademie, tutti belli e da 
recar' onore a chi li tratterà. Scrissi ad un' Amico mio , che per 
bene ci voleva della libertà. La lettera andò sotto gli occhi di N. S. 
ma non so se avrà fatto frutto. Ma come farete ad ascoltare tanti 
Predica tanti Eruditi? M'immagino che ognun si studi d'interve- 
nire per dar gusto a S. Santità. 

Voglia Dio, che l'apertura della stagione giovi al S.® M.® Cap- 
poni, e che almeno si riduca in istato di potere ricevere le mie 
preghiere per quelle benedette Lapidi , che ho perduto per colpa 
d'un mio corrispondente , il quale s' era impegnato di copiarmele 
molti mesi sono. 

Orsù ella ci dia nuovi Porporati, dispensi Abbazie e Benefizi, 
se vuol rallegrare cotesto Popolo. A me però solamente importa, 
ch'ella mi conservi il suo stimatiss.** amore, e qui con perpetuo 
desiderio di ubbidirla, le rassegno il mio costantiss.® ossequio nel 
protestarmi 

Di V. S. RerJ^* 
Mod. 7 Marzo ilei. 

Div.^ ed Obb."® serv.* 
LoD. A.*^ Muratori. 

Rev.^^ Pre. Sigs Sigs^ e Pron. Col.^^ 

Sempre di somma consolazione è stato a me il poter godere della 
preziosa persona di V. S. Rev.""* ne* suoi passaggi per Modena. Ma 
non mai si volentieri la riverirò io, come sarà nell'imminente sua 
venuta a q.® parti, perchè s' ella sarà in Modena , io mi figurerò 
di trovarmi in Roma per raccogliere le novità più importanti della 
gran Città, e di udire ancora qualche cosetta spettante a me. Auguro 
a lei dunque un felicissimo viaggio, con ringraziarla nello stesso 
tempo della sua benigna esibizione; ma senza sovvenirmi cosa, di 
cui rabbia da pregare, che riuscisse d' incomodo suo. 

Mi scrisse ben V. S. Rev.'"% che il Sig. Bandiera era uomo 
spiritoso e di bella conversazione. Non mi meraviglio ora dell'es- 
ser'egli si ben accolto a Palazzo. Tali persone hanno entratura da 
per tutto, perchè dan gusto. 

Noi Siam qui con timore e brutte apparenze di guerra: cosa 



Digitized by 



Google 



140 , I NUOVI GOLIARDI 

che mi affligge, perchè sperava io pure di terminare i pócÈi giorni 
che mi restano, godendo della Pace. Da codesti gabinetti mi porti 
ella miglior nuova. De gli Spagnuoli non mi stupisco; ma non vor- 
rei che ci avessimo a dolere del Card.® di Fleury, che dovrebbe 
mantener la fede, ed ora va cercando pretesti per violarla. 

Qui mi riserbo d* intendere gli avvisi di guerra che vuol fare 
a me. Di questa per verità non mi metto fastidio. L'altra è quella, 
che mi preme, non per me a cui non farà gran male, ma per gli 
guai del Pubblico. 

Con che ossequiosamente mi rassegno 

Di V. S. Rev.™* 
Mod.^ 4 Apr.^ 174L 

Divot.** ed Obb."'° serv.* 

LOD.*^ A.^ MURATOEI. 



RevJM Pre. Sigs Sigf^ e Pron. Col^^ 

Mi notificò V. S. Rev.™', che costà era venuto da Napoli ad 
abitare il P. de Luca Elia, Osserv.® che probabilm.® starà in Ara 
Caeli. M'è poi stato confermato da altri, e ne' giorni addietro mi 
venne per la Posta un suo Prologo galeato, in cui con due man- 
rovesci ha steso per terra il povero Lampridio. Sono ora a suppli- 
carla d'informarsi destramente del tempo in cui egli venne da 
Napoli, e se egli abbia preparato altri Cannoni per finire di annien- 
tare quel miserabile scrittorello, che avuto tanfo ardire os in Cae- 
lum {sic). Quel che è certo, il P. Burgio Gesuita ha replicato in 
Palermo, e un Can.co di quella stessa Città anch' egli ha scritto. Si 
stampano ora le loro Opere, e se a Dio piacerà, le vedremo. 

Ma come stiamo di antichità Romane? Non dovrebbe già es 
sere peranche soddisfatta la di lei sete erudito (sic). Però se avesse 
qualche cosa di nuovo, non me ne lasci privo la di lei gentilezza; 
perchè quantunque la stampa delle Iscriz.* sia vicina al fine, e si 
lavori all'Indice, pure resterà qualche buco per quel che soprag- 
giungesse. 

Buona cura s'abbia V. S. Rev.™* ne' caldi Romani, e si prepari 
qualche settimana di Villeggiatura, con ringraziar intanto Dio 
d'aver lasciata la Lombardia a chi ' la vuole : giacché noi ci tro- 
viamo in grave apprensione di guerra vicina. 



Digitized by 



Google 



LBTTER INEBITE 141 

Con cbe supplicandola della coMtinuazioue del suo stìmatiss.^ 
amore, le rassegno il mio costantiss.® ossequio, e mi ricordo 

Di V. S. Rev."* 
Jfod.* 27 Luglio 1741. 

Div."* ed Obb.^ serv.* 
LoD.* A.* Muratori 

Rev.^ Preg. Sigs SigS^ e Pron. CoL^ 

Significai quanto V. S. Rev ™* mi avea commesso al P. Bar- 
detti, intorno al Libro inviatogli, in tempo cb'egli non l'avea pe- 
ranche ricevuto. Pochi giorni dopo mi disse, che gli era pervenuto, 
e che ne aveva anche accusata ricevuta. 

Rendo io intanto vivissime grazie alla di lei bontà, perchè mi 
va mantenendo in grazia del S M.® Capponi, rallegrandomi, che 
egli si sia in una tollerabil maniera riavuto dal colpo si pernicioso. 
Non so se sarà a tempo per me la venuta dell' Ab.® Ramaggini, 
perchè vo facendo T Indice del T."* IV, cioè dell'ultimo della mia 
Raccolta, la quale dovrebbe a quest'ora essere iuteram.® stampata. 
Tuttavia perchè questo Indice è tela, che non finisce mai, può es- 
sere che favorendomi egli nel Novembre, potrò anche valermi delle 
grazie del S/*^ M.® al quale, quando potrà vederlo, la prego di por- 
tare i miei ossequi. 

Invece di voltarsi a V. S. Rev."* gli scopritori de' Marmi an- 
tichi, vanno a trovare TAb ® Frioroni. Me ne ha q.^ ultimamente 
inviato uno, cioè d'Iscriz.*^ brevissima ma bella, perchè di uno 
Spatario di Antonia Moglie di Druse. Sarebbe stato pur bene a lei. 

Grazioso fu l'invito dell'Em."'^ Camer.*' per la festa di S. Rocco. 

Se si verificherà che da quella peste si liberi N. S. si chiuderà 
la bocca oh a quanti! 

Da Napoli mi scrissero che il P. de Luca era stato colà; e però 
non dovrebbe sempre essere stato costi. Di grazia non lasci di ri- 
cavare s'egli abitò molto in Napoli, e quando venisse costà. In 
Palermo è uscito libro centra di Ant."* Lampridio, abbondante d'in- 
giurie e villanie. Se arriverò ad averlo, penserò allora a quel che 
s'abbia a fare. Mi son riso del Prodromo Galeato del P. de Luca. 
Se avrò da scrivere, saprò ben dirgli due parole. 

Con tutto il già cominciato incendio in Baviera, susseguito dal 
passaggio de' Franz.* al Reno, pure non è tolta la speranza di qual- 
che amiche voi aggiustam.^. Credo poco a' S. S.» Franz.* i^ quali anche 



Digitized by 



Google 



142 I NUOVI GOLIARDI 

ultimam.* ci han fatto sapere che non ci sarà guerra. Tuttavia il 
vedere, che Annover, e Sassonia non si muovono, il Prussiano 
continua neir inazione; questo mi dà qualche fondam.* di sperare, 
che vi sieno Trattati. Al gentiliss.** Mons.® di Thun, sempre che 
ella il vedrà, la prego di umiliare il mio ossequiare, ed anche le 
congratulazioni per un Benef.** poco fa a lui conferito, se è come 
suppongo, degno di un par suo. 

Per quanto io sappia, non v'ha determinazione sicura del Reno, 
benché ancor qui si viva con timore. Pare, che si parli solam.* 
d'introdurre ne Po di Primaro le sue acque chiare, e di spingere 
colà ancor quelle dell'Adice. 

Sempre tenuto al benigniss.* amor suo e bramoso de' suoi co- 
mandam.^ con tutto l'ossequio mi rassegno 

Di V. S. Rev.">» 
Mod.^ 5 7bre i74i 

Divot."^ ed Obb.^ serv.* 
LOD.** Ant.® Muratori 

(ContinuaJ, 



Digitized by 



Google 



NECROLOGIA. 



k PIETRO COSSA salve! 

La portentosa robustezza del tuo intelletto, lo splendore della 
tua aureola mi fanno, quasi, accogliere il dubbio che Tuomo non 
sia tutto mortale. 

Se cosi fosse: spirito di Pietro Cossa esulta, perocché la 
PATRIA, deponendo sulla kia tomba la fronda di quercia e la co- 
rona di alloro, tm saluta pensatore e poeta eminente e di te altera 
si adorna. 

Se cosi fosse: spirito di Pietro Cessa sorridi; perocché la 
turba parassita delle effemeridi ha intuonato T inno-trionfo del tuo 
genio, tutta intenta all'eco delle proprie note; sorridi, perché la 
Ignoranza presuntuosa che, impotente a comprenderti, ti amareggiò 
oscuro, che, vittorioso, ti colse, come palla al balzo e ti coltivò 
come opima marcita, ora, colla sfrontatezza dello istrione si atteg- 
gia a divinatrice, a Mecenate. 

Modesto e semplice', come Cincinnato, tu — grande — vivevi 
ignorato nella tua Roma, tu già autore del Nerone incompreso!., 
e tu già quasi nauseato di ripulse, se non era una fausta sera fa- 



Digitized by 



Google 



144 I NUOVI G0LI4.HDI 

tale, saresti, forse, passato consunto dal tuo genio represso, apprez- 
zato da pochi e... taciturni, estraneo ai molti, forse anche deriso 
dalla decorata mediocrità. 

Spirito di Pietro Cossa esulta! E nello eliso dei poeti canta 
il poema eroico della lotta del genio alla conquista dell'Arte; canta 
la marcia vittoriosa dal Nerone ai Napoletani, gli allori disputati, 
raccolti; l'affollarsi dei Menecrati lividi di laude, e l'astiosa ecce- 
zione del critico; schiavo, dietro la trionfai biga, mormorante: re- 
spicens post te hominem^ memento te! 

Spirito di Pietro Cessa sorridi.— E nell'eliso dei poeti canta 
il poema comico delle ripulse cattedratiche, dei consigli preten- 
siosi, dei boriosi compatimenti , dei perfidi silenzi ; canta la com- 
media delle conversioni parassite, smaniose di nuove apostasie; 
canta la geldra comica dei divinatori postumi, attizzanti le fiaccole 
della tua tomba per fruirne il riflesso. 

• 

Narra a Baretti che Goldoni è immortale 1 

Narra a Foscolo infelicissimo, a Foscolo, — di te più grande — 
che Morte non gli tenne intera la promessa; che se altissima la 
fama, non gli concesse — scevro dal raspar delle cagne — il ri- 
poso del sepolcro. 

E se incontri un lombardo dal crine e dalla barba intonsi, dal 
fiero e pallido volto saluta l'eminente Cantore della — Giovinezza 
di Giulio Cesare — e gli confessa che le sue ossa attendono an- 
cora, equa al merito, 

.... la ironia 
della vigliacca postuma giustizia. 

Benedetto Qiussani. 



Angelo Scalabrini, Direttore responsabile. 



MUano, 1881 -> Tip. P. B. BeUini e C. 



Digitized by 



Google 



NOTIZIA. 



Il prot Severino Ferrari avverte gli studiósi che incominciami o dal 7 del 
prossimo novembre si farà editore di un periodico intitolato Biblioteca di 
LBTTKBATi'RA POPOLARE ITALIANA, nel Qualo cou Ogni diligente e paziente curai 
senza strascichi retorici o volate estetiche, saranno raccolti tutti quei docu- 
menti, antichi e moderni, che possono far meglio conoscere il territorio della 
letteratura popolare italiana non ancora suffìcientemento ricercato e studiato. 
Ora, la letteratura che conservata dalla fida memoria suona ano' oggi 
.sulle bocche del popolo italiano, ò nota ai più grazie alle amorose cure che, 
in Italia e fuori, da circa sessant* anni , le hanno prodigato e prodigano uo- 
mini ciotti e laboriosi, ed ò facilissima a ritrovarsi in recenti edizioni: ripub- 
blicarla pertanto, se pur fosse lecito, non gioverebbe di troppo. — La lette- 
ratura popolare antica, all'opposto, giace quasi tutta ignorata nelle biblio- 
teche; ben poco, nò sempre convenientemente, fu disascosto ed illustrato: 
del che deve per avventura trovarsi la ragione precipua nelle grandissime 
difficoltà materiali— perdita soverchia di tempo, spese di viaggi e di copisti, 
graTì e lunghe fatiche, — che inceppano e scoraggiano sino coloro i quali al 
desiderio valoroso aggiungono i mezzi di potere agiatamente cercare, di una 
in altra città, gran parte d'Italia. 

Alla letteratura popolare antica saranno adunque principalmente rivolt* 
le cure delPeditore, che con questo perìedico intende a punto di togliere le 
ditflcoltà ora accennate , facendo si che ognuno possa avere in casa una 
copia fedele ed esatta di quei documenti che, a stampa o manoscritti, in ra- 
rissimi esemplari, e talvolta in un solo, giacciono sparsi per le librerìe di 
Roma di Venezia di Firenze , e via via. Che solo quando i fatti , di diverse 
specie, siano raccolti in grande numero e in modo che facilmente si possano 
avere' sott'oòchio e minutamente osservare e a bell'agio comparare; solo al- 
lora si potrà con sicurezza giungere alla piena conoscenza di tutte ie forme 
nelle quali si manifestò ed atteggiò lo spirito del popolo italiano ; indagando 
le dette forme nelle origini, accompagnandole nello svolgimento, invigilan- 
dole nella decadenza. 

In questo dampo, molto resta ancora da fare; e l'editore spera che le 
sue fatiche non riusciranno inutili per tutti. 



JjSl Biblioteca di letteratura popolare italiana esce il sette di ogni 
mese in fascicoli di quattro fogli di stampa, di pagine sedici ciascuno. — Co- 
sta lire quattro al trimestre, per l'Italia; lire sei, per le altre nazioni. — Ogni 
numero separato, lire due. 

Per associarsi, mandare anticipatamente il prezzo del trimestre a Seve- 
rino Ferraris Firenze^ presso la Tipografia del Vocabolario, Via Faenza^ 68. 

Nel 1® numero si darà la ripublicazione delle « Canzoni per andare ik 
jfA^cBERA PER carnescjale facte DA PIÙ PERSONE; > riproduceudo la stampa 
éel secolo XV, che è in Riccardiana, e tenendo a confronto V altra stampa^ 
pure dello stesso tempo, che sta nella Palatina di Firenze. 



Digitized by 



Google 



PATTI D'ASSOCIAZIONE 



Per l'Italia Anno L. IO Semestre L. & 

Per r Estero > > IS 

Un fascicolo separato UNA LIRA* 

Ufficio di Redazione: Milano, Via S. Giuseppe, N. 4. 



Dei liliri mandati ai NUOVI GOLIARDI si darà l'annunzio nel 
giornale, e, ove ai creda opportuno, nn cenate bibliografico. 



Avvertenza. 

Gli associati ai Nuovi Goliardi di Fi- 
renze, che pagarono l'intera annata di abbona- 
mento, riceveranno gratis il periodico sino alla 
fine del corrente, semestre. 



rufficiodei NUO VI ffOiLM/?Z>/ è trasferito 

in Via S. Giuseppe, N. 4. 



Digitized by 



Google 



Nuovi Goliardi 



PERIODICO MENSILE 



DI 



STORIi-lfiTTERATDRA-ARTE 



€ Si tempus superest, posi ccenam ludere prodest. » 

Carm. Bur. 



Ottobre 1881 

¥olumB I - Fascìcolo l¥ 



.£/ C O M O 

Tipografia Provinciale F. Ostinali di C. A. 



leei 






Digitized by 



Google 



SOMMARIO 



DiTEgasloiii. — Bibliografia. — BENEDxtTO Giussani. 

I4a leggeniU Indiana 41 Naia In nna noTelUna popolare pttigUanese. 

— Stanislao Prato. 

n Cantico dei eaiitteL -*- Schor^o oomioo in un allo. — Felice 
Catallottl 

Le oi^inioni a PnlTirolo* — Scene. — Marco d*Olona. 

Lettere inedite di Lodovico Antonio Muratori. 

Bollettino MUiofrafloo. 



IBDATTOI^^I. 



Cipollini Antonio 
Cortesi Virginio 
Ferrari Severino 
Fossati Carlo 
Gentile Luiqi 
GìAfaDMsm iTMLa 



GiussANi Benedetto 

Marradi Giovanni 

Novara Andrea 

Salveraolio Filippo 

Straccali Alfredo 

Scala brini A woEift» DirrtÉiMniT» 



Ci hanno promesso la loro collaborazione r Redattori del Con- 
vegno, giornale di scienze e lettere ch'ebbe in Milano vita breve ma 
non oscura, nonché i signori : Carlo Bara valle, Felice CAVAUi«rrn; 
Giosuè Carducci e Raffaele Giovaqnoli. 



Propriotfi lottevskVlA. 



Digitized by 



Google 



1882, Dee. 26, 
Subscriptioi: Fund. 



Miw iiyii f i f »! wr> mnm 



DIVAGAZIONI 



D 



i dispotismi ve ne sono diverse specie; fra queste quella di 
cui usano ed abusano, talvolta, gli amici per la bella ragione 
ohe sanno di essere amati e dì meritarselo. 

Di tale razza è appunto il dispotismo che il nostro caro 
Direttore si è dilettato esercitare in questi giorni sul mio in- 
dividuo libero-pensante. 

« Benedetto — egli mi disse — tu devi fermi, né men- 
dicare scuse, tu devi fermi la critica di quest'ultimo lavoro 
del Banzole. » 

E cosi dicendo mi porse un grosso volume sul quale stava 
scritto un colossale No/ 

La risposta m'era suggerita patente; ma quel no sgarbato 
io non lo seppi proprio dire; esso mi crepò in gola con un 
impeto di tosse, e, reclinato capite, mi rifugiai a casa, accesi 
la lucerna e lessi. 

Lessi tutto d'un fiato, nientedimeno che cinquecento pa- 
gine all'incirca; le lessi tutte d'un fiato; non però come si 
suole per fascino di bellezza, bensì come si trangugia velo- 
cissimamente una pozione ributtante, mettiamo l'olio di ricino, 
per abbreviare ì momenti topici della nausea. 



Per Ippocratel Come si fa a digerire sta sorta di roba? 
E peggio, come si fa a scriverla? 

Immaginatevi un pasticcio, una faraggine, una vera aber- 
razione patologica, nella quale cerchereste invano alcuno fra i 

/ aruovi GoUatdi, fate. 4, IO- 



Digitized by 



Google 



146 I NUOVI QOUAKDI 

prìocìpì più rudimentali 4eU'aitef nella ^ale eerjrhétéàt^ io*' 
vano il buon senso che deve gt)vernare uno scrittore tf qual- 
siasi scuola appartenga o intenda appartenere. 

È questo No del Banzole un romanzo verista?.... CSiel 
punto! Perocché c'è del romanticismo affettato da far strabiliare 
il romantico più sconclusionato. 

É romantico? Che! Perocché c'è del preteso naturalismo 
4* fer da ipecacuana, non dirò allo Zola, ma allo stesso Ca- 
JUferoni. 

È arte infine? Neanche per sogno; perocché non vi sono 
rispettati neppure i primi elementi dell'arte, e il sentimento 
artistico è bandito dal libro peggio che il pudore da una bal- 
dracca. 

Che cosa é dunque questo Nof 

É una superfetazione, una mostruosità; funghi velenosi, 
— e più ridicoli che velenosi — i quali, nelle epoche di evo- 
luzione letteraria, nella lotta di due sistemi che tendono l'uno 
a conservarsi l'altro a surrogarsi, pullulano dalla fermenta- 
zione; bubboni della mediocrità che crede imitare, e riesce 
neppure a scimmiottare. 

« 

Questo signor Bamole, che già ci regalò il romanzo Al 
di là, nel quale riuscì ad emulare il francese Beht nella sua 
più brutta qualità, ebbene questo signore incomincia il suo rac- 
conto coli* intrattenervi ad una scena dove si levano, con spa- 
simo, ad una ad una, le filaccie dal petto incancrenito di una 
vecchia stizzosa. 

Oh se scopo del Banzole Ai di &rvi restituire, il suo scopo, 
per gli Dei, lo raggiunse. C'è una pittura cosi ributtante, cosi 
lercia, che il puzzo darebbe gli strappi al diaframma di un vec- 
chio infermiere. 

Ma è questa arte? é questo il verismo? 



Vi dà per protagonista una certa fttnciuUa filosofante, ma- 
terialista, cinica, perversa e nello stesso tempo sciocca, che riesce 
la creazione più bislacca di un cervello da scrittore, e la quale, 



Digitized by 



Google 



. J^VAGAZIONI 147 

se pu6 ameie posslbilei come è possibile nella realtà qualsiasi 
mostruosità, HQn la può essere mai in un'opera d'arte, non ostante 
il verismo; anzi spunto per légge di verismo. 

Sarebbe bella che, per la ragione che si danno vitelli che 
nascono con due teiste, un pittore, che la pretendesse a verista, 
vi dipingedse un paesaggio con una mandra al prato di vitelli 
bicipiti 1 



« 
* « 



Una fanciulla (la protagonista) né bella, né brutta, anzi piut- 
tosto bruttina che beHa; la quale, fatta donna, eserciterà poi 
un fascino di voluttà e di dominio irresistibile; una fanciulla di 
un talento straordinario, una Sand in Jleri, che incanta i suoi 
maestri, che fa strabuzzare gli occhi ai suoi esaminatori colla 
vertiginosa altezza delle sue risposte; che scrìve un poema: Il 
Nerone, tale da mettere in un sacco Cessa e Hamerling, poema 
del quale, però, il Banzole prudentemente non cita brano né 
verso; insomma una fanciulla straordinaria la quale commette 
una filza di enormità schifose di bassezza e di perfidia senza 
quella logica dritta alla meta quale almeno si riscontra nelle per- 
fidie di chi ebbe altissimo lo intelletto, quanto perverso il cuore. 



« 



Una fanciulla la quale, dopo che le fu morta la madre — 
se Dio vuole ! — fra le altre distrazioni si prende quella di far 
morire di passione, prettamente libidinosa, un povero gobbo ra- 
chitico, ch'ella si pigliava cosi per solletico fra ... fht ..., non so 
come dire, perché sono nato da buona famiglia, e crebbi ben 
educato. 

Una fanciulla povera ed orfana, la quale, raccolta con ami- 
cizia generosa e delicatissima nella casa della ricca sorella di 
latte, pensa, ordisce, compie ogni sorta di dispetti e di insulti 
più imprudenti, di perfidie più basse contro la sua benefattrice, 
per riuscire a commettere la massima delle perfidie, e la più 
stupida, nella notte prima delle nozze dell'amica. 

C'è a questo punto un certo abito nero foderato di raso 
bianco, abito attilattissimo alle forme, nel quale ella ci si mette 



Digitized by 



Google 



148 I NUOVI OPUARDI 

auda, abito che all'istante topico dovrà spalancarsi come. nna. 
giubba da delegato per mostrare la.fasdà legale; ma dal quale 
abito dovrà spalancarsi il fulmineo fascino di carni palpitanti 
di voluttà^ raso-vivo che farà vergogna al raso-lionese della 
fodera. 

Scommetto cento contro mezzo che l'autore, a tal punto, cre- 
dette d'aver trovato il non plus ultra del nuovo, del sorpren- 
dente e deve aver dato un sospirone da pienamente soddisfatto. 

Vedete illusione I Egli non riusci che al non plus ultra del- 
l' impossibile, del ridicolo. 

m 
• * - . 

Segue una fuga a cavallo che vince in romanticismo tutto 
quanto di equitazione fantastica sia stato immaginato in arte 
dall'Aquilino generato dal Vento al quadrupede del cavalier 
della Fortuna, di pennello germanico^ 



» 

» m 

E di questo passo si tira innanzi Ara pagine e pagine di 
considerazioni, di paradossi che vorrebbero essere geniosi e 
non riescono che barocchi; fra una erudizione mal digerita, 
fra giudizi temerari, somministrando dell'imbecille con pro- 
digalità da milionario, perfino al Leopardi; e tutto ciò intorno 
ad una tela di avvenimenti che si fanno sempre più comuni 
e plateali; ad uno spirito, un humour da gazzetta; a personaggi, 
i quali non so dire se riescono più triviali o più sonniferi l 



Ma basta del libro il quale, dopo tutto, quando si è fatta 

la minchioneria di comperarlo, lo si può benissimo usufruire 

diversamente. 

Ciò che deve ftir specie, ciò che particolarmente urta, è, in 
vece, che scritture sififette trovino editori che li stampino e li 
spaccino con lusso di richiami, e, nel caso, con vero lenocinio. 

Ciò che fa specie è che libri siffatti trovino chi ci fa la 
critica. 



Digitized by 



Google 



DIVAGAZIONI 149 



* 



E qui mi sono tirato la zappa sui piedi. « Oh — direte voi 
— e tu, adunque, perchè gliela fai?... » 

Verissimo; e questa appunto è la principal causa della 
stizza colla quale mi son sottomesso al dispotismo del Direttore. 

No, mille volte no, non la si dovrebbe fare la critica a tali 
sudicierie; né vale il pretesto di prendere occasione per dichia- 
rare, come chi ha sana la testa sulle spalle, vuole in letteratura 
il verismo e non la pornografia; perocché, nel caso, se di por- 
nografia ce n'è a recere, di letteratura non ce n'è punta. 

Niente, adunque, discussioni intorno al tema fritto e rifritto 
dell' idealismo o del verismo in arte; questione di lana caprina 
e nulla più; parole che — confesso la mia ignoranza — non 
ho capito mai bene, non avendo mai in arte altro capito che 
r umanismo, il quale è vecchio come l'arte istessa. .— Ecco 
il perchè intitolai questa mia sfuriata Dvoagazioni e non Ve-^ 
risma o Pamoffrq/laf come mi aveva suggerito il caro Auto- 
crata. Ecco come, invece di scendere in aringo e schierarmi 
o dalla parte dell'autore esimio delle Anticaglie, o da quella 
delfesimio autore del Pòstuma, ambedue valentissimi, io con- 
tinuerò a menar dì fhista in altro verso. 



Mentre io amò assai la critica in arte che s'inspira alla 
ricerca delle ragioni del bello; quella critica che esercita ogni 
artista di ingegno sulle opere dei sommi per rubare loro quella 
parte di segreto che non riesce da solo a trovare nel vero esi- 
stente, altrettanto mi fa compassione la critica, che in generale 
— fette le debite eccezioni — suole esercitarsi nelle effemeridi 
giornalistiche, o come lezzo di turrifèrari, o come schizzo di bava 
di mediocrità impotente a creare. 



Vi fu un tempo che, ingenuo come un agnello, ci credevo 
anch'io a quella critica; il isuo chiasso mi imponeva, non aveck 
dolo ancora riconosciuto per chiasso da trecche. In quél tempo 
io ero afitstto da una vera mania di leggere e legger critiche; 



Digitized by 



Google 



150 I NUOVI GOLURDI 

ma la riflessione, le continue contraddizioni, i sistemi di lode 
di biasimo mi guarirono perfettamente. Fu allora che io 
chiesi a me stesso: C'è o non c'è una vera critica nella viva 
lotta dell'arte? 

E mi risposi un bel no. 

m 
* m 

Voltaire vuol ftir chiudere nella senavra Shakespeare; e 
mentre le tragedie del primo non si leggono più, quelle del 
secondo vivranno sino a che si amerà il bello, il sublime. 

Goldoni crea un teatro italiano; Baretti lo dichiara uno 
scrittore immorale e asino. 

Il predicato asino^ meno male, è cassato dalla conquistata 
immortalità; però oggi Goldoni è diventato tanto morale da 
ftir dormire II 

Manzoni pubblica la prima edizione dei Promessi Sposi. 

E Tommaseo sferza a dritta e a manca il volume sommo, 
e conclude dicendo presso a poco che è un romanzo né carne 
né pesce, e che forse lo stesso autore non sa nemmeno lui 
che ha voluto intendere di fare. 

Il romanzo del Manzoni sale in fama; da tutta una gene- 
razione, da noi e all'estero, lo si dichiara un vero capolavoro. 

E Tommaseo ne canta le laudi, lo porta alle stelle. 

0, di grazia, dite voi, dov'è la critica? 

Nelle effemeridi si accusa il Cossa vivo di difettare di mo- 
vimento drammatico ne' suoi drammi storici; il suo ultimo 
lavoro I Napoletani, viene accolto freddamente, e i fitmosi cri- 
tici de' giornaletti e de'giomaloni si mettono in sussiego, fanno 
le loro ammonizioni al poeta, lo confortano di saggi consigli, 
gli indicano gli erratOr-corrige, 

Ebbene, muore il poeta? Altamente si dichiara che merito 
principale dei drammi storici del Cossa fu quello di non sacrifi- 
care la fedeltà storica al convenzionalismo teatrale; di non 
essersi lasciato imporre dalle ciarle dì lor messeri. Ed ecco gli 
stessi messeri battersi il petto, salvo tornar da capo con altri, 
purché sia un vivo. 

L'amico Cavallotti parlando delle critiche effimere fatte ad 
un suo dramma, mi dicea (e lo scrisse anche] : « Chi dice che 
l'atto primo è il migliore, chi in vece il terzo; altri preferisce 
il secondo, altri il quarto. Tu che ne dici? » 



Digitized by 



Google 



DIVAGAZIONI 151 

« Che son belli tutti e quattro, e che quelle sentenze son 
tutte papere! » 

Papere; sta benissimo. Ma intanto l'azione di siflfette papere 
(quando non son peggio) è ftttalinente soggettiva e oggettiva 
per l'artista. 

Milionari che si dedichino all'arte ce n'è pochini; dunque 
la falange degli artisti è di militanti che hanno d'uopo di 
essere lucranti. 

Ora per poter militare e con lucro, volere o non volere, 
convien pur trovare editori che stampino e paghino, capi-co- 
mici che producano e retribuiscano. 

Ma costoro sovente per deficienza di mezzi intellettuali, tal- 
volta, per non dir sempre, per mancanza di tempo, non possono 
giudicare da sé del valore di un lavoro d'arte, e devono accet- 
tare quello della massa, dalla quale spillano il loro interesse. 

E la massa chi l'istruisce è appunto quella cima di critica, 
e col buon senso dell'una e il buon senso dell'altra si fischiano 
la Sonnambula e il Barìnere di Smglia. 

Si mettono a dormire per una diecina d' anni / Promessi 
Sposi del Ponchielli; si accoglie immusoniti a Roma, a Firenze, 
a Genova, il Nerone^ ecc., ecc. 

Ma vinsero I SI ; aspetto, però, che erba cresca ; ma per pochi 
casi di rivincita, quanti di sconfitta, altrettanto irreparabile, 
quanto immeritata! 



É chiaro come luce meridiana che la critica viva^ in gene- 
rale — eccezioni concesse — non si informa a ministero d'arte, 
ma a passioni politiche o personali, siano di chiesuola o di 
demolizione per sistema; sieno di leccazampe o di mediocrità 
invida e ringhiosa, sovente vile, sempre egoista. 

Ed è cosi che mentre talora si vedono tartassati o ditùen- 
ticati lavori di pregio eletto, si vede, per esempio, portare alle 
stelle un libro scritto con stile droghiere; si vede dichiarare 
capolavoro di un teatro in vernacolo uno scherzo comico ri- 
dotto dal francese, e diventa lirismo indipendente di genio ogni 
sgrammaticatura di scrittorello che ti scombicchera una prosa 
dilungata come il brodo de' Luoghi pii, e che per rimare in 
— aio — scambia roveto in rovaio. 



Digitized by 



Google 



152 I NUOVI GOUARDI 






Fate una prova. 

Mettetevi — se vi regge la pazienza — a leggere per pa- 
recchi mesi tutte le critiche bibliografiche che si pubblicano 
nelle parecchie effemeridi italiane. 

Sopra cento ne troverete una o due nella quale si lodi. 

È una vera mania di denigrazioni, di insolentire, di demo- 
lire, al punto che si fa Tanalisi persino a libri dei quali un 
critico, che appena appena si rispetti, non dovrebbe occupar- 
sene. 

Si fa, per esempio, l'analisi a versi che tion hanno né 
capo, né coda. 

Farmi veder un uomo che per esercitare il prurito delle 
mani pigliasse a scappellotti dei poveri monellucci innocui! 

Tanto è la smania di menar la lingua attraverso. 

E si dirà che la critica f>ÌTa c'è? 

No, mille volte no. Questa che se la pretende a critica è 
ben altro. 



E qui ecco un^altra zappata che io mi do; perocché an- 
eli' io menai la frusta, e quello che é peggio, addosso a scrittura 
che, non essendo opera d'arte, non meritava neppur l'oiiore 
della sferza. 

Ma la colpa é tutta del caro Direttore, e me ne rivalgo 
dichiarandogli netto e reciso che non avrà mai più da me rigo 
di critica se non per libro che meriti d'essere lodato, o almeno 
che abbia i necessari requisiti per essere ammesso nella sacra 
Bepubblica. 

(Dal piroscafo Lombardia.) 

Benedetto Giùssanj. 



Digitized by 



Google 



Il mm HA DI ili 



IN UNA NOVELLINA POPOLARE PITIGLIANESE 



)dV 



c 



NoYollina pitlgllanese. 

1 



'era una volta un re, che aveva tre flg-liOli, questo re aveva 
la passione del giòco, quindi un giorno andò nella bottega 
di un mercante di ragione [sic], e si messe con lui a gio- 
care, e si scaldò tanto nel giòco che perse ogni cosa, tutto 
il regno, e perfino il cappello che aveva 'n capo, cosi rimase 
senza nulla. Andò a casa tutto addolorato, la su' moglie li disse 
cos'aveva, lo invitava a desinare, e lui non ci voleva andare 
per timore che lei si avesse a accorgere di qualcosa. Alla fine lui 
li raccontò tutto quanto gli era successo, poi venne il mercante 
di ragione alla Corte, e disse: « Chi non ci ha che fare, se ne 
vada, il regno è mio. » Il pòro re se ne va con tutta la fami- 
glia, prende per una strada di nottetempo, e alla fine si ri^ 
trova a una villa, che non ci pensava neppur d'avere, se no 
lui l'avrebbe giocata e persa. Si afBsiccia la contadina, vede 
venire il re colla famiglia e avvisa su' marito. Su' marito non 
ci voleva credè, poi finalmente 'riva '1 re e il contadino li s' in- 
ginocchia a' piedi e li domanda, come mai sia venuto a quel- 
l'ora alla villa. Il re lo fti rizzare in piedi e li dice: « Metti 
in testa '1 cappello, che son diventato più poero di te, almeno 
te hai qualcosa nella villa da mangiare, mentre noi'iin s'ha 



Digitized by 



Google 



154 I NUOVI GOLIARDI 

più nulla. » — « Fatevi corragfgio, li risponde '1 contadino, 
quello che serve per noi a mangiare, servirà ancora per voi e 
la vostra famiglia. » — 11 re poi li dice: « Che ci hai a cena? » 
— E '1 contadino li risponde: « Ci ho dei fagiòli, roba da con- 
tadini. » — Il re si contentò de' fagiòli e non volle che la con- 
tadina tirasse il collo a un pollo, come aveva idea. Dunque il 
re e là su' famiglia cenò alla meglio col contadino, e cosi si 
adattò a vivere come questo. La contadina aveva preparato al 
re un bel letto, ma lui lo rifiutò e volle dormire in terra, viven- 
do cosi alla maniera de' poveri. Mentre dormivano, la regina, 
quando fu sulla mezzanotte^ s'alzò, li scappò a fiire un po' d'ac- 
qua, andiede giù in un bel giardino a votare il vaso e vedde 
una bella pianta di fichi. Ne colse un paniere (bisogna avvertire, 
che allora era nel mese di gennaio) la mattina lei chiamò il 
figlio più grande e li disse, che andesse dal re a portarli quel 
panierino. Lui non ci voleva andare, la pòra regina lo preg^ 
tanto che lui alla fine acconsenti d'andare a portare al re quel 
paniere di fichi. Strada facendo incontra una vecchia che li dice: 
« Dove vai, bel ragazzo? » — « Doe mi pare. » — E lei poi: 
« Che ci hai nel panierino? » — « Dna m... » — « E una m... 
ti do venterà. » — Poi il ragazzo va dal re, si fa annunziare dal 
custode, che ci ha un paniere di fichi da regalare al re. Il re 
lo fa passare, e li dice: « Cosa ci hai, bambino, nel paniere? » — 
« Un bellissimo regalo che m' ha dato la mi' mamma. » — Quan- 
do poi fu votato il paniere, e usci fori la m... il re arrabbiato 
fece prendere quel ragazzo, li fece dare un bel carico di legnate 
e lo mandò via come uno scopato. 'Rivato a casa, su' madre lo 
vedde tutto rovinato e li chiese cos'aveva. E'I figliolo li risponde, 
che quelli ch'aveva portato non eran fichi, ma una meggia 
di m... La notte seguente la regina fece come nella prima notte, 
e la mattina mandò il secondo figliolo a Corte a portare al 
re '1 solito paniere di fichi che diventano m.... per le manie- 
racce usate colla vecchia. Il re quando vede nel paniere quella 
porcheria, se al maggiore gliel'aveva date, con questo non 
canzonò. La povera regina non si poteva persuadere che nei 
panieri dati ai su' figlioli non ci fossero fichi, e non capiva 
come mai fossero tanto strapazzati dal re. La terza notte la 
regina ricolse un'altro paniere di fichi e la mattina chiamò il 
figlio più piccolo, che aveva nome Beppino e li disse: « Mi fki 
un piacere» mi porti questo piccolo regalo al re che è un pa- 



Digitized by 



Google 



NOVELLINA PITIGLIANESB 155 

niere di fichi? Vediamo se succederà come a tu' fratelli? » — 
« Eccomi, mamma, vado subito, subito vado. » — Beppino infatti 
corre subito col paniere dal re, incontra la solita vecchia, che 
li dice: « D6 vai Beppino? » — « Guardi, nonna, porto sto piccolo 
regalo al re. » — « Che ci hai? » — « Ci ho i fichi, guardi, nonna, 
ne prenda due, tanto la mi' mamma non V ha conti, tanto al 
re li servono. » — La vecchia lo ringraziò e non li volle, il ra- 
gazzo sempre seguitava e lieli voleva dare. Ma la vecchia li disse: 
« Vai, carino, porta i fichi al re e pòi ripassa da me. » — Il bimbo 
oi va, e quando le guardie lo vedono andare su, lo fermano e 
li dicono che si guardi bene di salire dal re, se no correrebbe 
rischiò la su' vita. Lui voleva di legge andar su, allora una 
delle guardie per salvarli la vita, volle prima vedere cosa ci 
aveva nel paniere, e quando vedde quella maraviglia di fichi 
nel mese di gennaio restò, e lo lasciò^ andar su dal re. Il re 
appena lo vedde, tutto arrabbiato stava per ftirli dare la morte, 
quando il custode scoperto il paniere ci trovò quella meraviglia 
di fichi e li portò a farli vedere al re, e il bimbo li disse che 
lieli portava a nome di su' madre in regalo. Il re fu conten- 
tissimo, lo caricò di quattrini finché ne poteva, e lo rimandò a 
casa. Incontrò per la strada la vecchia, il ragazzo li voleva 
dare de' quattrini, ma lei non li volse, e li disse che l'avesse 
portati alla su' mamma, e poi prendesse tre o quattro monete, 
e andesse nel botteghino di quel mercante di ragione (sic)^ quello 
che su' padre ci aveva perso il regno. Lui fece quello che l'aveva 
detto la vecchia, porta i quattrini, alla su' mamma, lei fu con- 
tenta come una pasqua a vedere tutte quelle belle monete che 
li portava '1 su' figliolo, Beppino si tenne quattro o cinque mo- 
nete, e poi se n'andò dal mercante di ragione e si messe a 
giocare con lui e tanto fece, che al giòco rivinse tutta la robba 
e perfino il regno di su' padre. Poi andò Beppino a prendere 
su' padre, su' madre e i su' fratelli e li riportò alla Corte, e il 
mercante di ragione riperse tutto quello che prima aveva gua- 
dagnato al giòco, Al rimandato via, e cosi il re tornò a riavere 
il su' regno e tutta la su' robba, e vissero tutti allegri e contenti, 
e se 'un son morti, son sempre vivi. 

Questa novella mi venne raccontata da una vecchia fan- 
tesca, una certa Francesca Taddeucci di Pitigliano, il 15 set- 
tembre di quest'anno, in Livorno (Toscana). 



Digitized by 



Google 



156 I NUOVI GOLIARDI 



Leggenda indiana di Naia (^). 

Naia figlio di Viraséna re di Nichadha («), un prodìgio di 
bellezza, sposa la vezzosissima principessa Damayantt, figlia di 
Bhìma re di Vidarbha, alla cui mano aspirano pure, ma inutil- 
mente, gli Dei Indra, Agni, Varuna e Yama (»), perchè la prin- 
cipessa preferisce Naia ai quattro Dei per la sua singolare 
bellezza e grazia. Si celebrano le nozze con gran pompa, col 
solito Asvamédha (*), e poi Naia porta la sua sposa nei propri 
Stati. Ivi la felice coppia avendo trionfato di tanti ostacoli gusta 
la felicità più perfetta. Due figli, un maschio e una femmina, 
nascono da queste nozze, che promettono una lunga serie di 
giorni felici. Ma la felicità sulla terra è un sogno vano. Agli sposi 



(*) Questa leggenda forma un intero poemetto inserito come epi- 
sodio nel terzo libro del grandioso poema di Vyàsa il Mahàfihàrata; 
essa offri ul prof. A. De Gubernatis argomento a un lungo dramma: 
Il re Naia, e venne tradotta in italiano da P. G. Maggi nella Rioista 
Orientale di Firenze del 1867. La detta leggenda poi stesa più am- 
piamente si trova nel volumetto francese : Coniès et légendes de l'Inde 
ancienne par Mary Summer aoec une introdaction par Ph, Ed, Four- 
caax, ParU, Ernest Leroux, éditeur libraire de la Società Asiatiqae 
de Paris, do VÉcole des langues orientales oioantes, etc., i878, in-iS, 
elséo. sur papier de Hollande, pag. 115-52. Questo volumetto è il 17" 
della collezione intitolata: Bibliothèque Orientale EUéoirienne. 

(*) La situazione di questo regno non è conosciuta con certezza, 
ma non doveva esser lontano da quello di Vidarbha, oggidì fìehar, 
che confinava col paese di Damayantl (così detta dalla rad. dam e 
vale la domante^ la signoreggi ante a motivo della sua grande bellezza). 

(^) Indra (rad. ind. suffisso ra e vale il signore, il principe) è lo 
Zeus Vedico, il re degli Dei, il Dio della folgore; Agni dalla radice 
ang splendere il Dio del fuoco, donde la voce latina ignis, fuoco ; Via- 
runa da ear, acqua, il Creatore dell'antico soggiorno, e Dio delle acque, 
Rigoéda vur, xli, 4, quindi il Posideone Vedico, cfr. la voce greca 
Oupsvo'c nome del cielo, e del Nume che vi sopraintende, Nume, padre 
di Oceano, Dio del mare, e di Crono, Dio del tempo, onde nacque poi 
Zeus; Yama infine è VAde Vedico, cioè il Dio delPA verno, della taorte, 
e della giustizia, dalla rad. yam significante raffrenare, domare, ecc. 

(^) la'Asoamédha € sacrifizio del cavallo » non aveva luogo che 
in circostanze solenni. Era celebrato dai re che avevano la preten- 
sione di attentare alla suprema signoria di un potentissimo monarca. 



Digitized by 



Google 



LBGOBNDA INDIANA 157 

invido un genio malefico appellato Kali (*), che aveva pure sospi- 
rato d'amore per la principessa, appena viene a sapere del suo 
matrimonio con Naia è colto da tremenda collera, e giura di 
vendicarsi. Naia era un re, come si è detto, bello assai di sem- 
biante, e fornito di molte virtù» versato nella conoscenza dei 
Vedi, generoso, prode, atto a guidare i cavalli e gli elefanti, 
ma una sola macchia veniva ad offuscare tenta sua perfezione 
morale : egli era posseduto dalla passione del giuoco, egli avrebbe 
impegnato sur un colpo di dadi il suo regno' e i suoi sudditi. 
Per queste breccia dunque s'introduce il genio malefico nel 
corpo del principe, il quale più che mai è posseduto dalla 
passione del giuoco. Egli accette con frenesia una partite a dadi 
che viene a proporgli suo fratello Pushkara. Entrambi comin- 
ciano il giuoco con calma e quasi con indifferenza, non è 
sulle prime il giuoco che un piacevole spasso, i dadi sono agi- 
teti con ilare mano e un' uguale speranza anima i due com- 
petitori. Ma è là Eali, che veglia il giuoco; la sorte si volge 
presto contraria al re, egli successivamente perde tutto il suo 
oro, i suoi carri ed equipaggi, i suoi gioielli e persino le 
proprie vesti. Ad ogni colpo i dadi ricadono giù con uno stri- 
dulo suono, mostrando quasi la loro contrarietà a Naia, ben 
si avverte ch^la sola disperazione li lancia su, pure Naia si 
ostina e si riscalda sempre più nel giuoco. Egli trema, traballa, 
da tre giorni egli non ha preso alcun alimento e l'insonnia 
arrossa gli angoli delle sue palpebre. Si odono di Aiori delle 
grida, sono i ministri ed il popolo che voglion correre presso 
il loro sovrano affine di strapparlo ad una lotte insensate. Essi 
forzano le porte, ed entrano appunto in quella che Naia non 



(^) Kali dalla voce Kdli, guerra, discordia, dissidio, quasi il fomen- 
tatore della discordia, della contesa, ecc., Kali è presso gli Indiani la 
quarta età del mondo, in cui prevale l'empietà, e quindi il nome del 
dèmone di questa età. Il nome di questo dèmone Kali che deve poi 
distruggere il mondo, ha una certa affinità coir islandese Kol, colFale- 
manno Kohle, e coir inglese coal, carbone. Sembra peraltro assai 
naturale attribuire il color nero alle intelligenze le più maligne e for- 
midabili, inoltre i cattivi geni deirOriente, il Satana del medio evo 
cristiano, il Samaria Deroa cingalese, e il Cxernebog Tschart degli 
Slavi erano ugualmente neri ; in arabo una stessa parola significa nero 
e tristo, e il latino malas, cattivo, tutti sanno avere comune col (Uàs{ 
greco, nero, la radice. (sanskr. mald fango). 



Digitized by 



Google 



168 I NUOVI GOLIARDI 

ha più altro da perdere che il proprio regnò. Nel suo delirio 
r infelice non intende nò i suggerimenti de' suoi consiglieri né 
le preghiere di quella, ch'era già arbitra del suo cuore. I suoi 
occhi feroci non veggono più altro che i dadi, egli spera 
sempre, e finché gli resterà ancora una posta, la sua mano 
convulsa agiterà gli strumenti della sua rovina. La regina, il 
popolo, gli Dei stessi dall'alto del Cielo seguono con occhio 
incantato questa partita suprema. Per l'ultima volta i dadi ri- 
cadono giù con sinistro suono, tutto è spacciato, il bel regno 
di Nichadha non appartiene più a Naia. Pushkara contempla 
la sua vittima e in atto di scherno dice a Naia: « Orsù prose- 
guiamo il giuoco, io t' ho guadagnato tutto, tranne Damayantt. 
Ebbene, se tu vuoi ascoltarmi, arrischia al giuoco per ultima 
posta la tua Damayantt. » 

Ma il dèmone che turba Naia mal suo grado rifugge da 
questa profanazione dell'amore; senza rispondere, l'infelice 
strappa i suoi distintivi reali, li getta sdegnoso ai piedi del suo 
avversario, e con passo accelerato se ne fiigge. Damayanti sotto 
la scorta di un servo fedele rinvia i suoi due figli al re Bhìma. 
Ella sta sulla porta estema del regal palazzo attendendo lo 
sposo. Il terrore soflbca la manifestazione del cordoglio dei 
sudditi. Il crudele Pushkara ha minacciato di iflorte chiunque 
tenti di seguire la regal coppia. Abbandonati da tutti. Naia e 
Damayanti si allontanano dalla città, ove sino allora hanno 
regnato. Essi van camminando a caso per la foresta. La gelida 
rabbia chiude il cuore di Naia. Dopo avere i fuggitivi cam* 
minato senza posa per ben quattro giorni, estenuati dalla fatica, 
dalla fame e dalla sete entrano in una capanna abbandonata, 
che loro si oflte dinanzi agli occhi, e cadono al suolo sopraffatti 
dal sonno, ma bentosto Naia risvegliatosi tentato da Eali, il 
maligno spirito che lo fa vergognare della trista sorte serbata 
alla principessa, s'induce a lasciare la sua sposa, che destasi 
non trovando più lo sposo, correndo ne va in traccia, come 
un'antilope che vuole raggiungere la sua mandra, e quando 
si accorge dell'immeritato abbandono dello sposo, l'amore verso 
di lui le suggerisce persino scuse alla sua fuga. Intanto dopo 
aver essa corso a lungo, involatasi prima alla persecuzione di 
un audace cacciatore, che tenta invano su di essa sfogare le 
sue sozze voglie e al dente delle belve e ad altri pericoli, giunge 
essa nella città di Tchédi, dalla madre del cui re è chiamata 



Digitized by 



Google 



è oiqpitàWgeiierodameiQte alla Corte e sottratta còcA ag^li scherni 
è alle beflé dal popolaccio, che dalle vesti lacere e dai ca- 
pelli scarmigliati di Damayantt la giudicava un'insensata. 
Damayantt occulta alla regina la sua condizione, ma questa 
che dai grandi occhi brillanti, come il lampo tra fosche nubi, 
non ostante le sue lacere vesti la scambia per una Dea, si 
sente un^nclinazione irresistibile verso Damayantt, ne terge le 
lagrime, e l'assegna a compagna della figlia Sunand& della 
stessa età di Damayantì. Costei accetta con gratitudine la 
generosa oflbrta, ed eccola alfine al riparo da ogni pericolo. 
Naia dopo aver lasciato la sposa vede avanti a so una foresta 
incendiata, portento inaudito I e dal mezzo delle fiamme sente 
una voce chiamarlo a nome. L'eroe entra intrepido tra le fiamme 
e subito un enorme serpente turchino gli dà il benvenuto, si 
fk a lui conoscere per Earkotaka il re dei serpenti, già mala- 
detto per aver mancato di riverenza verso l'asceta Narada, e con- 
dannato a restar ivi immobile per migliaia d'anni finché non 
fosse venuto Naia a liberarlo. Per attestargli la sua ricono- 
scenza, il serpente indica a Naia il modo di cacciar via dal suo 
corpo il demonio che Io possiede. Quindi lo consiglia a recarsi 
nella città di Ayodhya presso il re Rituparna, e a presentarsi 
al medesimo come un cocchiere abile nell'arte di guidare i 
cavalli, gli dice che cerchi di cattivarsene l'animo, e in iscam- 
bio de' propri servigi, il re gli svelerà il segreto del giuoco dei 
dadi, in cui quegli non ha concorrenti. Cosi Naia potrà rigua- 
dagnare al giuoco il suo regno dall' indegno Pushkara, e gu- 
stare ancor la felicità presso la sua sposa. Ma anzitutto il ser- 
pente insegna a Naia il modo di mutar sembiante, trasformazione 
dovuta alla potenza del re dei serpenti, per la medesima Naia 
cessa di essere quegli ch'era prima già dalle lunghe braccia e 
dall'ampio petto e diventa il cocchiere Yahuka {^) dalle esili e 
difformi membra, il re dei serpenti fa specchiare Naia in un 
ruscello, e cosi lo accerta dell'avvenuta trasformazione. Dà poi 
il re dei serpenti a Naia degli abiti celesti, che hanno la virtù 
di ridonargli la primiera sembianza, appena li indossi. Il ser- 
pente poi dispare. Naia eseguisce a puntino i consigli ricevuti 



(•) I cocchieri assai stimati alle corti dei principi indiani eserci- 
tavano pure Fufficio di scudieri. Nella mitologia indiana Matalt, il 
cocchiere d* Indra^ è tenuto in conto d un gran personaggio. 



Digitized by 



Google 



160 I NVOVI 6K)L]U.U>I 

dal «èrpente, t oodi riottiene la ffropria spfOda prllnw ed il regno 
dopo, essendo liberato il suo corpo da Sali il malig^uo spti;ito 
ohe lo pòsaedera. 

NOTA. 

Senza che si faccia un particolareggiate riscontro tra la novellina 
pitiglianese e la leggenda ai Naia qua riportate, il lettore vedrà da sé 
di leggieri la loro intima affinità: tanto u re della novellina che quello 
della leggenda sono posseduti dalla passione del giuoco, la quale nella 
leggenda è personificata in un essere demoniaco entrato nel corpo 
del re di Nichadha, né ciò reca maraviglia, che Kali, lo spirito malefico 
qui fa le veci del Dio del giuoco che esisteva presso gP Indiani, al 
quale infalti troviamo nel Higt^éda indirizzato un inno. (Vedi la tradu- 
zione del RigvédafaiUi dal Langlois, 2^ edizione, pag. 531). Differisce la 
novellina dalia leggenda in questo, che mentre Naia stesso ri^adagna 
al giuoco il regno perduto, nella novellina pitiglianese questo riesce non 
già al re, ma bensì al suo figlio minore (i ngli minori ^neralmente 
nelle novelline popolari vengono sempre a capo delle più ardue im- 
prese), però la dìnerenza è attenuata e compensala dalla somiglianza 
di un particolare comune alla novella e alla leggenda. Il segreto di 
riottenere il regno viene suggerito a Naia da Karkotaka re dei ser* 
penti in gratitudine della liberazióne conseguita mercè Topera di lui 
dalla maledizione cui soggiacque per l'irriverenza già usata da esso 
verso Tasceta Narada. (Qui occorre il noto particolare dei favori spesso 
soprannaturali, che usano gli animali in riconoscenza a chi loro fa del 
bene e Taltro particolare del potere delle maledizioni, di cui si toccò nelle 
note comparative olle prime delle nostre Quattro novelline popolari 
lieornesi). Parimente nella novellina la vecchia strega che fa qui le 
veci del re dei serpenti (il serpente nelle novelline e tradizioni popolari 
ha quasi sempre un carattere demoniaco e possiede il potere della magia) 
in gratitudine della cortesia e del rispetto con cui Beppino le parla, e 
del suo buon cuore, con cui le offre i fichi, gli insegna pure u modo 
di riguadagnare il regno perduto da suo padre. Non resta che il mer- 
cante di ragione (9Ì&) e Pushkara che nella nequizia e durezza di 
cuore si assomigliano assai, spietatamente cacciando via entrambi il 
re e la famiglia a cui essi hanno al giuoco guadagnato il regno. L'unica 
cosa che manca nella novellina è lo stupendo carattere di DamayanU, 
la più squisita creazione artistica del genio indiano, carattere cne, se 
occorresse pur nella novellina di Pitigliano, questa allora diverrebbe 
una fredda traduzione e riproduzione della leggenda indiana e reste- 
rebbe affatto priva d' importanza. Quanto alla conclusione della no- 
vellina si vegga ciò che a proposito delle chiuse delle novelline popolari 
si è discorso nelle Note comparative alla prima delle nostre Quattro 
novelline popolari lioornest. Il De Gubernatis nella sua Piccola en- 
ciclopedia indiana, a pag 373, col. 2*, a proposito della leggenda di 
Naia ne avverte che questo soggetto fu trattato in vari altri com- 
ponimenti indiani, fra gli altri, in una novella del Kaihdsaritsé^ara 
di Somadeva Bhatta, nel Nalodaya, ottribuito a Kùlidàsa, nel Natshor- 
diya, poema in ventidue canti attribuito al principe (^ri-Harsha, e nel 
Nalac ampu di Trivikrama Bhatta. 

COBM, S5 MtobM ISSI. 

Stanislao Prato. 



Digitized by 



Google 






IL. CANTICO. DEI CANTICI 

PCHEI^ZO CaAICO in uh A^TO di jp* elìce pAYALLOTTI 



SeeM IT. 

Antonio e Pia. 



A. . . Anzi dirò che Iddio 

V'ha posto in core un sogno quasi identico al mio. 
E a me pur .sana triste, a me pur troppo amaro 
Sfidar le umane pugne senza l'angiolo caro 
Che dall'alto mi guardi e mi additi la via, 
InefBibile; mistica, perenne compagnia I 
A lei van le mie preci; a lei chiedo l'ardire, .^ 
La fede, la costanza, le magnanime ire; 
Lei nelle notti sogno, lei nelle veglie vedo; 
A lei do afRetti, lagrime, per lei combatto e credo, 
E il cor batte a tumulto, e una febbre il conquide 
Mentre la dolce immagine sua mi guarda e Bortide.... 

JP. La sua immagine?.... 

A Certo 1.... del nostro aitar maggiore. 

Nella pala a man destra l'ha effigiata il pittore: 
É la sposa dei Cantici.... La bella Sulamita 
Che alle celesti nozze il sacro sposo invita.... 
E in sua bellezza fulgida insiem dolce, ed Idteca 

/ Ifuovi eoifardi, (tao, 4. il 



Digitized by 



Google 



162 I NUOTI QOLIAEDI 

' Così "Sorrider parvenu m quella prima sera 

Che entrai le sacre soglie.... Pioveale il sol dai vani 

Delle finestre gotiche vivi raggi, e di arcani 

Riflessi la bellissima immagine animava.... 

La Sulamite splendida a sé mi chiamava.... 

Da quel di, a quell'effigie, quante ore pregai!.... 

Da quel di in lei la mistica sposa celeste amai!.... 
P. Ah, ahi dunquQ il vostr'angiolo.... il vostro occhio lo vede? 

E dall'estasi santa dei sensi.... 
A. ....Il vuol la fede. - • 

Scioglie.... 
P, E cosi levandovi del puro amor sull'ale, 

Oltre la sfera umana, oltre il fango mortale.... 
A. La visione purissima, celeste inseguo.... e ardito 

Lo spirito si lancia pel mar dell'infinito!.... 

Oh, ne la cella fredda, certo si bella e pia 

A te, beato Angelico, la Vergine apparia:.... 

Salian gli impeti santi delFanima al cervello 

Col sangue a fiotti a fiotti.... e tremava il pennello, 

Mentre da febbre arcana l'occhio ed il cuor conquiso 
. Le inefBGtbili forme strappava al Paradiso!.... 
P. [seguitolo avidamente) (È poeta!....) .... 
A. [con foga crescente) ....E a me pure cosi l'imagin bella 

Di celestiali gioie dentro nel cor favella, 

Chiama ai superni amplessi l'infiammato desio.... 
P. Scusate se interrompo ... É bionda? 
A. Proprio. 

P. Oh! anch'io!.... 

A. A dolci ebbrezze invita tutti gli affetti miei.... 
P. E dite.... Ha gli occhi cerali?.... « 
A. Sicuro.... 

P. Oh, come i miei!.... 

A. M'invita ai cieli azzurri sui vanni de la fé.... 
P. Avrà la veste azzurra... 

A. Sicuro 

P. Oh!.... come me!.... 

A. [turbato, fissa sempre pie gli occki sulla cugina] 

(Strana illusion degli occhi!....) 
P. Ah, se vostra origina 

Rassomigliar potesse quella effigie divina I.... 



Digitized by 



Google 



IL CAOTICO DBI CANTICI 163 

A. Perchè? 

P. Perchè ora, immagino, partito di lassù, 

Nella nuova dimora non la vedrete più ' 

La effigie bionda, cerala.... Vi mandéran curato, 
In qualche chiesa alpestre, fiior del mondo abitato 
Dove sili rozzi muri chi sa che sgorbio atroce 
Calunnier& il ritratto di Gesù Cristo in croce; 
una qualche massaia grassa, color del vino. 
Figurerà in afRresco Maria col suo bambino. 
Che ne sarà de' vostri bei sogni? delle amanti 
Preghiere, delle ebbrezze pure, dei gaudi santi? 

A. [scuro, triste) Non so. 

P. A chi chiederete fede, costanza, ardire? 

À chi domanderete le magnanime ire? 

A ' [scwro, triste] Non so. 

P. [carezzevole] E allora, il diceste, vi sarà triste e amaro 
Sfidar le umane pugne senza quell'angiol caro!...« 

A, Amaro? Oh moltol 

P. Appunto, perciò, dicevo, avrei 

Ben volentieri amato rassomigliar colei.... 

A. Chi? 

P. Lei.... rimagin bella del vostro aitar maggiore....' 
Perchè, più non potendo lassù tornar nell'ore 
Che sentirete languida mancarvi in cor la fé. 
Pensando a queir immagin, verreste a trovar me. 

[lunga pàusa, Antonio agitatissimo fissa avidamente Pia] 

A, Ma voi le somigliate! 

P. [sorridendo] Oh proprio? proprio? Via.... 

A. [e. viv./ebb.) Tanto che al primo scorgervi, pepsai la fttntasia 
Di me si fesse giuoco,... pensai qualche maliardo 
Spirto, di quella immagine vi desse il crin, lo sguardo.... 

P. E fossi strega, invece, che sul novello Antonio 
Ritentassi le perfide astuzie del demonio.... 
grazie, dite pure. 

A. [con enfasi, vivissimo] No, no, che i vostri accenti 
Di demone non erano.... No, no, che lineamenti 
Ingannator linguaggio non parlanvi nel volto.... 
É un'ora che vi guardo... è un'ora che v'ascolto, 
E mentre in volto accesa, fiera e gentil, faville 
Sprizzavano dianzi da le vostre pupille, , 
Il bel guerrìer sognante le pugne della tita. .. 



Digitized by 



Google 



194 I NUOVI GOUÀRDI 

È questa, è questa io dissi fra me la Sulamital 

Bella siccome Solima, e degli sgruardi al lampo 

Terribile siccome oste schierata in campo 1 
P. Lo so, lo so, del Cantico dei. Cantici son queste 

Le splendide parole. Come è bello!...» 
A. (sorpreso) Il legrgestel 

P. Non è quella versione vostra che un anno fa, 

Di poesìa per saggio mandaste al mio papà? 
A, Si quella.. < 

P, Idea bizzarra! del vecchio e nuovo Testo 

Fra tutti i libri santi scegliere proprio questo I.... 

Che versi dolci e caril.... Me li sono impaurati 

À memoria!.... 
A. (con entusiasmo) Voi!.... Grazie!.... 

P. Che versi innamorati!.... 

A.^ÌA sposa dei Cantici, ben vi sarete aòcorta, 

Significa la Chiesa!.... 
P, La Chiesa? Non m'importa. 

A. Essa nel testo pària con lo sposo divino 

J'. Io guardo ai versi vostri - e non guardo al latino. 

E dite.... a quell'immagine recitavate il canto? 
A. Tutte le sere.... 
P. ....E allora s'io le somiglio tanto 

Le volte che a trovarci verreste, ecco perchè. 

Di dirli vi parrebbe... a lei... col dirli a me. 
A. (con trasporto di desiderio) Oh, se fosse!.. 

P. E poi dite.... al vostro inno infiammato 

Non rispondea la immagine?.... Stava zitta?.... peccato!... 
(gesto interrogativo di Antonio) 

Siccome è tutto un dialogo la cantica amorosa, 

Almeno io potrei fare la parte della sposa. 

E cosi almeno il dialogo esser variato un po'.... 

Non vi sembra? Sentite se a mente non lo so: 

« Figlie di Solima, bella son io, 

« Non riguardate se il sol mi ha tocca, 
« Deh! a te mi traggi diletto mio 
« Bacinmi i baci della tua bocca. 

« T'aman le vergini pe' tuoi profumi, 
« Son tue carezze dolce licer.... 
« Rosa di Saron, giglio fra i dumi» 
« Alla tua ombra languo d'amor! 



Digitized by 



Google 



IL CA^NTICO DBI CANTICI 165 

[interr]. Dicono che la. Bibbia ha un linguaggio oscurissiiAO...* 
Non panni.... Almen questo si capisce benissimo^ 
A voi.... 
A, [ripigliando vivamente il cantico) 
« Figlie di Solima che la capretta 

« Cacciate e l'agile cerva sul piano, 
« Non la svegliate la mia diletta, 
« Fin ch'ella dorme.... Deh, fate piano.... 
<( De le più belle dorme la bella 
« Sul verde letto di cedri e fiori 
« Dorme la sposa, dolce sorella, 
« Non lo svegliate, deh, il caro amori 
jP. Si, anche questo è abbastanza chiaro.... 
A. [con intemioni guardandola) Dormir però 

Non dee la sposa: e invece.^. 
jP. Rispondere lo so. 

« Oh del mio caro la voce ascolto I 
« Su per i colli viene ei saltando 
« Come cerbiatto: gi& mostra il volto, 
« Dietro i cancelli sta sogguardando 
« E dice.... 
A. [vivissimamente ryHgliando rivolto amorosamente, a Pia) 
^..Sorgi diletta miai 
« Sorgi dal talamo I vieni, o gentili 
« Le piogge e il verno passaron via, 
« Spuntan già i fiori del caro aprili 
« Già frutti ha il fico.... le viti olezzano, 
« Giunta è dei canti la stagion bellal 
« Per la contrada s'ode la tortora..., 
« Levati amicai vieni, o mia bellal 
« mìa colomba! qui tra le cave 

« Roccie ch'io t'oda I vienti a mostrar! 
« É la tua voce tanto soave, 
« Tanto il tuo viso bello a guardar!.... 
P. Della Chiesa parlate?.... 

A. Della Chiesa.... e di voi [gesto vivo di 

Pia. Antonio corregge con la /rase successvoa) 
Che la simboleggiate.... 
P, Ah sì.... seguite.... e poi.... 



Digitized by 



Google 



166 I NUOVI GOLIARDI 

A, {con intensioni guardandola) Poi.... ripigliar la spòsa doVrià 
..Lo stil medesimo I.... 
(gesto interrogativo di Pia a cui Antonio risponde): 
Capitolo secondo, versetto sedicesimo.... 
« Mio è il mio diletto: io sua! di. lui 

« Che il gregge pasce tra i gigli. In ora 
« Di notte alzaimi per calli bui 
« Lui ricercando che l'alma adora.... 
« Chiesto ho alle guardie: Chi lo ha veduto 
« Quegli che adoro? Di qui passò? 
« E cerca e cerca Tho rinvenuto 
« Più quei che adoro non lascerò. 
[lo zio è entrato in iscena. Dallo ^ondo del giardino, 
dietro le piante ascolta). 
P, Come è tradotto bene! Che stil dolce, amoroso! 

E dite qui.... 
A. Qui toma da capo ancor lo sposa 

« Eccoti bella, eccoti bella 

« Di licor dolce chiusa fontana! 
« Sono i tuoi occhi di colombella 
« Son le tue guancie di melagrana: 
[Antonio alla declamazione si immedesima esi imalora 
sempre piii volgendosi amorosamente a Pia) 
« Vince di O&Iaad le agnelle bionde 

« II crii): del Libano spande gli odor: 

« Porpora è il labbro che il miele efibnde...* 

« tutta bella, m'hai tolto il cori.... {•) 



(*) Proibita, a termini di legge, qualunque riproduzione. 

li, i. D, 



Digitized by 



Google 



LE OPINIONI A PULVIROLO 



SCEXTB 



{Continuazione. — Vedi precedente fascicolo). 

SCENA V. 
Igrnailo^ poi Carletto. 

Ign. e costui crede d'averla la testa. Povero mei mi credevo 
g'ià arrivato in porto. - [chiama) Carlettol - Pazienza la 
fig^liuola, se la tenga salata e canforata, ma anche la spe- 
. zieria se ne va. - [chiama) Carletto! - Ed io che.per iìsr 
piacere allo speziale ho perfino disgustato il prevosto? Ma 
ora mi sentirà questo sor Bacherozzolo. - Vieni qua, bab- 
buino.... 

Carl. Hai detto cittadino? 

lON. Babbuino, ho detto, che butti via la tua fortuna. . 

Carl. Io? 

loN. Oli avevp già parlato di te e di Rosina. 

Carl. Ah! non nominare Rosina, ch'io ne sono innamorato. Spe* 
zieria a parte,^ innamorato come un piccione. 

Ign. Ebbene, suo padre ha detto che piuttosto di darla a te, la 
chiuderà in un'olla .con canfora e rosmarino. 

Carl. Chi? Rosina? in che cosa ho potuto offendere il sor Mar- 
cello? 

lON. L'hai offeso colle tue chiacchere, co' tuoi giornalucci, colle 
tue opinioni, politiche che fonno spavento, col tuo cap- 



Digitized by 



Google 



168 I NUOVI OOUARDI 

^ penino [togliendoglielo dalla testa) che in casa altrui dovresti 
levare per rispetto... 

Carl. In America non si usa più. Ma non mi hai detto anche 
tu che il sor Marcello è un liberale? 

Ign. Ci sono liberali di tutti i prezzi, come le pesche, e spesse 
volte uno finisce dove l'altro incomincia. Il sor Marcello 
è un liberale d'ordine, e fa consistere la prima libertà nel- 
. l'aver ragione Juij tu invpce sei un liberale djJ disordine, 
[ e fai consistere la tua prima libertà nel non averne della 
ragióne: libero sproposito in liberò Stato. Tu sei venuto 
proprio a tempo per dire che il regno dei tiranni è finito. 

Carl, Non è forse vero? 

Ign. Che importa a me* se una cosa- è vera, quando non la si 
deve dire? Del resto, tiranno è chi non paga i suoi debiti... 

Carl. Ora me li hai pagati, babbo. 

Ign. e che bisogno c'era del tuo Baekerozzolo a Pul virole? Sai 
tu chi sono a Pulvirolo coloro che tu chiami sul giornale 
col nome di orecchioni, babbei, campanari, cimici selvatici? 
Sono persone rispettabili, è tuo zio prete, è tuo padre... 

Carl. per Diol . 

Ign. Lascia stare Dio al suo posto... 

Carl. Tu almeno non le vuoi le campane. 

Ign. Si che le voglio! 

Carl. Non le volevi stamattina. 

Ign. Soltainto per il tuo bene, per non contraddire il sor ìtar- 
cello e suo cognato, sperando di ^adagnarli alla tua 
causa. Ma poiché tu mi hai fìitta la frittata, non mi con- 
viene di disgustare tuo zio, un uomo che potrebbe farti 
del bene, meglio di tutti i giomaluzzi da strapazzo. E ora 
che. le voglio le campane, prova un po' a ripete)re che io 
sono un cimice selvatico? 

Carl. Che colpa . ne ho io se voi mutate d^opinione come si 

- cambia di fSeirsetto? , 

Ign. La mia opinione era il tuo vantaggiò..* 

.Cari. Peif cui. Rosina è perduta. ; ' 

Ign. Va a protestare sul Baóherozzolo. 

•Carl. Ed io sarei tornato per nulla? : : ' 

Ign. Stampa anche questo. • . 

Carl. E Rosina che mi vuol /bene? : ^ ^ . v; 

-Ign. La sposerai innanzi alFalbe^) della libertà... .^ 



Digitized by 



Google 



LB OPimONI A PULVIROLO 169 

SCENA VL 
.Àmiiblle, Ignailo e Carletto. 

' '. . ■ ' ' 

ÀMAB. [ha uno stupendo panciotto grigio) É il signor Ignazio che 
egrida oosì forte suo figlio? 

.GAm«. Caro commendatore, mi Caccia giustizia. Il sor Marcello 
mi rifiuta la mano di sua figlia. 

Amab. Possibile? 

lON. Tutto pareva quasi combinato, ci eravamo già stretti la 
mano. 

Amab. [tirando di gua e di là il panciotto che gli va poco bene) 
Anch'io sarei contento di vederla collocata quella figliuola 
che mi si raccomanda sempre. So che mio cognato è stufo 
di vendere cassia e tamarindo. 

lON. Ma suo cognato ha delle idee stravaganti. Il suo ideale 
è un gendarme, e mio figlio ha il torto di non essere un 
gendarme. 

Ahab. è un uomo autoritario, non mica irragionevole. 

Cabl. Ma colle idee del signor Marcello il mondo non andrebbe 
avanti più dell'orologio di Pulvirolo che è sempre fermo. 

lON. [risentito) E io credo che il mio nome e la mia famiglia 
meritino almeno qualche considerazione di più, e non si 
risponde a un Ignazio Lucci, fratello del prevosto, nipote 
del vescovo di Mantova, come a un pescivendolo che vende 
del pesce stantio. Mio figlio ha delle idee sciocche, balzane, 
senza costrutto, ma è pur sempre mio figlio, e quando 
un Ignazio Lucci.... 

Amab. Un po' di pazienza, un po' di sapone. 

lON. E quando un Ignazio Lucci si fa innanzi con una proposta 
anche contro le sue convinzioni, sa che ha il diritto di 
poterla fttre. che forse crede il signor Marcello che un 
Lucci non possa pagare Ji'avviamento d'una botteguccia di 
Pulvirolo? e che, se vuole, non possa trovarne cento di 
spezierie, e' comprarsi tutta la chimica e la farmaceutica 
del regno d'Italia? 

ÀMAB. [conciliatiffo) Non credo ohe mio cognato.... 

Cabl. Mio padre ha perfettamente ragion^. Sebbene io compar 

^. tisca certe sue idee, voccbie. dlel secolo. passata. (non, si è 



Digitized by 



Google 



170 I NUOTI QOUÀBm 

vecchi per nulla] tuttavia pare anclie a me che il nome 
dei Lucci meriti a Pulvirolo un po' pia di rispetto. Infine 
che cosa si pretende? 

Ahab. {eonciliativo) Senti, caro ^liuolo... 

Cabl. 8i pretende forse che in pieno secolo xix un giovane 
vada recitando il rosario e le litanie per strada? 

I0N. (risentito) E quando mio figlio volesse sposare una dote di 
cinquanta, di sessanta, di cento nula lire, non ha che a 
mettere il cappello in terra. 

Amab. Lo so bene. Ma credo che il peggior sistema per andare 
d'accordo in orchestra è di mettersi a suonare tutf insieme 
il proprio strumento senza guardare la musica. Anch'io 
ho qualche affezione per quella ragazza che è mia nipote, 
e posso quasi dire oramai, senza paura di sbagliare, unica 
mia erede. Le nostre famiglie furono sempre in buoni ac- 
cordi coi Lucci di Pulvirolo, ma non c'è cosa più intrattabile 
a questo mondo quanto i gusci di castagne che pungono 
da tutte le parti: fEux^iamo un po' per uno, e prima di tutto 
risolviamo questa benedetta questione della strada. Con- 
tiamoci, lei {ad Ignazio) uno per il vapore.... 

Ign. {sffariatam^té) Io voto per le campane. 

Ahab. Cioè, poco fa lei mi ha detto.... 

Ign. Ora ritiro la mia parola. 

Amab. Per il piacere di contraddire il mìo cognato? 

Ign. Anche suo cognato voterà per trecento mila campane. 

Ahab. Questi signori si pigliano zimbello di me. 

Ign. U signor Marcello sdegna dividere un'opinione che è stata 
sostenuta da mio figlio in un giornale. 

Ahab. Ci sarebbe da perdere la pazienza, se la pazienza non 
fosse il sapone della vite. Dunque Pulvirolo è una campana 
sola, lei, mio cognato, il dottore, il prevosto.... 

Ign. Ho fatto male a tradire i miei parenti per il gusto di &r 
piacere agli as... agli altri. Io me ne lavo le mauL 

Cabl. Mi aiuti, sor commendatore. 

Ign. Io me ne lavo le mani. 

Ahab. Se le lavi e se le asciughi, ma non lasci un povero 
figliuolo nell'imbroglio. 

Ign. [piU forte) Me ne lavo le mani [esce in fretta). 

Ahab. Se le tenga pulite. Non voglio perdere il sapone p^ 
convincere chi non vuol essere convinto. E me le laverò 



Digitized by 



Google 



LB OPINIONI A PULVIBOLO 171 

anch'io fra poco le mani, e se quei di Pulvirolo vogliono 
un campanone grande come una cupola, padroni; se vo- 
gliono vendere il paese, padronissimi. Io se mi do delle 
brighe non è già per far piacere a me; ne ho già abba- 
stanza delle mie brighe... [si accomoda il panciotto che lo 
stringe in fdta). 



SCENA VII. 
Bosina^ Amabile e Oarletto. 

Ros. Ahi caro zio, tu mi devi aiutare. Papà è rientrato in casa 
con una cera più rannuvolata, e minaccia di chiudermi in 
prigione se oso mettere il piede fuori di casa o il viso 
fiiori della finestra. Io preferisco piuttosto il convento a 
questa vita noiosa, pedante, omeopatica. So che anche que- 
sta volta non si fa nulla. É il sesto matrimonio che mio 
padre manda a monte colla scusa che non è il suo ideale. 
Vuoi tu dimandargli qual'è questo suo ideale? Forse di la- 
sciarmi invecchiare sotto la canna del camino? 

Carl. Il signor Marcello appartiene a quella generazione di 
padri che hanno fatto il lor tempo. Per lui 1*89 non è 
ancor venuto. Ma se è vero che ella mi ama, signora Ro • 
Sina [fa per abbracciarla) 

Amab. {frapponendosi) Pianino, amico, tu sei capace di farmi 
89 e 90, e tombola. 

Ros. {piaTèffendó) Questa volta vedo che morirò di struggicuore 

AnAB. Non parliamo di morire... 

Gabl. e lei, signor Amabile, permetterà che a Pulvirolo avven- 
gano di queste scene medioevali? Lei, sindaco di Pulvirolo, 
consigliere provinciale, forse nostro futuro deputato? Ma 
quale figura farebbe Pulvirolo innanzi all'opinione pub- 
blica se io stampassi su venticinque giornali della penisola 
la storia di queste lagrime innocenti? 

AiiAB. [a Rosina) Senti? non piangere, o te le fa stampare. 

Cabl. e crede che il voto degli uomini liberali appoggierebbe 
la sua prossima candidatura, quando ella non sapesse colla 
sua autorità e colla sua influenza morale impedire di questi 
abuM d'un' autorità che risale ai tempi di Federico Bar- 
barossa? 



Digitized by 



Google 



172 I NUOVI GOLIA.RDI 

Amab. Per dire il vero i tuoi venticinque giornali mi hanno 
sempre chiamato un camaleonte... 

Gabl. Nel calore della lotta, si sa, non si misurano i colpi 

Amab, Qui non si tratta di me, ma di questa poverina: se è 
vero che ella vuol bene a un dissipato, a una testa calda, 
a un senza timor di Dio... 

Gabl. (con entusiasmo) Le mie sono le opinioni di tutti gli uomini 
che hanno un po' di cuore, e nel cuore un po' di senti- 
mento, di generosità, d'entusiasmo. Il mio cuore batte 
all'unisono col cuore di tre milioni di giovani italiani. 

Amab. [modestamente) Bada, ciascuno dice che il miglior cap- 
pello è quello che gli va bene. Io faccio conto di non 
averne d'opinioni in questo momento; rispetto le tue, come 
rispetto quelle di tuo zio prete, di tuo padre, di mio co- 
gnato, del dottore, di mia moglie [si accomoda il panciotto). 
Il mondo è grande appunto perchè ci possano star tutte; 
soltanto dico che il carro del progresso non andrebbe né 
innanzi né indietro finché tutti si contentassero di ab- 
baiargli addosso la pròpria opinione; è meglio metterla 
giù di tanto in tanto, giovinetto, e andar sotto a tirare. 
Ma a tirare si suda.... e le opinioni pesano nulla I Bobina 
non si accontenta che il tuo cuore batta all'unisono col 
cuore di tre milioni di giovani italiani se tu npn fai nulla 
per dimostrare a suo padre che in fondo sei un galantuomo, 
che conosci l'arte tua, che hai volontà di lavorare, la prima, 
la più santa opinione d'un vero cittadino; che insomma 
farai veramente felice sua figlia. Cosi tu fai un passo verso 
di lui, egli verso di te, e verso tuo padre; tutti e tre verso 
il vapore, e cosi Pulvirolo fa un passo verso il progresso, 
capisci? 

Cabl. e lei un passo verso il Parlai^iento.... 

Amab. Verso il manicomio. 

Gabl. (grida) Viva il nostro deputato! 

Amab. Sta zitto, buffone. 

Kos. (grida) Viva il nostro deputato! 

Amab. Anche tu, adesso? Dunque vi amate, si o no? 

^^'^ Si, si, si (strepitando). 

Amab. Finalmente ne trovo due d'accordo. Siete disposti a se- 
guire i miei consigli? 



Digitized by 



Google 



LE OPINIONI A PULViaOLO 173 

Ros. ) ^ ®^' ®^- 

Amab. Spero di trovarlo io un talismano che convertirà mio 
cogrnato.... anche alla repubblica universale, [a Carletto) Tu 
intanto tien pronto i tuoi venticinque giornali. 

T. '> Viva il nostro deputato! (/anno per andar via insieme). 

ÀMAB. (arrestando per la gonna Xostna) Mi piace il buon ac- 
cordo, ma non si sa mai ciò che può nascere. Tu vattene, 
(a Carletto) e leggi in penitenza questo opuscolo.... (prende 
un libretto dallo scrittoio). 

Carl. Della « Composizione chimica della barbabietola...? » 

Amab. (sottovoce) Non potresti scriverne un piccolo elogio sopra 
i tuoi venticinque giornali? Non è necessario che tu lo 
legga, si sa. 

Carl. È un argomento importante.... 

Amab. Molto più che nella barbabietola, fra gli altri elementi, 
c'è forse Rosina e la spezieria.... 

Carl. Lei merita di diventare ministro.... Viva il nostro mini- 
strof (dà un bacio a Rosina e fugge). 

Amab. (si volta a tempo per vedere il bacio) Pare che mi abbia 
nominato ministro degli intemi. 

Ros. Non è colpa mia (con/h^a). 

Amab. A me non ne capitano di queste disgrazie. Ma vedo il 
nostro mugnaio, il nostro Carlandrea della Conca: bravo, 
bravo, mi rallegro, (a Rosina) Rosina, va da tua zia e dille 
che questo gilet mi stringe qui di dietro, che non mi lascia 
respirare. Se monta in collera, dille che va benissimo. 

Ros. (gli dà un bacio in fronte) Zio adorabile.... (esce). 

Amab. Che peccato essere zio quando si è adorabili I 



SCENA Vili. 
Carlandreay mufpiaiOy e Amabile. 

Cablano. È vero che mi ha fatto chiamare, sòr sindaco? 
Amab. Mi rincresce di avervi disturbato. Sedetevi, Carlandrea. 
Cablano. Sto meglio in piedi. 

Amab. State in piedi. Vi ho fatto chiamare per sentir^ il vostro 
parere. 



Digitized by 



Google 



174 I NUOVI OOLIABDI 

Carlànd. {asciutto) Non ne do dei pareri. 

Amab. Mi direte la vostra opinione. 

Carland. {asciutto) 'Sor ne ho di opinioni. 

Amab. Se si trattasse di teologia o del messale, capisco che non 

potresti avere un'opinione: ma qui si tratta d'interessi 

nostri, che sono un poco anche vostri. 
CÀRLAND. Non mi mischio di nulla io. Io faccio il mugnaio. 
Amab. Né io vi ho chiamato per crearvi senatore od arcive- 
scovo; ma sapete che sono due le questioni del giorno. 
Carland. Non so nulla, io fttccio il mudalo. 
Amab. cospettone I sapete almeno che vogliono fare una strada 

ferrata, perchè vi hanno piantato un palo quasi in mezza 

al molino. 
Carland. Il palo c'è, l'ho visto, ma io faccio il mugnaio. 
Amab. E fate bene. Ma c'è un altro partito che vorrebbe spen- 
dere trenta mila lire del comune in tante campane.... 
Carland. Ne spendano pure anche cinquanta. 
Amab. Ma non capite che il molino guadagnerà il cento per 

uno se Pulvirolo diventa un centro d'industria? 
Carland. PeuhI {si stringe fielle spalle). 
Amab. E a tirar la gente ci vogliono altro che cinque o sei 

campane appiccate a una trave: quelle tirano i fùlmini. 
Carland. Sarà! 

Amab. Si tratta dunque anche del vostro bene. 
Carland. Io sto benissimo. 
Amab. Ma se oggi macinate tre moggm di grano, non sareste 

contento di macinarne sei? 
Carland. Io no. 
Amab. Dunque per voi è indifferente tanto il votare per chi 

vuole il vapore, come per il prevosto, che vuole le campane. 
Carland. Indifferente. 
Amab. Domani ci sarà seduta del Consiglio : voi siete uno dei 

consiglieri. 
Carland. Io? sarà benissimo; mi pare infatti che m'abbiano 

nominato. 
Amab. Io non voglio impervi la mia opinione, ma mi preme 

di conoscere la vostra. 
Carland. La mia? L'ho già detta. 
Amab. Cioè, non avete detto nulla. 
Cablano. L'ho detto e tomo a ripeterlo: Io foccio il mugnaio. 



Digitized by 



Google 



LB OPINIONI k PULVIBOLO 175 

Ahab. Bravo^ fate sempre co3Ì e camperete gli anni di Matu- 
salemme. — Siete voi, flortolìuo? 



SCENA IX. 
Bortollno^ segrestano^ Carlandraa^ ÀmaMle* 

BoBT. [presenta una lettera) Mi manda il prevosto a dire, per 
modo di dire, che oggi lui uon viene alla circonferenza^ 
ma che ad ogni modo il suo parere è campane, campane, 
campane in fin che campa, campasse cent'anni. 

ÀMÀB. Bene, aspettate, sagrestano, che vi do un biglietto [esce], 

BoBT. [accosiandosi al mugnaio) Ehi, Garlandrea, dunque domani 
sì vota.... 

Carland. Che cosa? 

BoBT. Si votano le trenta mila lire, corpo d'un nibbio I e anche 
Pulvirolo avrà il suo bel concerto. Son tre notti che non 
dormo della contentezza. Dire a dire, per modo di dire, che 
Pulvirolo, un borgo di dodici mila e una gamba, più la 
. gamba di legno del Zoppa, si contenta di due campanelle 
impiccate, che a suonarle &nno scappare l'appetito 1 Non 
c'è più fede, non ci sono più principiiii... Ma il prevosto 
m'ha detto che la spunteremo, e corpo d'un nibbio! se c'è 
bisogno anéhe di quattro legnate per fttrgUela entrare in 
certe teste, Bertolino non si rifiuta mai quando si tratta 
della gloria di Dio. Oggi alla gente piace mangiare e bere, 
piace andare a spasso, far la partita alle carte, ma per la 
religione non ci sono prin...ci...piiii... [in canto /ermo). 

Cabland. [sempre eguale) Io faccio il mugnaio. 

BoBT. Ah! vi accorgete anche voi che è un mondo briccone? 
Hanno fatto Vesiglio per i bambini, la scuola domenicale 
dove le ragazze imparano ciò che imparano, e ora vogliono 
fare anche un creatorio per i maschi. Si semina l'empietà, 
il disprezzo per i preti, per il sommo pontefice, per noi; 
ma Pulvirolo dimostrerà a Dio che ci sono ancora dei 
buoni, e se riesco ad attaccarmi alle corde nuove [/orte] 
din don dan.... den din don..» o scoppio io, o scoppiono le 
campane. Ma chi scoppierà davvero saranno questi liberali 
por.... [si tappa la parola in tocca colla mano). 



Digitized by 



Google 



176 . l NUOVI OOUABOl - 

. : -ì - -, <1 ,. . . • 

SCENA X 

Hareello^ I «addetti^ qalndl Amabile e BoslBa. 

Mabc. [efUra infuriato) Dov'è, dov'è questa pettegola? Non sa 

che io sono capace di fttrla arrestare ? [entra a destra). 
BoRT. [a Carlandrea) Ecco uno dei liberaloni che sentono la 

messa sui gradini del sagrato. Costoro fttrebbero il vapore 

anche per andare all'inferno. 
Marc, (stando sull'uscio e tenendo Rosina per mano] E sopra 

ntia figlia comando io, e voglio darla a chi mi piace. E 

prima la getto in bocca al lupo che darla a un giovinastro 

come quel signore. ^ 

Amar, [seguendolo) Siete esagerato, cognato mio. 
Marc Non si esagera mai abbastanza quando si tratta del bène 

de' propri figliuoli. 
Ahar. Non potete proibire a vostra figlia di venire in casa mia. 
Maìig. Posso proibire a mia figlia di disobbedirmi. 
Ros. Andrò in un convento.... [piange e grida). 
BoBT. [aZ mugnaio in tono di canto fermo) Non ci sono principi. 
Amar, [perde un poco la pazienza) Non voglio avvelenarmi il 

sangue per voi. La mia casa non è casa di cattivi esempi. 

Amo vostra figlia quanto voi; so quel che ella si merita; 

so quel che meritate voi. Potrei farvi del bene, potrei fkrvi 

del male; ma preferisco lavarmene le mani. 
Maro. A voi non manca il sapone. 

Amar, [alzando la voce) Non mi manca, ma potrei anche perderlo. 
Maro. Guardate che lo perdete. 

Amar. E se la perdessi proprio 1^ ]fszieiìza,...ì [alzando la f>oee\ 
BoRT. [al mugnaio in tono di canto/ermo) Non ci sono principi.... 
Ros. No, caro zio: mi lascierò morire d'inedia e di dolore.... 
Marc Lei venga via, pettegolacela.... [la conduce via per forza). 
Amar, [fuori di sé gridando) Siete un pedante, un intollerante, 

un testardo, un croato.... un codino.... [esce a sinistra). 
BoRT. Non ci sono principiiii... [esce correndo dal fondo). 
Carland. [si stringe nelle spalle e dice con molta calma nel- 

Vusdre) Io faccio il mugnaio. 

Fine dell*atto primo. 

Marco D'Oloma. 



Digitized by 



Google 



ÌS S SSiSFCTr^SBHiBM^^ 



LETTERE INEDITE 

DI JjODOYICO yiKTONIO ^VlUllATORI 



{Continuazione) 



Iteotao pj^^ sigt sig^. e Pron. ColJ^ 

Avraimo il lor merito nel fine della mia Raccolta i Marmi 
e Sigilli, dei quali mi ha ultimamente favorito V. S, Rev.«*% 
e massimamente la Militare: che quelle di tal sorta son tutte 
da stimare, e quel Crust è cosa rara, non sovvenendomi un'altra 
simile in tutta la mia Raccolta. La ringrazio sommamente di 
questo reggalo, e mi rallegro con Piacenza, la quale dopo le 
passate disavventure de' suoi marmi, verrà per altro verso 
reintegrata di antichità Romane. 

Mi fu fatto credere ch'io avessi ricevuto tutto le iscriz/ 
dell'Em.™^ Aless.**, prima che queste passassero nel Campido- 
glio. Però non so , se fra Sigilli ivi conservati ve ne sia di 
quelli, che manchino alla mia Raccolta. Ne ho mai potuto chia- 
rirmi, se oltre alle Iscriz.ì Albano altre ne abbia il Campidoglio 
di novamente aggiuntele io avessi potuto imitare il M.^' Maffei 
col venire costà, avrei fatto anch'io buon bottino. Ma cotale 
idea mi ha trovato troppo carico d'anni, e nel di 21 del pros- 
simo Ottobre entrerò nel settantes.^ di mia età. E però non 
mi sento più voglia di fkr viaggi, ed ancorché (sia detto in 
confidenza) Monsig.® Primicero Zambeccari ultimam.^ mi si sia 
esibito di condurmi costà con aggiugnere che N. S. mi ve- 
drebbe volentieri: io non penso che, a terminar qui con tutta 

i Nuovi Goliardi^ tate, 4. IS 



Digitized by 



Google 



178 I NUOVI QOLIABDI 

quiete il poco che mi resta di vita; e tanto più perchè se 
alcuni mi guarderebbero costi di buon'occhio, molti altri mi 
guaterebbero con occhio bieco. Accetteranno i lettori quel 
molto, ch'io loro ho dato nella mia Raccolta e compatiranno, 
se non avrò potuto dar tutto. 

Mi è giunta la seconda Pastorale di N. S. intomo al Di- 
giuno. Mi dica V. S. Rev.™* se questa sarà bastante ad atter- 
rare l'opinione contraria. 

Da Palermo aspetto le tre lettere ivi pubblicate contro il 
Lampridio, e credute il libro del P. Andreucci, a cui fu negato 
il passaporto costi. Sento minacele da altre parti. Almeno sai^- 
tasserò fuori tutti q) Campioni senza maggior dilazione, ac- 
ciocché se mi verrà voglia di rispondere, con una sola fatica 
io possa ponderare di che metallo sieno le loro ragioni. Di 
grazia non dimentichi di ricavare, se il P. de Lacca sia sempre 
stato in Roma. E quando fosse stato a Napoli, come mi vien sap- 
posto, quando e quanto egli soggiornasse in quella Città. 

Ma e non volete mai dispensare Berette rosse? Questa vostra 
durezza può fare intisichire più d'uno. Intanto noi viviamo con 
isperanza di non veder guerra, e che un Tratt.^ sia dietro ad 
acconciar tutto. Il Card, di Henry dice, che q.^ è una Ouerra 
di Pace. Infatti ninno si muove per la Regina. Q.^ ancora mi 
fa credere che il tavolino lavori; ma in fine toccherà alla Casa 
d'Austria di {>agare. Non le dico i partaggi, perchè li credo 
fatti nei Caflè. Da Piac.^ ultimam.® scrissero già conchiuso; ma 
le credo ciarle. Ben so che il Re di Sardegna non è chiamato 
al mercato. Fra qualche settimana avremo qui la Duchessina 
di Massa. Ossequiosam.® mi ricordo. 

Dì V. S. Rev.«* 

Mod."" 14 Imòre 1741 

Div.' ed Obbl.»* sei^v*. 

LoD.° Ant.** MuEàtori. 



jievmo p^^ sigT jsiffn pron. Col^^ 

Son tenuto a V. S, Rev.°i» per le notizie spettanti al gran 
P. de Lucca, ed anche per l'altre, che mi fan vedere in lon- 
tananza tanti armati centra dell'unico misero Lampridio, che 
corre pericolo di fuggirsene in un cesso, non potendosi credere. 



Digitized by 



Google 



LBTTBRB INEDITE 179 

ch'egli solo podaa BOdtenere l'impeto di tante schiere, nella 
guisa appunto che fa oggidì la povera Regina d' Ungheria , 
a cui vedremo in breve con una sforzata Pace tolto il meglio 
de' suoi Stati. Tuttavia se non fos$e?o più gagliarde le forze 
de' Campioni venturi che quelle dell'Autor delle Lettere, son 
di parere che il Lampridio non se ne metterebbe gran pensiero. 
In Palermo l'Autor d'esse lettere vien creduto il P. Andreucci 
Gesuita. Probabilment.® dal SJ^ Andreuzzi, già lettor di lingua 
Greca in Bologna, non c'è molto da temere. Per quel ch'io so, 
il Lampridio allora solamente prenderà le sue misure, che vedrà 
uscito fuori lo sciame di chi è dietro ad atterrarlo. 

Lasci andare N. S. a Castel Gandolfo. Quivi godrà quiete, 
e con più tranquillità accoglierà chi abbisogna d'udienza. Quello 
di che dobbiam rallegrarci, si è che il suo fuoco non pregiudica 
mai al suo buon cuore, e sante sono tutte le di lui intenz.' 
Ha donato a Boi.* circa 56»» Scudi per lo bisogno dell'Acque. 
Persona, che mi portò l'Apost * Missione, mi disse (sia detto in 
confidenza) che mi avrebbe volentieri veduto, e si esibì di con- 
durmi. Ma io invecchiato ho bisogno di quiete. 

Aspetto notizia del prezzo del T.^ Ili delle Diss.> di Cortona, 
perchè dovrò provvedermene, avendo gli altri due. 

Ossequiosamente e con ciò mi rassegno 

Di V. S. Rev.naa 

Afod.^ 25 Imire 1741 

Dev.* ed Obbl~ serv.* 

LoD° Ant.® Muratori. 



Jlev.^^ Pre. SigT SigS^ e Pron. Col.^^ 

L'ultimo grazioso foglio di V. S. Rev."*» mi fa intendere, 
ch'io le debbo avere scritto due volte di quell'invito fatto al- 
l'Amico, il quale le resta ben tenuto pel di lei saggio consiglio. 
Dee egli ringraziar Dio, che non gli ha data Ambizione, né 
desideri di guadagno; e però in bene di lui parla, chi il di- 
fende da sì molesti pensieri, ed appruova in lui l'amore della 
vita quieta. All'incontro dimentica egli di rallegrarsi con lei 
per l'acquisto dell' inscrizion.* dello Spatario, cosa ben rara. 
Questa verrà fuori come posta in Piacenza. 



Digitized by 



Google 



180 I NUOVI QOLIAEDI 

Ora ho bastante notizia del soggiorno del P. de Lucca, é 
la ringrazio d'avermela procacciata. Una breve lettera, diversa 
dalle tre consapute, è uscita di nuova in Palermo centra del 
Lampridio, ma del tenore delle prime, dove si fa scomunicato 
quel povero Scrittore, e senza voler considerare, ch'essi hanno 
messo in campo il voto; e quando q.® sia da riprovare, ognun 
vede, essere interesse della S. Sede, e della Chiesa tutta, che 
non si permetta un'Opinion « cattiva e peccaminosa, e che essi 
coll'abusarsi delle Bolle Pontificie mettono in discredito la stessa 
Sede Apostolica. 

Le protesto nuove obbligazioni, perchè la di lei bontà si 
sia incomodata di fare una visita al Museo C&pitolino. Ha io 
pubblicata l'iscriz.® di Alcide Sacri Generi. Perchè mi tniovo 
in Villa, non ho potuto esaminar l'altre, delle quali mi ha 
V. S. Rev.™a favorito. Lo farò in città. 

Mi convien ora tornare al vicino Sassuolo, dove iersera 
arrivò la spiritosa Duchessina di Massa Moglie del nostro 
P.npe Ered.® Fu qui a trovarci il gentiliss.^ P. Bardotti, e si 
bebbe alla di lei salute. Viva Mons.® Laudi, meritevole di cose 
Maggiori. Voi altri ora udirete le ragioni Bavare in carta; ma 
più efficacia avranno le ragioni scritte nei suoi fucili. Ogni 
cosa va colà a trasacco, e si va aspettando una Pace forzata, 
e dettata da chi può tutto. 

L'Imp.^ Amalia ritirata colle sue Salesiane. La Regina a 
Pesi II tesoro in marcia. Con che le bacio le mani, ed osse-' 
quiosam.^ mi rassegno 

Di V. S. Rev."» 

MbdJ' 30 Itnòre 1741 

Dev.* ed Obbl.»» 9^.« 
LOD.® AnT.® M'URATORl. 



Digitized by 



Google 



ttifi9aifi3if9»fi »tmvi» ! ms »P9fi 9.imv.v 9 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 



f 



Comm. Cablo Cambini, AlcuTie/rasi e taci errate risate nel Foro 
e ne' pubblici Uffizi notate con osservazioni tratte da celebri 
scrittori sulla necessità di coltivare la prepria lingua. 
Milano, Ditta libraria di Giacomo Agnelli, 1876. 

— Dell'ubo e dell'abuso della parlata fiorentina. Osservazioni. 

— Manzoni e Fan/tini, Nuove osservazioni in aggiunta al libro 

dell'uso e dell'abuso della parlata Jtorentina. Milano, Paolo 
Carrara, libraio-editore, 1878 e 1879. 

— Vocabolario pavese-italiano con una serie di vocàboli italiani^ 

pavesi che molto ira loro diversi/lcano. Milano, Ditta Gia- 
como Agnelli, e Pavia, Ditta Successori Bizzoni, 1879. 

— Appuntature al vocabolario italiano della lifigua parlata di 

Giuseppe Rigutini, lettere di Carlo Gamòini e di Carlo 
Negroni. Bologna, tipografia Fava e Garagnani, 1881. 

Sono lietissimo di segnalare airattenzione dei lettori de^Nuoot 
Goliardi i vari opuscoli importanti del comm. Carlo Cambini, i cui 
titoli vengono qua sopra allegati. Tuli opuscoli ne provano le cure 
forensi non esser poi tanto inconciliabili colla coltura letteraria, come 
ce ne fa fede Tegregio signor Cambini, magistrato in ritiro, assai 
provetto in età, e frattanto infaticabile studioso della lingua nazio* 
naie in un tempo, nel quale soggiace essa a tanto orrido scempio, da 
temersi, che, di qui a non molto, abbia la medesima a perdere ogni sua 
nativa sembionza. E tanto più mi sembrano utili i detti opuscoli del 



Digitized by 



Google 



182 I NUOVI GOLIARDI 

signor Gambini, inquantochè servono a opporre un antidoto al danno 
incalcolabile che la tanto strombazzata teorica manzoniana va ogni 
giorno arrecando alla nostra lingua, che, ove estenda essa il suo do- 
minio, finirà per assegnare quale modello di purezza e grazia Fuso di 
Mercato Vecchio e dei Camaldoli di San Friano e San Lorenzo, ri- 
tornando al bel tempo del Davanzati e del Botta, nel quale da costoro 
la storia spogliata del suo nobile paludamento di regina, andava at- 
torno sotto l'umile, anzi abietta veste della Ireccola, per dirla con uno 
scrittore moderno. È proprio qui il caso di dire, a proposito di questa 
invasione del fiorentinismo per riparo al forestierume, con un autore 
incerto: 

Incidlt in ScyUam cupicns imitare Charybdim. 

Che, se a purgarsi dai lombardismi, il Manzoni ricorse all'uso 
toscano (e non già soltanto fiorentino) nei suoi Promessi Sposi, dicendo 
a tale uopo, colla sua consueta modestia, che intendeva « risciacquare 
i suoi cenci in Arno» donde nacque T idolatria, che da qualche anno 
si presta al Manzoni, di cui si è fatta quasi un'apoteosi, sicché il po- 
vero Manzoni ce Io vogliono dare cucinato in mille maniere, e nelle 
scuole non si sente più parlare d'altro scrittore che del Manzoni, ciò 
non vuol dire che prima di lui nessuno abbia mai pensato di ricor- 
rere all'uso toscano, talché debbasi da uno scrittore non toscano 
apprendere tale uso. E i cronisti del trecento, e vari cinquecentisti, spe- 
cialmente il Machiavèlli, non attinsero forse a siffatto uso, però alPuso 
corrètto, e cosi pure il Davanzati, e a* nostri tempi il Botta, benché 
questi ultimi con troppa larghezza? E allora perchè la teorica, che 
mira a proporre quale modello del corretto scrivere l'uso della par- 
lata fiorentina, o meglio toscana, si dice senza una ragione al mondo 
manzoniana? O non si potrebbe pur dire Giustiana, Guadagnoliana, 
o va dicendo per la stessa ragione? Né mi si opponga tale denomi- 
nazione indicare il tentativo felicemente riuscito di uno scrittore non 
toscano nell' attingere all'uso toscano, che tale obbiezione non vale 
affatto, perché questo era già stato fatto dall'Ariosto e dal Tasso. E 
poi giacché tanti perdigiorni sono cosi infatuati di questo benedetto 
uso fiorentino, non é meglio che si abbeverino a lor posta e spengano 
pienamente la loro sete direttamente ricorrendo alla sorgente, anziché 
allontanandosene ? 

Dato ora e solo concesso fino a un certo punto, dove si voglia stare 
al concetto di Orazio, nella Poetica, che l'uso fiorentino, o meglio 
toscano, sia norma inappuntabile per il bello scrivere, mi sembra che 
questo si apprenderà meglio in scrittori toscani, per esempio nel 
Giusti, nel Niccolini, nel Guerrazzi e in altri, i quali, col latte materno, 
per così dire, hanno succhiato tale favella parlata, anziché in uno scrit> 
tore lombardo, quale é il Manzoni. E lo ripeto, mi pare una vera enor- 



Digitized by 



Google 



/ 



I 

ì 



BOLLRTUiO BIBUOOaAFIOO 183 

\ iaoonoepibile che si protenda ibre altrui apprendere Taso fioren- 
tino o meglio toscano in ano scrittore lombardo, tanto più ricordevole 
io del noto aneddoto» che si racconta intomo al Machiavelli, il quale, 
domandato da an ambasciator veneidano, ohe gli paresse del Bembo, 
venerano, e pur inteso ad insegnar la lingua toscana ai fiorentini, sog> 
giunse: € Dico quello che direste voi, se un fiorentino insegnasse la 
lingua veneziana a un veneziano. > Di più tale uso della lingua par> 
lata corretta mi sembra cosa illogica e ridicola limitare a Firenze, 
quasiché questa a preferenza- di ogni altra città toscana ne abbia il 
privilegio (del che mi permetterei dubitare assai) e neppure a Siena 
od a Pistoia, ma conviene estenderlo a tutta la Toscana, scegliendo il 
meglio dai differenti parlari delle sue città, senza perdere di vista talora 
il contado. Né io certo sarei disposto a ripudiare totalmente la lingua 
parlata, perché questa conferisce a dare più semplicità, spontaneità, 
naturalezza e quindi chiarezza ed efficacia alla lingua scritta, tanto più 
che Orazio ancora é di quest'avviso; ma in tale bisogna si richiede molta 
circospezione, maggiore forse di quella del Manzoni nei suoi Promessi 
Sposi, e il Guerrazzi a tal proposito avverte nel suo opuscolo Lo scrittore 
italiano : € Il popolo e Tuso comporre le lingue, però il popolo perito 
e Tuso retto, altrimenti si deturperà T idioma con ogni maniere scon- 
<^zzc. > E aggiunge: € Scrivi pure come parli, a patto solo che tu 
parli bene, e allora buon per te, se, come pretendi, sai. > Tali avver- 
tenze furono già da me fatte in un articolo intitolato: Sulla lingua 
scritta italiana, osservazioni, articolo che piacque assai al compianto 
Fanfani, e che fu pubblicato nel suo giornaletto letterario: L'unta della 
lingua, nel novembre 4872. 

Ho creduto conveniente prendere argomento dagli opuscoli del 

signor Gambini per trattare una questione tanto adesso dibattuta, e 

^nnni/estare sulla medesima il mio parere. Però, benché io, pur essendo 

^^^^iio, non sia fanatico per l'uso fiorentino, fuori del quale i troppo ze- 

ukrktì xvianzoniani non veggono salvezza, e nemmeno per l'uso toscano in 

^Gn&r^^^ nonostante il desiderio comune col Guerrazzi che la lingua « non 

^^ S"*^ a considerarsi come una mummia, ma bensì come uno spirito 

^^7^*^^^ e ambulante > tuttavia parmi che il signor Gambini, talvolta 

T*®' ^^Xoi opuscoli, ecceda un pochino nel bandire dall'uso scritto qua- 

J^icjvi.^ voce anche innocentissima dell'uso parlato. Capisco che egli lo 

^ f^^K*^ rivendicare la dignità della nostra favella contro i fanatici man- 

'^^^^^i^i, i quali, per essersi spinti oltre il segno indicato dal loro mae- 

. ^^» x^on esiterei a chiamarli: € Figli corrotti d'incorrotto padre >; ma 

in c>^-^-jj ^j^jg^ occorre la moderazione, con questo però non intendo 

J,^*^ vaare il merito dei detti opuscoli, tanto più pregevoli quanto meno 

^^* ^-ox-e, per il proprio ufficio di magistrato, si poteva sospettare com- 

P^t^r^te in questioni di lingua, dalle medesime distogliendolo le cure 

^''^^■^si. Invece la bisogna non procede cosi, e merita certo lode chi, 



Digitized by 



Google 



184 4 liUOTI QOUARDI ^ 

dopo aver diate non dubbi ségni di amor patrio' jbI tempi deUà dooù- 
nazione tedesca, col carcere sofferto in pena del suo coraggio nel ma- 
nifestare tale amore, ha pure cercato di mostrarlo nel farsi strenuo 
campione dell* indipendenza d* Italia nella lingua nazionale, indicendo 
efficace guerra al forestierume, che- d*ogni parte straripa, e alla dema- 
gogia del volgo fiorentino, che ne minaccia resistenza. Bravo, con- 
tinui, signor Gambini, continui a combattere in questo difficile arringo, 
e^ non dubiti, i savi e i discreti gliene sapranno assai grado; dei fana- 
tici è deglUnsipi^nti non si curi, mèmore- del comune dettato: € raglio 
d^asino non va in cielo. » 

X ' 



Anoblo iScalabeini, Direttore responsabile. 



Digitized by 



Google 



Libri ricevuti in dono 



Intermezzo, di 0/ 0. Annichiki. 

D Signor Repubblica. 

Mortuaria, di Giovanni Mabradi. 

Del governo della famiglia di Angiolo Pandolfini — Stu- 
dio crìtico — Virginio Cortesi. 



Dei libri mandati ai NUOVI GOLIARDI si darà 
r iiiiiwiliri neà gmmale^ e, ove si creda opportuno, un 
cenno bibliografico. 



Digitized by 



Google 



I 



atti à'mmoàmom 



Per r Italia Anno L. 10 Semestre L. 6 

Per r Estero » » 12 



Un fascicolo separato UNA LIRA. 



AVVERTENZA 



Gli associati ai Niurvi Goliardi di Firenze, 
che pagarono l'intera annata di abbonamento, 
riceveranno gratis il periodico sino alla fine del 
corrente semestre. 



L'Ufficio dei NUOTI OOLIABDI è trasferito in 
Tla S. Giuseppe, N. 4. 



Digitized by 



Google 



1 . 



Nuovi Goliardi 



PERIODICO MENSILE 



DI 



STORIA-LETTBRATDRA-ARTE 



Si lerapus superest, post coenam ludere prodest > 

Carm, Bur, 



NoTembre-Dicenibre 1881 

Ifohme I - Fcacìcolo ¥ e ¥1 



Cy COMO 
Tipografia Provinciale F. Ostinelli di C. A. 



ISSI 
^<^5— • 



Digitized by 



Google 



SOMMARIO 



Importanza della noTdllistica popolare comparata. — Stanislao 
Prato. 

Norellina popolare mònferrina^ con note comparative e postille. — 
Stanislao Prato. 

All'amico Angelo Scalabrini. — Epistola. — A. Novara. 

Alcune notizie sulle carte da giuoco a Milano nei secoli scorsi. — 

Monografia. — Gentile Pagani. 

Alla Solitudine. *- Ode. — A. Sgalabrini. 



|EDATTOI\.I. 



Cipollini Antonio 
Cortesi Virginio 
Ferrari Severino 
Fossati Carlo 
Gentile Luigi 
Giacomelli Italo 



GiUBSANi Benedetto 
Marradi Giovanni 
Novara Andrea 
Salveraglio Filippo 
Straccali Alfredo 
Sgalabrini Angelo, Direttore. 



Ci hanno promesso la loro collaborazione i Redattori del Coti- 
^egno, giornale di scienze e lettere direbbe in Milano vita breve ma 
non oscura, nonché i signori: Carlo Baravalle, Felice Cavallotti, 
Giosuè Carducci e Raffaele Giovagnoli. 



Proprie tlk letteraria. 



Digitized by 



Google 



1882, Dee. 26, 
Subscriptioit Fund, 



llPORUm DKllA NOVELLISim POPOLARE COIPARATA 



Allorché io penso alla fantasia accesa degli antichi 
popoli, distintivo costante della gioventù sì della vita 
dell'uomo, sì di quella del genere umano, e al corrispon- 
dente grado di intensa sensitività fisica e morale che 
sempre si connette col fervore della fantasia, non posso 
menomamente dubitare che i miti, la cui origine si va 
perdendo nella notte dei tempi, e tulle le creazioni poe- 
tiche siano il prodotto di quei popoli primitivi che, per 
usare l'espressione di un valente scrittore moderno, 
« erano tutt'occhi, tutto cuore e tutta fantasia. » Quindi 
i racconti favolosi circa il potere sommo che i poeti allora 
esercitavano sui popoli, potere adombrato neirallegorica 
commozione della stessa natura inanimata all'armonia 
de' loro canti divini; quindi l'autorità estesa di questi 
poeti, che a volta a volta divenivano filosofi, sacerdoti, 
legislatori; quindi il metrico suono dei versi usato spesso 
qual mezzo mnemonico per imprimere e conservare il ri- 
cordo delle leggi civili, e delle dottrine religiose, filosofiche 
e morali. Che se rifletto alla natura dell'uomo, inchinevole 
sempre verso la verità, nella cui scoperta appunto egli 
trova la felicità, e alla sua ragionevolezza, per la quale 
non parla e non opera giammai fortuitamente, ma sempre 
per un fine occulto o manifesto, non mi stupisco (dove 
io pensi che il popolo, tratto dalla fervida sua fantasia, non 

/ ìfuQui Goliardi, bsc. 6-6. 13 



Digitized by 



Google 



186 1 NUOVI GOLIARDI 

sappia altrimenti significare il vero che col simbolismo 
poetico) che si ravvisasse nella mitologia in genere, per 
così dire una forma paleontologica del linguaggio, od un 
vasto sistema di allegoria, come ben si avvisò il Condillac. 
Laonde nei miti giova riconoscere la personificazione 
delle forze della natura, che commovendo potentemente 
gli . animi de' primi popoli, accessibili più di noi alle 
sensazioni, li dovettero indurre alla loro sensibile e poe- 
tica rappresentazione mercè i miti. Né solo i fenomeni 
del mondo fisico hanno .dato origine ai miti, ma anche 
quelli del mondo morale possono aver pure prodotto il 
medesimo effetto. E in vero fin da quando l'uomo ha 
cominciato a vivere come animale ragionevole e socie- 
vole, i fenomeni del mondo morale debbono esserglisi 
manifestati, ed aver prodotto su di lui impressioni, che 
come quelle suscitate dai fenomeni fisici, ebbero ad essere 
da lui espresse in un linguaggio immaginoso, fonte ine- 
sausta di personificazioni e di racconti. Così dal concetto 
astratto della ineguale distribuzione di bene o di male, 
cui soggiace, benché immeritamente, V uomo, i Greci 
primitivi dedussero la parola (Aorpa figurativa di questo 
fenomeno morale, e della parte toccata a ciascuno in 
tale distribuzione, e la personificazione del fenomeno 
stesso ebbe una genealogia, e come nella sua stessa ca- 
tegoria la Erinni, e in un'altra la Gorgone si ripartì in 
tre distinte persone designate con nomi significativi (*). 



(*) Le tre Moire, Parche, (per antifrasi a non parcendo) Cleto (Klotho 
óa klotho, filo, che si dice essa filare lo stame della vita umana) Lachesi 
(Lachesis da lanchano, sorteggiare) e Atropo (A tropoè da aireptos a priv. 
e trepo, volgere, che non si lascia svolgere, o in altri termini, immutabile) 
equivalgono alle tre Nome del settentrione, che nella mitologia scandi- 
nava seggono all'ombra dell' immenso frassino (albero cosmogonico) 
Yggdi*assil (da y, pioggia, rugiada, greco ugron, e drassU, e vale stillante 
rugiada) si chiamano esse Urda (da ordin, il passato) Verdandi (da verda, 
il presente) e Skulda (da skuld, l'avvenire). Le Nome (da naudr, neces- 
sità, come da fatum latino la voce del basso greco fata, donde T italiano 
fata, lo spagnuolo hada e il francese /de) sono le tre fatidiche sorelle. 



Digitized by 



Google 



DELLA NOVELLISTICA POPOLARE 187 

Cppe poi il concetto morale fu espresso con immagini 
personificate in seguito, così per le stesse ragioni psi- 
cologiche e le quali moveano la fantasia a produrre in 
questo senso e lo spirito ad estrinsecare Toggetto delle 
proprie percezioni, quindi fu espresso in racconti, leg- 
gende, ecc. 

È del tutto chiaro ed ognuno può intenderlo che sol- 
tanto in questa guisa e non con formole astratte ha 
potuto da principio il genere umano dare una veste ed 
una espressione a' suoi concetti morali (*). Ecco perchè 
nella sua Scienza Nuova, G. B. Vico, che definì le favole 
iper favelle vere, cioè storie adulterate, o meglio esagerate 
dalla fantasia popolare, sentenziò < che nelle favole poe- 
tiche (e le novelline popolari non sono altro) fatte da 
tutto un popolo, avvi maggior verità che nel racconto 
storico scritto da un intiero popolo. » Dal che si scorge 
chiaro che tutta la vita intima antichissima dei popoli 
co' lor pensieri, co' lor desideri, col loro ideale, colle loro 
mille illusioni si riflette nelle novelline del popolo, in 
queste ingenue e candide creazioni della fantasia, che 
vi contempera le sue immagini di bello o di brutto, di 
picciolo o di grande, di basso o di sublime, di buono o 
di cattivo. In esse il cuore del popolo ha il libero sfogo 
degl'intimi suoi sentimenti, e vi si ravvisano quindi le 
credenze, i pregiudizi, i costumi, il carattere della civiltà 



Le tre Nome si trovano in tutte le mitologie, esse si appellano pure 
nel settentrione Moer, voce affine alla greca Moiraiy e alla voce Moere 
degli antichi alemanni. La Maya degli indiani è pure divisa in tre 
persone metafìsiche, quella che produce, quella che conserva e quella 
che distrugge, come in greco. Vedi Inni Orfici, il LIX; v. 2: 

c'ir AtVvDs 

Oùpsvtsc *iv3c AiONoy u8top vùxi^C vico OipiiH);. 

Vedi pure Esiodo Teog,, v. 211-225, lo Scudo d'Ercole, v. 248-260; 
e Vlnno Omerico a Mercurio, v. 550. La Noma Skulda è la Valkiria 
omonima, e lo stesso rapporto si trova fra le Moirai e le Keres. 

(*) CoMPARETTi, Edipo 6 la mitologia comparata, Pisa, Nistri, 1867, 
pag. 44 e 47. 



Digitized by 



Google 



188 I NUOVI GOLIARDI 

primitiva, e quindi le vive impronte della originalità po- 
polare. L'anima non sofisticata dal vero, siccome feli- 
cemente afferma nei suoi Saggi il Montaigne, vi apparisce 
qual e, quale fu, senza segrete intelligenze, senza ri- 
serve (*). 

Quindi oltremodo giovevole torna addentrarsi nei 
segreti della mitologia e novellistica popolare per chiarire 
i fenomeni naturali e morali divenuti . persone, sicché 
nella loro origine i racconti simbolici ne ritraggano le 
vicende di quelli, e ne aiutino a rifar la via per la quale 
si ricompongono le ragioni etiche, storiche ed etnolo- 
giche, a cui s'attiene lo sviluppo e la propagazione di 
queste finzioni che diventano potentissimi dogmi, onde 
agevolmente si arguisce il loro ridiscendere dalla reli- 
gione e dalla poesia alta ed eroica al verso incredulo, 
alla parodia, pur lasciando nei volghi qualche scoria di 
pregiudizi, o perdurando con qualche efficacia nel con- 
tenuto vago o inconsapevole di un proverbio, o di un 
motto. 

Ed ora altri ardisca separare l'ordine sensibile dal- 
l'intelligibile e morale, il reale dall'ideale, .e rivolga pure 
a sua posta un'occhiata di commiserazione, composto il 
labbro a sciocco sogghigno, sulle novelline popolari e 
sui supposti poveri di spirito che ne fanno oggetto di 
studio, su quelle novelline, in cui, frattanto, come sopra 
si è notato, si contiene occulto tanto tesoro della sapienza 
del popolo nella lunga vicenda dei secoli: checché altri 
tenti vanamente opporre, la favola per le ragioni anzi- 
dette, dista meno di quanto si crede dalla verità, ond'è 
assai spesso velame, sicché dall'una si passa all'altra di 
leggieri. Talora ciò che vagamente e confusamente a modo 
suo travide nel mondo fisico ed espresse il popolo mercè 
le proprie tradizioni pur favolose, corresse poi, dichiarò. 



(*) Giuseppe Pitrè, Fiabe, nocelle e racconti popolari siciliani. 
Discorso d'introduzione xlviu-ix, t. I. 



Digitized by 



Google 



DELLA NOVELLISTICA POPOLARE 189 

svolse e confermò in parte la scienza. Nessuno si ar- 
gomenti di schiudere una via, ove non venne* stampata 
orma di piede umano, come anche nessuno pretenda 
scoprire nelle viscere della terra il metallo puro/«cevro 
da scoria; è il popolo solo quello che segna le prime 
orme, le quali serviranno altrui per aprire una più co- 
moda via; è il popolo quello che somministra non solo 
all'arte, ma ancora alla scienza, anzi specialmente a 
questa il minerale, come ce Toffre la terra; spetta quindi 
alla scienza l'arduo ufficio di sottoporlo al crogiuolo della 
critica per raffinarlo, purgarlo e sceverare il metallo puro 
dagli altri elementi estranei con esso commisti (*). 

Peraltro dato e non concesso, o concesso anco fino 
od un certo punto, che le novelline e tradizioni popolari 
non avessero importanza di sorta, e fossero unicamente 
di pascolo ai bambini e agli idioti, come si potrebbe 
spiegare il fatto che tanti valentuomini, senza esagera- 
zione l'eletta dei dotti europei di tutti i paesi, hanno 
dato opera a raccogliere tali novelline e tradizioni, fa- 
cendone oggetto di profondi studi, cercando di riscon- 
trare fra loro i racconti e persino i singoli loro partico- 
lari presso tutti i popoli? Come si potrebbe, dico, spiegare 
questo fatto, dove si pensi in ispecie che, per esempio, i 
Grimm dalla loro pregevole collezione dei racconti po- 
polari della Alemagna, hanno ricavato i materiali con cui 
crearono la nuova scienza della mitologia comparata, 
efficace sussidiaria della filologia, della storia, della etno- 
grafia, e dell'archeologia comparata? È mai possibile 
ammettere che tanti uomini eruditissimi, cultori di que- 
sti nuovi studi nei vari paesi, e raccoglitori delle novelline 
popolari del loro paese siano stati tutti pazzi, visionari, 
sognatori? 



(') Stanislao Prato, Quattro novelline popolari romane, t7/a- 
strate con note comparadce, Spoleto. Bossi, 1880, in-16°. Note com- 
parative, pag. 14. 



Digitized by 



Google 



190 I NUOVI GOLIARDI 

Io non ardisco neppure supporlo, e lascio ad altri 
il coraggro per nulla invidiabile di ammetter ciò, perchè 
tengo in troppo conto il progresso della coltura umana 
in ogni sua manifestazione e sono dispostissimo ad ac- 
coglierlo festosamente dovunque e comunque si ottenga. 

Certamente nessuno può contestare l'importanza 
della storia^ appellata a buon dritto da Cicerone « testi- 
monio dei tempi, luce della verità, maestra della vita » 
quindi quanto più la medesima in ogni tempo è chiara 
ed esatta, tanto più essa torna utile. 

Ora, bene osservando, si trova che nella storia di tutti 
i popoli vi hanno periodi eroici o mitici, ad illustrare i 
quali mancano i documenti e i monumenti, o questi non 
sono bastevoli, né sarebbe inutile riuscire a sceverare il 
vero dal falso anche in siffatti periodi per il maggiore 
ammaestramento degli uomini; pertanto se d'altronde col 
mezzo di nuove scienze che sulle prime si direbbero 
estranee alla storia, è possibile attinger luce, e diradare 
un poco, se non dissipare del tutto le dense tenebre di 
tali periodi storici, noi non dobbiamo esitare menoma- 
mente a farlo per secondare l'incremento e la diffusione 
maggiore dell'umana coltura. 

In primo luogo ci si offre la geologia che colla sco- 
perta dell'uomo fossile riporta a migliaia di secoli la 
presenza dell'uomo sulla terra; poi viene l'antropologia 
che dal paragone dei caratteri fisici degli scheletri umani 
trovati nelle antiche sepolture, e principalmente della strut- 
tura e dimensione dei loro crani, finora per altro senza 
notevoli risultati, tenta di determinare le razze cui essi 
sono appartenuti; sopravviene appresso la filologia com- 
parata, che in grazia allo studio del sanscrito ha potuto 
riconnettere col vincolo delle radici e dei principi gram- 
maticali delle loro lingue, le nazioni europee a quelle 
dell'India e della Persia. 

Infine taluno si è domandato se le favole primitive e i 
miti religiosi dei popoli antichi- avrebbero potuto sommi- 
nistrare alla loro volta alcuni elementi conducevoli alla 



Digitized by 



Google 



DELLA NOVELLISTICA POPOLARE 191 

soluzione di certi problemi storici. Si è quindi notato, 
mercè accurate indagini, non senza suscitare dapprima 
la meraviglia e il dubbio, che le novelline raccontate per 
ricreamento durante le lunghe veglie invernali nelle cam- 
pagne, colle quali novelline le nutrici di generazione in 
generazione hanno cercato di sollazzare i bambini, e che 
i canti popolari fossero T indizio e il testimonio di fatti 
politici e religiosi, risalenti spesso alle età più antiche. 

Che dai tempi più remoti da noi siano avvenute molte 
migrazioni di popoli in ogni parte del mondo, special- 
mente in Europa, ce ne fa fede la storia; essi cacciati da 
una inondazione, incalzati da un'invasione di orde conqui- 
statrici nella loro patria o costretti a fuggire una cala- 
mità qualunque, i popoli antichi, uomini, donne, fanciulli, 
vecchi, riunivano in un dato giorno il loro gregge, ca- 
ricavano le loro suppellettili sui carri, poi cominciavano 
le loro migrazioni che si prolungavano per anni, e talora 
per secoli, e venivano poi a soffermarsi in una contrada 
dalla quale cacciavano gli abitatori, o lasciandoveli si 
fondevano con essi. Né già questi conquistatori porta- 
vano seco soltanto i loro beni, ma ancora nelle contrade 
die, traversando, essi disertavano, lasciavano le traccie 
de' loro costumi, della loro lingua, delle loro tradizioni. 

Dove noi consideriamo le migrazioni degli Ari dagli 
altipiani dell'Asia alle estremità della Gallia, le invasioni 
dei Visigoti in Provenza ed in Spagna, o le conquiste dei 
Normanni nell'Inghilterra, nella Francia, nella Sicilia, tro- 
viamo così numerose le novelline che questi popoli hanno 
seminato lungo la via da loro percorsa, da potersi 
assomigliare ai sassolini nel noto racconto di Cecino, 
o del Piccolo Pollice gettati dal microscopico protago- 
nista, novelline che ci lasciano vedere le traccie del loro 
passaggio. Finalmente lunghi e profondi studi di vari 
dotti dovettero rivelare tra i nostri e gli altri conti arii, 
e cosi fra le lingue d' Europa e quelle dell'altipiano del- 
l'Asia analogie e attinenze tali da doverne conchiudere 
necessariamente che in un'età perduta nella notte dei 



Digitized by 



Google 



IfiS I NUOVI GOLIARDI 

tempi, i vari popoli, tra i quali apparvero siffatte no- 
velline e tradizioni, abbiano vìssuto in comune la stessa 
vita fisica ed intellettuale, nella Battriana fino al giorno, 
in cui un avvenimento che la Bibbia riconnette alla ere- 
zione della torre di Babele producesse la separazione di 
quei popoli che si sparsero qua e là variamente sulla 
faccia della terra (*). 

Però lo studio comparativo delle novelline popolari, 
reso possibile dalla incredibile quantità di raccolte fatte 
non solo in tutti i paesi d'Europa, ma persino nell'Asia, 
nell'Africa australe, nell'America e nella Polinesia ha dato 
occasione a curiosi problemi. 

Il Benfey ed altri dotti suoi seguaci si sono conten- 
tati di spiegarli mercè la trasmissione di tali novelline 
da luogo a luogo, ma tale scuola non sembra per altro 
distinguere con sufficiente profondità la differenza fon- 
damentale dall'influenza che esercita la letteratura d'un 
popolo su quella di altri, e le condizioni necessarie perchè 
le tradizioni popolari d'una nazione penetrino e si con- 
servino nei vari paesi. Questa scuola dà nel segno quando 
essa ravvisa nei vecchi fabliaux del Medio Evo, o nelle 
novelle del Rinascimento i racconti del Pantschatantra, 
e gli apologhi del Sendabad. 

La letteratura indiana si è diffusa invero nell'Europa 
in seguito alle crociate e ad altri fatti del Medio Evo, 
essa si è pure divulgata nella China, e ce lo testimoniano 
gli Avadanas, favole d' origine buddistica tradotte in 
francese dall'erudito sinologo Stanislao Jullien. Fra questi 
racconti un certo numero di essi furono ispirati dalla 
tradizione popolare, ma gli altri sono rimasti nella let- 
teratura e non sono discesi giù nel popolo. Al contrario 
la maggior parte delle novelline popolari non si trovano 
in quest'opere famose, esse furono loro anteriori, e una 
scuola, che vanta per capi dotti ragguardevoli, loro at- 
tribuisce un origine aria. Di un certo numero di tradizioni 



(*) Lovs Brutere, Contee populaires de la Grande Bretagnr, Pa- 
rigi, Hachelle, 1875, in-8*. Introductìon png. II, III e V. 



Digitized by 



Google 



DELLA NOVELLISTICA POPOLARE 193 

popolari si può accertare storicamente l'esistenza ante- 
riore di molti secoli all'introduzione della letteratura in- 
diana in Europa, uno studio dilìgente di parecchi miti, 
specialmente quello di Polifemo, quello di Mida, alcuni 
di quelli di Eracle e vari altri che si incontrano ad ogni 
istante nelle nostre novelline popolari ci conferma questo 
fatto (*). 

Ottimamente dunque si sono apposti i fratelli Grimm 
nelle novelline popolari in ispecie meravigliose o morali, 
(trasmesse di generazione in generazione fra i popoli 
d'origine aria) riscontrando reminiscenze e trasforma- 
zioni d'antichi miti, d'antichi adagi e proverbi, che nati 
nell'Asia centrale avrebbero seguito nelle varie loro dire- 
zioni le emigrazioni di questa grande razza. Però, pur 
ammettendo siffatta origine aria, conviene ancora dar 
luogo ad altri elementi etnografici; e invero l'Europa 
non è stata unicamente popolata dagli Arii, ma fin dalla 
più remota antichità, come lo confermano i lavori con- 
temporanei dei più riputati egittologi ed assiriologi, le 
diverse razze si sono trovate fra loro a contatto, e più 
o meno hanno influito a vicenda l'una sull'altra, oppure 
si sono fuse insieme (*). 

Gode adunque veramente l'animo al vedere come la 
scienza della mitologia comparata già iniziata dai fratelli 
Grimm, dal Kuhn, dallo Schwartz, dal Simrock, da Max 
Mailer e da altri valentuomini vada di giorno in giorno 
sempre più estendendosi, e veda sempre accrescersi il 
numero dei valorosi suoi cultori. Ebbe dunque piena 
ragione il De Gubernatis, nella prefazione alla sua opera 
La Mythologie zoologiqiie di esprimere il suo giusto de- 
siderio che cessasse oggimai tra noi la negligenza che, 
abbandona ancora sfruttata la miniera di metallo mitico, 



(*) Vedi nella rivista francese di leUeratura popolare: Malusine 
anno 1878, la lettera del signor Loys Brueyre diretta al signor Em- 
manuel Cosquin sull'origine delle novelline popolari, pag. 237-38. 

(*) La Cimine traditionnelle, contes et Ugendes au point de oue 
mythiqae par Hyacinth*^ Hudson, Parigi, Franck 1874, pag. 3. 



Digitized by 



Google 



194 t NUOVI GOLIAB0I 

cioè la quantità di tesoro leggendario profondamente 
nascosto e largamente esteso che rimane ad estrarre 
sempre dal suolo classico dell'Italia (*)• 

Ben si comprende quindi come non volendo lasciare 
infruttuosa la miniera del tesoro leggendario del suo 
paese, il signor Consiglieri-Pedroso, professore di storia 
alla Università di Lisbona, vada ora dettando i suoi cu- 
riosi e dotti studi di mitologia popolare del Portogallo, 
che intendono ed illustrare la storia di quel paese. 

E qui ne piace allegare un passo estratto dal fa- 
scicolo 4'' dei suoi Esiudos de mythographia Portugueza 
(Contribugóes para urna mythologia popular Poriugueza, 
IV Superstigóes populares, varia, por L. Consiglieri-Pe- 
droso, prof, de historia no Curso Superior de Lettras de 
Lisboa, membro da Folk^Lore Society deLondres e da Socie- 
dade Orientai Allemd. Porto, Imprensa commercial, 1880) 
ove il dotto Portoghese cerca di giustificar il fatto che 
egli professore di storia si dia con tanto fervore allo 
studio delle tradizioni popolari indigene. Ecco le parole 
del detto passo (pag. 5, linee 22-43 e pag. 6, linee 1-2): 
Non pódejiear mal a um professor de historia e especiaU 
mente de historia poriugueza, o oceupar-se nas horas vagas, 
que Ihe deixa o seu ensino, em colligir os materiaes que 
mais tarde hào^de compór a narrando do nosso maravilhoso 
popular. Longe vae felizmente o tempo, em que a historia 
apenas considerava digno do seu objecto o estudo das in- 
stitugóes politieas ou militares de umpovo. Hqje o verdadeiro 
historiador deve, acima de tudo, procurar comprehender 
a evolugdo do espirito humano, causa unica e redi de todas 
as transformaQóes na ordem social, na ordem politica, e na 
ordem religiosa. Ora, a historia do espirito humano no seu 
lento caminhar, compoe-se tambem de todos esses momen- 
tos, que um falso subjectivismo de escóla alcunhou de aber- 
raqóes, de superstigóes, e nào raro de delictos e de crimes, 
mas que hoje uma critica mais imparcial, e mais justa olha 



{*) Vedi ancora Stanislao Prato, Quattro novelline popolari li- 
torneai, ecc. Spoleto, Bassoni, 1880. Prefazione. 



Digitized by 



Google 



DELLA NOVELLISTICA POPOLARE 195 

apenas corno phasespromsorias, mas perfeitamente organicas 
da evolugào de um povo, corno factores indispensaiveis na 
continuidade de sua vida historica, A investigagdo do ma- 
ravilhoso popular portuguez nas suas multiplices relagóes 
dejiliagào com o maravilhoso dos outros povos tanto anti^ 
gos, corno modernos, é pois um capitulo e dos ndo menos 
interessantes de uma verd^xdeira Historia de Portugal, e, 
sem sairmos do campo dos nossos trabalhos officiaes, pò- 
demos entregar-nos sem reserva aos estudos que nos teem 
proporcionado tao bellas horas em nossa vida, evocando ojo 
mesmo passo recordagóes sempre queridas de tempo, que 
jà ndo volta!,,. 

Dal passo allegato oltreché si rilevano le larghe idee 
che ha il valoroso professore portoghese intorno alla 
storia e alla mitologia popolare, e circa gli intimi e mutui 
rapporti loro, si scorge ancora in quanto conto da' va- 
lentuomini specialmente stranieri vengano tenuti certi 
studi nuovi, oggetto di scherno quasi e dileggio per parte 
di tanti insipienti nostrani, che pur si presumono d'andar 
per la maggiore. 

E senza dubbio, tra i frutti ond' è fecondo il pro- 
gresso scientifico moderno, è di venire a trar partito da 
tutto, anche dalla favola e dal mito, offrendo così un 
nuovo contributo e un mezzo efficace alla critica per 
diffondere la luce del vero, come già si è detto, anche 
sopra i periodi primitivi ed eroici della storia, su cui, 
quella destituita d'ogni sussidio e abbandonata unica- 
mente a sé stessa, non avrebbe potuto esercitare il suo 
ministero. Quindi concordiamo pienamente col Nostro 
della urgente necessità di esplorare con sistema scien- 
tifico le tradizioni popolari, quale elemento essenziale 
alla rigenerazione della vita letteraria neo-latina, e così 
pure dell'impossibilità di contribuirvi colla sterilità di 
quella scienza prosuntuosa, intenta solo ad appagare la 
vana ambizione de' propri cultori. 

Del resto, a persuaderci interamente dell' importanza 
di tali ricerche e studi sulla mitologia popolare, baste- 



Digitized by 



Google 



196 I NUOVI GOLIARDI 

rebbe il vedere gli splendidi e mirabili risultati delle 
dotte e lunghe elucubrazioni spese in questo fecondo 
campo dai Grimm, dal Simrock, dal Kuhn, dallo Schwartz, 
dall'Afanasieff, dal Liebrecht, dal Kòhler, dal Benfey, 
dal Ralston, dal Lang, dal Brueyre, dall' Hahn, dal Grane, 
dal Gosquin, dal Braga, dal Goelho, da Gaston Paris e 
dai nostri egregi Imbriani, Pitrè, Gomparetti e De Gu- 
bernatis. Quindi imprendere un'esplorazione sistema- 
tica e scientificamente condotta importerebbe sopratutto, 
per la soluzione dei più gravi problemi di etnografia e 
di storia; il tempo incalza, e quindi conviene sottrarre 
alla completa distruzione tanta ricchezza di tesoro leg- 
gendario e tradizionale che la presente generazione, in- 
formata a un falso concetto di arte e di scienza, pare 
tenere in non cale (*). 



(*) V. nel Preludio, rivista letteraria di Ancona, N.6,3Ò marzo, 1881, 
pag. 68 e seg., Bibliografia italiana e straniera (in cui vien fatta una 
rassegna sulFopera portoghese predetta da Stanislao Prato). 



Digitized by 



Google 



ff^mvwSr^Si ^ Sri^ SS f i mrrm^j S S^fi S ^ 



LA BEIA D' l' ISOEE FOlIRIllIi 



NoTcUina popolare monferrina. 



' Na volta a i'era un re che sentendse già vei e mes malavi 
a rha pensa d'abdichè 'n favour 'd so Seul primgenit, a coun- 
dissioun però che chiel prima d' biitesse a post d' so pare as 
sercheissa *na spousai 'L prinsi, 'na testa viroira, a Tha acouu- 
sentì, basta ca poudeissa trouvè la pi bela fija c'ai fussa al mound. 

So pare quantounque a vdeissa che la cosa a Tera diffidi 
a l'ha vourssQlou countentè, e a s'è fasse mandè '1 ritratt 
'd tute le bele fije e' a i'era 'n tei so Stat; ma a so fieul a l'è 
piastiine nsiìnne, e a l'è partì da cà malcountent, e a Tè bii- 
tasse a spasgè sia riva del mar, quantounque a fussa 'd neuit 
e as vdeissa appenna la strà al ciair dia losna. Tilt an bott 
a i'è vniiie dnans la figura d'un magou che coun bele manere 
a l'ha dije: « Ehi! galantom abi nen paura: mi sai che ti t' vas 
sercand la fija pi bela del mound, e per lon t'avert ch'it pou- 
dras nen trouvéla che ale Isoule Fourtiinà. » 'L prinsi, tiit coun- 
tent, a l' ha ringrassià l' stregoun e senss' autr a s' é biitasse 
'n viage per la strà che chiellà a Pavia moustraie, e a l'alba 
a s'è trouvasse'nt na bouscaja sciira coume'n buca al luv, douva 
gnanca '1 soul a poudia pa mandè iin peu d' Itìs. 

E mentre '1 prinsi e' a savia nen che strà pie a stasia 
guardand dsà e dia per trouvè queicdiin c'a lou giiisteisa, a l' ha 
senti 'na vous da lountan c'a l'ha dije: « Ca dia chiel, fourestè, 
ca fassa '1 piasi d' vni finna si, ch'i veni felou nost giildise; ca 



Digitized by 



Google 



198 1 NUOVI GOLIA udì 

vénna e a dirà d'chi d'noui tre a deva essi st'anel: eccou la 
quistioun: mi Thai vdùlou prima, chielsi a Tira pialou e chielll 
a l'ha moustrane la strà a trouvelou. » 

'L prinsi a s'è avsinase a coui tre mag^ou e a l'ha capì, 
che chi ca pourtava coul anel al dì' as rendia invisibil a tQti; 
e a l'ha pensa d'fene chiel istess la preuva; a s'è bùtasse Tanel, 
e a s'è batilssla senssa essi vist. 

A l'è andait su 'na mountagna, a s' è gavase l'anel e a l' ha 
pica a 'uà porta mesa routa d' 1' ùnica cabana e' as vdeisa 
'n mes a la fioca d'coul desert; e siibit 'na vous da babi a l'ha 
ciamaie : « Cosa eh' it veuli ti roumpascatoule d' un fourestè ? 
Sastiì nen che se me fieul la Losna at ciapa per sì at mangia 
'n t'iin boucoun? Vatne pOr diau, e lassme 'n pas. » Ma 
'1 prinsi stracc del viage a l' ha insistù a preghè ch'ei durvissou, 
e a la fin fin 'na.yeja tuta scianca a la falou entrè 'nt '1 so tu- 
gùri, e a rhapregalou c'as se stermeisa, s'a vouria scapela dent 
jounge d'so fieul. E '1 viagiatour a s'è stermase, ma prima a 
l'ha prega la vela d'fese monstre da la Losna, c'a douvia rive, 
la strà per andè ale Isoule Fourtùnà, perchè senssa d'iou chiel 
poc pratic a savia nen a che sant racoumandese. 

E difati da li a 'n poc, 'n mes a feu e fiame a l'è entra 'n ou- 
mnassoun coun un gavass gross coume 'na cousa, brut coume 
la mort; e senssa gnanca salute sona mam<^ a s'è bùtasse a 
divourè la mnestra e tùt lon eh' i l'aviou preparaie per man- 
giè ; e 'n tra mentre as lamentava 'd douei andè via vivoutand 
cousì maire, mentre tanti antri stregoun ch'i valiou gnanca 'na 
cica, viviou tranqouii coume d'angel, grass coume 'd pasque, 
senssa fastidi. 

La mare a l' ha lassalou tardouchè 'n poc e peni l' ha ciamaie 
se le Isoule Fourtùnà l'erou lountan da là, e la Losna scrouland 
le spale a l'ha rispoundùie: « Cous veustù ch'it dia? Coui post 
lì soun sout la proutessioun die maghe, e mi peuss nen andeie, 
perchè i pprtou disgrassia: s'it veuli saveine queicosa mounta 
li su s'autra mountagna douv'a sta 'd cà '1 Troun, nost cùsin, 
e chiel a savrà ditne queicosa. » 

'L prinsi che coun la maciavelica del so anel a l'era nen 
lassasse vùdde a l'ha sentì tùt, e a la matin dop a s'è 'nca- 
minase vera la cà del Troun. A l'era ancoura gnanca riva 
giù 'n tla valada, eh' i soun fassie avanti tre strassoun coun 
d' ghigne fausse e coun 'na tonala 'n man chi l'han dije. « Ca 



Digitized by 



Google 



NOVELLINA. POPOLARE MONFBBRINA 199 

dija chiel mounsù : chielsi a veul sta touaia, perchè 'na volta a 
Pera soua; al la veul d'co chielsi perchè e' a Tè mountà sua 
pianta a piela; e mi la veul perchè chi l'hai trouvala. La qui- 
stioun a l'è moutouben important, perchè stou Strass a l'ha 
la virtù d'preparè d*magnific disnè, appenna c'a l'è steis sii 
'na tavoula. » E '1 prinsi a l'ha prega coula facia da touti i 
dì d' presteie un moument coula touaia, e quand e' a l'ha aviila 
'n tie grinfie a s'è bùtasse Panel, a l'è sparì, e a l'ha piantaie 
li tùti tre coun 'na branca d'nas. 

Bivand peui a la cà del Troun '1 prinsi a l'ha vdii 'na 
dona veia coume '1 sùssipiat, senssa dent, pienna d' rupie scrou- 
ciounà coume 'n can su la porta. E a s'è avsinase e a l'ha 
ciamaie se da so fieul '1 Troun a Pavia mai sentù parie die 
Isoule Fourtìinà; e coula bruta veia coun 'na vous da soulè 
mort, a l'ha dije c'a la secheisa nen, ca la lasseisa 'n pas, e che 
s'a vouria savei d' neuve die Isoule Fourtìinà andeisa dal Vent 
c'a stasia su 'na mountagna lountan lountan. E '1 prinsi a 
l'ha ringrassiala, e a s'è 'ncaminase, e caland 'n tla vai a P ha 
vdù tre individui chi riisavou per un paira d' scarpe , che 
'nt un moument fasiou magara sent mija senssa stanche chi 
e' ha i avia caussaie. 

'L prinsi a s'è avsinasie e sercand d'pasieie a Pha pregaie 
ch'ii presteisou 'n moument coule scarpe miracoulouse, e ap- 
penna ch'i Phan daje a s'è bùtasie, a Pha dait man al so anel, 
e via, a s'è incaminase vers la mountagna del Vent. Rivand 
là a l'ha ricevù bounna cera pel disnè che chiel coun la soua 
touaia a l'ha proumetù a la mare del Vent e al Vent c'a riva va 
giiist'aloura da 'n viage stane e coun 'n aptit da sounadour. 
Ma prima d'cougese 'n sul paioun eh' i Phan ouflPrije, a Pha prega 
'1 Vent d'dije douva ch'i Perou P Isoule Fourtìinà; e '1 Vent 
countent coume ìin asou pia di boun boucoun e del vin c'a 
Pavia manda giù, a Pha proumettìiie d'accoumpagnelou alPin- 
douman matin. 

E difati alPindouman soun bùtasse 'n viage, e andand '1 Vent 
a Pha dit al prinsi: « Da sì 'n poc souma ale Isoule douva 
ti 't veuli andè: e là 't vedras tre bele fiije, ch'i soun staite strega 
da chi sa quanti ani e eh' i vivou là coun le mousche, e fan 
le facende 'd cà. Àncoeui stendou giusta la Issia e mi veni 
divertime 'n poc a campeie i sQùaman giù dia corda. E se ti 
't na veuli spousene una, it devi fé coume it diou mi. Vers meedi 



Digitized by 



Google 



200 I NUOVI GOUARDl 

't vedras tre couloumbe bianche chi van a bagnesse 'a t'iin 
rian ; coule sarau le tre fije ch'i Y hai già dite. Qaand chi posou 
le piiime per andò ant' l'acqua t' vedras c'a soiiii pi nen coa- 
loumbe e soun diventa tre bele fije. 

E ti aloura pian pianin briìsa la roba d'una d' lour; chila 
't pregerà d' tourneie a de la soua roba, e ti aloura daie '1 t6 
mantel, e chila da vourei, o no 't vnirà apres e ti H poudras 
spousel'a. E '1 prinsi a l'ha faitparei e a l'ha piase la pi bela 
die fije die Isoule Fourtiinà, e tournand a cà coun sO pare e 
boua mare a l' ha fait le nosse, e da li a poc temp a l' è stait 
fait re; ma a mi pOr diau, c'a l'era dare dia porta, l'han gnanca 
dame un rousioun d'prùss (*). 



NOTE COMPARATIVE 



La nostra novellina popolare monferrina non spetta ad un solo tema, 
ma risulta di particolari differenti spettanti a diversi altri temi; il principio 
della novellina, cioè, la risoluzione del vecchio re di abdicare a favore del 
proprio figlio primogenito, purché egli prenda una moglie che piaccia 
al padre, occorre nel tema della Principessa rana; vedi a tale uopo 
la versione montalese N** 10: La nooeUa delle scimmie in Gherardo Ne- 
rucci. Sessanta nocelle popolari montalesi, Firenze, Le Mounier, 1880, 
riportata prima in D. Comparetti, Novelline popolari italiane, Torino, 
Loescher, 1875, N° 58 : Le scimmie, e la versione francese letteraria : 
Chattc bianche di madama D'Aulnoy nei suoi Contes des fées, Nelr 
l'altra versione francese popolare di Brettagna, intitolata: Les troisfils 
du roi, ou le hossu et ses deux frères, e pubblicata dui Luzel nella 
rivista francese: Mélusine I, 64, quello dei tre figli di un re otterrà 
la corona, che porti al padre la più bella pezza di tela, e invece nella 



(*) Questa novellina popolare monferrina venne raccontata alla si- 
gnorina Marcellina Mantellini, figlia del signor avv. Giuseppe, giudice 
presso il R. Tribunale di Spoleto, da un contadino di Trino, nel Mon- 
ferrato. 



Digitized by 



Google 



NOTE COMPARATIVE 201 

novellina beneventana, N* 19, U canto d'a bella sibilla in Francesco Co- 
razzini, Componimenti minori della letteratura popolare italiana nei 
principali dialetti, Benevenlo, Francesco Depennano, 18T7, la corona 
spetterà a quello dei tre figli di un re che riuscirà a rovesciare giù 
una grossa colonna sostenente la sala principale del regale palazzo. 
L'altro particolare del capriccio del principe di volere in isposa lu 
più bella fanciulla del mondo, occorre, oltreché in vart altri, nel nolo 
tema della Principessa superba, nel quale il capriccio però non più 
del principe, ma della principessa, eroina del conto, è pagato caro con 
una lunga serie di umiliazioni e sofferenze cui essa è sottoposta da 
un principe (ch'ella sdegnò, benché leggiadro, per frivola cagione) e 
trasveslito da uomo di bassa condizione; a tale uopo per le varianti 
italiane vedi la novellina senese La principessa Salimbecca e il prin^ 
cipe Carbonaio in Temistocle Gradi, La vigilia di Pasqua di Ceppo, 
pag. 97-116, Torino, T. Vaccorino; una edita, cioè, il N® 9: Der 
Konigssohn als Backer delle Italienische Mdrcfien di Ermanno Knust 
(pubblicate neWJahrbuch far ronianische und engliscke Literatur del 
Lemcke, voi. Vili, fase. 4°), l'altra inedita e da me raccolta, intitolata: 
Pelo storto in barba. Per l'indicazione delle altre novelline di questo 
tema^ vedi nella recensione critica (da me fatta nel Preludio, rivista di 
Ancona, N** 6, intorno ai Contos populares portuguezes colligidos por 
F. Adolpho Coelho, Lisbona, P. Plantier, 1879) il cenno intorno al 
N® 43: O conte de Paris (Goimbra) di tale raccolta. 

Nel tema notissimo U amore delle tre melarancie, il protagonista 
del conto s'innamora di una bella fanciulla da lui non mai veduta, 
dopo le parole allusive ad essa, pronunziate in tuono di maledizione 
dalla vecchia, cui egli ha rotto l'utello pieno d'olio, raccolto a stento 
alla pubblica fontana d'olio che ha fatto scorrere il re suo padre, perchè 
il popolo se ne serva. Nelle note comparative alla prima delle mie 
Quattro nooelline popolari livornesi ho richiamato questo improvviso 
e quasi fatale innamoramento di una donzella non mai finora veduta, 
destosi nel fighe del re alla potenza dell'imprecazione lanciata contro 
di lui dalla detta vecchia, e a tale proposilo si è toccato della potenza 
delle maledizioni, occorrente pure nelle epopee indiane. In altre no- 
velline, come nella presente monferrina, la fanciulla più bella del mondo, 
che il principe vuole sposare, questi apprende da uno stregone, incon- 
trato per via, trovarsi alle Isole Fortunate. 

Il particolare che segue, cioè l'incontro di uomini, demoni o altri 
esseri, i quali si contendono oggetti magici, particolare occorrente nel 
noto tema di Leombruno, è molto più importante dei precedenti, e merita 
che si usi più diffusione nell' illustrarlo. Prima di entrare in materia 
giova osservare che i tre oggetti magici sono causa di lite, per lo più 
fra tre fratelli che lì hanno avuti in eredità, o fra tre uomini o diavoli 
che li hanno trovati, e che per l'aggiudicazione di taH oggetti è scelto 

/ lYuovi Goliardi, use. 5-6. |4 



Digitized by 



Google 



202 I NUOVI GOUABDI 

arbitro il protagonista del conto, il quale profitta deiroccasione pro- 
pizia per appropriarseli; nella nostra novellina monferrina al contrario 
ciascuno di questi tre oggetti è causa di contesa fra i tre uonìini, che 
in tre volte, a varia distanza gli uni dagli altri, il protagonista incontra, 
laddove in quasi tutte le novelle di questo tema (salvo la seconda 
delle Kalmùkischen Màrchen de$ SiddhirKUr, tradotte e pubblicale 
dal professore Bernhard Jùlg, Lipsia, F. A. Brockhaus, 1866) tali Ire 
oggetti magici sono contesi fra due, tre o più uomini o demoni, che 
insieme stanno per il loro acquisto azzuffandosi. 

È pur ancora a notare che mentre nella maggior parte delle no- 
velline gli oggetti magici sono un mantello od un berretto inoisibiìijico, 
una borsa denaripara (come direbbe Tlmbriani), e un paio di scarpe 
o stivali semooenti e che danno, a chi li calza, la velocità del vento, 
nella nostra monferrina oltre alle scarpe magiche e all'anello (e non 
berretto o mantello) invisibilifico, occorre la tovaglia magica che si 
apparecchia da sé ed offre altrui ogni sorta di squisite vivande, tova- 
glia che ricorre nell'altro tema dell'Acino caca-denarù 

Giorgio Gox nella sua erudita opera The Mythology of the Arian 
Nations, ecc., Londra, Longmans, Greens e Co., 1870, voi, I, Que- 
sHon of adaptadon; The Stories of King Putraka, and the three 
Princess of Whiteland, a proposito di questi oggetti magici osserva 
tali finzioni colla traslazione delle novelle popolari dall'Oriente essere 
state importate nella mitologia dell'Occidente, sicché la sostanziale 
identità in ispecie delle novelline popolari dell'Italia, della Norvegia e 
dell'India mostri con sufficiente chiarezza doversi unicamente alla di- 
spersione delle tribù arie ed al loro passaggio dall'altipiano della Bot- 
triana in Europa il comune tesoro mitologico dell'Asia e dell' Europa. 
Tutti i dotti poi convengono che tali finzioni di oggetti magici abbiano 
origine indiana, e le novelle persiane ed arabe, in cui occorrono, siano 
pure imitazioni o traduzioni di quelle indiane. 

In Somadeva Bhatta Kathasdritsàgara, 1, 19, 20 (*) (cfr. Berlin, 
Jahrb, fùr deutsche Sprache, 3, 265) occorre nella novella del re 
Putraka l'incontro del protagonista di due uomini che si battono di- 
sputandosi il possesso di tre oggetti che gli mostrano, cioè, d'una tazza 
che si riempie d'ogni liquore più squisito secondo il desiderio del suo 
possessore, d'un bastone che eseguisce all'istante tuttociò che si de- 
sidera e si scrive sul suolo col medesimo, e di un paio di pantofole 
che danno altrui la facoltà di percorrere l'aria colla massima celerità. 
Per troncare la contesa, Putraka propone loro di darsi a correre, e 
quegli di loro due che primo raggiunga un segnale determinato, debba 
restare padrone degli oggetti. I due uomini sciocchi gli prestano fede, 
prendono a correre, e in questo frattempo Putraka incontanente calza 
le pantofole, piglia la tazza, il bastone e poi dispare. 



Digitized by 



Google 



NOTE COMPARATIVE 203 

ì^éiBahar-Danàschi^ (significante giardino della scienza) romanzo 
persiano di Inayet-Ullah (^), traduzione inglese di Gionata Scott, voi. II, 
pag. 251, mercè un'astuzia consimile il principe Gehandar-Schah s'im- 
padronisce di quattro oggetti magici legali in eredità da un padre a 
due figli, che se li disputano; questi oggetti consistono in un vecchio 
mantello di fachiro, che può somministrare in copia i più ricchi tes- 
suti e i più olezzanti profumi ad ogni desiderio del suo possessore; un 
sacchetto, da cui si possono estrarre sempre diamanti innumerevoli della 
più belFacqua, pietre preziose e perle finissime; una lazza di Calender 
avente la virtù di riempiersi, a grado di chi la possiede, d'ogni sorta di 
vivande e bevande deliziose, ed un paio di pantofole che hanno la virtù 
di trasportare all'istante, chi le calza, dov'egli più desideri. 

In una novella indostanlca, tradotta sur un manoscritto della Bi- 
blioteca nazionale, e pubblicata dal signor Garcin de Tassy nella Reoue 
orientale et americaine, annata 1865, pag. 149, si racconta che un re, 
viaggiando per diporto, incontra quattro ladri che, avendo trafugato 
quattro oggetti magici, se li disputano per decidere a chi ciascuno di 
quegli oggetti debba appartenere. Essi sono una spada avente la virtù 
di troncare da una grande lontananza il capo a uno o più nemici, una 
tazza di porcellana della China che può riempiersi secondo il desiderio 
di chi la possiede delle vivande le più squisite, un tappeto che som- 
ministra al suo possessore tutto il danaro desiderabile, un trono che 
ha la proprietà di trasportare chi sopra vi si adagia dov'egli più desi- 
deri. Il re scelto per arbitro concepisce il disegno d' involare tali og- 
getti ai ladri. Quindi ad essi propone di immergersi ciascuno in un vicino 
stagno, dicendo che l'oggetto il più prezioso apparterrà a quello fra 
loro che resterà più a lungo sott'acqua. I ladri prestano orecchio al 
re, ma non appena hanno essi tuffato il capo nell'acqua, il re acciuffa 
la spada, la tazza e il tappeto, sale sul trono, esprime il desiderio di 
trovarsi in una città lontana, ed in un momento vi viene trasportato. 

In una novella letteraria chinese (*) contenuta nell'opera: Les Ava- 
danas, contes et apologues traduits du chinois par Stanislas lullien, 
Parigi, 1859, tre volumi in-12, br., la 74* novella del tomo II, pag. 8-10 
(De ceux qui perdent deux choses à la fois) ed intitolata: La dispute 
dei deux demons, si narra che due Pigàtchas (% possessori ciascuno di 
un forziere, d'un bastone e d'una scarpa, disputano fra loro, e pretende^ 
si l'uno che l'altro, di appropriarsi tutti i sei oggetti magici. Essi pas- 
sano due intieri giorni a questionare senza poter mai andar d'accordo. 
Un uomo, testimonio di tale contesa ostinata, domanda loro qual raro 
pregio abbiano quegli oggetti per meritare che si accapiglino essi con 
tanta rabbia. I demoni rispondono che dal forziere possono estrarre 
ogni sorta di abiti, di bevande, di alimenti, di coltrici da letto, in una 
parola ogni sorta di cose necessarie agli agi della vita; che i bastoni 
loro assicurano sempre la vittoria sui nemici, e che calzando quelle 



Digitized by 



Google 



204 I MUOVI GOLIARDI 

scarpe essi acquistano la virtù di camminare volando, dove vogliono, 
senza incontrare mai alcun ostacolo. Appena queiruòmo apprende 
il pregio di tali oggetti fa per un istante allontanare i due demoni, 
fìngendo di voler fare la giusta parte a ciascuno di loro. In questo 
frattempo egli s* impadronisce dei due forzieri, dei due bastoni, calza 
le due scarpe, e se ne vola via. I due demoni restano con un palmo 
di naso al vedere che loro non resta più nulla. Allora quelPuomo voltosi 
ad essi, loro dice : € Io ho portato via ciò che formava Toggetto della 
vostra contesa, vi ho posto così tutti due nella stessa condizione, (o* 
gliendovi quindi ogni causa di gelosia e di disputa. » 

Nella novella araba intitolala: Aoeenture di Mascn del Kìioras^ 
san (^) e contenuta nelle Nocelle supplementari alle Mille ed una notte, 
Mazen, partilo in cerca della silfide sua moglie, che s* è a lui involuta, 
trova tre fratelli che si contendono tre oggetti magici ricevuti in ere- 
dità dal loro padre, essi sono: un berretto che rende invisibile elii 
lo porta e lo fa penetrare dovunque; un tamburino di cuoio C) che, 
tratto fuori dal suo astuccio e battuto lievemente con una bacchetta 
su certi caratteri magici (tracciativi sopra dal gran Salomone, ognuna 
delle cui parole esercita sui geni e sui loro principi un potere vera- 
mente straordinario) fa comparire il capo de' geni seguilo da numerose 
legioni pronte ad obbedire al possessore del tamburino; il terzo oggetto 
è una palla di legno avente la prodigiosa virtù di avvicinare i luoghi 
lontani e allontanare i vicini, abbreviando i lunghi viaggi ed allungando 
i brevi (sic). Se chi la possiede vuole percorrere in due di una distanza 
che richiederebbe dugento anni di cammino, tragga fuori la palla dalla 
sua scatoletta, la deponga al suolo indicando il luogo dov'egli vuole 
andare, tosto la palla partirà colla rapidità del vento e si trascinerà 
dietro, per virtù magico, senza il minimo pericolo, chi la possiede. Mazen, 
scelto dai tre fratelli a comporre le parti, dice loro che per aggiudicare 
ad essi quegli oggetti giustamente, conviene che prima egli ne spei'i- 
menti la virtù. I tre fratelli vi consentono, ma appena Mazen n'è in. 
potere, si dilegua da loro, giunge nel paese della sua donna e la ricupera. 

Nella novella calmucca O, la seconda della collezione sopra citata, 
si trova lo stesso particolare ; eccolo riepilogato: Il figlio di un Chan 
ed il suo fedele servo, cammin facendo, giungono alla bocca di un fiume. 
Quivi essi incontrano in mezzo a un bosco di palme una schiera di 
giovanetti che rissano fra loro disputandosi un berretto che ha la virtù 
di rendere invisibile chi se lo mette in capo; il figlio del Chan di- 
venta loro arbitro, si fa dare in pegno il berretto e loro propone di coi^ 
rere fino airestremità del bosco, e aggiudicare il berretto a chi primo 
vi giunga. Intanto, mentre quei giovanetti si danno a correre, gareg- 
giando insieme di velocità, per ottenere in premio poi l'oggetto magico, 
il figlio del Chan se lo mette in capO) e col servo se ne parte; colla stessa 
astuzia più in là trafuga a una turba di diavoli, che se li contendono 



Digitized by 



Google 



NOTE COMPARATIVE 205 

sulla pubblica via, un paio di stivali aventi la virtù di trasportare in 
un attimo, chi li calza, dov'esso desideri. 

Nel Touii-Nameh (•) di Neclischsebi (o novelle del papagallo, tra- 
duzione tedesca di Iken, con un supplemento dì I. G. Kosegarten, Tubin- 
ga, 1822, due volumi) II, 28, un re della China, commin facendo, s* im- 
batte in due fratelli che si contendono una scodella di legno in cui si 
trova tutto quanto si vuol bere o mangiare; un paio di scarpe magiche 
le quali trasportano in un attimo, chi le calza, ove desideri; una pic- 
cola borsa piena di danaro che sì riempie da sé, quando è vuota , ed 
una spada, che, sguainata, fa apparire in mezzo a un deserto una bella, 
ricca ed ampia città, che scompare da sé in un momento, appena la spada 
è ringuainata. Il giovane principe si propone d'imporre fine alla contesa 
dei due fratelli per la partizione della borsa, della scodella, della spada e 
delle scarpe magiche; egli fa ciò calzando le dette scarpe e fuggendo- 
sene coi quattro oggetti che cagionavano la contesa. 

Nella raccolta di novelline popolari polacche pubblicate a Vilna 
nel 1862 dal Glinski sotto il titolo di Baiars Polski, Bas'ni, pomiesci 
i gamedi ludowe, Vydanie, drugie, poprarDue, tomo I-IV, voi. I, 
parte 1% si legge una novella tradotta da A. Chodzko nei suoi Con- 
ics des paysans et des pàtres slaces, Parigi, Hachette, 1864; in essa 
ricorre pure Tepisodio degli oggetti magici, ma siccome differisce un 
poco da quello delle altre novelle, così riporterò una parte notevole di 
tale novella. Un giovane pescatore, vago, onesto e laborioso, che colla 
pesca sostenta la madre, avendo una sera pescato due reine ('^), non 
trovandosi altro, consegna que' due pesci ad un povero vecchio, curvo 
sul bastone, lacero ed estenuato dalla fame, che il giovane incontra per 
via, e indicandogli la sua capanna, lo prega di portarli a sua madre 
affinchè li cuoca, e così tutti e tre si sfamino con quei due pesci e cogli 
altri che prenderà poi. Ma appena il pescatore ha consegnato le due 
reine al vecchio, oh prodigio! questi si risolve in luce solare e si dile- 
gua insieme coi pesci. Il giovane, compreso di stupore, riguarda attonito 
f[uà e là, all'inatteso fenomeno quasi atterrito, poi si rinfranca, fa il 
segno della croce, retrocede al lume della luna e ritorna al lago. Getta 
nuovamente la rete e, ritirandola su, vi scorge dentro un vaghissimo 
pesciolino dagli occhi adamantini, dalle pinne variopinte come T iride, 
e dallo squame auree e lucidissime. Il pesciolino, appena preso nella 
rete, comincia a parlare con voce umana e a dire al pescatore che non 
lo faccia perire, ma gli ridoni la libertà e lo getti nuovamente nel lago, 
e in premio della sua rara bontà lo avrebbe rimunerato. Il pescatore 
consente a risparmiargli la vita e il pesciolino gli dà un anello d'oro 
che ha la virtù di spandere un fiume di moneto d'oro ogniqualvolta, 
mettendolo nel dito, avesse egli recitato l'invocazione seguente : « Anello 
aurifero, in nome del pescioUno d'oro, per la felicità umana ed in onoi»e 
del cielo fa spargere dell'oro quanto me ne occorre. > Il giovane, appena 



Digitized by 



Google 



206 I NUOVI GOLIARDI 

ricevuto l'anello d'oro, distriga dalla rete il pesciolino miracoloso e lo 
getta nuovamente in fondo al lago. Nel cader giù il pesciolino brilla 
un istante nello spazio, come una stella, e quindi spare entro le tacite 
onde (**). Giunto a casa il pescatore trova la tavola apparecchiata, e so- 
pra di essa, entro un vassoio di maiolica, vede fumare le due reine cotte 
di fresco. Domanda conto alla madre della cosa, ed essa risponde non 
sapere nulla di tutto questo, poiché ella non le ha né nettate secondo 
il consueto, né cotte. La donna vide la tavola apparecchiarsi da sé in 
un momento, e sopra deporvisi quel vassoio coi pesci cotti, che sebbene 
ivi siano da circa un'ora, non si sono raffreddati ancora, tantoché si 
direbbero testé tratti dal fuoco. Il pescatore colla madre siede a 
mensa, cena e poi si corica; l'indomani all'ora della colazione si asside 
a tavola, si pone in dito l'anello aurifero, proferisce l'insegnatagli invo- 
cazione, all'istante si sente come il frastuono di una raffica, si vede 
come il guizzo di un lampo, e poi cade giù una grandine di monete d'oro 
che si ammucchiano sulla tavola. La madre destasi a quel metallico 
tintinnio dei ducati cadenti, si alza, ammira attonita quel prodigio, ne 
chiede conto al figlio, che le spiega tutto il fatto, e la rassicura. Poi 
egli le domanda permesso di andarsene alla capitale per arruolarsi nel- 
Tesercilo nazionale; la madre ne lo dissuade per timore dei pericoli 
cui il figlio andrebbe incontro, e gli dice che il re di quel paese é ormai 
ridotto agli estremi e sta in procinto di perdere la corona e di cadere 
in mano dei nemici. Il giovane si mantiene fermo nel suo disegno; allora 
essa gli permette di partire, lo benedice e l'abbraccia piangendo. Egli 
parte, arriva alla capitale e la vede accerchiata da innumerevoli ne- 
mici, che le minacciano il saccheggio e la distruzione col ferro e col 
fuoco, ove loro non vengano date V indomani per riscatto ventiquattro 
carrozze a tiro da sei ciascuna e cariche d'oro. Un araldo per ordine 
del re sulla pubblica piazza annunzia la fatale notizia e promette, a nome 
del re, che chiunque riesca, o a respingere i nemici, o a somministrare 
al re la somma d'oro richiesta da quelli, verrh creato erede della corona, 
otterrà in isposa l'unica fìglia del re, rinomata per la sua rara bellezza, 
e otterrà pure subito dal re la metà del regno. Appena sente questa 
notizia, il giovane pescatore' si presenta al re e gli promette di prov- 
vedere egli stesso in sua presenza la quantità d'oro domandata dai ne- 
mici, quindi scende giù sulla pubblica piazza, fa la consueta invoca- 
zione, e in un attimo si sente come un fragore di tuono, poi si vede 
un guizzo non interrotto di lampi, e quindi una procella e una gran- 
dine di grossi pezzi d'oro. In breve la piazza resta coperta di tanta quan- 
tità d'oro che, dopo averne caricato le ventiquattro carrozze e riem- 
piutane una buona metà del tesoro reale, ne avanza ancora per darne 
in copia a tutti gli ufficiali e domestici del re. L' indomani i nemici, lieti 
del riscatto, levano l'assedio, e se ne partono. Il re allora manda a cer- 
care il pescatore, se lo fa sedere accanto, gli offre dell' idromele, del 



Digitized by 



Google 



NOTE COMPARATIVE 207 

vino e delle leccornie, e lo assicura che quel giorno stesso egli rice- 
verà la promessa ricompensa; però prima il re vuole conoscere la sua 
condizione, il suo patrimonio e Torigine delle sue ricchezze. Il giovane 
è cosi semplicione da svelargli tutto Tarcano, e il re appena apprende 
ogni cosa, crucciato di dover la propria salvezza ad un villano, a un 
suo suddito, ricorre alla frode per esimersi dal mantenere la promessa 
fatta. Dopo un lauto banchetto, quando il re vede il giovane, mezzo 
brillo dal vino, chiedergli ardito di voler far la conoscenza della 
sua fidanzata, sussurra alcune parole alForecchio del voivoda di Corte, 
ed esce. Il voivoda prende a braccetto il giovane, lo conduce sulla 
sommità della torre del castello, e gli dice che nella Corte, prima di 
essere ammesso all'appartamento della principessa, vi è Fuso d'in- 
viarle, per suo mezzo, in dono nuziale, un gioiello di qualche prezzo. 
Il giovane, non avendo altro di prezioso che Fanello, fonte inesausta 
di sua fortuna, è cosi sciocco da consegnarlo al voivoda, perchè lo 
porti alla principessa. Appena il voivoda ha nelle mani Fanello ma- 
gico, aperta la finestra della torre, precipita giù il giovane nel fiume 
sottostante, e corre al re a riferirgli la cosa. Il giovane sbalordito dalla 
violenza della caduta improvvisa, svenuto, piomba nel fiume; ricuperati 
poi gli smarriti sensi, apre gli occhi e si trova coricato entro una barca, 
in quella che esce dalla foce del fiume nel mare. Lo stesso vecchio, cui 
il pescatore aveva già dato le due reine, diritto al giovane dinanzi gli 
dice d'averlo salvato, che chi sente pietà per gli altri, all'occorrenza, 
è oggetto dell'altrui pietà; quindi gli dà un remo per vogare ed av- 
viarsi, dov'egli desidera, e, ciò fatto, il vecchio dispare. Il pescatore si 
segna, si guarda attorno, vede le finestre della reggia scintillanti di 
luce, sospira, proferisce una preghiera e s'inoltra in alto mare. Al mat- 
tino il pescatore si accorge di aver le reti in fondo alla barca, le getta 
in mare, pesca qualche luccio, che vende nella città vicina, e quindi 
prosegue a piedi la sua via. Dopo due o tre mesi, nel traversare una 
pianura, egli ascolta delle grida di dolore; sur un montìcello, che sorge 
contiguo ad una foresta, distingue due diavoletti che si accapigliano; 
alle corte loro vesti, alle brache appiccicate sulle gambe, e ai loi*o cap- 
pelli a tricorno il giovane li raffigura subito, senza tema di errare, per 
diavoli usciti dall' inferno, e chiede loro la cagione di si aspra contesa. 
Rispondono essi che si disputano l'eredità di un briccone matricolato 
e fattucchiere, morto, da loro ghermito e trascinato all'inferno. Tale 
eredità consiste in tre oggetti magici: in un magnifico tappeto, in 
una clava e in un berretto. Il tappeto ha la virtù di sollevare al di sopra 
delle foreste, al di sotto delle nubi e di trasportare colla massima ce- 
lerità (non sofiermandosi se non nel luogo designato) chi si segga sul 
detto tappeto e pronunci l'invocazione seguente: « Tappeto, che spicchi 
il volo da te stesso, tu carro aereo ('*) trasportami colà dove desidero. » 
La clava ha la proprietà di muoversi da sé, di mettersi in opera e di 



Digitized by 



Google 



208 I NUOVI GOLIARDI 

percuotere con tal violenza da schiacciare o disperdere eserciti interi 
d'innumerevoli nemici, e di ritornare poi da sé al suo padrone (**), 
purché questi pronunci la seguente invocazione: « Clava, meravigliosa 
clava, tu che sai colpire senza laiuto del braccio umano, in nome di 
Dio, levati, e vola a percuotere il mio nemico. » Il berretto ha la virtù 
di rendere invisibile chi se lo inette in capo. I diavoletti, che a pugni si 
contendono quegli oggetti, non sapendo come dividerseli in parti uguali, 
delegano il giovane a fare le giuste parti fra loro; egli, per aggiudicar 
loro giustamante gli oggetti, ad essi suggerisce di lasciargli in custodia 
tali oggetti, di rotolar giù una pietra dal sommo di quel mpnticello 
nella valle sottostante, ed a colui che prinja correndo ubbia raggiunta 
la pietra, propone debbano spettare due di siffatti oggetti. Viene accet- 
tato il partito dai diavoletti; però, mentre questi scagliata la pietra dalla 
cima del monticello vi corrono dietro a precipizio giù per la china, 
il pescatore si pone in capo il berretto magico e, divenulo invisibile, 
imbrandisce la clava, si adagia sul tappeto, e proferisce ad un tempo 
la formula magica senza errare d*una sola parola. Già il tappeto volante 
si eleva per aria col pescatore, quando, ritornali su i due diavoletti 
riportando la pietra, gli gridano di scendere giù dal tappeto affine di 
premiare il vincitore della corsa, ma il pescatore subilo risponde loro 
colla invocazione magica diretta alla clava, che cade giù a piombo sui 
diavoletti, li percuote con tal violenza che Teco lontana risuona dei 
colpi e delle loro disperate grida, sollevando un denso nembo di pol- 
vere. I diavoletti alfine riescono a fuggire e la clava ritorna da so a 
collocarsi a lato del pescatore, che assiso comodamente sul suo t»\p- 
[leto rapido-volante, tiene il berretto invisibihfico sotto Tascella, la 
dava nella destra e si indirizza verso la Corte del re che gli ha trafugalo 
Tanello, e che poi gli trafuga pure questi oggetti, ma alfine il pesca- 
tore riesce a riacquistarseli e a vendicarsi di quel re perfido e sleale (**). 

In un secondo conto slavo del Chodzko, intitolato II nano, occorre 
una tavola che per forza invisibile s*apparecchia da sé delle più squi- 
site vivande, e un berretto invisibilifìco. 

In una terza novella slava (Storia del principe Slugohyl e del 
cavaliere invisibile, vedi Glinskì, op. cit., voi. I, pag, 183, e Chodzko, 
op. cit.) occorre pure un cavallo magico dal mantello grigio-ferro e 
dalla criniera d'oro, veloce come il vento, e un altro consimile cavallo 
s'incontra in un quarta novella slava della stessa raccolta {Il genia 
delle steppe, Glinski, voi. I, pag. 95), insieme ad un anello magico 
che fa comparire un esercito innumerevole di soldati, e una clava 
magica invisibile simile a quella della prima novella slava sopra riepi- 
logata. 

Finalmente in un'altra novella slava (Glinski, tomo III, pag. 81), 
ricorre una tovaglia che si apparecchia da sé e s'imbandisce delle 
più squisite vivande; una verga che percuote da sé; una cintura che 



Digitized by 



Google 



NOTE COMPABATIVB 209 

gittata Q terra si cambia in un lago, e un cappello a sei punte che 
girato sul capo fa fuoco da sé contro il più lontano nemico di chi lo 
ha in capo, e sempre coglie quello e Tuccide. 

Siffatto cappello fulminante occorre di rado nelle novelline popo- 
lari italiane; però si trova in una novellina livornese inedita, appar- 
tenente all'altro tema delle Frutta die fanno crescere il naso, no- 
vellina intitolata: Il fico hoddone; però tale cappello non è a sei, ma solo 
a tre punte, e come quello slavo, ogni volta che chi lo ha in capo lo 
gira, spara una cannonata ; oltre al cappello, nella novellina livornese 
trovasi pure un flauto, il cui suono ha la virtù di far comparire un 
esercito di soldati, ed una salvietta che, slesa in terra, s'Imbandisce 
da se delle più squisite vivande. 

Parimente nella undecima novella estonica intitolata: Der Zmerge 
Streit {EhètnUche Mdrchen aufgeseichnet von Friedrich Kreutiwald, 
aus dem Eìistniscìxcn uhersetxtt von F. Lówe, u. s. w. nebst cinem Vor- 
mort ooii Anton Schiefner und Anmerkanqen von Reinliold Kóhler 
und Anton Schiefner, Halle, Verlag der Buchhandlung des Waisen- 
hauses, 1869), tre fratelli noni si disputano Teredità paterna, che consiste 
in un paio di pantofole che trasportano in un attimo, chi le calza, 
dove egli desidera; in un bastone che percuote da sé e, più forte della 
folgore, distrugge ogni cosa, e in un cappello maravighoso fatto di 
ritagh d'unghie umane (*^), il quale, a chi lo porta, dà la virtù di veder 
tutto e di rendersi, a suo piacere, visibile od invisibile. La novella 
estonica, N** 23: DudeUack-Tiidu, si raggira sullo stesso argomento. 

La contesa per la partizione di tali oggetti magici occorre pure 
in molte altre novelline popolari straniere; essi oggetti sono un man- 
tello invisibilifico, uno stivale rapido- voi ante ed una spada che di- 
strugge tutto quanto ella tocca, tanto nel Grimm, N° 92: Der goldcne 
Berg (Kinder und Kausmàrchen), quanto nella novellina svedese: 
// bel palazzo all'est del sole e al nord della terra, in Gunnar Olof 
Hyllen-Cavallius och George Stephens, Scenska Folk-Sagor och Af- 
eentyr, ecc., Stocolma, 1844. tomo I, pag. 182. 

Nella variante di Zwehrn al N° 92 dei /i. u. //., presso i Grimm, 
gli oggetti magici sono uno stivale che fa percorrere a chi lo calzi, 
cent'ore di cammino (dugenlo miglia itaUane), e un mantello che rende 
invisibile chi lo indossa; in una novellina popolare di Erfurt, intitolata : 
Das Vogelchea mit dem goldenen Ei, pag. 1-57, {Kinder marchen aus 
mundlichen Erzahlungen gesammelt, Erfurt, 1787), a pag. 26, si con- 
liene l'episodio solito, cioè, la rissa per la partizione degli oggetti magici, 
rissa che qui fa accapigliare in un bosco tre giganti per il possesso 
di un solo oggetto, cioè, di un mantello magico rapido-volante, che per 
danaro poi cedono al primo venuto. 

Presso il Pròhle Kinder, und Volksmdrchen, Lipsia, 1853, N® 22, 
occorre pure un solo oggetto magico dispulato fra due uomini, e 



Digitized by 



Google 



210 I NUOVI GOLIARDI 

questo è una sella avente la virtù di trasportare, chi vi sale in ar- 
cione, per aria colla massima rapidità dov' egli desideri. 

In una novella di Paderbona, variante del N® 133: Die zertaniten 
SchuJic presso i Grimm K, u. H,, un soldato incontra un leone ed 
una volpe clie si contendono un mantello invisibilifico ed un paio di 
stivali rapido-volanti. Il soldato loro propone di correre, e chi primo 
raggiungerà un segno indicato guadagnerà gli oggetti magici; ma 
mentre le due credule fiere si danno ad affannosa corsa per vedere 
di conseguire ciascuna quegli oggetti, il soldato se li appropria, e con 
essi riesce a liberare tre principesse dalle mani di tre giganti. 

In Asbjòrnsen e Moe, Norske Polke Eoentyr Ny Sammling, Cri- 
stiania, 1871, N** 9, (G. W. Dasent Tales front the Field, Londra, 1874, 
N** 26), i tre oggetti magici sono un mantello, un paio di stivali e un 
cappello; presso Gaal-Stier e Mailath Ungarishe Volksmàrchcn, Pesth, 
1857, N* 7, un mantello, un paio di scarpe ed una borsa. 

In un'altra novella norvegiana deirAsbjòrnsen: Il giooinetto che 
se ne oa al vento del nord, (Dasent, Tales front the Norse, XCIV, 
CXLI, 266), gli oggetti magici sono una tovaglia che s' apparecchia 
da sé e s'imbandisce dei più squisiti cibi, una pecora caca-denari, ed 
un bastone magico. 

In una novellina popolare indiana (Miss Frere, Old Decean Days, 
Londra, Murray, 1870, pag. 166) gli oggetti magici sono un mellone 
che piantato produce frutta piene di pietre preziose, e due giare delle 
quali una piena delle più squisite vivande, e Taltra contenente una 
fune che lega la gente, e un bastone che le fiacca di legnate; queste 
due ultime novelline spettano al tema délV Asino cacordenari. 

Nella Histoire da prince Tangut et de la princesse au picd de 
nes (}^)\ Acentures d'AbdallaJils d'Hanif (Cabinet des fées, voi. I), 
occorrono una borsa di cuoio da conciare sempre piena di danaro, 
una cornetta il cui suono fa comparire un esercito di soldati, ed una 
cintura che ha la virtù di trasportare da un luogo ad un altro. i 

Nella favola 5* di Fenelon, intitolata: Histoire de Rosimon et I 

de Bramintc, una fata dà a Rosimondo un anello, il cui diamante I 

mobile, quando è volto dentro rende il giovane invisibile; posto al suo 
dito mignolo gli dà la sembianza di un principe, e fa comparire uno 
splendido corteo. Tale anello si trova pure nella favola 7* dello stesso 
autore: Histoire da roi Alfarout et de Clariphile, oa Vexccs da 
voaloir. Questo re, bramando di avere un mezzo per trasportarsi 
all'istante da un paese ad un altro, per usare con più prontezza e 
comodo del suo anello invisibilifico, le fate gli stropicciano le spalle 
con un liquido odorifero. Bentosto egli si sente spuntare due alette 
sul dorso, che non appariscono però sotto le vesti, ma quando quel 
re vuol volare, non ha che a toccarle colla mano, esse crescono 
allora tanto che egli è in grado di superare infinitamente persino il 



Digitized by 



Google 



NOTE COMPARATIVE 211 

rapido volo deiraquila. Quando egli non vuol più volare, non ha clie 
a ritoccare colla mano le ali, esse di nuovo si rimpiccoliscono tanto 
da non apparire più ascoste sotto le vesti. Con tal mezzo il re può 
andare ovunque gli piace, e cosi egli sa tutto. 

Nel romanzo della signora Le Marchand, intitolato : Baca, ou la verta 
recompensée (Cabinet des fées, tomo XVI), occorre un certo baston- 
cello magico dalla punta d'oro, che tenuto in tasca da Boca, protagonista 
del romanzo, gli procura tutti i giorni quattro reali, equivalenti a 
fr. 1, 08. 

Nel conto di madamigella De La Force : Plus belle que fée {Cab. 
des fées, tomo VI), occorre fanello in visibi tifico di Gige (per il quale vedi 
Platone, Trattato della repubblica, Histoire ancienne de Rollin 
tomo II, pag. 79, ediz. del Letronne; lust. Hist. 1, 7; Gic, De Officivi 
3, 9, e altri). 

Nella novellina delle fate: La Princesse Minon-M inette et le Prince 
Souqi, (Oeuores badines complettes da Comte de Caylus acec figures, 
Amsterdam e Parigi, Visse, libraio, 1787, tomo VII, pag. 160-92), la prin- 
cipessa Micina-Micetta percorre, volando. Tarla con un suo ventaglio 
magico, e il principe poi viaggia allo stesso modo tenendo il capo di 
un suo gomitolo. Nel conto: Grisdelin et Ckarmante, il mago Ismenor, 
re deir isola dei leoni, possiede un fazzoletto avente la virtù di renderlo 
invisibile; nell'altro conto delle fate: Cornichon et Toupette, la fata 
Selnozura per viaggiare si serve di una specie di nave, che la tra- 
sporta per aria mille novecento cinquanta volle più presto di quello 
che vadano le nostre navi per Facqua. 

Nel conto: Le Prince Glacé et la Princesse Etincelante (Contes 
de M* de Lubert, Cabinet des fées, tomo XXXIII), il principe Ghiacciato 
soffiando sopra un braccialetto ricevuto in dono dalla fata Leoparda, 
il braccialetto acquista la virtù di trasportarlo nel palazzo dei rubini, 
ove stanno pietrificati la principessa Scintillante e il silfo Mirici, e 
di accenderlo d'amore per la fata stessa. Il braccialetto messo al polso 
di una statua di Adone fa rivivere il silfo Miriel, che poi colla bac- 
chetta magica ritorna in vita anche la principessa Scintillante. 

ì^eìV Histoire du Prince Titi de Saint-Y acinte, lib. I {Cab. des 
fées, tomo XXVI), una povera vecchia, che è una fata, dà a Svegliato, 
paggio del principe Titi, una borsa verde, che sarà sempre piena di 
denaro, se ne farà buon uso ; gli accorda pure il dono di essere invi- 
sibile. 

Nel libro V della stessa opera (Cab. des fées, tomo XXVIII), la fata 
Adamantina dona al re Serraforte un bicchiere fatto di un solo diamante, 
che si riempie da sé del vino o del liquore che taluno desideri; altrove 
occorrono vari altri consimili bicchieri. 

Nel libro VI si trovano due monete d'oro che, poste in un borsellino 
o in uno scatoline, barattandone una sola alla volta, sicché l'altra resti 



Digitized by 



Google 



212 T NUOVI GOLIARDI 

sempre nel borsellino o nello scotolino, la moneta barattata vi ritor- 
nerà dentro, purché bene spesa, e prima di ritornarvi ne avrà pro- 
dotta un'altra a colui ohe Tha barattata, se anche questi ne abbia 
usato bene; cosi queste monete possono, arricchire chi le possiede ed 
i loro amici. La fata stessa dona al principe Titì due tasche dì tela, 
la sinistra sarà sempre piena di danaro, e, contatolo, converrà che il 
principe ne levi due terzi e li metta nella tasca destra, e tutto quanto 
vuol dare altrui debba estrarlo da questa, finché sia vuota, allora egli 
riconti quanto danaro contenga la sinistra, e ne levi sempre la stessa 
parte, qualunque ne sia la somma; se ne usa bene, il danaro crescerà 
sempre, se no, diminuirà. La medesima fata dona a due dame due 
ventagli ornati di perle, aventi la virtù, aprendosi e chiudendosi, di 
farsi venire presso gli amanti che esse vogliono; dà poi a due signori 
due canne di diamante sormontale da un beccuccio di diamante color 
del fuoco; quando essi cerchino qualcuno senza saper dove sia, o in 
viaggio ignorino il cammino a prendere, osservino in qual direzione si 
volga quel beccuccio, che è una specie di bussola di terra, esso bec- 
cuccio li guiderà direttamente alla persona od al luogo cercato. 

Nel conto delle fate: Le Prince Curieux, occorre un corno il 
cui suono fa comparire, in aiuto del principe, la fata che glielo ha 
donato, e un anello che rende invisibile chi se lo mette in bocca. 

Nel Bttisson des épines Jleuries, 5* dei Notioeaux contes desfées, 
(Cab, des fées, tomo XXXII), una perla serve di velocissima carrozza 
aerea a una principessa fata e alla sua governante che fuggono dalla 
Corte dei genitori di quella, sdegnali contro la figlia per aver fatto 
parte alle amiche del belletto della fjiomnozza, e una nave magica 
fatta di penne di pavone, tratta da due putlini colle ali di farfalla, 
percorre l'aria con somma velocità. 

Nel 1" dei Contes de M* de Lintot, intitolato: Timandre et Bleu- 
cttc, il re Silenzioso, da alcuni caratteri cabalistici segnati sotto una 
foglia di acetosa più lunga e larga di quella delle altre erbe, avuto 
entro ad un canestrino da una vecchia, in cambio di tre borse d'oro, 
apprende che, ponendo la mano destra nella sinistra, si rende invisibile. 

Nel 2** dei detti conti, intitolato : Le prince Sincer, una fota cangia 
un pomo in un grazioso carrozzino, su cui sale essa e il principe Sin- 
cero; tale carrozzino percorre cento leghe al minuto. 

Nel racconto principale che serve come di cornice ai Contes chi- 
nois, ou aeentures merveilleuses du mandarin Fam-Hoamy mille et 
une soirécs, par Giteulette (Cab. des fées, tomo XIX), il sultano Ton- 
gluk, sotto la figura del mandarino Fum-Hoam, avendo addormentato 
questo e trasportatolo nella sua casa di Kafa, invaghito della costui 
figlia Ghulchenraz, che poi sposa, si trasferisce in tre ore a Tifflis per 
arte magica (i cui segreti apprese dal medico Koda-Bendè a Sargultzari 
presso il quale Tongluk, dalla tenera età di due anni, rapilo dai corsari 



Digitized by 



Google 



NOTE COMPARATIVE 213 

al padre Malekalsalem, era vìssuto fino all'età deiradolescenza) uccide 
Dilsenguln, Tusurpatore, e rimette sul trono il genitore, e ripreso il 
primiero aspetto gli si dà a conoscere. 

Nella 44* serata della slessa opera: Histoire da Prince Kader- 
Bilah, occorrono un tamburino e uno zufolo magici^ che suonati da 
Giouf, un nano, appena alto due piedi e orrìbilmente deforme, per 
tutte le vie di Ispahan, mercè una cospicua somma di denaro promessa 
a lui dai cittadini, riesce a raccogliere tutti i sorci innumerevoli, du 
cui è infestata la città, e seguito da essi fino alla riviera dì Zeuderon, 
ve li fa tutti annegare, liberandone così la città. 

ì^eìV Histoire du vieux genie et da Prince Amadan (Aoentures de 
Zeloide et d* Amanzarifdine, contea indiens par M. de Moncrif, Cab. 
dct féeSy tomo XXXII) il vecchio genio trasporta il principe Amadan 
spodestato da un suo fratello usurpatore, che uccido, nella capitale del 
suo regno, onde, per scampar la vita, s'era dovuto partire, avendo 
coperto il principe d'un velo che lo rende invisibile, e lo rimette sul 
trono. 

Neir 85® quarto d'ora {Histoire de Bagdedin, nei Mille et un quart 
d'heures, contes tartaree par Gueulette) il principe da un contadino 
riceve un plico che contiene alcune carte, su cui sono vergati carat- 
teri cabahstici, e colla lettura delle parole magiche ivi segnate egli 
riesce a rendersi invisibile, ad assumere l'altrui sembianza e il potere 
di comandare ai geni di tutti gli elementi. • 

Nella Histoire du Brakhmane Padmanaba et du jeune Tyquai 
{Histoire de la Sultane de Perse et des Visirs, contes turques com- 
poséè en langue turque par Chée Zadé, et traduiis en franQais par 
Galland) il saggio Padmanaba conduce un giovanetto figlio di un 
venditore àìjlquda (che è una bevanda fatta d'orzo e d'uva passa) 
mercè alcune parole magichei in un sotterraneo pieno di ricchezze e cose 
preziose, fra cui un mucchio di terra nera, che, oltre alla virtù di pro- 
durre metalli, ha pure la proprietà di guarire ogni sorta di malattie, 
e stropicciata sugli occhi di una persona le fa vedere gli spiriti del- 
l'aria e i geni, e le dà il potere di comandar loro. 

^eìV Histoire des fées et de leur origine (Voyages de Zulma dans 
le pays des fées) si trovano due fontane, l'acqua dell'una a chi vi si 
bagni procura l' invisibilità, quella dell'altra la virtù di penetrare ovun- 
que egli voglia, anche nei luoghi più segreti, senzachè né le porte 
né le mura gli oppongano alcun ostacolo all'entrala. 

Nel secondo dei Nouoeaux contes des fées (Cab. des fées, tomo XXXI) 
si trova una navicella per l'aria velocissima volante, opera delle fate 
ornata di due penne di fenice cosi splendide che hanno la virtù di 
renderla altrui invisibile. 

Nelle Veillées de Tliessalie de M.® de Lussan (Cab, des fées, 
tomo XXVII, pag. 125), trovasi una pianticella che portata indosso da 
una persona la rende altrui invisibile. 



Digitized by 



Google 



214 I NUOVI GOLIARDI 

Nella Storia del mercante Abudah, ossia il talismano d'Oromxide, 
primo dei Conti dei geni, o le preziose lezioni di Horam, figlio di 
Asmar, opera tradotta dal persiano nelP inglese da sir Carlo Morell, 
il protagonista della novella dopo molti disagi trova un forziere dalle 
cento serrature e dalle cento chiavi, contenente il sospirato talismano, 
efficace a trasportare, chi vi si adagi sopra, ovunque egli voglia. 

Nel Hain Jaune (Contes de M* d*Aulnoy, Cab. des fées, tomo III) 
una sirena dona al re delle Mine d'oro una spada magica tutta ada- 
mantina che non fallisce mai il suo colpo, per liberare la sua fidan- 
zata dalle mani del Nano giallo, che la tien chiusa in un castello di 
cristallo, guardato da mostri. 

Nel conto Fortunée della stessa M.* d'Aulnoy, una fata manda una 
cestina contenente un suo bambino, cestina portata dagli zefiri, ad una 
sua sorella regina (chiusa in un alta torre, e, per aver fino allora par- 
torito sei bambine, custodita da guardie, per mano delle quali ella 
debba essere uccisa, dove ella partorisca un'altra bambina) perchè 
sia sostituito ad una bambina, testé occultamente data alla luce, affine 
di liberare la regina dalla morte. 

Nel conto di M.* de Villeneùve: La belle et la bète (Cab, desfées, 
tomo XXVI) la pietra mobile di un anello magico voltandosi dalla bella 
ragazza che abita colla fiera, e pronunziando con voce ferma le pa- 
role : € Io voglio ritornare a casa mia » prima, e poi di nuovo « al 
palazzo della fiera » acquista la virtù di portare la ragazza ambe le 
volte in un attimo dal palazzo della fiera alla casa paterna e viceversa. 

Neir Histoire de la dame persanne et de son voyage dans V ile 
detournée (Acentures d'Abdalla, ecc.) una giovane non curata, anzi 
strapazzata dai genitori e in ispecie dalla sorella maggiore Kutai, che 
va a nozze, compie in un attimo per aria un lungo viaggio, pronun- 
ciando la formula magica: < Saggia Lutfallah, dama del palazzo 
verde, saggia Lutfallah moglie di Milan Schah, che fa la lama della 
spada di Gian? Dov'è il suo scudo? » formola insegnatale da una fata, 
durante il sonno. Quella giovane con tale magico mezzo giunge in un 
ricchissimo palazzo, ov'ella trova uno sfarzoso letto, non le manca nulla, 
sicché non ha che ad ordinare, e ogni suo minimo desiderio viene appa- 
gato in un istante. 

Nell'altro conto della stessa raccolta, intitolato: Resurrection de la 
rcine Feramak et du roi Gian, questi due morti richiamati in vita e 
usciti da due uova poi rientrano nelle dette due uova e ritornano allo 
stato primiero. Le dette due uova si elevano da terra, traversano l'aria 
con violenza, trascinano seco la numerosa assemblea* di pei*sone rac- 
colte nella sala maggiore del loro palazzo reale, dinanzi alle quali si 
trovavano i due redivivi, le due uova percorrono in un istante circa 
sei e più leghe di cammino, e giungono ad una montagna di marmo 
nero e per un'ampia apertura discendono a precipizio in una caverna 



Digitized by 



Google 



NOTE COMPARATIVE 215 

4.<tsai vasta e di forma sferica, in cui stanno ammucchiate altre due 
mila e più uova, affatto uguali alle prime, e vi si posano accanto. 

Nel conio: Veri et Bleue di M* De la Force (Cab. desfées, tomo VI) 
la fata Sublime appena nata rapisce una bambina figlia di una sua 
sorella regina, la solleva entro una nuvola e se la porta al proprio 
palazzo, ov' ella attende a coltivarne la mente e il cuore lungi dal con- 
sorzio umano. Appena grandicella la sua nipote ha il permesso dalla 
fata sua zia di scendere sulla terra e andare a diporto per le mon- 
tagne e per le pianure colle altre principesse, e per sottrarre la mera- 
vigliosa beltà di Turchina (cosi detta la fanciulla dal colore dei suoi 
occhi seducenti) allo sguardo altrui, la rende invisibile mercè il velo 
delV illusione, che la zia le pone in capo, velo avente la virtù di oc- 
cultare le cose vere e di fare apparire spesso quelle che non sono 
tali; le quattro becche del velo le vengono tenute su da quattro delle 
principesse sue compagne, ed ella sembra incontanente prendere la 
figura che vuole, ora Turchina pare uno splendido palazzo, ora un 
misero tugurio, quando un ameno boschetto, quando un maestoso obe- 
lisco, secondo ciò che la fanciulla immagina, e cosi essa va sicura 
ovunque. Nella stessa novella occorre una sedia magica, mercè la 
quale Zelìndoro porta via seco in un attimo, volando per l'aria, la prin- 
cipessa Turchina. 

Nel terzo conto: Le Prince Roger di M* d*Aulnoy (Les illustres 
fée. Cab, des fées, tomo V) il principe, protagonista del conto, possiede 
vari onelli d'oro, aventi la virtù di rendere altri invisibile. 

Nel conto di M.* T Evéque, intitolato: Le Prince invisible (Cab, 
des fées, voi. XXXIV) il protagonista riceve in dono da una fata pro- 
tettrice deir Isola d'Oro, su cui governa il padre di lui, una pietra che 
rende invisibile chi se la pone in bocca. 

Nel conto del signor Caylus (vedi opera citata) intitolalo: La Prin- 
cesse Pimprenelle, si trova un anello invisibilifìco. 

'SeìVHistoire de Nourgehan et de Damakò, ou de quatre talismanSy 
dello stesso autore, vi sono: un pesciolino d'oro, che gettato nel mare 
riporta su quello che vi sia caduto dentro; un pugnale che rende in- 
vi.sibili non solo chi lo porta, ma ancora tutti quelli che si vogliono 
partecipi di tale virtù; un braccialetto che preserva da tutti i veleni, 
e un anello d'acciaio che serve a far leggere nel fondo dei cuori. 

NeWHistoire d*Abounadar del medesimo Caylus, il saggio Abu- 
nadar mostra al giovane Abdalla un candelabro a dodici viticci, che 
appena accesi fanno comparire dodici derois e dopo aver essi girato 
attorno qualche tempo, Abunadar dà a ciascuno di loro una bastonati 
e nello stesso momento essi vengono mutati in dodici mucchi di zec- 
chini, di diamanti e d'altre pietre preziose. Abdalla avendo trafugalo 
poi questo candelabro e portatoselo a casa ne accende i dodici viticci, 
ed ecco apparir subito i dodici dervis, cui con tutta forza dà un colpo 



Digitized by 



Google 



216 I NUOVI GOLIARDI 

di bastone, per inavvertenza tenendolo colla destra e non colla sinl^lra . 
come aveva fatto Abunadar, ma i derois, invece di trasmutarsi in mucchi 
di ricchezze, fuori dell'abito traggono ciascuno di essi un formidabile 
bastone e prendono a legnarlo con tal violenza da lasciarlo quasi tra- 
mortito, e spariscono seco portando via col detto candelabro due cam- 
melli carichi d'oro e di pietre preziose, un cavallo ed uno schiavo, 
ricevuti in dono da Abunadar. 

Nel conto Cadichon del medesimo autore, occorre T acqua della 
invisibilità, della quale, ove taluno si stropicci, si sottrae all'altrui vista. 

Nei suoi Cuentos y poesias populares andaluces, Lipsia, Brock- 
haus F. A., 1866, Fernan Guballero racconta la leggenda di Don En- 
rico di Villena, zio di Don Giovanni II, re di Castiglia, leggenda che 
somiglia molto a quella tedesca di Pietro Schlemil di Chamisso, falsa- 
mente dall'autrice attribuita al Nodier. In essa leggenda Don Enrico, 
che è uno stregone, vi si dice avere ottenuto dal diavolo una pianta 
denominata andromena, che lo rende invisibile. Nel conto primo : Tio 
Curro el dela Porrà, occorrono i tre oggetti magici, la borsa sempre 
piena di denaro, la tovaglia che s'apparecchia da sé e il bastone che 
percuote da sé. 

Nelle leggende di Eliodoro, di Virgilio e di Pietro Barliaro si narra 
l'astuzia da loro ideata per sottrarsi alla pena capitale, cioè il disegno 
fatto con un bastoncello sulla parete, disegno di una nave colle vele 
ed i marinai, e per arte diabolica la mutazione della nave disegnata 
in nave reale, entro cui essi saliti, per aria volando, ne sono tratti via 
in un attimo. 

Anche in un racconto dei Quaranta visiri (traduzione tedesca 
di Behrnauer, pag. 23) lo scheik Schehabeddin, immergendosi nell'acqua 
si libera da morte, scompare e trovasi trasportalo immantinente a Da- 
masco. Per questo episodio cfr. pure la novella di Aladdin nelle Mille 
ed una notte, e quella di Un saggio solitario ed un suo alliet^o nelle 
Novelle supplementari alle Mille ed una notte, Parigi, 1838, nella col- 
lezione del Panthéon. 

Nel conto : Le Prince Latin di M.* D'Aulnoy (Cab. dosfées, tomo II) 
la fata Gentile, sotto forma di biscia, sottratta alla morte minacciatale 
da un giardiniere, concede al suo salvatore in gratitudine un piccolo 
cappello rosso che, ponendosi in capo, lo rende invisibile e lo fa diven- 
tare un folletto, e tre rose selvatiche, di cui una gli fornisce tutto il 
danaro che gli occorre, un'altra, posta sul seno della sua donna, gli farà 
conoscere se ella gli resti o no fedele, e l'ultima gli conserverà perenne 
sanità. 

Nel conto : La Princesse Printaniére, della stessa autrice, questa 
giovane, fuggita dalla reggia con Fanfurinet, ambasciatore del re Mer- 
lino, trafuga alla madre un suo fazzoletto da capo, in cui ella trova 
una pietra che ha la virtù di renderla invisibile, e a suo padre un pu- 
gnale che non mai fallisce i suoi colpi. 



Digitized by 



Google 



NOTE COMPARATIVE 217 

Neil' Hlstoire de la vie de Hioucn-Thsang et dea ses coyages dans 
l'Inde depuis fan 629 jusqu* à fan 645 par Hoèlì-Li et Jen-Tsong, 
suioie de documenU et eclarcUfements géographiques tirés de la re- 
lation originale de Hiouen-Thsang, tradaite du chinois par Stanislao 
lallien, Parigi, 1853 (stampala col consenso dell' imperatore alla Stam- 
peria imperiale) lib. V, pag. 248, si legge quanto segue: « All'ovest della 
tenda di viaggio del re ^iJ^ditya, in un convento mantenuto a spese 
di questo principe vi era un dente di Buddha, lungo un pollice e mezzo 
e d'un colore bianco che dava in giallo, questo dente spandeva sempre 
attorno viva luce. » 

Nei Voyages des pélerins bouddhistes, mémoires sur les contrécs 
oceidentales iraduiis du sanscrit en Van 648 par Hiouen Thsang et 
du chinois en frangais par Stanislas lullien, Parigi, Tipogi'afia impe- 
riale, 1857-58, due volumi in-8®, nel tomo I, libro I, pag. 5, si 
legge: € Regno di 'K *JtirTchi, Dalle antiche iscrizioni di questo paese 
si apprende che negli ultimi tempi vi era il re di una città situata sulla 
frontiera orientale di questo regno, presso cui trovavasi avanti a un 
tempio un gran lago di dragoni (Ndgahrada). Questo re aveva nome 
Fior d'Oro, egli seppe domare i dragoni di quel lago e attaccarli al suo 
cocchio; quando voleva rendersi invisìbile, ne flagellava l'orecchie colla 
frusta, e in tal modo subito scompariva. » 

Nei Conies etfables d'Hillemacher, Parigi, Le Filleul, 1864, libro 11^ 
conto primo: Le Petit bleu, \m eremita dà ad un povero uccellatore 
in dono un grazioso uccello-mosca, al quale basta dire: « Orsù, augel- 
letto, fa il tuo dovere » perchè egli in sull'istante prepari od un lauto 
banchetto o qualunque cosa altri desideri. 

Nella fiaba drammatica: La donna-serpente di Carlo Gozzi, il 
negromante Geonca dà a TogruI, ministro del re Farruscad, per ali- 
mentarsi durante un suo lungo viaggio, un cerotto che posto sulla 
bocca dello stomaco lo tiene sfamato e dissetato per due mesi; egli può, 
a sua posta, quando vuole, mangiare e bere benissimo, e i cibi e le 
bevande gli sono apprestale in un attimo ad una sola sua richiesta, 
senza che egli vegga da chi. 

In Alessandro Afanasieif Narodnija Russkija Skazki, Mosca, 
1860-61, due volumi, libro VI, N** 27, pag. 137, Letuccii Korabl 
(la nave volante) (*^, un eremita, cui un giovane idiota ha fatto ele- 
mosina, in gratitudine gl'indica la maniera acconcia per trovare la 
nave volante che vanno cercando inutilmente tanto esso, quanto pure i 
due fratelli maggiori, affine di ottenere in isposa la figlia dello czar 
col portare a costui tale meraviglia. Vedi i numerosi raffronti che fa 
ivi a questo proposito il dotto russo nella nota al lib. Vili, pag, 484 
e seguenti. 

In un'altra novellina popolare russa della stessa raccolta un uc- 
celletto liberato dalla prigione per cura del figlio di un re, in. rico- 

I Nuovi Goliardi, bsc. J-6. 15 



Digitized by 



Google 



*218 I NUOVI GOLIABDI 

noscenza gli dona un cavallo sempre vittorioso in battaglia, e un pomo 
d'oro, col mezzo del quale ottiene in isposa una principessa. 

In una terza novellina della detta raccolta Ivan, il figlio dello czar 
che ha perduto la bella Elena, per averne arso la pelle di ranocchia, 
sotto cui prima si ascondeva, la va a cercare nella casa di una strega; 
sua madre ne prende il fuso con cui si fila Toro, e ne getta un mucchio 
avanti a sé ed uno dietro. La bella Elena ricompare, e i due sposi 
vengono in un attimo riportati alla Corte da un tappeto- volante, (per 
la quale finzione d'origine indiana vedi ancora la Storia del principe 
Ahmed e della fata Pari Banu, nelle Mille ed una notte, la novel- 
lina slava: Le sage jugement in Xavier Marmier Contee des differents 
pays. Parigi, Hachette, 1880, pag. 23-34, e la novellina popolare mon- 
talese, N° 40: / tre regali nelle Sessanta nocelle popolari montatesi, 
raccolte da Gherardo Ncrucci, Firenze, Le Mounier, 1880, novelline 
di cui posseggo una variante inedita popolare umbra di Spoleto, inti- 
tolata: Il principe e gli animali riconoscenti^ e una variante pure 
inedita livornese, intitolata: La bella Babelle nel monte della Terra 
Rossa), 

Nell'opera indiana Sinhasana-DwadrinQati ossia le trentadue no- 
velle del trono (tradotta dal sanscrito in bengali, in telugo, in tamul, 
in persiano, e da questo in francese, col tìtolo: Le Tróne enchanté, 
conte indien traduit du persan par le baron Lescallier, New-York, 
1817, due volumi in-8^) (*•) il dio Dharmaraga (cioè Yama, signore della 
legge, dharma vale diritto, legge, e rag, re, quindi il dio della giustizia) 
dona al re Vicramàditya un sofì» magico, mercè il quale egli può tra- 
sportarsi ovunque egli desidera. I musulmani credono che Salomone 
possedesse fra i suoi tesori preziosi un tappeto sul quale, allorché si 
adagiava, il vento lo trasferisse nelle regioni più lontane. 

In Narodnija Skaski sabrannija selskinii uciteliami, isdanie A. 
A. Erlenwein, Mosca, 1863, N° 1, Vaniuska (cioè Giovannino) as- 
sai astuto s'imbatte in certi contadini che si bisticciano e si contendono 
uno strale maravighoso, un cappello che rende invisibile chi se lo pone 
in capo, e infine un mantello che vola automaticamente. Egli promette 
ad essi di ripartire con equità fra loro questi oggetti magici e si fa dare 
anticipatamente per tale servizio cento rubli (equivalenti a fr. 4,07) in 
tre diverse volte, poi egli scaglia lontano quegli oggetti, e dice ai con- 
tadini che apparterranno a chi primo li ritroverà; i contadini corrono 
a cercarli, mG^Vaniuska solo riesce ad agguantarli, partendo, e lasciando 
cosi scornati i detti contadini. 

Nel N® 5 della stessa raccolta, ad un Cosacco che libera dalle 
mani di un essere demoniaco tre giovanette, queste danno una ca- 
micia che lo rende invulnerabile, una spada formidabile nelle balla- 
glie, e una borsa che scossa riversa di continuo denaro. 

Nel poema popolare germanico : t Nibelungen, Siegfried, il prota- 
gonista del poema, incontra ai piedi d'una montagna i nani Nibelungen 



Digitized by 



Google 



NOTE COMPARATIVE 219 

e Schilbung che si contendono il tesoro del proprio avo; invitato Sieg- 
fried a far le partì fra loro, ne riceve in ricompensa la spada invin- 
cibile dell'antico re Nibelung, raa non riuscendo a dividere il tesoro 
die viene riportato entro la montagna, li uccide in lotta insieme a 
dodici giganti e a settecento loro servitori. Il nano Alberico vuol ven- 
dicare i suoi padroni, ma è vinto del pari e costretto a cedergli il 
berretto che rende invisibile (tarnkappe) (*^) e sottostare a Siegfried, 
che diventa padrone del tesoro. 

Neiraltro poema scandinavo: VEdda, lo scaltro dio Loki trafuga 
al nano And vari un prezioso anello (Andoara-naiif) che conferisce 
al suo possessore il potere di procacciarsi quant'oro egli desidera. 
Nello stesso poema, Fafnir e Regin uccidono il loro padre Hreidmar 
che non vuol far loro parte del tesoro ricevuto dagli Asi (le tre divi- 
nità Odino, Loki ed Hònir) tesoro già posseduto dal nano Andvari, 
in virtù della cui maledizione il possesso del tesoro suddetto arreca 
morie a chi se ne impadronisce. Fafnir più forte del fratello riesce a 
prendere le armi di Hreidmar, la sua spada Hroiti e Telmo Aegiihelm, 
il cui aspetto fa tremare tutti gli uomini, poi caccia via il fratello Regin 
e diventa solo padrone di questo tesòro. Nello stesso poema occorre 
pure la cintura che moltiplica le forze, cintura che si trova ugual- 
mente in un poema germanico della fine del secolo xv, poema inti- 
tolato: Klein Rosengarten; questa cintura, secondo il Du MeriI, sa- 
rebbe forse una reminiscenza di quella di Thòr, o d* Ippolito, presso 
Apoll odoro, Bibliotheca, lib. II, e. 5. 

In una novellina popolare bengalese, raccolta da G. H. Damant, 
edita nel tomo IV, anno 1875, pag. 54 e seguenti della rivista di Bom- 
bay: The Indian Antiquary, Q'wol Dàs, figlio di un re indiano assai 
devoto al dio Qiva, ne riceve una spada avente la virtù di assicurare 
sempre la vittoria al suo possessore, di proteggerlo contro tutti i pe- 
ricoli e di trasportarlo dov'cgli desideri, e da unapsara (danzatrice 
del cielo) che egli ottiene in isposa, un flauto che gli servirà a far 
ritornare la medesima, che lo ha lasciato, ogni volta che esso lo 
desideri. 

In nn\jataka, cioè leggenda buddistica (scritta in pali, la lingua 
sacra del buddismo e relativa alle varie incarnazioni di Budda nella 
sua precedente esistenza, per il che si consulti Topera: Fioe latakas, 
with a translation htj V, Fausbòll, Copenaghen, 1861, pag. 20 e se- 
guenti) un abitante del reame di Kasi, cacciato via dai suoi parenti, 
e da un naufragio gettato in un'isola in mezzo al mare, vi trova un 
cinghiale dormente, lo uccide e gì' invola dei gioielli aventi la virtù 
di far viaggiare per aria, poi coll'astuzia uccide successivamente tre 
asceti, e loro trafuga tre oggetti magici, una scure che da sé fende 
le legna, accende il fuoco od eseguisce gli ordini ricevuti, un tam- 
buro magico, che battuto da una parte mette in fuga il nemico, e bat- 



Digitized by VrrOOQlC 



220 I NUOVI GOLIARDI 

tute dairaltra fa comparire un esercito intiero, e finalmente una tazza 
che girata fornisce a chi la possiede tutto quanto egli desidera. 

Nella sesta novella calmucca dell'opera : Siddhi-KUr sopra ci- 
tata, un uomo che ha sottratto a certi ladri una coppa d'oro, che 
somministra, secondo il desiderio, da bere e mangiare, uccide succes- 
sivamente pure con astuzia ire uomini, e invola loro un bastone 
avente la virtù di uccidere, per comando del suo possessore, la gente 
e riportargli quanto abbia essa trafugato; un martello di ferro, il 
quale percuotejado nove volte il suolo, fa sorgerne su una torre di 
ferro di nove piani, e infine un sacco di cuoio che scosso fa cadere 
giù dirotta pioggia quanto uno vuole. 

Nei Grimm N** 54: Der Ramen, das Huilein, und Hornleln 
(opera citata) il più giovane di tre fratelli trova in una foresta una 
tovaglia magica che sì apparecchia da sé e s' imbandisce d'ogni sorta 
di vivande in un attimo, secondo il desiderio del suo possessore, poi con 
astuzia trafuga a un carbonaio e a un soldato una bisaccia, battendo 
sulla quale, ad ogni colpo compaiono sei uomini e un caporale (*°), uu 
vecchio cappello che girato in capo fa esplodere una batteria di can- 
noni, cui nulla può resistere, e un cornetto, il cui suono fa squassare 
e minare le fortezze, e continuando il suono, i villaggi e le città. 

. In una novellina dell'opera indiana già citata: Sinhasana-^roa- 
cinVica^t, traduzione Lescallier, tomo II, pag. 91, si parla di tre og- 
getti meravigliosi, un cagnolino, un bastone e una borsa ; il cagnolino 
ha la virtù di far apparire', a piacere del possessore, il numero di 
soldati, di elefanti e cavalli che egli desidera. Prendendo il bastone 
colla mano destra e indirizzandolo verso questi soldati, si ha la facoltà 
di dar loro la vita, e invece di distruggerli rivolgendo verso i mede- 
simi il bastone preso colla sinistra ; la borsa poi produce dì continuo 
oro e gioielli secondo il desiderio di chi la possiede. 

Uno dei più preziosi episodi àoiV HarÌDansa (traduz. Langlois) ci 
descrive il fiore dell'albero Paridjàta che si disputano il Dio Indra e 
il suo fratello Krichna. Questo fiore conserva la sua freschezza per 
tutto l'anno, esso contiene tutti i sapori e gli odori, e procaccia altrui il 
bene ohe desidera. Esso presenta il colore che si vuole, il profumo che 
si cerca, e può servire di fiaccola nella notte. Questo fiore sazia la 
fame, spegne la sete, guarisce le malattie, allontana la vecchiezza, 
seduce l'orecchio col piacere dei suoni e dei canti più melodiosi e 
variati. 

In un conto rumano della Transilvania (nella rivista : Ausland, 1856, 
pag. 716) il protagonista Hàrst&ldai vince il diavolo, l'obbliga a lasciare 
una caso, e ottiene da lui una borsa che non si vuota mai, e un cap- 
pello, da cui, quondo si scuote, escono tanti soldati quanti si vogliono. 

Il celtico Gwyn, re delle fate e del mondo incantato, secondo il 
signor De la Villemerquè, possiede un cavallo, chiamato KarnrGroun, 



Digitized by 



Google 



NOTE COMPARATIVE 221 

che in un batter d'occhio lo può portare da un capo all'altro della 
terra. 

Il corno d'avorio di Oberon, nel romanzo Huon de Bordeaux 
(Anciens poetes de la France, Parigi, Franck, 1860) ha la virtù col 
suo suono di guarire gl'infermi, saziare i famelici, dissetare i sitibondi^ 
far cantare di gioia gli uomini più addolorati, farsi sentire da Oberon 
nella sua città di Monmuth per quanto lontano da questa si suoni il 
detto corno. 

Nel poema Perccval, ou la quéte da Saint Graal (Biblioteca nazionale 
di Parigi, mss. 7523 e suppl. 450) occorre il famoso San Graal, con- 
sistente in un bacino d'oro puro (bacino in cui, secondo la tradizione. 
San Giuseppe d'Arimatea raccolse il sangue divino che versò il co- 
stato di Cristo trafìtto dalla lancia di Longino, lancia di cui si parla 
nello stesso poema, e che ha la virtù di sanare ogni ferita toccata 
dalla punta di essa lancia), tale bacino, portato da una damigella tre 
volte attorno alla mensa del re Arturo, la faceva miracolosamente 
all'istante imbandire dei più squisiti cibi che i convitati desiderassero. 

I bardi della Gallia nel sesto secolo, parlano pure di un vaso 
magico che concede al suo possessore la conoscenza dell'avvenire e 
tutto il sapere dell'universo. Una favola popolare allude a un vaso d'oro 
posseduto da Bran, il benedetto, che sanava tutti gli infermi e risusci- 
tava persino i morti. 

Altre novelle accennano a un bacino in cui apparivano in un at- 
timo tutte le vivande che si potevano desiderare. 

II mantello volante di San Veltas e il bastone magico di San Vouga (**) 
della stessa virtù^, occorre nell'opera di E. Souveslre : Le Foyer brc- 
ton, contes et recits populaires, Parigi, M. Levy, 1874, voi. I, / Foyer, 
Pays de Tréguier; Rccit da cherchetir de paia; Comorre, pag. 45-63, 
e // Foyer, Pays de Leon, Recit de Rosconite; La Groac'h* (**) de 
Vile du Loky pag. 156-80. 

In una novella slava intitolata : Le paysan et sa femme della men- 
tovata collezione del Marmier, un contadino ottiene dal Vento del sud 
prima una cesta che gli fornisce tutto quanto desidera, bevande, cibi, 
vesti, ecc., e poi un doglio, da cui alle parole: Fuori del doglio cinque 
per mia moglie, escono cinque uomini armati di nodosi bastoni, e le- 
gnano di santa ragione la ^borbottona sua moglie. 

In una novellina dell'alta Bretagna: Les Qornes ehchantées di 
Paul Sebillot (vedi i Contes populaires de V Haute Bretagne, 1* serie, 
Parigi, G. Charpehtier, 1880) due fratelli ricevono iq eredità dal loro 
padre una tovaglia che fornisce altrui, in un momento, ogni sorta di 
cibi, appena stesa, e un mantello rapido-volante, che richiama al baule 
volante di una novella danese dell'Andersen {Contes d'Andersen, tra- 
duif du danoLs par D. Soldi, Parigi, Hachette, 1876, pag. 191-203). 



Digitized by 



Google 



222 I NUOVI GOLIARDI 

Nellaltra novellina brettone, La Perle, della stessa raccolto, Tomo- 
nimo protagonista del conto rapisce ad un'orca le famose scarpe di 
sette leghe, che occorrono pure nel conto: Le Petit Poueet, di Perrault, 
una luna portatile che illumina sette leghe tutt'attorno, e una bacchetta 
che battuta al suolo ne fa sorgere monti altissimi, schiude vie agevoli 
por terra e per mare, e somministra al suo possessore quanto desidera. 

Nella novellina: Lo petit soldat, di Gh. Deulin (Contes d'un bu- 
ociir de bierre, Parigi, Dentu, 18T7, pag. 85-123) il protagonista del 
conto riceve da una donzella una borsa che contiene sempre cinque- 
cento fiorini (fr. 1250) e un mantello rapido-volante. 

In una novellina popolare piccarda, N° 4: Jean a la tige d'haricot 
{Contes, petites legendes, croyances populaires, contumcs , formuletfes, 
jeux d'enfants requeillis à Warloy-Baillon, Somme, ou d Mailhj 
par Henri Camay, nella Rivista: jRomanta, fascicolo di aprile 1879, pa-» 
gina 222-63) un povero che ha piantato dei fagiuoli, sale in cielo su 
di una pianta altissima sorta da un fagiuolo, si presenta a Dio a chiedere 
un poco di elemosina e ne riceve prima un asino caca-denari, poi 
una tavola che s'apparecchia da sé, e una niazzarella che batte da sé. 

Fra gli oggetti invisibilifici è pure a ricordare Tanello d'Jvain^ 
(C/ico. au Lyon), l'erba del Morgante del Pulci (XXV, 204), la pietra 
elitropia dei Lapidari di Dante e del Boccaccio, la coppa invisibilifìca 
di Malabron nel romanzo francese di Gauoain, la cidyd, pallottolina ma- 
gica che usavano porsi in bocca per rendersi invisibili e per traspor- 
tarsi da Un luogo in un altro colla rapidità del lampo i geni indiani 
delti Vidyddharas, e al femminile lo Vidyàdharis, voce significante 
portatore e portatrici di talismani (dal verbo dkar, portare, e vidyó, 
talismano). 

Per i detti geni vedi presso Somadeva Bbnila, nel Kathàsaritsa* 
gara, la novella: Storia della fondazione della città di Pataliputra ^ 
di cui il Brockhaus ha pubblicato la traduzione tedesca a fronte del 
testo sanscrito (Griindung der Stadt Pataliputra und Geschichte der 
Upakosa Sanskrit und deutsch oon Hermann Brockhaus, Lipsia, 1835, 
in-8). 

A proposito di questo talismano vedi ancora il sesto atto della 5a- 
contala, dramma indiano di Calidasa, tradotto dal Ghézy, pag. 176 del- 
l'edizione in-8, e l'anello di Angelica presso il Bojardo, Orlando inna- 
morato, e l'Ariosto, VOrlando furioso. 

In tre novelline inedite umbre della mia raccolta, delle quali una 
dì Foligno, una di Narni e un'altra di Nocera (le due ultime spet- 
tanti al tema di Lionbrunó) occorrono nella prima una borsa conte- 
nente sempre cinquanta scudi, un ferraiuolo invisibilifico, e una trom- 
betta, il cui suono fa comparire un numero infinito di soldati; nella 
seconda un sacchetto di quattrini sempre pieno, un paio di calzoni 
laceri rapido-volanti, e un mantello invisibilifico, contesi da due ma- 



Digitized by 



Google 



NOTE COMPARATIVE 523 

scalzoni, e trafugati, colla solita astuzia, da un terzo, scelto in mala 
ora, ad arbitro; nella terza un paio di scarpe di sette leghe, una borsa 
sempre piena di danaro e un cappello invisibilifico, disputati fra tre 
assassìni, e rapiti, colla consueta frode, dal primo venuto, scelto a 
giudice della loro controversia. 

In varie novelline popolari livornesi inedite occorrono tali oggetti 
magici, pei quali vedi pure le NooeUine popolari italiane di D, Com- 
paretti, Torino, Loescher, 1875, N® 41: LionhrunOy le Sessanta no^ 
celle popolari moni alesi raccolte da G. Nerucci, N^ 57: I fichi bro- 
giotti; vedi ancora Lo Rondallayre, cucntos popular catalans di Mo- 
spons y Labròs, Barcellona, tre serie, 3* serie, i Tres princcps, come 
anche i Dos germans e i Tres germans (1* serie). 

Ber le altre varianti italiane, in cui occorre tale particolare dei 
tre oggetti magici, vedi le note copiose al terzo dei XII Conti pò- 
miglianesi di V. Imbriani, Napoli, 1877, e le note del Pitrè ai N' 25, 
26, 28 e 31 delle sue Fiabe e nocelle popolari siciliane, Palermo, 
Pedone Lauriel, 1875, come anche quelle del medesimo al N** 9: La 
fola del Nan delle Nocelline popolari bolognesi di Carolina Coronedi- 
Berti, Bologna, Fava e Garagnani, 1874 (estratte dal Propugnatore^ 
rivista bolognese). 

Per le altre varianti straniere si consultino le note del Kohler 
al N^ 10:i>tc arme Fischerknabe delle Volksmdrcken aus Venetien, 
non Widter e Wolf (Jahrb. fur Rom. u. Engl. Lit.y tomo VII, 1866), 
al N° 6: Von Joseph, der ausssog sein Glùck zti suchen delle Sicilia^ 
nische Marche n, u.s. n?. con Laura Gonsenbnch, Lipsia, Engelmann, 
1870, ai N* 11 e 23 sopra citati delle Ehsthnische Màrchen con 
Kreutsmald und Lòwe, e finalmenle al N** 10: Die drei Soldaten della 
raccolta delle Gàlischen Marchen del Campbell (nella rivista tedesca, 
Orioni und Occidenty anno 2°, fase. 1® e seg.): Si consultino pure le 
note dei Grimm ai N* 54 e 92 dei Kind u. Hausm. 

Nell'opera del celebre orientalista Jonathan Scott, intitolata: Tales, 
anecdotes and letters translated from the arabic and the persian, 
Shrewsburg, 1800, un voi. in-8, pag. 7, si contiene la novella del La^ 
voratore e del carro aereo. Questo carro aereo si assomiglia al tap- 
peto rapido-volante, che quindi il professore A.Weber, nella sua introdu- 
zione ai Conti orientali, pag. 34, avvicina al cappello del cavaliere 
Fortunato, cappello avente la virtù di trasportare, chi lo teneva in capo, 
suir istante , nel luogo desiderato; egli possedea pure una borsa, che 
non si vuotava mai ; vedi Les riches entreiiens des adccntures et coya* 
ges de Fortunatus, noucellement traduit d'espagnol en franQois, 
Parigi, 1637, in-12, cap. 31, pag. 177. 

Nel capo 105 del Violier des histoires romaines, Parigi, P. Jan- 
net, 1857 (collez. della Bibl. Elzec.) il principe Gionata ha ricevuto 
in eredità dal re suo padre tre preziosi gioielli, un anello d'oro, un 



Digitized by 



Google 



224 I NUOVI GOLIARDI 

fermaglio o monile, ed un drappo prezioso; Tanèllo ha la virtù che 
chi lo tiene in dito venga da tutti amato e ottenga sempre quello che 
egli domanda ; il fermaglio, a colui che se lo porta sUllo stomaco, fa 
ottenere luttociò che il suo cuore può desiderare ; e il drappo prezioso 
ha la virtù di trasportare, chi sopra vi si adagia, subito dov'egli vuole. 
Per questi oggetti magici vedi pure Grasse AUgemeine lUerageschl^ 
chic, tomo III, sez. 1*, pag. 191-95, dove si ricercano le origini e 
le imitazioni di siffatti talismani. 

Occleve, un poeta inglese del secolo xiv, trova in questo aneddoto 
il soggetto di un componimento in un manoscritto del Museo britan- 
nico, e che Guglielmo Brown pubblicò in parte nella sua opera She- 
pheard*8 Pipe, 1614. 

Nelle Fiabe e leggende della valle di Renderla nel Trentino, 
saggio del dottor Nepomuceno Bolognini, Rovereto, Stab. tip. di Vi- 
gilio Sottochiesa, 1881 (Estratto daW Annuario della Società degli al- 
pinisti tridentini) a pag. 21, occorre la fiaba intitolata: La regina dalla 
coda, in cui due fratelli, orfani e girovaghi per il mondo, ottengono 
in dono, da due bellissime fate, l'uno un superbo mantello che ha 
la virtù di rendere invisibile e trasportare per aria a suo piacimento 
chi lo indossa, e Taltro una grossa borsa piena di danari, che ha la 
virtù di riempiersi sempre, ogniqualvolta sia vuotata. Il detto mantello, 
rapido-volante richiama al cavallo incantato delle Mille e una notte, 
cavallo d'origine indiana* (*3); e infatti un indiano figura nella novella 
come inventore del detto cavallo; per lo stesso oggetto magico, ca- 
vallo, uccello o carro magico, vedi l'opera già citata: Sinhasanor-dma" 
drin^ati (il trono incantato) traduzione del barone Lescallìer, tomo I, 
nov.lO*, pag. i9i /\\ Bahar-Danush, tomo II, pag. 288 della trad. ingl. 
il Bytal Puchisi, translated by Rajah Kalee-Krishen Behadur, Cal- 
cutta, 1834, pag. 55; il romanzo di Clamadés et Claremonde (composto 
verso la fine del secolo xiii da Adenés), VHistoirc de deux nobles et 
Daillant cheoaliers Valentin et Ourson (vedi la Bibliothéque des Ro^ 
mans, maggio 1877, pag. 122 e seg.), e la Storia di Malek e Sckirina 
nei Mille e un giorno, novelle persiane. 

Secondo il Raynouard (Pof?««?« des Troubadoars, tomo II, pag. 317) 
questo oggetto magico si trova pure in un poema provenzale di 
Bernard de Freviez, anteriore alla fine del secolo xii. Vedi ancora 
il Touti-nameh (novelle del pappagallo) pag. 113 della traduz. ingl., 
Londra, 1801, e pag. 145 della traduz. frane, di Maria d'Heures, Pa- 
rigi, 1826. 

Nel Pantschtantra (di cui si ha la traduzione tedesca fattane dal 
compianto Theodor Benfey, Lipsia, 1859, A. Brockhaus, due voi., quella 
francese, fatta da Edouard Lancerau, Parigi, Tipografia imperiale, 1860, 
e una parziale traduzione inglese in Analytical account of the Pan-" 
cha-tanlra illustrated rvith orrafiional translations by Horace May" 



Digitized by 



Google 



NOTE COMPARATIVE 225 

mans Wilson nella Collezione: Transactions of ihe royal Asiatic 
society of Great-Britain and Irùland, voi I, Londra, 1827, in-4) 
libro primo, intitolato: Mitror-bhéda o la rottura dell* amicizia, occorre 
la novella di un giovane avventuriero innamorato d'una principessa, 
il quale s'introduce nel suo palazzo col mezzo di un uccello di legno, 
che si muove mercè la magia e si fa passare per il dio Vichnu (^*), 
novella consimile a quella del frate, che si fa credere T Arcangelo 
Gabriele, per ingannare nello stesso modo una credula e sciocca 
donna nel Decamerone. 

Un cavallo magico di bronzo occorre nel poema romanzesco 
La Spagna; il famoso Claeileno aligero dell'altro poema eroicomico 
spagnuolo Don Quijote del Ceroantes, è piuttosto una graziosa pa- 
rodia che un'imitazione della fìnzjone orientale. Vedi la relativa al- 
lusione del Cbaucer nel suo Squire's Tale (Tales of Canterbury, 
il Decamerone poetico dell' Inghilterra, il cui autore, Goffredo Cbau- 
cer, nato il 1328 e morto il 1400, è coetaneo del Boccaccio): 

The ivondrous horse of brass 

On which the Tartar King did ride. 

La finzione di un oggetto avente il potere di trasportare, chi lo 
possiede, da un luogo ad un altro, sembra essere il simbolico mito 
del vento (*5) ; ha il suo riscontro coi tre famosi passi di Vishnu, coi 
quali, il nume vedico, in un attimo percorre l'universo, ed è una re- 
miniscenza del mitico alato cavallo Pegaso de'Greei; la finzione poi 
della tovaglia che s'apparecchia da sé e della borsa sempre piena di 
danaro, è una reminiscenza del mito greco del corno della capra 
Amai tea, e del mito vedico della vacca dell'abbondanza, che si può 
mungere a piacere e che ha vari nomi: il più comune è quello di 
Kómadhenu, Kàmaduch e KamadugM (e significa quella che si 
mugne secondo il piacere); si chiama pure Surabhi; oppure tali og- 
getti magici sono una trasformazione dell'altro mito vedico dell'albero 
della cuccagna, che ricorre in molte tradizioni europee, albero del 
paradiso d'Indra, albero che stilla miele e latte,, e che appaga ogni 
desiderio che gli sia manifestato; tale albero si appella: Kalpadrn, 
Kalpadruma, Kalpacrisha, Kalpatarà (*«), ed è affine aWYggdrast/ll 
scandinavo. 

La personificazione del Vento, del Lampo e del Tuono che s'in- 
contra nella novellina monferrina, ricorre tanto nella mitologia in- 
diana quanto in quella greca, slava, germanica e scandinava (che si 
possono considerare come un vasto sistema di antropomorfismo, quindi 
frequente, nei miti, la personificazione delle forze della natura e dei 
fenomeni celesti e tellurici) ; occorre in ispecie nelle novelline popolari 
slave e ancora in quelle delle altre nazioni, e non è raro trovarla 



Digitized by 



Google 



226 I NUOVI GOLIARDI 

pure nelle novelline popolari italiane. Qui, per incidenza, ricordiamo 
Rudra, il dio del vento presso gF Indiani, e Perkun, dio della folgore 
presso gli Slavi. 

Il particolare riguardante la ricerca che fa il protagonista della 
bella delle Isole Fortunate, rendendone conto al Vento, al Lampo e 
al Tuono, nelle cui case viene ospitato, fu già soggetto d'illustrazione 
nelle note comparative alla quarta (Il re serpente) delle mie Quattro 
nooeUine popolari lioornesi, pag. 161-62. 

Nella presente novellina monferrina si è veduto negli oggetti 
rapido-volanti rappresentata allegoricamente la potenza, violenza, e 
celerità del vento, e si è pure notato siffatta personificazione del 
vento che occorre nelle novelline popolari dei vari popoli (per l'in- 
dicazione d'alcune di esse vedi le Note comparatioe alFultima delle 
mie Quattro novelline popolari livornesi, pag. 161-62, come pure le 
relative postille appiè di pagina) essere una traccia di un mito vedico. 
Il Dio del vento nella mitologia vedica è Rudra (il terribile, cioè ^ioa), 
e così pure Maruta (il gagliardo, il rapido), i Marut sono gli zefiri (*^ 
ma però il vento stesso viene adorato sotto i suoi propri nomi \ùta 
(lat. centus, got. oinds, anglo-sass. roind) e Vàyu (pers. vài, si. vicyu, 
soffio, e vieya burrasca, lit. vejas), questo Dio dovette conservare una 
profonda influenza religiosa sugli spiriti, perchè la divinazione di questo 
fenomeno naturale, col nome applicato ad esso, persistente nella mi- 
tologia dell' India, ci riporta ai primi tempi del genere umano, al pe- 
riodo feticistico, che più o meno manifesto si ravvisa in tutti i miti. 
Peraltro questo culto durò lungamente attraverso le varie età nella 
religione degl'Indiani, perchè fra i più antichi Purana, il Vàyu-purana 
è tenuto in conto del più antico, e noi sappiamo appunto che secondo 
i Nùiruktas, questo Dio del vento era facilmente sostituito ad Indra nel 
governo dell'atmosfera. Nondimeno spesso gli è associato nel Rìgveda, 
associazione ben naturale del Dio del vento col Dio della folgore nella 
tempesta. I due' Dei occupano lo stesso carro, infatti nell' inno 46® 
del IV mancala, N° 4, si legge, secondo la traduzione: < O Indra e 
VóyUy voi due occupate entrambi il carro dal seggio d'oro, che si 
muove da sé, diretto verso il cielo. » 

In una novellina àéiVAitaróya Brahmana, guadagna Vàyu alla 
corsa il diritto alla prima libazione, di cui accorda il quarto a Indro. 
Tale novella, benché fatta in età posteriore, pure non dissimile dal 
Rigveda (in cui pure occorre il fatto della priorità di Vàyu alla liba- 
zione) serve a spiegare, secondo il gusto dei teologi indiani, l'antica 
preminenza degli Dei della tempesta e della folgore, ma segnatamente 
di quello della tempesta, come ancora il carattere del Dio del vento, 
il più rapido che sia fra gli Dei, e quindi, se primo od arrivare al sa- 
crifizio, primo pure a gustare la libazione. 



Digitized by 



Google 



NOTE COMPARATIVE 227 

Un'altra forma mitica del vento ò Saparaà,la cagna messaggera 
d'Indra (cfp. il greco Ermes, per la forma Ermeias, il messaggiero del- 
l' Indra greco cioè di Zeus). Vóyu è appellato Krandad-isti < che si 
slancia con frastuono » e nell'inno 134^ mandala I, si legge: 

« 1. Che i tuoi rapidi corsieri, o VùyUj li conducano qui verso 
la libazione, per bere primo il soma! 

« 2. Vàyu attacca i suoi due cavalli rossi, Vàya attacca i 
suoi cavalli fulvi, Vàyu al tacca al suo carro i suoi due cavalli infatica- 
bili e fortissimi nel portare il loro carico. » 

Il Dio del vento è rappresentato con tutti i doni della beltà, è detto 
bello, dargaia, e dotato di forme assai leggiadre supsarastama. 

Il Dio del vento, come si è detto, vien pure appellato Vàia; per 
tale nome suo vedi i due piccoli inni, il 168° e il 186° del X mandala 
qua sotto riportati in parte: 

« 1. (Io canto) la grande gloria del carro di Vàia, Il suo fra- 
stuono s'avanza profondamente rugghiante. Toccando il cielo egli 
muove colorando in rosso gli oggetti, e viene sollevando la polvere 
dalla terra. 

« 2. Le folate d'aria si precipitano con lui, e si uniscono seco 
al pari delle donne in un'assemblea. Colle medesime, seduto sullo stesso 
carro, è tratto il Dio-re dell'universo. 

€ 3. Precipitandosi per le vie dell'atmosfera egli non riposa mai 
un sol giorno. 

« 4. Anima degli Dei, germe dell'universo, questo Dio si muove 
com'egli vuole. » 

Nel Vendidad persiano di Zoroastro il vento Vài è detto takhma 
€ rapido » e creato da Muzdù, la santa e bella figlia di Ahura Mazdà. 
E anche in questo codice religioso dei Persiani, Vài è chiamato il 
puro; il ben fatto, e altrove oltre la bellezza si riconosce nel vento il 
dono dell'ubiquità e della potenza straordinaria. 

A indicare la velocità del vento, Neriosengh, nella traduzione 
sanscrita deìVAceata usa la voce paksin, cioè uccello alato. Che l'epi- 
teto d'alato si applichi al Dio cìcl vento, ella ò cosa assai verosimile, 
e per la stessa ragione Qiva, ultima trasformazione di Rudra, Dio della 
tempesta, è designalo pure sotto questa denominazione. Ma la forma 
d'uccello attribuita al vento non debbe destare per nulla maraviglia 
sotto l'aspetto mitologico. Si sa infatti che presso gli Scandinavi, il 
genio del vento viene rappresentato sotto la forma d'un'aquìla gigan- 
tesca, E(jdir (probabilmente lo stesso che il Hraescclgr dcWnfthrudniS' 
mal (**) si. XXXVII, verso 3°, gigante sotto la forma d'un'aquila, o co- 
perto dolle spoglie dell'aquila), che agitando l'ale, commove tutto l'uni- 
verso; alle isole Shetland la tempesta prende nelle novelline popo- 
lari il corpo di un'aquila. 



Digitized by 



Google 



228 I NUOVI GOLIARDI 

Si richiami a questo proposito la somiglianza della voce Aquila 
con Aquila (") « vento del Nord. » Secondo Pindaro l'Aquilone, Borea, 
ò il re dei venti, Ptjthia ode IV, v. 321-26, actos significa ad un tempo 
aquila e vento, nei canti popolari della Grecia moderna un avoltoio, 
jerax, è quello che presiede ai venti, e il oulturnus, il vento del sud 
dei latini, proviene certamente da ^ultur, avoltoio. 

L'aspetto poi di Va yu è maestoso; il suo corpo è d'un'ammirabile 
bellezza e grazia, il suo petto ampio, il suo sguardo penetrante, tiene 
in capo un elmo d'oro, ha indosso vesti d'oro e un'aurea armatura, 
è adorno d'una collana d'oro, d'una cintura d'oro e s'avanza seduto 
sopra un carro d'oro dalle ruote d'oro. Quale inlima somiglianza fra 
il leggiadro Rudra dall'armi d'oro, e il grazioso Vàyu vedico dal rapido 
carro I Dalle cose fin qui dette si pare manifesta l'origine vedica della 
rappresentazione allegorica del vento mercè gli oggetti rapido- volanti 
delle novelline popolari e della personificazione del vento medesimo Q^). 

Resta ora ad illustrare l'ultima parte della novellina monferrina 
riguardante la favola delle donne-uccelli, che richiama al mito in- 
diano delle Apsare, che sovente appariscono nelle vediche leggende 
sotto forma di uccelli, per lo più d'anitre, come Urvaci, che viene spo- 
sata dal re Pururavas; vedi questo mito nel Catapatha^Bramana, 
II, 5, 45. 

Somiglievoli alle Apsare, danzatrici celesti, sono le Peris persiane, 
specie di fate che hanno l'aspetto di colombe; nella storia del figlio 
del mercante e delle Peris, nell'opera aurea già citata : Bahar-danush 
(traduzione inglese di Gionata Scott, voi. II, pag. 213) esse depongono 
le loro vesti di piuma, e divengono, come nella nostra novellina mon- 
ferrina, leggiadre fanciulle. Mentre si bagnano, un giovane loro 
sottrae le vesti di piuma, e non consente *a rendergliele, se non a 
condizione che la più giovane e la più bella consenta a sposarlo, ni 
che essa è costretta. In quasi tutte le novelle di questo tema la fan- 
ciulla-uccello, dopo aver sposato per forza colui che le ha sottratto 
l'abito di penne, impedendole cosi di fuggire dopo il bagno colle com- 
pagne, trova modo d'impossessarsi di nuovo con astuzia del detto abito, 
benché con gran cura nascosto, e d'involarsi al suo marito, e questi 
o non può più ricuperare la sposa, o riesce ad andarla a trovare 
con mezzi magici, come nella nostra novellina, benché in questa si 
tratti solo di trovare, per la prima volta, la bella delle Isole Fortunate 
e non già di ricuperare la sposa perduta. 

Una novellina popolare indiana del Bengala contiene solo episo- 
dicamente l'elemento principale del tema delle fanciulle-uccelli (Indian 
Antiquary, Bombay, 1875, tom. IV, pag. 57). Partito alla ricerca del- 
l'apsara Tilloltama, che suo padre ha veduto in sogno, il principe Siva- 
Dàs, secondo le indicazioni ricevute da un asceta, di notte penetra 
entro una foresta, nel cui mezzo vi ha uno stagno, e al chiarore della 



Digitized by 



Google 



NOTB COMPARATIVE 229 

luna piena egli vede scendere dal loro carro incantato, spogliarsi, 
deporre le vesti sulla sponda dello stagno e immergervisi, per ba- 
gnarsi, cinque apsare ; mentre stanno esse diguazzandosi nello stagno, 
il principe, appiattato, a un dato segno indicatogli già dall'asceta, 
avendo raffigurato Tillottama, trafuga le vesti delle apsare; queste 
allora, ciò vedendo, si obbligano, quando ad esse restituisca le vesti, 
a lasciarlo scegliere fra loro quella che vorrà per isposa. 

In un'altra novellina popolare indiana raccolta fra i Santali {Ind. 
Antiq,, lom. IV, 1875, pag. 10) un pastore, per nome Toria, pasco- 
lando lungo una riviera il greggio, vede ogni giorno calar giù dal 
cielo per le fila di un ragnatelo {sic) le fìglie del Sole, spogliarsi delle 
loro soltane (aàrhi) e immergersi nella riviera per bugnarvisi. Un 
giorno esse veggono Toria, lo invitano a entrare nel bagno con loro, 
poi esse risalgono in cielo. Toria fatta cosi conoscenza colle fìglie del 
Sole, di lì a qualche tempo s'innamora d'una di esse, e per ottenerla 
ricorre ad un'astuzia. Un giorno, mentre Toria si bagna colle fìglie 
del Sole,- loro propone una scommessa: chi di loro riesca a restare 
più a lungo sott'acqua, e mentre che le fìglie del Sole vi stanno im- 
merse, egli esce dalla riviera, prende il sdrhi della fanciulla da lui 
amata e se ne fugge, questa lo insegue fino a casa, Toria allora le 
restituisce il sdrhi, ma non osa chiederla in isposa; la fanciulla però 
avendo visto esser partite le sorelle, consente a restare con Toria e 
divenire sua sposa. 

In un dramma birmano, la cui analisi è uscita nel Journal of the 
Asiatic Society ofBcngal, tomo VIII, 1839, pag. 536, nove principesse 
della citlà del Monte d'Argento, separata dal mondo mercè una tri- 
plice barriera (la prima una siepe di spinose canne, la seconda un 
torrente di rame liquefatto, la terza un BelUj o demonio) cingono le 
loro magiche cinture, che loro danno il potere di traversar l'aria colla 
rapidità dell'uccello, e visitano una bella foresta sui confini dell' Isola 
del Sud (la terra). Mentre esse si bagnano in un lago, vengono sor- 
prese da un cacciatore che lancia sulla più giovane di esse, chiamata 
Mananhurry, un cappio corsoio magico, e la porta al giovane principe 
di Pyenlsa. Questi s'invaghisce talmente della costei mirabile bellezza 
che la sceglie a sua prima regina, benché da poco tempo abbia spo- 
sato la figlia dell'astrologo reale. 

I birmani avendo ricevuto dall'India col buddismo la maggior 
parte della loro letteratura, è facile a sospettare senz'alcuna prova di 
fatto alla prima che l'intiero disegno di questo dramma sia attinto a 
qualche racconto indiano. 

Ciò che poi il dimostra si è che troviamo in un Hbro tibetano, il 
Kandjour, la cui origine è indiana e buddistica, un racconto quasi 
identico al dramma birmano {Memories de VAcademie de Saint -Peter s- 
bourg, tomo XIX^ N** 6, 1873, pag. 26, in fondo, e seguenti) occorre in 



Digitized by 



Google 



230 I NUOVI GOLIARDI 

questo a pag. 33, tomo IV, Tepisoiio sopra riportato, che riproduciamo 
riepilogato, perchè sì possa riscontrare col precedente racconto a 
confermare T indicata identità dei due racconti. 

Un uccellatore per nome Phalaka, andando a caccia e aggirandosi 
qua e là, capita presso un ameno colle, al piò del quale cinto di fiori 
e di frutti vede sorgere Teremo di un Rishi, e a stormi svolazzarvi 
qua e là vari uccelli sulle cerulee, rosse e bianche ninfee, mentre le 
oche e varie specie d'anitre vanno diguazzando in un laghetto. Ap- 
prende poi Tuccellatore dal Rìshi, il quale trova seduto all'ombra di 
un albero, che quel laghetto pieno di ninfee cerulee, rosse e bianche, 
su cui in ogni senso svolazzano a stormi varie specie di canori au- 
gelletti, è sacro a Brama; che a quel laghetto dall'acqua argentea e 
cristallina e dai margini tutt'attorno sparsi d'olezzanti fiori il giorno 
quindici d'ogni mese viene Manoharà, la figlia di Druma, re di Kinnaru, 
con cinquecento compagne che le fanno corteo, e dopo di essei'si 
lavato ed unto il capo, si luffa con esse nel laghetto per bagnarvisi. 
Mentre le fanciulle sono nel bagno, danzano, cantano e fanno risuonare 
della loro armonica voce l'eco lontana, sicché rendono estatiche dal 
pia<5ere persino le fiere del bosco, e il Rishi assicura l'uccellatore che 
nell'ascoltare tale armonia, egli sente per sette giorni la piena della 
giocondità e del diletto nel suo cuore. L'uccellatore, appena ricevute 
queste indicazioni, attende il sospirato quindicesimo giorno del mese; 
vi porta seco un cappio corsoio ricevuto da un serpente, entra in un 
boschetto, i cui alberi son carichi di fiori e di frutti, e se ne sta ap- 
piattato presso la riva del lago. Ed ecco venire Manoharà col corteo delle 
cinquecento compagne a bagnarsi in quel lago sacro a Brama. Mentre 
ella colle compagne sta bagnandosi, l'uccellatore le gitta addosso il 
cappio corsoio, e legatala, trascina dietro a se la fanciulla; le compagne 
spaventate al veder ciò si danno alla fuga. Intanto Manoharà prega 
l'uccellatore di scioglierla, promettendogli che non fuggirà via, e, per 
dargliene l'assicurazione, gli consegna un anello che ha la virtù di 
trasportarla in cielo, appena ella il voglia, anello che, quando sia in 
mano di un'altra persona, ella resta in potere della medesima persona. 
L'uccellatore si porta seco la fanciulla, e scontrato poi H giovane 
principe Sudhana (figlio di Dhnnaka, re della parte settentrionale della 
provincia di Pantschàla) mentre va a caccia, il principe s'invaghisce 
di Manoharà, la domanda all'uccellatore e la ottiene in isposa. 

Come ben si vede l'identità dei due racconti birmano e tibetano 
è somma, si riscontra persino fra i due nomi Mananhurry e Mof 
nohard; in entrambi ricorre il cacciatore e il cappio corsoio, con 
cui vien presa la fanciulla, e in tutti e due i racconti la fanciulla n(5n 
viene sposata dal cacciatore, ma l'una dal giovane principe di Pyentsa 
e l'altra dal giovane principe di Pantschàla. 



Digitized by 



Google 



NOTB COMPARATIVE 231 

In una novellina Avara del Caucaso (Amariaclie Textc, nelle 
Meni, de VAcad. imp. de Sf-Petersb; tomo XIX, 1873, N^ 6, pag. 7) 
le Ire figlie del re del mare ogni giorno sul meriggio vanno, sotto 
forma di colombe, a bagnarsi nel mare. Il figlio minore dì un re, che 
appiattato assiste a tale spettacolo, s* impadronisce delle vesti di penne 
della più giovane, e cosi è forzata essa a rimanere sulla terra. 

Nelle isole Lieu-Khieu, tribularie della China, un inviato chinese 
raccolse al principio di questo secolo e trascrisse come un fatto sto- 
rico la novella seguente (essa si legge in N. B. Dennys, The Folk-lore 
of China. Hong-Hong, 1876, pag. 140). 

Un Castaldo, non maritato, Ming-ling-tzu, ha presso la sua casa 
una fontana d^acqua limpidissima. Un giorno che va per attingervi 
lacqua, scorge da lungi entro questa fontana brillare qualche cosa: 
è una donna che vi si bagna, e le sue vesti stanno appese lì presso 
ad un pino. Ming-ling-tzu crucciato di vedersi intorbidare Tacqua, 
trafuga, senz'esser visto, le vesti di quella che sono d'una forma e 
d'un colore straordinari. La donna uscita dal bagno prende a gridare 
incollerita: « Qual ladro ha potuto avanzarsi qui in pieno giorno? Che 
mi si rendano le ve^ti! » Avendo poi essa veduto Ming-ling-tzu, 
prende inutilmente a domandargli le vesti, che egli non le vuole resti- 
tuire, per timore che la donna se ne parta, allora questa poi consente 
a sposarlo. 

Più al sud, in Oceania, neir isola Malese delle Celebi, la tribù di 
Bantik racconta, a proposito deirorigine dei suoi antenati, una leggenda 
uguale nel fondo alla fine della nostra novellina monferrina. Eccola: 
(Zeitschrift der DeutsQhen Morgenlandischen Gesellschaftt tomo VI, 
1852, pag. 536. — Cfr. L. de Backer, L'Archipel. indien, 1874, pag. 98). 

Una creatura, per metà divina, Utahagi, discende dal cielo con 
sette delle sue compagne per bagnarsi in una fontana dell'isola. Esse 
sono vedute da un certo Kasimbaha, che sulle prime le aveva scambiato 
per colombe, ma che poi, appena entrate nel bagno, le raffigura per 
donne. Mentre esse stanno a bagnarsi^ egli trafuga una delle vesti 
leggiere, col mezzo delle quali queste creature strane acquistavano la 
virtù di volare, e con si fatto mezzo egli s'impadronisce di Utahagi, 
più delle altre aggraditagli, a cui appartiene la detta veste. Utahagi è 
cosi costretta a restar sulla terra e a sposarlo. 

Nella novella di Mazen (Supplemento vàie Mille ed una Notte) costui 
trovandosi nel palazzo abitato dalle figlie di un sultano (della razza dei 
geni buoni, convertiti alla vera fede da Salomone) nella loro assenza, 
contro il divieto ricevutone, apre una porta, e assiste al bagno delle 
silfidi, d'una delle quali egli s'invaghisce; scoperto l'amore di Mazen 
per la silfide da una delle figlie del sultano, impietosita di lui al ve- 
derlo addolorato e s^offerente, gl'insegna l'astuzia d'impadronirsi della 
silfide amala, quando si bagna, coir involarne la veste di seta, in virtù 



Digitized by 



Google 



232 I NUOVI GOLIARDI 

della quale, al pari delle sue compagne, può percorrere Tarla con una 
velocità cento volte maggiore di quella di qualunque uccello; la prin- 
cipessa poi avverte Mazen che usi la cautela di occultare la detta 
veste e di non lasciarla più indossare alla silfide, allrimenli questa 
potrebbe separarsi da lui. Mazen segue esattanH3nte i consigli della 
principessa, s'impadronisce della bella silfide, che sulle prime è confusa 
e trista, poi si calma, si rassegna alla sua sorte, e consente a seguire 
Mazen a Balsora, patria di costui, e a diventare la sua sposa. 

Nella Siberia meridionale presso le tribù tartare del bacino del 
Tobol è stata raccolta una novella identica (W. Radioff, Prohen dcr 
Volksliteratur der Tùrklschen Stdmme Sud-Sibiriens, tomo IV, Saint- 
Petersburg, 1872, pag. 321). 

L'eroe di questa novella, Zyhanza, o, secondo la trascrizione del 
signor Pavet de Courteilles (Journal asiatique, agosto 1874, pag. 259) 
Djihftn-Chah giunge, dopo varie avventure, in uno splendido castello 
e viene adottato per figlio da una buona vecchia, cui appartiene quel 
castello. Durante l'assenza di costei, egli apre una porta contro il di- 
vieto della vecchia. Egli si trova allora in una pianura, nel cui mezzo 
vede un laghetto; il giovane s'asside all'ombra di un* pioppo, tre cigni 
volando scendono sulla riva del laghetto, vi depongono le loro vesti 
di penne e divenuti leggiadre fanciulle si tuffano nell'onde cristalline 
per bagtìarvisi. Djihàn-Ghah allora che stava appiattato a godersi tale 
spettacolo esce dal suo nascondiglio, e trafuga la veste di penne ad 
una di esse, che ultima di tutte aveva mostrato più esitazione delle 
sue compagne a spogliarsi ed entrare nel bagno, dall'odore d'uomo 
argomentando la presenza di qualche persona nascosta. Le due com- 
pagne atterrite a tal vista prendono la fuga, e quella resta in potere 
di Djihùn-Chah. 

Il dotto Cosquin nelle sue note al N^ 32 : Chaite Bianche dei suoi 
Contes populaires Lorrains, note di cui mi sono valso nell' illustrare 
l'ultima parte della mia novellina popolare monferrina, qui osserva 
giustamente non essere difficile accertare l'origine di questa novella 
siberiana. Raccolta presso i Tartari Musulmani, sicuramente venne 
importata in Siberia coli' islamismo. Il nome solo del protagonista basta 
a provarlo; la maggior parte della novella tartara infatti è la ripro- 
duzione compendiata di una variante della novella araba suddetta, 
nella quale variante il protagonista scappella Djanschah, nome che 
corrisponde esattamente a quello di Djihùn-Chah della novella sibe- 
riana, e cosi l'introduzione è comune ad entrambe; anche in questa 
novella il protagonista assiste occultato al bagno delle fanciulle, figlie 
del re dei geni, che prima di entrare nell'acqua hanno deposto sulla 
riva il proprio abito di penne di colombe, sotto il cui aspetto son vo- 
late a prendere il bagno ; egli trafuga a una di esse .quest'abito magico, 
e cosi l'obbliga a divenire sua sposa. 



Digitjzed by 



Google 



NOTE COVPÀBATIVB 233 

Queslo particolare con qualche alterazione occorre pure nel Lai 
de Gruélan {Fabliaiix, traduiis par Legrand d'Austy, ediz. del 1829 
in-8^ tomo I, pag. 125). 

La ielteratura europea del Medio Evo presenta questo particolare 
più o meno conservato. Cosi, secondo il professore Liebrecht (Zeit" 
schrifi far ecrgleichende Sprachforschung, tomo XVIII, pag. 59) in 
un poema alemanno di Federico di Soeeia (3»), Vóland, il famoso 
fabbro, arriva presso una sorgente e vi trova tro colombe che, ap- 
j)ena toccano il suolo, divengono belle fanciulle. Esse si spogliano' delle 
loro vesti e si tuffano nell'acqua; Véland tenendo seco una radice, che 
lo rende invisibile, s'appressa alla riva e trafuga le vesti di quelle. 
A tal vista le fanciulle «nandano alte grida di terrore; allora Véland 
cessa di essere invisibile, promette di restituire le vesti purché una 
di loro consenta a sposarlo. Esse lasciano la scelta a Véland, che 
sceglie Angelburge. 

Una novella svedese di Cavallius e Stephens (opera citata, tra- 
duzione Thorpe) ha conservato questa tradizione eddaica. 

Nel poema scandinavo VEdda poi (vedi traduzione francese di 
madamigella de Puget, 2* ediz., 1865, pag. 275) ricorre parimente il 
detto particolare. Mentre Nidud regnava in Nericia P*), Vòlund, figlio 
di un gigante e nipote d'una donna marina (^*), viene a cacciare coi 
suoi due fratelli j)r esso un lago mentre che tre Valkirie (^*) vi filano 
lino sulla riva del lago; dietro a loro stanno le vesti di cigno, i tre 
fratelli le menano seco, passano selle inverni con loro, e poi esse ri- 
volano via e non ricompaiono più. 

Nel canto dei Nibeltinrjen invece si parla d'una scorreria di Bor- 
gognoni guidati da Hagen nel paese degli Unni, presso il Danubio. 
Mentre Hagen cerca come guadare il fiume, vi sente cader giù qual- 
cosa. Sono le ondine che vi si diguazzano, e che alla vista di quegli 
stranieri s'immergono giù, e spariscono sott'acqua, Hagen s'impa- 
drooisc» delle vesti che esse hanno lasciato sulla riva, e non consente 
a rendergliele se non dopo avere appreso da loro i segreti dell'avvenire. 

Una novellina popolare samoieda, pubblicata dal professore Antonio 
Schiefner nelle Ethnologischen VorlesungenUber die altaischenVólker, 
di Alessandro Castrén, Pietroburgo, 1857, pag. 172, si raggira sullo 
stesso particolare. Un giovane, secondo i consigli di una vecchia, si 
avvicina ad un lago che trova in. mezzo ad una foresta. In esso vede 
bagnarsi sette fanciulle, e le loro vesti sono deposte sulla riva; ad una 
delle fanciulle il giovane le rapisce e le nasconde, e non gliele resti- 
tuisce, se non quando gli ha dato promessa formale di divenire sua 
sposa. 

Nel 1^ (Le Prince ine*perè) dei Conics et legende» slaoes pubbli- 
cati da Luigi Leger nella Biblioihéque unioer$elle et revue iuisse, 

t Nuovi Goliardi, fase. 5-6. 16 



Digitized by 



Google 



234 1 NUOVI GOUARDI 

fascicolo dì dicembre 1880, pag. 510-29, un giovane principe, protago- 
nista del conto, mentre è in viaggio^ una sera giunge sul lido del 
mare, e vi trova dodici abiti di fanciulle, bianche come la neve, ma 
intanto egli non vede alcuno nell'acqua, per quanto aguzzi la vista e 
guardi lontano. Curioso di penetrare questo mistero, s* impadronisce 
d'uno di quegli abiti e si nasconde. Uno stuolo d'oche, diguazzanti 
nel mare, vola sul lido, undici di esse, appena tocco il suolo, in- 
dossati i loro abiti, divengono leggiadre fanciulle. Appena vestite, su- 
bito ritornate uccelli, se ne volano via. La duodecima, più giovane 
di tutte, non sa risolversi ad uscire dall'acqua, essa allunga il bianco 
suo collo, e da ogni parte ella riguarda il giovane principe, e con 
voce umana gli grida che gli restituisca l'abito; e promette d'esser-, 
gli riconoscente. Il principe le rende allora l'abito, appena la fanciulla 
ha ricuperalo la sua figura umana e si è rivestita, si presenta al 
principe, che resta compreso di ammirazione avanti alla splendida sua 
bellezza, e dopo averlo ringraziato della sua condiscendenza, gli dice 
che essa è la figlia minore di Koslei, l'immortale (^% e le altre un- 
dici fanciulle testò partite sono sue sorelle; il principe dopo una serie 
d'ardue prove, cui lo sottopone il signore dell'impero sotterraneo, e 
che conduce a fine felicemente col soccorso di questa fanciulla, ottiene 
poi la medesima in isposa. 

Nella novellina popolare russa di Afanasieff, Narodnija russkija 
Skaski, lib. V, N° 23: // re delle acqtie e Vassilissa la saggia (Ral- 
ston, Russian Folk-Tales, N^ 19, e Brueyre, Contes popuìaires de 
ìa Russie, Parigi, Hachette, 1874, pag. 123-41) un re giunto alla 
riva del mare vede volare dodici uccelli che si mutano in dodici 
fanciulle. Mentre queste si bagnano, il re si caccia fra i cespugli e 
trafuga la camicia della maggiore di quelle fanciulle, figlie del re del- 
l'acque (^•), poi egli si adagia senza fare alcun movimento dietro uno 
di quei cespugli. Le fanciulle, appena hanno finito di bagnarsi, ritor- 
nano sulla riva; undici di esse indossano di nuovo le loro camicie, 
si trasmutano di nuòvo in uccelli e se ne volano via dirette verso 
il proprio soggiorno; resta Vassilissa, la saggia, alle cui preghiere il 
re cedendo, le restituisce, la camicia; questa dopo avergli indicato la 
dimora del proprio padre, il re dell'acque, se ne vola via. Il re in com- 
pagnia di tre uomini straordinari: il Divoratore, il Bevitore e il Gelo 
Mortifero, si reca presso il re delle acque, e coll'aiuto di questi uomini 
venuto a capo dell'ardue prove, cui lo sottopone il re delle acque, 
riesce ad ottenere finalmente Vassilissa in isposa. 

In Wentworth Webster, Basque Legends, 2* ediz., Londra, Grif- 
fith e Farran, ecc , 1879, pag. 120 e seg. : The Lady Pigeon and her 
Comb, occorrono tre fanciulle, figlie di un Tartaro (orco), che dopo aver 
deposto l'abito loro di penne di colomba sulla riva di un lago che si 



Digitized by 



Google 



NQTB COMPABATIVB 235 

trova in una foresta, vi si immergono e vi si diguazzano; un gio- 
vane occultato, invola ad una dì loro il suddetto abito, poi glielo re- 
stituisce, e dopo le solite difficili prove, cui. è sottoposto dal costei 
padre, condotte felicemente a fine, ottiene di sposarla. 

Nelle Vendische Sagen, Màrchen, und AherglauhUche Gcbrduche 
gesammelt und nach ersàhlt von Edm. Vcekenstedt, Graz, Verlag 
von Leuschner und Lubensky K. K., Universiiats, Buchhandlung, 1880, 
pag. 119-30, XIII Sch/oanenjangfrauen, si leggono cinque novellette! 
sulle donne-cigni; nella prima si narra che un fanciullo distingue una 
volta nel mezzo di un lago, che si trova entro una foresta, tre cigni 
bianchi come la neve; appena questi hanno veduto il fanciullo, nuo- 
tando s*avviano verso Topposta riva. Il fanciullo invaghito del vago 
aspetto di quei cigni che nuotando van costeggiando Taltra riva, 
pensa al modo più conveniente con cui al possibile gli venga fatto 
di avvicinarsi ai cigni; a tal fine scende nella parte più bassa della 
riva ; già è in procinto di tentare il guado del lago, ma un poco più 
in là sulla riva scorge una barchetta con un remo. Egli subito af- 
ferra la barchetta, vi balza dentro, e remigando sul lago insegue i 
cigni, i quali, stretti Tuno accanto all'altro, a nuoto cercano continua- 
mente di allontanarsi dal fanciullo; costui si fa sempre loro più vicino, 
ma quelli non si lasciano afferrare dal medesimo. Appena il fanciullo 
è gmnto nel mezzo del lago, viene colto da un profondo sonno. Dopo 
qualche tempo risvegliatosi egli si trova coricato in un letto azzurro, 
presso il quale stanno tre leggiadre donzelle. Egli loro domanda ove 
sia. Le donzelle gli rispondono che egli era in un palazzo soltacqueo, 
e che esse medesime sono i tre cigni già veduti sul lago. Dopo aver 
dimorato qualche tempo con esse, il fanciullo, avendone espresso il 
desiderio, è riportato nel mondo superiore. 

Il principio del secondo racconto è il seguente: In una fortezza, 
nella quale dimorano molti soldab', si trova un tamburino. Costui una 
volta scende col suo tamburo in un profondo e ampio fossato della 
fortezza, pieno d'acqua e fiancheggiato da alberi. Ecco che vede tre 
graziosissimi cigni air improvviso calare giù nel detto fosso; prima 
essi guardano bene attorno, se per caso qualche persona sia lì vicina; 
il tamburino si appiatta dietro un cespuglio, e i cigni, appena sì sono 
assicurati che nessuno sia colà, dopo aver svolazzato bizzarramente 
in giro qua e là, depongono sul margine del fosso la loro veste di 
penne di cigno, e in un istante divengono tre donzelle di maravigliosa 
bellezza. A tal vista il tamburino, appiattato dietro il cespugho, resta 
pietrificato dalla maraviglia, non avendo giammai veduto donzelle così 
leggiadre. Mentre le donzelle si bagnano, furtivamente egli sottrae ad 
una dì loro la veste di penne di cigno, se la nasconde sotto il proprio 
abito, e sta a vedere ciò che sia per succedere. Immantinente le don- 
zelle escono dal bagno e indossano due di esèe la loro veste di cigno, 



Digitized by 



Google 



236 l NUOVI GOLIARDI 

la terza però più non la trova. Allora il tamburino esce fuori dal suo 
nascondiglio, e tosto i due cigni per Taria volano via. Allora quella 
donzella rimasta scongiura il tamburino a volerle restituire la veste 
di cigno, ma esso nega con giuramento di averla. Intanto costui dà 
alla donzella un ampio drappo, con cui si possa coprire, e poi se la 
conduce alla città; ivi tutti e due vivono lunga pezza insieme. 

Per brevità ometto di riportare riepilogati gli altri tre racconti 
in cui occorrono pure delle fanciulle-cigni. 

Nei Talcs and traditions of the Eskimo by Henry Rink, Edim- 
burgo e Londra, Blackwood e figli, 1875, occorre il N** 12: L'uomo 
che sposa un gabbiano. Il protagonista del conto anche in questa no- 
vella vede alcune donzelle bagnarsi in un lago, ed egli astutamente 
trafuga le vesti alla più bella. Le donzelle escono dal bagno, indos- 
sano di nuovo le loro vesti, trasmutandosi in gabbiani, e se ne volano via. 
La donzella, cui fu sottratta la veste, rimane sola sulla riva del lago ; 
il giovane le si appressa e consente a restituirle la veste, se essa 
si dispone a sposarlo. La donzella accetta il partito, vive con lui 
vari anni, e lo rende padre di due bambini. 

Giorgio Cox nella sua opera citata, voi. II, pag. 136, nel racconto 
tratto dal Vishnu Purana (^^), intorno alle azioni del Dio Rrishna 
(una delle forme di Vishnu), ci presenta tre fanciulle bianche come 
latte, le Gopie (^% imploranti la Dea Bhavàni C^) che loro conceda 
la grazia di divenire le spose di Krishna. Mentre poi si bagnano in 
un ruscello, Krishna sottrae loro le vesti e ricusa di rendergliele, se 
non a condizione che ciascuna di esse occultamente venga a doman- 
dargliele; in altri termini egli le sposa tutte e tre. 

Questo episodio è riprodotto pure nel Kathasdritsàgara di So- 
madeva Bhatta (vedi traduzione Wilson); Baring Gould nella sua opera 
Curious Mytìis of the Middle Ages, al capitolo Sman^Maidens, se- 
conda serie, pag. 296, cita varie altre opere indiane in cui si contiene 
tale episodio. 

Una variante irlandese di questo episodio occorre in Groflon, 
Croker e KeighUey: Fairy Legends und traditions of the South of Ire- 
land; tale variante porta il titolo La Dama di Gollerus, La variante 
che segue appartiene alle isole Shetland, e si legge in Patrik Ken- 
nedy, Legendary Fictions of the Irisk CeVs, Londra, 1866, pag. 122: 
un pescatore scontra un giorno due belle fanciulle che danzano sulla 
riva del mare; non molto lungi egli trova stese al suolo due pelli di 
foche; il pescatore ne prende una per esaminarla, le due fanciulle 
però, appena l'hanno veduto, corrono colà, ove erano le pelli. L'una 
afferra la pelle rimasta, l'indossa in un attimo e si dilegua nel mare; 
l'altra supplica il pescatore di renderle la propria pelle, ma il pescatore 
ricusa e l'obbliga in tal modo a diventare sua moglie. Qualche anno 
dopo, allorché essa ha già due figli, la donna ritrova la sua pelle di 
foca, e se ne fugge con una sua compagna. 



Digitized by 



Google 



NOTB COMPARATIVB 237 

In una novellina popolare lorenese del Cosquin (op. clt.) N* 32: 
Chatte bianche, il protogonista del conto giunge nella Foresta Nera, e 
presso la cosa del diavolo, secondo T informazione ricevuta da una 
vecchia fata, vede una fontana, in cui si bagnano tre penne: la penna 
verde» la penna gialla e la penna nera; egli riesce ad agguantare la 
penna verde, a sottrarle la veste e a darle un bacio, malgrado la sua 
resistenza; apprende da lei che essa è una delle figlie del diavolo, e 
le altre due fanciulle sono sue sorelle; il giovane segue la fanciulla 
nella casa del diavolo, e col soccorso magico di lei, venuto a capo di 
tutte le difficili prove impost^gli, riesce ad ottenerla in isposa; però 
entrambi fuggono dalla casa del diavolo. 

In Giuseppe Pitrè, Fiabe, nooclle e racconti popolari di Sicilia, 
Palermo, Pedone Lauriel, 1875, voi. I, N° 50: Dammi la eela, il pro- 
tagonista del conto, cammin facendo, capita presso ad una fontana, 
e siccome da una vecchia fata ha egli appreso che in quella fontana 
ogni mattina vengono dodici colombe a bere, e cacciatesi nell'acqua , 
diventano dodici fanciulle, belle come il sole, col velo sulla faccia, e 
si mettono a giuocare fra loro, così il giovane si nasconde e allorché 
vede le belle fanciulle col velo, colto il momento propizio, trafuga il 
velo ad una di esse, e l'obbliga in tal modo a divenire sua sposa. 

In un'altra variante siciliana, voi. II (op. cil.), N* 61: Burdilluni, 
il re, marito della sorella di Burdilluni, per liberare dalla fatazione 
sua moglie, secondo i suggerimenti di costei, si reca al fiume Gior- 
dano, vi trova quattro fate che vi si lavano, una ha un nastro verde, 
alla treccia dei capelli, un'altra lo ha rosso, la terza Tha celeste, la 
quarta bianco; egli afferra il fagotto dei loro panni, le fate glieli richie- 
dono, il giovane ricusa di renderglieli ; appena poi esse gli hanno get- 
tato i propri nastri^ e Tullima tagliatasi una treccia dei suoi capelli 
gliel'ha gettata, rende il re gli abiti a quelle fate, e sua moglie resla 
subito liberata dalla fatazione. 

In una novellina popolare milanese in Vittorio Imbriani: Nocel^ 
lata milanese, esempi e pannane lombarde, raccolte nel Milanese, 
esemplari XL, Bologna, 1872, N^ 27: El re del Sol, un giovane si pone 
in viaggio per andare in traccia del re del Sole; dopo un buon tratto 
dì cammino giunge in un boschetto, in mezzo al quale trova un la- 
ghetto, entro il quale, nel pomeriggio, le figlie del re del Sole vanno 
a nuotare, secondochè gli ha detto un vecchio, il giovane a tal fine si 
nascondo, vede venire le tre figlie del re del Sole, spogliarsi e immer- 
gersi nel laghetto a prendervi il bagno. Il giovane sottrae ad esse le 
vesti, e non le restituisce loro se non quando ha potuto obbligare la 
più bella delle fanciulle a prenderlo in isposo. 

In una novellina popolare livornese inedita, e intitolata : L'uccello 
che porta via il diadema della principessa, una signora solita a re* 
carsi a veglia alla Corte, una sera, nel ritornare a casa, viene colla 



Digitized by 



Google 



238 1 NUOVI GOLIARDI 

da un furioso tèraporalp, è costretta a ricoverarsi entro un bellissimo 
palazzo trovato per via, e passarvi la nottata. La mattina, affacciatasi alla 
finestra, vede essa nel sottostante giardino tre vasche, una di semola, 
una di latte e un'altra di acqua, e poi scorge venire tre uccelli in quel 
giardino, tuffarsi nelle tre vasche e diventare tre bellissimi giovanetti. 

In un'altra novellina livornese, pure inedita, intitolata: I Venti, 
un re e il suo segretario, viaggiando in traccia delle tre sorelle che, 
secondo l'ordine lasciato da suo padre prima di morire, ha dovuto 
a malincuore sposare ai tre Venti: Tramontana, Libeccio e Scirocco, 
capitano alla loro casa, entrano in un giardino, nel cui mezzo si trova 
una grande vasca di acqua, vengono i Ire Venti con spaventevole fra- 
stuono e andatisi a tufiFare nella detta vasca di acqua, vi perdono il 
mostruoso loro aspetto e diventano tre bellissimi giovani. 

In una novellina popolare greca (Hahn Grieschische und Alba- 
nesische Màrchen, Lipsia, Wilhelm Engelmann, 1874, tom. I, pa- 
gina 131-40, N° 15: Von dem Prinsen und der Schwanenjungfrau), 
un giovane capita a un castello incantato, vi trova un vecchio, dal 
quale viene benevolmente accolto, costui gli consegna quaranta chiavi 
che aprono quaranta porte, le cui prime trentanove mettono in 
altrettante camere piene di tesori, la quarantesima mette invece ad 
un lago, nel quale vengono a bagnarsi tre silfidi di aspetto assai leg- 
giadro, specialmente la minore, e mentre esse si bagnano, lasciano 
sulla riva la loro veste, in cui consiste tutta la propria potenza ma- 
gica; il giovane, nascostosi, sottrae a quest'ultima la veste magica, e 
COSI l'obbliga a diventare sua sposa. Nel tomo II, pag. 207-209, nelle 
note a questa novelHna popolare greca, sono riportate quattro varianti 
della medesima, conlenenti l'episodio del bagno delle tre silfidi. 

Nella slessa raccolta, vedi tomo I, pag. 295-300, N** 54: DerJtìngling, 
der Teufel, und seine Toc/iter, un giovane promesso al diavolo da suo 
padre avanti che nascesse, si mette in viaggio per andarlo a cercare. 
Da uno stagno puzzolente, della cui acqua egli per compiacenza 
ha vantato la purezza e la limpidezza, avendo ricevuto le opportune 
informazioni, si nasconde presso un lago, nel quale vengono a bagnarsi 
tre nereidi; mentre stanno esse nel bagno, sottrae loro le vesti di penne 
lasciate sulla riva, e non le rende alla più giovane, se non quando 
gli ha giurato di non dimenticarlo giammai, nemmeno in caso di 
morte. 

In Arthur und Ernst Scliott Valachische Màrchen, Stoccarda, 
1845, N® 19, un fancmllo abbandonato in un bosco dal proprio padre 
per consiglio della sua crudele matrigna, allevalo da un gigante, e 
ammaestrato da costui; poi sorprende in un lago, che trova in mezzo 
al bosco, tre fanciulle del bosco (specie di driadi), mentre si bagnano, 
avendo prima lasciato i loro diademi sulla riva; occultatosi il giovane 
trafuga alla minore il proprio diadema, e cosi l'obbliga a divenire sua 
sposa. 



Digitized by 



Google 



ROTff COMPARATIVE '239 

Nella novellina popolare sérviana N° 49: Der Prins and die drel 
Schwane (***) {Aus dem Sudlaoisclien Mdrchenschaù, nella rivista Bi 
filologia e novellistica coniparata: Archio fùr siaoische PhUologic III) 
il figlio di un principe smarritosi a caccia viene ospitalmente ricavuto 
'da uti vecchio nella sua capanna, e si trattiene con lui a servirlo fe- 
delmente; un giorno trovandosi egli prèsso un lago vede tre cigni, 
che, spogliatisi della loro magica veste di penne, diventano tre bellis- 
sime fanciulle e si bagnano in detto lago, e poi, indossate nuovamente 
le loro vesti, volano via di nuovo; il giorno appresso alFora medesima 
il giovane principe si nasconde presso il lago, e mentre deposte le 
loro vesti di penne le fanciulle-cigni si bagnano, egli loro le invola 
e le porta al vecchio. Ecco che di Uà poco le tre belle fanciulle si 
presentano al vecchio e lo pregano di restituir loro le vesti di penne. 
Il vecchio le rende a due di loro, ma ricusa di restituire la propria 
veste alla più giovane, e così l'obbliga a sposare il principe. Tali fan- 
ciulle-cigni sono le Vile, di cui si è parlato sopra. 

In una novellina popolare croata-slovenica {Narodne pripoeiedke 
tkupio u i oko Varcusdina Màtija Valjaoec krac^manoo, Warasdin, 1858, 
pag. 104-5) un soldato^ che parte in congedo e ritorna freltoloéo a 
casa, cammin facendo, entro un bosco, trova una penna assai brillante. 
Incontanente a lui si presenta una leggiadra fanciulla, che gli mostra 
desiderio di ricevere tale penna; il soldato gliela dà, ma a condizione 
che voglia essa divenire sua sposa. Di 11 a non molto la fanciulla, 
avendo ritrovato la penna brillante, a lei già appartenente, che non 
avea voluto darle il soldato, e che anzi teneva occultata, con essa in 
un attimo s'invola al suo sposo. 

Per altre varianti slave consimili vedi la slessa raccolta del pro- 
fessore Valjavec N® 6, pag. 2&-31, e la raccolta del Mikulicic', pag. 47-57, 
come pure la novella croata: Der Glasberg (Neven, 1856, N° 4, pag. 105). 

In una novelli pa popolare del Monferrato (D. Gomparetti, Noi^el- 
line popolari italiane, Torino, Loescher, 1875, N" ^: L* isola della 
felicità) un ragazzo, figlio di una povera vedova, va a cercar fortuna; 
cammin facendo capita in un bosco e trova la casetta di un vecchio, 
che essendo notte cortesemente lo alloggia. Ammaestrato dal vecchio, 
in sulla mezzanotte il ragazzo si appiatta dietro un albero vicino ad 
un ruscello, e vi vede venire tre bellissime fanciulle (che sono tre 
fate), queste si spogliano ignude e poi entrano nel ruscello per bagnarsi. 
Mentre le fanciulle stanno nel ruscello, il ragazzo rapisce la veste a 
quella delle tre fanciulle che si trova in mezzo. Terminato il bagno, 
le altre due si vestono e se ne vanno, ma Taltra deve correre dietro 
al giovanotto per farsi dare la veste; il ragazzo gliela restituisce, ma 
prima però cava dulia tasca della veste il libro del comando, che gli 
•fa ottenere tutto quanto vuole, e avendo avuto vogHa di sposar la 
Fortuna, conviene che questa lo sposi. 



Digitized by 



Google 



240 I NUOYI acOLURM 

In una novellina popolare del Tirolo Italiano dello Schheller, 
Mdrchen und Sagen aus WaUehiirol, Innsbruck, Wagner, 1867, N* 27: 
Die drei Tauben (Le tre colombe) un giovane dopo di aver per- 
duto tutto quanto possiede al giuoco nel paese dei Pagani con un al- 
bergatore che è un mago, giuoca alfine Tanirna propria; Taibergatore 
guadagna ancora, e gli lascia un anno di tempo, in capo al quale il 
giovane debbo ritornare da lui. Egli però vuole andarvi ppima del 
tempo fissato per cercar di riscattarsi Tanirna. Sant'Antonio da Padova, 
da lui invocato davanti la sua statua, gli appare sotto la figura di un 
mouaco, e gli dice di recarsi vicino ad un certo ponte. Vedrà quivi 
a volo venire tre candide colombe, che deporranno il loro abito di 
penne, e si trasmuteranno in leggiadre fanciulle. Il giovane deve im- 
padronirsi dell'abito della più giovane, occultarlo, poi, allorché essa 
lo domandi, mostrarglielo. Il giovane segue il consiglio del monaco, 
e quando la fanciulla cerca il proprio abito di penne, costui le dice che 
glielo mostrerà, purché essa le prometta di intervenire in suo soc- 
corso. Allora la fanciulla gli dice che l'incantatore è suo padre, questi 
gli imporrà tre difficili prove, delle quaK, coll'aiuto di lei, il giovane 
verrà a capo, e va dicendo. 

In una novellina popolare tedesca del Próhle, Kinder und Volks- 
mdrchen, N° 8, un principe dissipa al giuoco tutto il suo avere in 
un albergo con uno straniero, nel cui potere, in un dato giorno e 
luogo, egli dovrà darsi. Intanto egli incontra una vecchia, la quale 
gli dice che troverà un lago, ove si bagnano tre fanciulle, due nere 
ed una bianca (che ricordano le tre penne, una verde, una gialla ed 
una nera della novellina popolare lorenese). Gli converrà trafugare gli 
abiti della bianca, cosi egli fa, e dopo il giovane principe cerca d'ot- 
tenere dal padre della fanciulla la costei mano. 

In una covellina popolare catalana, Maspons y Labròs, Lo Ron-- 
dallayre, ou quentos populars catalans, Barcellona, 1872, 1* serie, 
pag. 41: Lo Caséell del Sol, il protagonista, un conte giocatore osti- 
nato, perde in una notte la sua fortuna e la vita, e da colui, che gli 
ha guadagnato tutto, riceve l'ordine di andare al castello del Sole, 
donde nessuno mai è ritornalo; il conte vi si reca, strada facendo, egli 
trova un lago, sulla cui riva tre fanciulle hanno lasciato le proprie 
vesti, egli le vede bagnarsi, e secondo il consiglio avuto da una gi- 
ganlessa, in cui poco prima si è imbattuto, invola l'abito alla più 
giovane e non glielo restituisca, se non quando essa le ha indicato, 
ove sia il castello del Sole che il giovane cerca. 

La tradizione delle fanciulle-cigni è stata assai popolare in Ger- 
mania, specialmente nel Medio Evo, e ha lasciato traccia di sé in 
molli racconti, come realmente finora si è veduto. 

L'ultimo racconto del Libro dei sette saoi di Roma (**) o Dolo" 
pathos, é l'origine favolosa che i romanzieri danno all' illustre Goffredo 



Digitized by 



Google 



NOTB COMPARATIVE 241 

di Bugtione. Una impresa tanto importante, come quella della prima 
crooiata non poteva non attirare l'attenzione dei troveri, e come in- 
troduzione al racconto da farsi sulla guerra santa, essi spacciarono 
una favola, la cui origine è difficile a conoscersi, ma che pare però 
attinta a fonti orientali. In questo racconto un cavaliere andato a caccia 
perde la via, e dopo aver casualmente errato qua e là per raggiun- 
gere i suol compagni, arriva sul margine di una limpida fontana, in 
cui vede bagnarsi tutta sola una giovane e bella fata. 11 cacciatore 
se ne invaghisce, e dimentico di tutto, s'impadronisce d'una catena 
d*oro, nella quale consiste tutto il potere magico di lei; la trae fuori 
dall'acqua, la copre colle sue vesti, e un po' per amore, un po' per 
forza riesce ad ottenerla in isposa. Questa partorisce poi sei figli e 
una figlia, aventi tutti al collo una catena d'oro. La madre del cava- 
liere, che li odia, ordina ad un servitore di levare dal collo ai detli 
bambini la catena d'oro; un giorno che i bambini stanno trastullandosi 
presso una limpida fontana, attratti dal nativo istinto, vi si gettano 
dentro, e dopo essersi levati dal collo la propria catena d'oro, pren- 
dono la forma di vaghi bianchi cigni. Il servo s'avvicina alia loro 
sorella, che tiene in custodia le catene dei fratelli, gliele strappa a 
viva forza, e tenta pure, ma invano, di levar dal collo quella di lei. 
I giovanetti, avendo perduto le loro catene d'oro, non possono per il 
momento riprendere la loro forma umana, e la ricuperano dopo qualche 
tempo, allorché la loro sorella può riavere le dette catene e riconse- 
gnarle ai suoi fratelli; di costoro però uno solo resta cigno, essendo 
stato guasto un anello della sua catena d'oro; questo cigno bianco 
poi accompagna sempre uno dei suoi fratelli, divenuto un grande ed 
illustre cavaliere, cioè quegli che viene insignito del ducato di Bu- 
glione e che poi si impadronisce di Gerusalemme. 

Questa poetica leggenda che pare attinta, come giù si è detto, a fonti 
orientali, fu nel secolo xii e xiii assai popolare in Europa. Non solo i 
troveri francesi ne fecero il soggetto de' loro canti, ma in Alemagna 
ed in Fiandra ancora si riprodusse sotto diverse forme, e i fralelli 
Grimm nelle loro Deutsche Sagen (**) ci presenlano più di otto dif- 
ferenti versioni di siffatta leggenda. 

Il famoso poema tedesco del Lohengrin, argomento alla notissima 
opera musicale del Wagner, poema di cui esistono differenti redazioni, 
è composto su tale favola, e cosi pure il vecchio poema francese del 
Cheoalier au Cfgne (*3), introduzione alle avventure romanzesche di 
Goffredo di Buglione. Il titolo di questo romanzo richiama alla trasfor- 
mazione in cigni dei figli della regina Beatrice, moglie d'Orianle. Il 
solo figlio che non subisce tale trasformazione, il cavaliere Elyas, va 
in traccia de' suoi fratelli e delle sorelle, guidato da un cigno che 
rimorchia il suo battello. 



Digitized by 



Google 



S4à 1 Ntrovi aóLURDi: 

L' Hippeau afferma che Guglielmo di Tiro, fin dal 'secolo xii men- 
ziona tale graziosa leggenda, che fece propria Corrado di Wurzburgo, 
Fautore dello Schroan Ritter (il cavaliere del cigno) poi Fautore ano- 
nimo del Lohengrin, e prima di essi Wolfrara d'Eschenbach nel suo 
Parcival. 

Qui ricorre alla mente il mito germanico di Berta (la moglie di Pi- 
pino, re dei Franchi) dal pie d*oca (pedauca) simile alla dea scandinava 
Freya, l'Afrodite nordica dai pie di Cigno. 

In commemorazione poi del cigno delle leggende alemanne Fede- 
rico II di Brandeburgo creò TOrdine del cigno nel 1440. 

Per tale tema delle fanciulle -cigni, vedi ancora una novellina po- 
polare lapponica (la terza delle novelline lapponiche tradotte in tedesco 
da Felice Liebrecht e pubblicate nella rivista di Pfeiffer, Germania, 
tomo XV) una finnica (Beauvois, Contes populaires de la Finlande, de 
la Norvége et de la Bour gogne, Parigi, 1862, pag. 181) due novel- 
line polacche (una del Tòppen, Aberglauben axis Masuren, 2* edizione) 
Danzica, 1867, pag. 140, e un'altra del Glinskì, Bajars Polski, IV, 80, 
due novelline boeme del Waldau, Bòhmisches Màrchenbuch, Pra- 
ga, 1860, pag. 248 e 555, varie tedesche due del Simrock (una conte- 
nuta nella sua Deutsche Mythologie, pag. 409, in cui si parla della 
trasformazione di Berta in anatra, e un'altra contenuta nelle sue 
Deutsche Mdrcìien, Stoccarda, 1864, N^ 65, Der glàserne Berg; due 
dei Grimm {Kinder und Hausmàrchen, N® 49: Die sechs Schmànc, 
e N** 193: Der Trommlcr), 

Altre varianti di questa graziosa leggenda occorrono nelle Kin- 
dermcìrchen aus mUndlichen Erzahlungen gesammelt, Erfurt, 1787, 
pag. 58-93: Weisjst&ubchen, nelle Feenmàrchen, Braunschweig, 1801, 
pag. 206: Dos Schloss im Walde, e pag. 349: Die sieben Schwàne, 
in Adalberto Kuhn, Màrkische Sagen, und Mdrchen u, s, tv., Ber- 
lino, 1843, N? 10, in Kuhn e Schwartz Norddeutsche Sagen und Mar- 
chén u. s. w., Lipsia, 1848, N** 11, in Sommer Sagen, Mdrchen und 
Gebràuche aus Sachsen und Thuringen, tomo I, Halle, 1846, pag. 142, 
in Meier Deutsche Volksmàrchen aus Sachsen, Stoccarda, 1852, N** 7, 
in Asbjórnsen Norske Folk Eocnfyr ny Sammling, pag 209. Vedi an- 
cora AUdeutsche Blaiter 1, 128, e Leos. Beomulf, pag 25, come anche 
il canto popolare russo di Vladimiro della Tacóla Rotonda, pag. 115, 
Kreutzwald e Lowe Ehstnische Mdrchen N® 14 : Der dankbare Kónigs- 
sohn, e N** 16: Die Meermaid, Gonzenbach Sicilianische Mdrchen, Lip- 
sia, W. Engelmann, 1870, N** 6: Von Joseph, der auszog sein Gluckstu 
suclwn, in Campbell West Higlands Popular Tales, Edimburgo, 1860-62, 
quattro volumi, vedi il primo, pag. 52-58, N^ 2: The Battle ofthe Birds, 
e le varianti, specialmente quella intitolata: A aòttr/i Mary ; in Zingerle 
Kinder und Hausmdrchen aus Tirol, Innsbruck, 1852, N^ 37; in Ver- 
naleken. Ceste r re ichische Kinder und Hausmdrchen, Vienna, 1864, 



Digitized by 



Google 



NOTE COMPABATIYE 243 

N' 48 e 50, ih Hoffmeisler, Hesèische Volksdichtangen, pag. 58, in 
Noelleneka Analekta, tomo I, fase. 1®, N* 11, e in A. E. Wollheim 
Cavaliere da Fonseco, La letteratura nazionale di tutti i popoli d^l- 
variente, tomo II. pag. 853. 

Per varie altre versioni straniere di questa leggenda delle donne- 
uccelli, vedi le note del Kohler ai N* 14 e 16 delle Noeclline popolari 
estoniche cittite, al N** 6 delle Nocelline popolari siciliane della Gon- 
zembach, al N® 10: / tre soldati^ delle Novelline popolari scoscesi del 
Campbell, nella rivista: Orient und Occident, 1862, annata II* della 
raccolta, fase. 1°; vedi pure la dottissima dissertazione su: Die Sage 
con Schroanritter del prof. Guglielmo Mùller nella rivista: Ger- 
mania, tomo I, pag. 418 e seg., e finalmente le considerazioni di 
Giorgio Cox nella sua Mythology of the Arian Nations, voi. II, 
pag. 136. 

Per Taltro particolare della mia novellina monferrina, cioè l'arsione 
dell'abito di penne della fanciulla-cigno, arsione che libera la mede- 
sima dalla fatazione, si vegga ciò che fu da me discorso in proposito 
nelle Note comparative airultima (Il re serpente) delle Quattro no- 
velline popolari livornesi, ecc. Spoleto, Bassoni, 1880, pag. 159-60 nel 
testo deirillustrazione, come pure in una postilla appio della pag. 159. 



POSTILLE 



(*) Si legge pure questa novella nel Quaterly orientai Magatine 
rfc Calcutta, voi. I del 1S24. Per le indicazioni intorno alPautore del 
Kathasàritsùgara^ vedi le note comparative alla prima delle mie 
Quattro novelline popolari livornesi, pag. 146 in una postilla, Spoleto, 
Bassoni, 1880, in-4^. 

(*) Bahar-Danushy or Garden of Knowlcdae, translated from 
the persie, by Jonathan Scott, Shrewsburg, 1799. 

O Fu scritta quest'opera nel 1650 dell'Era Volgare, sotto il regno 
di Schahgehan,- imperatore di Dehii, come ne avverte nella prefazione 
Mohamea Saleh, allievo e amico dell'autore mussulmano. Pare che 
(quest'opera sia attinta in parte a sorgenti indiane, tanto più che 
1 autore stesso, nella detta prefazione, dichiara formalmente che i conti 
della sua opera gli furono comunicati da un giovane bramano. 



Digitized by 



Google 



244 . 1 NUOVI GOUABDT 

^ (*) Questa novella è ostratta, al dire del JuUien, dal libro XL V 
dell'eDciclopedia chinese intitolata: Fa-youen-tchoU'-lin. 

(*) I PcQaicìias, una sorta di demoni, di rakshas, che gi* indiani 
credevano realmente esistessero sulla terra, erano vampiri che si 
cibavano di carne umana; slavo hicSy demonio; pies, cane; serbo oecA- 
titsa, vampiro. 

(*) La novella di Mazen occorre nei Contes ineditcs des Mille ci 
une nuits, traduits par M, Trebutien sotto il titolo di HUtoire de 
Hassan de Basra, tomo II, pag. ÌS2. 

(') Due altri tamburini della stessa fatta occorrono pure avanti 
nella stessa novella, e sono posseduti, funo dalle figlie di un sultano 
della razza dei geni buoni, convertiti alla vera fede' da Salomone, 
l'altro dal loro padre; battendo il primo compariscono ali* istante ca- 
valli e cammelli del tutto bardati; battendo il secondo con due bac- 
chette, compariscono subito cammelli carichi di viveri e d'acqua. Questo 
tamburo magico avrebbe affinità col gobdas (runebom) o tamburo 
magico della mitologia lapponica. Il Friis, professore airUniversità di 
Cristiania nella sua erudita opera: Lappisk Mythology, Eoentyr oh 
Folkesagn, Cristiania, 1871, pag. 392, osserva che il famoso Sampo 
o 5am6o deirepopea finnica: Kaleoala, oggetto di lotta accanita fra 
i Lapponi ed i Finni, altro non sia che un gobdas, ed il Friis richiama 
la voce turanica del tamburo al greco sambuke (per errore egli 
òìcQ sambiikos). Questo ravvicinamento è naturalissimo, e ci spiega 
assai bene come i Finlandesi, i quali da un gran pezzo hanno per- 
duto la memoria dei tamburi magici, che ovunque contraddistinguono 
lo sciamanismo turanico, abbiano conservato nei loro canti popolari 
il nome di Sampo, senza comprenderne il significato. W. I. A. Frei- 
herrn nella sua opera: Ueber die episc/w Dichtungen derfinniscfwn 
Vólker, besonders die Kalewala, einVortrag, ecc.,Erfurt, Villaret, 1873, 
in-8*', pag. 163, nell'enigmatico sampo ravvisa poco felicemente un 
simbolo delPagricoltura; e cosi lo Schiefner nel mulino meraviglioso 
che macina da sé il grano, l'argento e il sale raffigura uno di quei 
talismani frequenti nei conti delle fate. 

(^ Le novelle di Ssiddhi-Kur, già prima dell' Jùlg, tradotte e pub- 
blicate da Beniamino Bergmann nelle sue Nomadischcn Streifereien 
unter don Kalmuken, Vili, Riga, 1804, si leggono pure nella Qaa- 
icrley Remew, 1819, pag. 41 e 106. Ssiddhi-Kùr significa morte dolce 
di Ssiddhi, cioè prodotta per virtù magica. Curioso è l'argomento 
che serve di cornice alle novelle, eccolo per norma dei lettori: Un 
Vetala o Ssiddhi-Kùr, morto, dotato di un patere magico, portalo 
sul dorso di un principe, che è venuto a cercarlo nel cimitero, per 
portarlo a Nà^ardjuna, dottore buddista, racconta delle novelle per 
scemare la noia del cammino, fugge via ogni volta che il principe, a 
cui è comandato il silenzio, pronunzia una parola; è poi ripreso, ri- 
comincia le sue narrazioni, lugge di nuovo, sinché alfine la penitenza 
imposta al principe sia compiuta, trattandosi d'una specie di espia- 
zione che questo principe debbe sujbii'e, e sinché Ssidcflìì-Kùr isia por- 
tato a Nàgardjuna. 

(•) Parafrasi dell'opera sanscrita: Qukasaptati, cioè le Settanta 
novelle del pappagallo. 

(*®) Una specie di pesce d'acqua dolce, più largo e più piatto del 
carpione. 



Digitized by 



Google 



POSTILLE 243 

<**) Le trasformazioni di un Dio incarnato sotto la forma di pesce 
s* incontrano spesso nei miti cosmogonici deli* India. Eccone un esempio: 

Manu Valt^avata fu un re ed un sagg;io eminente Immobile sulla 

riva della Virini, coi capelli intrecciati ed umidi, ascella ad un tratto 
un pesce da^U occhi di loto rivolgergli queste parole: « O saggio, io 
sono piccohno, e pavento i grossi pesci, salvami tu che sei giusto! 
Perocché i forti divorano i deboli, tale è il comune destino; salvami 
dun(^ue da questo supremo pericolo che mi sovrasta! Io saprò ricam- 
biarti del tuo benefìzio! » Manu cavando fuori il pesce dalla riviera, 
lo porta verso T Oceano e dentro ve lo getta; appena è il pesce in 
mare, mdirizza al saggio le seguenti affettuose parole : « La tua opera 
di protezione è compiuta, o oene avventurato saggio! Senti ora ciò 
che ti resta a fare in tempo utile. Quanto prima la terra intiera sarà 
sommersa. La grande purificazione delle creature si avvicina. Sappi 
adunque ciò che si conviene alla tua salute.... Costruisciti una solida 
nave provveduta di tutti i necessari attrezzi; montavi sopra, o grande 
solitario, con sette Richis, e collocavi con cura e con ordme ogni cosa 
ti possa abbisognare. Appena salito sulla nave pensa a me, o penitente, 
e tu mi vedrai apparire. » 

Bentosto né i punti cardinali, né le regioni di mezzo non furoTìo 
più visibili, cl)é tutto divenne acqua, aria o cielo. E sul mondo cosi 
trasformalo non si vedevano vogare che i sette Richis con Manu e 
col pesce, che per il corso di lunghi anni trascinò senza posa la nave 
sul mare, sinché alfine approdò alla cima più elevata aeirHimavan 
(Hinnalaja). Allora con una voce benevola il pesce disse ai saggi: 
€ Io sono Bralima, il signore degli esseri. Non esiste alcuno superiore 
a me; sotto questa forma di pesce io vi ho salvati dal pericolo della 
morte. Ora spetta a Manu a creare tutti gli esseri, gli Dei, i Titani, 
gli uomini e il mondo intiero mobile e immobile. » Pronunciale sif- 
fiitte parole il pesce disparve. (Bhagaoata Purana, lib. Ili, cap. 24, 
traduzione Burnouf). 

Fin qui la nota del Ghod/JvO al particolare della novella slava. 
Ora ad essa aggiungo che, secondo la mitologìa, il cielo é ancora 
Foceano, sul quale i poeti orfici immaginavano che si muovesse l'uovo 
cosmico, onde il mondo emerse, l'oceano, onde VHiranyagarbìia, o 
germe d'oro indiano, il Brahmànda od uovo di Brahma usci per 
creare i mondi. 

II Lenormant nella Lecfgenda babilonese del diluoio, contenuta 
nel tomo II delle sue Premiéres cioilisations étades d*hÌ8toire et d'ar- 
cheologie, ivi dopo una lunga enumerazione degli appellativi di Nuah 
<L signore delle acque > (come quelli di re dei fiumi, del mare, capo 
e reggitore delle acque, come spirito che si muooe sopra le acque, 
sicché viene rappresentalo quindi spesso tratto sul mare cosmico sotto 
la forma d'uomo-pesce coperto il capo della regia tiara) appellativi 
forniti da una delle tavolette mitologiche del Museo britannico, si 
trova raggiunto di pesce benefico, di pesce salvatore; la compagna di 
Nuah é Davkina, può essersi forse conservata la tradizione di un 
primo creatore acquatico, di un Dio creatore in forma di pesce. Vedi 
su questo argomento le mie considerazioni contenute nelle note com- 
parative alla terza {Il re e i suoi tre figliuoli) deWe Quattro nooelline 
popolari licornesi, pag. 143. 

Nel libro: Choix des contes et noueelles traduìts du chinois par 
Théodore Pavie, Parigi, Beniamino Duprat, 1839 (libro intitolato al 
dotto sinologo Stanislao Jullien) nella seconda novella intitolala: Le 
bonze Kay-Tsang sauoè des eaux, histoire bouddique (eslratta dal 



Digitized by 



Google 



246 I NUOVI GOLIARDI 

romanzo buddistico Sp^Veou-Ky, che significa viaggio all'ovest, cioè 
air India, che così la (fesignano i buddisti chinesi) si racconta che un 
dottore per nome Kwang Joung avendo comperato un pesCè dal bel 
colore deiroro, in quella che va per arrostirlo, egli \o vede dibattersi, 
aprire e chiuder gli occhi, e avendo il dottore già inteso dire che il 
movimento de^li occhi delle anguille o degli altri pesci è un avviso da 
non doversi disprezzare, va in cerca del pescatore che gli ha venduto il 
detto pesce, e trovatolo gli chiede, ove Tabbia pescato. Appena saputa 
la cosa il dottore porta il pesce al fiume Hong-Hiang, aonde è stalo 
tratto, e ve lo getta di nuòvo dentro. Questo pesce ò il re dei dragoni, 
e in ricompensa del benefizio ricevuto dal dottore, allorquando costui 
poco dopo viene assassinalo, il detto pesce ricorre al Dio tutelare 
della città Hong-Tcheou e lo prega di restituirgli Tanirna del dottore 
assassinato da un barcaiuolo innamorato di sua moglie, con cui ora 
vive. Il pesce raccoglie dal fiume, in cui venne gettato, il cadavere 
del dottore, entro vi rimette Tanima e così lo ritorna in vita. Tutto 
questo racconto si raggira sulla credenza che il carpione color d'oro 
(ÌCÌTi'Ly-Yu) si cangi in dragone in certe stagioni dell'anno. 

(**) Carro aereo, appellato in polacco ridoane, e in sanscrito 
rathoa; cfr. il latino rhecia, 

(*3) Questa clava, che ritorna da sé al proprio padrone, dopo aver 
colpito i nemici, è una reminiscenza vedica dello strale celeste dato a 
Rama per uccidere il demone Ruvano, strale che da sé medesimo 
ritorna indietro e rientra nel turcasso del suo padrone, dopo aver 
compiuto l'ufficio suo (Ramóyónaj poema di Valmici, voi. Vili, pag. 275 , 
traduzione Fauche). Il martello di Thòr, nella mitologia scandinava, 
ritorna' da sé ugualmente nella mano del jpadrone, e i suoi strali sono 
ad Apolline riportati dal Vento. Vedi Ouinto Smirneo e Schwartz, 
Der Ursprung der Mif ho logie, dargeleyt an griechischer und deut^ 
scher Sage, Berlino, Guglielmo Herz, pag. 105. 

(**) In questa medesima novella occorre una gusla aufofona pos- 
seduta da una strega, di cui s'impadronisce pure il giovane pescatore; 
gusla (il liuto) e gusla (la fattucchieria) sono due sinonimi in slavo. 
La melodìa delle sfere rotanti che sentiva in cielo Platone, e cui 
l'Alighieri faceva armonizzare i divini concenti degli an2;eli, Purg., 
e. XXX, V. 92-3, e la cetra d'Apolli ne e delle Muse nell'Olimpo di 
Omero furono attinte ad un mito vedico. È a notare che -tutti i po- 
poli della stirpe aria danno alla musica il suo nome greco, gli Slavi 
soli conservano ancora il suo nome sanscrito; la hudba degli Czechi, 
ed ancor più la gandsba dei Polacchi (la musica) come pure il gands- 
barz (il musico) corrispondono al nome di gandharoa, musico del 
cielo del dio Indra. Rientrando ora in carreggiata, la gusla autofona, 
questo liuto maraviglioso, che suona da sé, ricordevole della sua si- 
nonimia colla voce gusla (la fattucchieria) ha la virtù mirabile di sa- 
nare gl'infermi, di rallegrare i tristi, di abbellire i deformi che ascol- 
tano il suo melodico suono e distruggere ogni sorta di fattucchierie 
ed incanti. La gusla, secondo il Leger, è pure una viola monocorda, 
con cui si accompagnano i Guslars, rapsodi serbi. 

(**) Qui, a proposito della foi*mazione di siffatto cappello magico, 
non è fuor di luogo riportare, tradotta dal tedesco, la nota del Lòwe 
a pag. 144-45 del detto volume di novelline popolari estoniche. Egli 
osserva che tale cappello magico ha un'origme demoniaca {Kalewir 
poeg XIII, 831 ff.), esso ha dieci proprietà e fra le altre quella di con- 



Digitized by 



Google 



POSTILLE ?47 

trarre e dilatare il corpo. Il figlio dì Kalew, venuto in possesso di 
questo cappello magico, imprende una lolla col re d'Averno, fattosi 
tutto raggricciare il corpo, ma quando la lolta gli scema la lena, 
l'eroe si fa rifare il cappello da un gigante e se lo ripone in capo; 
il cappello fa scattare, quali molle, subito le sue dieci tese cornute e 
rovescia al suolo Tav versano; scende quyidi Teroe air inferno e oltre 
a quello fa prigione le tre sue sorelle; raccoglie poi lutto il tesoro in- 
fernale, e se lo riporta su nel mondo superiore colle due demoniache 
fanciulle (XIV, pag. 811 ff.). Tale particolare del cappello fatto di ri- 
tagli di unghie umane offre occasione allo Schiefiier di osservare 
nella nota prima, pag. 143, che richiama alle sue Miii^ilungen nel 
Bulletin de VAcmemie imperiale de» sciences de Saint-Pétersbourg, 
II, pag. 293, che nella Lituania, in Samogizia, dura anche adesso il 
costume di non gettar via le unja;hie tagliate, ma di lasciarle crescere 
sulle dita per difesa, altrimenti il diavolo potrebbe raccoglierle e 
farsene un cappello. E vige ancora Taso che, quando altri si è tagliato 
le unghie delle mani e dei piedi, sulle unghie tagliate, con un coltello, 
si segni una croce, appena geliate via, se no il diavolo potrebbe ser- 
virsene a farne una berretta per il suo capo. Lo Schiefner stesso ri- 
corda pure la nave dei morti, detta Naglfari, neìVEdda, nave formata 
coi ritagli delle unghie umane. 

(*^) Questa novella.ha ispirato al La Harpe il poema in quattro canti 
intitolato : Tangu et Félime, ou le Pied de nes^ Parigi, 1824, in-18°, fig, 

(*^) A proposito di questa nave volante vedi la novellina popo- 
lare norvegiana Lillekort nella nominata raccolta deirAsbjòrnsen e 
Moe; in questa novellina si trova pure una spada che distrugge un 
intiero esercito. 

(*^) Il conto principale, in cui stanno intercalati tutti gli altri, pone 
in iscena un re d'Uggayni, per nome Bhoga, che va per adagiarsi 
sur un trono già appartenuto al celebre Vicramàditya, uno de'suoi 
predecessori, protagonista dell'altra raccolta Vetala-pant^aoingati. 
Ogniqualvolla va per sedervisi, una delle trentadue statue animate soste- 
nenti il baldacchino di questo trono (e che sono altrettante apsare, o 
cortigiane celesti, condannate per un certo periodo di tempo a far 
penitenza sotto questa forma) rigetta le pretese del principe mostran- 
dogli l'aulico monarca a lui superiore in disinteresse, coraggio e li- 
beralità. Ogni statua gli racconta allora, in conforma di tale sentenza, 
un aneddoto della vita del celebre Vicramàditya, vivente un secolo 
prima dell' Era Volgare, al cui regno forse debbe richiamarsi la data 
originale di questa raccolta, che, ove sia più moderna, però ì conti 
che comprende sono assai antichi. 

(**) Il Du Meril nella sua opera: Histoire de la poesie scandi- 
naoe, ProUgom.f*nes, Parigi, 1839, Brockliaus e Avenarius {De Vori^ 
gine de la tradition des Nibelungen, pag. 339, nota 1*) crede questa 
finzione d'origine scandinava e ne avverte che due passi dell'Oroa- 
roddsa^a e dello Stiornu Odda Draunis, presso il Bartolino Ariti- 
quitafes Danica^f pag. 261, parlano di segreti magici per rendersi in- 
visibili, e che la Tarnkappa del Nibelunge-Not s'assomiglia assai qU 
VHulishialmar déìVAlois-mal, un elmo che nasconde. Nella rnitolo- 

già greca i ciclopi fabbricano per Ade un elmo che lo rende invisi- 
ile. (Omero, Iliade, v. 845). Erme col capo coperto di quest'elmo 
aiuta Zeus nella sua lotta contro il gigante Encelado, e occultato da 
tale ^Imo, Perseo va a combattere la Gorgonide, avendo egli rice- 



Digitized by 



Google 



248 I NUOVI GOLIARDI 

vuto dalle ninfe calzari olati per volare colla massima rapidità (cfr. i 
sandali aurei, con cui Minerva, néìVOdissea, fende rIì spazi celesti, e 
i calzari alati del dio Loki, con cui egli fugge dal Walhalla nella 
mitologia scandinava) e la formidabile spada Jiarpè da Efesio; vedi 
nelle tradizioni celtiche il carro rapido-volante della fata Morgana e 
il velo invisibilifìco del re Arturo. 

(*°) In una novellina popolare danese analoga, si trova invece una 
giberna, e così pure in una novellina popolare lorenese, N. 42: Les 
trois frères, della collezione di E. Cosqum: Contes populaires Lor^ 
rains, recueiUis dans un cillage du Barrois à Monile rs^sur^Saulc, 
Afea«e (estratti dalla rivista Romania, parte ?*, 1876); in questa no- 
vellina occorre ancora un mantello invisibilifico e una spada che ha 
la virtù di trasportare in un attimo il suo possessore, dov'egli vuole 
e arrecargli quanto desidera. 

(**) Questo bastone piantato nel suolo si mutava air istante in un 
vivace Cavallino sellato, veloce come il vento, appena pronunciata la 
seguente invocazione: 

De Saint'Vouga rappellc-toi 
Beton de pommier, conduis-moi 
Sur le sol, dans les airs, sur Veau 
Partout, oh passe r il me faut, 

(**) Groac^K veramente secondo il Souvestre, significa vecchia; 
cfr. la voce sanscrita ^ard, vecchiezza, e, 9 rata e anche ghraìche, vecchia; 
avevano tal nome le druidesse che tenevano i lor conciti in un'isola 
vicina alle coste deirArmorica, detta quindi isola di Groac*h, nome 
corrotto poi in Groais, o Groix, Ma poi si usò tal nome a indicare 
una fata, abitante in mezzo alle acque, imperante sugli elementi al 
pari delle druidesse, ma di natura maligna, come in genere tutte le 
fate brettoni. 

(") L'idea di potere, col mezzo della magia, trasportarsi rapida- 
mente da un luogo ad un altro, pare aver singolarmente sedotto gl'in- 
diani, e quindi quasi tutti i loro novellatori hanno inserito questo parti- 
colare nei propri racconti. 

(**) Per questa novella vedi le molteplici e dotte osservazioni del 
Benfey nella.sua introduzione alla suddetta sua traduzione tedesca del 
Pantschatantra, § 56, pag. 159-63. Vedi ancora un romanzo del se- 
colo xni, che ad un meccanismo così fatto deve uno dei suoi titoli: 
Le chcoal de fusi; Tippogrifo volante e il cavallo Bajardo (incantato 
dall'arti del mugo Malagigi, che aveva fatto entrare nel suo corpo il 
demonio Astarolte) velocissimo, che in un salto traversa lo stretto di 
Gibilterra nell' Orlando furioso dell'Ariosto, e nell'Or/ando innamo^ 
vaio del Bojardo richiamano pure al cavallo e uccello magico delle 
novelle orientali. 

(*5) Secondo antiche tradizioni indiane vi fu un tempo, in cui le 
montagne, che nei Vedi sono le nubi del cielo, avevano delle ali, onde 
usavano per trasportarsi da un luogo ad un altro, per lottare fra loro 
con gran frastuono e mettere sossopra i paesi circostanti. Lo strepito 
che esse facevano allora rassomigliava a c|[uello del tuono, e squas- 
savano il mondo con tanta violenza che gli Dei e gli uomini paven- 
tavano la distruzione dell'uni verso, traballante fin nelle sue fondamenta. 
Allora il re del cielo, Indra, sdegnato al. veder le .montagne arrogarsi 



Digitized by 



Google 



POSTILLE 949 

il sno diritto, armatosi della fblgore, scagliò contro di esse i suoi ignei 
binili, loro troncò le ali, separò le une dalle altre, e loro assegnò 
definì ti vamente un luogo stabile, obbligandole così a consolidare la 
(erra, mentre prima la volevano distruggere. Il Dio benefattore dopo 
questa memorabile impresa ricevette U titolo di Adrib'U, cioè spez- 
zalore di montagne, e ai PoxoqU^ cioè troncatore di ali. Tutta questa 
leggenda si attiene al doppio senso vedico delia voce sanscrita Adri, 
che significa montagna, aloero e nube. 

(*•) Vedi la Enciclopedia Indiana di A. De Gabernatie, Torino, 
Loesciier, 1867, pag. 221, col. 2*, e pog. 214, col. IV 

(*^ Essi sono ancora appellati in sanscrito paoana, voce corri- 
spondente allo slavo poeianie, che significa una lieve brezza, un'au- 
retta. Il Corano rimprovera agli idolatri di adorare gli Harut, e i 
Marut, 

(*•) Il Vafthrudnis-mal è un dialogo tra Vafthrudnis e Odino. 

(*•) Ventus, dice Pesto grammatico nella sua opera : De verborum 
significai io ne libri XX, a cekemeniissimo eolatu ad instar aquili», 

^^ Per questa digressione sul Dio del Vento presso gì* Indi e i 
Persiani mi sono valso dell'articolo del signor Girard de Kialle inti- 
tolato: Les Dieux da Veni Vùyu et Vàia dans le Riao^da et danH 
VAeesia, e pubblicato nella Reoue de linjjuistiqnc et p/iilologie com- 
parse, recucii trimestrleU publìé par M. A bel Hooclacque avec le 
concours de M. M. Eniile Pieot, et Julien Vinson, et la collaboration de 
dieers saeantsfraoQais et etrangers^ tomo VI, fascicolo 4^ aprile 1874, 
pag. 352-®2, Parigi, Maisonneuve, 1874. 

CO I signori Francesco Michel e Deppìng hanno fatto una dia* 
sertazione su Vélund, il dunoso fabbro. 

('*) La Nericia era in Svezia; il VUhinasaga fa regnare Nidud 
(Nigung) a Thiod in Danimarca. 

(33) Queste due indicazioni mancano nell'Edda. 

(^) Le Valkirie, specie di ninfe-fate del settentrione vengono spesso 
rappresentate sotto la forma di ci^ni (vedi Saxo Graminaticus Ilo. VI 
dei suoi Antichi annali della Danimarca, Suhm Om Odin, pa^. 284, e 
Fornaldar Sògur, tomo I, pag. 186) e le tradizioni degli altri popoli 
ci mostrano spesso donzelle soggette alla stessa trasformazione; cfr. 
VHistoire de Melusine, le Kinder und Hausm, dei Grimm, N^ 31, 49 ecc., 
le Deutsche Sagen, tomo I, pag. 394, tomo II, pag. 292, ecc. Donde 
probabilmente la spiegazione del primo verso della strofa 1476 del 
rIibelunge-Noi: Si swebtcn sam die Dogele vor im uf der JluoL In 
una confessione che sembra volontaria, una strega scozzese ha fatto 
conoscere le parole, di cui usava per riprendere la forma umana: 

Hare, hare, God sond ihee care! 
I am in a hare's likeness noto; 
Bui I shall be n>oman eoen now — 
Hare, hare, God send ihee care, 

Valter Scott, Leiters on Demonologp, 
pag. 308, ediz. di Parigi. 

E. qui pure facciamo un'osservazione a proposito del trafugamento 
della veste di penne, che rende poi prigioniera la fanciulla, cui la 

/ Ifuovi Goliardi, fuc. S-%. ^ i7 



Digitized by 



Google 



250 I NUOVI GOUARDI 

veste appartiene, del rapitore di essa veste; si crede generalmente 
che, sottraendo gli abiti o la pelle delle streghe si costringono esse 
a conservare la loro forma reale: 

Di mei, par Deu, u sunt oos dras ì — 
Dame, cei ne dirai ous pas: 
Kar si jeo le» eusse perduz, 
E de ceo f eusse aparceus, 
Bisclaveret sereie a tuz-jurs; 
James n'avereie mes sucurs 
De ci Wil me fussent renda, 

Lais du Bisclaeeret, v. 71. 

È qui a ricordare Tanello magico che a nome di Bradamante, la fata 
Melissa, sotto Taspetto del mago Atlante, protettore di Ruggero (per 
penetrare più facilmente nell'isola di Alcina, nei cui amorosi lacci sta 
Ruggero irretito) consegna a costui, anello che ha la virtù di distrug- 
gere gì* incanti, e che posto al dito a Ruggero, fa apparire Alcina 
nella sua vera fìgura ai brutta e sozza vecchia, donde la cessazione 
deiramore di lui per la fata, amore prodotto di fattucchieria. Tale 
tradizione circa al modo di obbligare le streghe a ritenere, oppure a 
riprendere la loro vera fìgura, tradizione comune a vari paesi, e special- 
mente alla Brettagna e alla Normandia, si trova pure in Italia nel Pe/i- 
tamerone del Basile, Gior. II, Tratt. V (per la quale novella vedi la 
quarta delle mie Quattro nooellìne popolari livornesi e le relative 
varianti e note comparative), in Germania nella novella: Der Gc- 
raubte Schleier delle Volksmàrchen nel Musàus. Tale tradizione, 
della cui estesa diffusione in Oriente si è parlato sopra, e per la quale 
vedi Asiatic Researches, tomo IX, pag. 147, aveva preso origine 
laggiù, e Tesilio degli Dei sulla terra e la loro trasformazione in 
animali sembra colò essere stata la loro pena ordinaria. (Vedi le 
Asiatic Researches, tomo III, pag. 403). 

(^5) Questo personaggio mitico s'incontra assai spesso nelle no- 
velline popolari russe. Secondo il Ralston (Russian Folk^Tales, Lon- 
dra, 1873, Smith, Elder e C, vedi nella Bibliothéque unieerselle et 
recue suisse, fascicolo d'aprile 1873: Voijaaeurs anglais en Russie) 
questa è una delle numerose incarnazioni dfello spirito delle tenebre 
che assume tante mostruose forme nelle novelline popolari. Esso vi^ne 
rappresentato ora sotto la figura di un serpente, o di un mezzo serpente 
' e un mezzo uomo, ora invéce sotto l'aspetto di un uomo. Certi filologi 
slavi derivano il suo nome da kosti (ossa), da cui deriva un verbo 
che significa ossificare, pietrificare. La voce ^o«^cy pare corrispondere 
ai ghost e geist deifpopoli Anglo-Sassoni. Come i Rakshas indiani, 
Kostey è mahgno, "nemico degli uomini, e abilissimo negromante, 
avente quindi la virtù di trasformare sé stesso e gli altri. 

(^•) I canti e le novelline popolari russe ricordano spesso Io czar 
Morskoi, cioè il re del mare, o dell'acqua, il quale dimora e comanda 
nei profondi gorghi del mare, o dei laghi, o delle paludi, insomma 
signoreggia sul moiido subacqueo. A questo slavo Posideone è spesso 
attribuito un certo numero di figlie, le Rusalke, fanciulle di peregrina 
bellezza, il cui abito è di penne d'uccello come quello delle fanciulle- 
cigni che figurano nella letteratura popolare di molti popoli. Queste 
graziose creature però, come anche il loro re^al genitore, sono creazione 
della fervida fantasia del popolo russo. Tali fanciulle del mare dette 
ora Rusalke, ora Vod^anj/e dai Russi (le Vile dei Bulgari, le Dxino» 



Digitized by 



Google 



POSTILLE 251 

Zony, Bogunke e Topielici dei Polacchi, le Wodnajenc degfli altri Slavi, 
le Saghe o Snake e Apsare degl'Indiani, le Silfidi, Nereidi e Sirene^ 
dei Greci, le Naiadi dei Latini, le Nixie, le Ondine, le Sumodioe degli 
Alemanni, le Valkirie e le Nck degli Scandinavi, le Nàkke dei Finni e va 
dicendo) tutte figlie del re delle acque, appaiono ora sotto la figura di 
colombe, come nella sopradetta novellina popolare russa, ed ora sotto 
la figura di anitre, oche, o cigni. Per ragguagli intorno a tali finzioni vedi 
l'opera erudita del Ralston: The Songs of the Russia n people, as il- 
ìustratioe of Slaconic Myihology, and Èussian social Life, 2* ediz., 
Londra, Ellis e Green, 1872 (opera favoritami graziosamente in dono 
dall'autore inglese, del che lo ringrazio qui puoolicamente di cuore), 
pag. 139-46 e 179-82; AfanasiefiF, op. cit., VI, 48, pag. 205-213, Grimm, 
Deutsche Mythologie, 456. La novellina russa è il contrapposto slavo 
della novellina tedésca dei Grimm K. u. IL pag. 113, N° 133: De beiden 
Kunigeskinner, e di quella norvegiana : The Kf aste rmaid (Dasent, Morse 
Talcs, pag. 81), ma lo czar Morskoi ha un carattere più spiccato di 
quello ael re tedesco e del gigante norvegiano. 

(^^) Puràna vale l'antico, dalla rad. sanscr. pur che include l'idea 
di precedere, indi puras, innanzi, prima; Puràna, secondo il De-Gubcr- 
natis (Piccola Enciclop. Ind., pag. 441, col. 2*) vien chiamato un or- 
dine di componimenti che si attengono ad antiche leggende conducevoli 
ad illustrare e promuovere il culto delle principah divinità indiane. 
Essi nel loro complesso costituiscono i più colossali e popolari prodotti 
dello spirito bramunico. Se ne contano diciotto, affini per lo più nella 
parte filosofica, vari nella leggendaria secondo la varietà delle antiche 
tradizioni, redatti per la massima parte fra il secolo xii e il xvi del- 
l'Era Volgare. 

(^•) Gopia, gopi, guardiana di vacche, pastorella, da go, vacca, e pò, 
guardare, pascere. 

(^•) Dea identificata con Parvati, la moglie di Civa, chiamato pure 
BJuzoa; cfr. il latino faoens, cioè propizio, favorevole. 

{^^) Questa novellina popolare serviana è in Vuk Stephanovic: 
Serpske Narodne Pripocjetke, Vienna, 1870, N' 16. 

(**) Per cenni intorno a quest'opera divulgatissima vedi Loiseleur 
Des Longchamps: Essai sur les fables indie nnes et leur introduction 
cn Europe; la prefazione del prof. D'Ancona al Libro dei sette saoi, 
Pisa, Nistri, e 1 aggiunta a tale lavoro fatta dal prof. E. Teza: La tradii 
sione dei sette savi nelle nocelline popolari magiare, Bologna, Fava e 
Garagnani, 1864, e dal prof. Domenico Clomparetti : Sul libro dei sette saei, 
Pisa, Nistri, e la dissertazione del medesimo sulla detta opera inserita 
negli atti del R. Istituto lombardo di scienze e lettere. 

(**) Per riguardo a questo poema francese vedi l' introduzione al 
secondo volume delle Chronique rimée de Philippe Mouskes, pubbli- 
cata dal barone di ReifTemberg, Bruxelles, 1838, in-4^. 

(*3) Vedi la versione francese di questo libro: Traditiones alle- 
mandes recueillies et publiées par les frères Grimm, traduites par 
M, TheiL Parigi, 1838, in-8°, tomo II, pag. 342 a 378. 



Digitized by 



Google 



Digitized by 



Google 






yALL'^MICO y^NGELO SCALABRINI 



EPISTOLA. 



R 



ammenti, amico? era sì bello e caro 
Il notturno errar nostro per le vie 
Della bella Firenze; oh mai la luna, 
Che il nobil aere irradia ed ì femosi 
Colli e l'Arno divino, i due non vide 
Amici scemi l'un dell'altro; e molto 
Gli occhi nostri si fìsser nel profondo 
Cielo stellato, e molto nel profondo 
De' nostri cuori. Era una sera, oh quanto 
Memorabile e cara! e Tun negli occhi . 
Dell'altro i suoi fissò la prima volta, 
E l'un dell'altro ci sentimmo attratti 
Nelle braccia ed il nobile fraterno 
Bacio ci demmo. La sublime febbre 
Dell'Arte i polsi martellava a entrambi; 
E nel tumulto di quel primo amplesso 
Nei nostri petti gonfii una divina 
Forza sentimmo: il desiderio ascoso 
Nudrito in fondo al cor timidamente 
Venne sul labbro : di leggiadri sogni 



Digitized by 



Google 



254 1 NUOVI GOLIARDI 

Intorno ai nostri giovanili capi 
Bacianlisi una frotta ad errar venne, 
E di gloria e d'amore erano i sogni. 

Tel ricordi il vagar lungo per valli 
E per colline ai mattutini soli 
Liberamente? Risona van gli echi 
Campestri al suon di quattro allegre voci, 
Ed i quattro compagni, come Taria 
Liberi e ardenti come il sol, per mano 
Tenendosi Tun l'altro, attraversare 
Si vedeano le vie; né mai più amante 
Le genti vider compagnia dei quattro 
Fantastici studenti. E nei colloqui 
E nelle cene a tarda ora prodotte 
Era un grande parlar di questa fiera 
Vicenda umana e di patria e d'amore 
E del muto avvenir; dai ribollenti 
Nostri cuori esalava un generoso 
Immenso affetto, qual vapor d'aroma. 
Inebriante; e Giovinezza altera 
Con precipiti palpiti alle pugne 
Ci sospingeva della vita. 

Oh giorni! 
Oh poesia dell'anime fanciulle. 
Oh rosee visioni, oh confidenti 
Abbandoni del cor. 

Ma un solo istante — 
E le quattro serene giovanili 
Fronti solca una ruga, un'importuna 
Precoce ruga; ed una tomba aperta 
In mezzo a noi la spensierata e balda 
Nostra mente nei gelidi profondi 
Pensieri immerge della morte. Ancora, 
dolce amico, di quel nostro caro 
L'improvviso sparir mi turba il sonno. 
M'interrompe le gioie. Egli era un grande 



Digitized by 



Google 



EPISTOLA" 255 

Nobile spirto, e la vital carriera 

A grandi passi percorreva, eroica 

Mente, eroico voler; non conosceva 

Inciampi alla sua via, col pie potente 

Li rovesciava, e a noi volava innanzi, 

Ammiranti. E cader vederlo e mai 

Mai più non rialzarsi! oh miserando 

Spettacolo! Altri molti a me vicino, 

Com'alberi dal fulmine percossi. 

Al suolo stesi dalla morte io vidi. 

Ma, non so come, quel compagno antico. 

Sparito quando più fervea la vita 

Nei petti nostri, più d'ogni altro in cuore 

Mi torna a sparger la funesta sua 

Ombra sopra ogni mia gioia ed affetto. 

Perdona, amico: mentre a nozze vai. 
Io ti parlo di morti. A te ragiona 
Amor nel cuore e nella mente; e a lungo 
Ti ragioni ! il più fervido de' miei 
Voti questo è per te: sola, beata 
Amor causa, perchè, funesto dono. 
L'uomo la vita rifiutar non debba. 
Oh impalmata Tho anch'io la mia fanciulla, 
La molto amata giovinetta! luce 
Improvvisa ella apparve agli occhi miei, 
Quando oscuro il tenor della mia vita 
Più correa: tralcio verde all'intristito 
Bruno ramo s'avvolse, e la caduta 
Coi vincoli soavi a trattenerne 
S'affrettò. Benedetta! io vivo in essa 
Com'essa in me. Scontraronsi le due 
Anime amanti con un infinito 
Gittar di fiamme e luce; e allora ai lunghi 
Anni squallidi e vuoti io benedissi. 
Se da tal lunga notte a me spuntare 
Tale aurora di gioia alfin dovea. 



Digitized by 



Google 



256 I NUOVI GOLIARDI 

Oh da quel di che con un lungo bacio 
E una lagrima agli occhi io ti lasciai, 
Mio dolce amico, furon molti gli anni 
Che sovra me passar come corrente 
D'acque negre e fangose. Oh ma il soave 
Augurio tuo non l'ho scordato mai, 
L'augurio che dal tuo labbro discese 
Allora al mio cuore, dolente, un lieto 
Amore a me pregando. Un seme quello 
Lanciato al vento fu, che dopo lunghi 
Errori alfin sopra un'acconcia zolla 
Cade e s'apprende al suol. L'augurio tuo 
Parve che i venti avesserlo disperso: 
Ma disperso non fu. Tel rendo, amico, 
Ora il tuo dolce augurio: esso da un fido 
Petto ad un altro rimbalzato forza 
D'un potente scongiuro acquista. Oh voi 
Rendete onore al dolce amico, o versi. 
Rendete onore alla sua bella sposa. 
Molta gioia di nozze alla tua casa 
Scenda e di biondi pargoli fiorenti; 
Ed i sogni d'amor, bianche colombe. 
Volino sempre al guancial vostro intorno. 

Bielln, ^5 novembre i«81. 

A. Novara. 



Digitized by 



Google 



9f ^tm nuiivtieu^ fir^'» Mi' ^•'■^r* •■^Pf^ftt* 



^S^^ttetJ^SSJSISwir^SSé^SSSSJKSaSJ^^ 



ALCUNE NOTIZIE 
SULLE CARTE DA GIUOCO A MILANO 

NEI SECOLI SCORSI 



De 



ropo tanto che si è scritto intorno all'origine delle carte 
da giuoco, siamo ancora in primis quanto al sapere precisa- 
mente da chi ed in qual tempo esse venissero inventate od in- 
trodotte per la prima volta in Europa. I francesi, i quali volon- 
tieri attribuiscono a sé stessi tutte le invenzioni grandi e piccole, 
credono di leggere in un decreto emanato nel dicembre del 1254 
dal loro santo re Luigi IX la proibizione del giuoco colle carte ; 
ma sembra assai probabile che il primo a farlo conoscere agi i 
europei sia stato un veneziano, ritornando in patria dall'Arabia, 
dall'India o dalla Cina, alquanto prima del 1300. Se si ammette 
questa seconda versione (e la si dovrebbe tanto più ammettere in 
quanto che è quasi certo che appunto sul principiare del secolo xiv 
Fuso di tal giuoco penetrò in Germania per la via di Venezia), 
e se si riflette alle frequentissime relazioni^ specie commerciali, 
che a quei tempi intercedevano tra Venezia e Milano, si può 
spefare di non andar troppo lontani dal vero asserendo che 
fin d'allora le carte da giuoco comparvero eziandio in Milano. 
Non vogliama però sottacere l'opinione, non priva di fonda- 
mento, di coloro che sostengono essere desse state introdotte 
primamente in Europa dagli arabi che dominavano sur una 
parte delle Spagne; ma poiché ciò pure si asserisce sia avve- 
nuto .nei primordi del trecento, e poiché in una sinodo tenu- 
tasi in Gennania nel 1310, od al più tardi in quejla sedente a 



Digitized by 



Google 



258 I NUOVI GOLIAEDl 

Colonia nel 1322, il giuoco delle carte venne interdetto agli 
ecclesiastici appassionatisi eccessivamente ad esso fino db initio, 
sebbene nei primi tempi lo si stimasse piuttosto un giuoco da 
soldati, si può ritenere come quasi provato che questo giuoco 
si era diggià generalizzato in Europa verso la metà del pre- 
citato secolo XIV, contro l'opinione dell'abate Saverio Bettinelli, 
che nel suo bel poemetto sul giuoco delle carte lo vuole cono- 
sciuto universalmente solo col 1400 {*). 

La doppia questione poi se la invenzione od introduzione 
delle carte da giuoco promovesse tra noi quella dell' incisione 
in legno, o ne fosse invece la naturale conseguenza, e quale dei 
molti giuochi, che si fanno o si son fatti colle carte, sia stato il 
primo ad usarsi, è molto più ardua a definirsi. Noi dobbiamo 
accontentarci di ricordare, riferibilmente alla seconda parte, 
che il naibi, giuoco che sembra d'origine saracena, fu da molti 
ritenuto per uno dei primitivi che si facessero^ colle carte ; e di 
riportare una notizia, che crediamo si sappia da pochi finora, 
perchè solo da qualche anno rintracciata dall'erudito e com- 
pianto marchese Gerolamo d'Adda-Salvaterra(*); e si è che Valen- 
tina di Milano, figlia di Gian Galeazzo Visconti, andata sposa nel- 
l'anno 1389 a Luigi duca d'Orleans, s'industriasse a distrarre il 
dementa re di Francia, Carlo VI, suo cognato, intrattenendolo 
col giuoco del tarocco, da lei appreso alla Corte del proprio 
padre, dove il giuocare alle carte pare fosse abitudine inve- 
terata ed ereditaria. Giova pero avvertire che quel primo ta- 
rocco, il quale ancora nel 1400 e anche dopo passava per una 
specie nuova di giuoco colle carte, era alquanto diverso dal- 
l'attuale, sia per le combinazioni, del giuoco stesso, o sia pel 
numero delle carte, e molto più per le figure che queste porta- 
vano impresse e per le dimensioni dei cartoncini, assai maggiori 
di quelle d'oggidì. 

Valentina Visconti, si valse a Parigi del pittore francese 
Jacquemin Gringonneur per far eseguire i suoi tarocchi^ di 



(*) Vq notata anche la tradizione secondo la quale in Francia il 
giuoco delle carte si propagò nel 1355 circa, regnando il capetingio 
Carlo V detto il Saggio. 

O II D*Adda ne parla in un pazientissimo lavoro inedito ad illustra- 
zione di un mazzo di carte al naibi del 1491, posseduto dalF illustre 
Casa Soia-Busca; il bello studio verrà prossimamente fatto di pubblica 
ragione dal Muntz nel giornale U Art 



Digitized by 



Google 



StTLLE CARTE DA 010000 25d. 

cui tre mazzi nel 1392, appunto Tanno in cui il re cominciò, 
ad ammalarsi di corpo e di mente, gli furono pagati 56 soldi 
parigini dal tesoriere di Corte , e di cui qualcuno si conserva 
ancora al Louvre. Ci furono poi degli scrittori francesi che si 
appoggiarono a questo fatto per attribuire addirittura al Grin- 
gonneur la prima invenzione delle carte da giuoco. 

Il Decembrio , da parte sua, e' informa che nel 1418 il 
duca di Milano, Filippo Maria Visconti, fratello di Valentina, 
giuocava con carte miniategli dal celebre Marziano da Tortona, 
cosi belle e ricche che ce ne fu un mazzo valutato perfino 
1500 monete d'oro. Confrontisi, di grazia, questo prezzo con 
quello delle carte del Gringonneur! V hanno delle collezioni 
patrizie in Milano che si vantano di possedere alcune delle 
magnifiche carte di Marziano; e una dozzina delle carte da ta- 
rocco dipinte ad oro e colori, che furono adoperate dal duca 
Galeazzo Maria Sforza (1466-76), esisteva un secolo fa, e forese 
esiste tuttora, nel Museo imperiale di Vienna (*). 

Ora accenneremo a fatti che in parte abbiamo avuto la sod- 
disfazione di poter desumere noi stessi, direttamente od indi-, 
rettamente, da documenti d'archivio rimasti fin qui affatto ine- 
splorati (*). Non diremo al certo ignote le disposizioni contenute 
nei capi 115 e seguenti degli Statuti milanesi del 1351, e nei 
capi 140 e seguenti di quelli del 1396 e del 1480, relativamente 
ai giuochi ed ai giuocatori; ma non sappiamo se sieno gran 
fatto note quelle che intorno allo stesso argomento vennero date 
coi decreti ducali del 12 giugno 1443 e del 9 luglio 1446, e cre- 
diamo poi riesca a tutti nuova la pubblica interdizione d'un 
giuocatore gridata dalle scale del maggior palazzo di piazza 
Mercanti, addì 7 maggio 1394, per ordine del vicario del podestà, 
il quale podestà era a que' tempi il giudice supremo in Milano 
in materia civile e penale. Dal complesso di queste antiche 
carte risulta che ai milanesi vennero vietati, quando in un'epoca 
e quando in un'altra, il ludics alea, il ludìis bisclaùia, il ludus 



(') Questa notizia, desunta da uno scritto del barone Sperges, in 
dota da Vienna 13 gennaio 1877, allo storico Giorgio Giulini, venne 
favorita allo scrivente, con oltre parecchie sulPargomento, dalla singo- 
lare cortesia dell'egregio storiofìlo dolt. Carlo Casati. 

(*) L'Archivio, ol quale lo scrivente ha fatto più spesso ricorso, è 
rantico della città di Milano, denominato Archioio sto ricordo ico- di 
S, Carpoforo, a lui affidato dal Municipio milanese da oltre un decennio. 



Digitized by 



Google 



260 I KtJOVi GOLIARDI 

reffineta, il Itidus taxillorum, il ludus barrii il Ivdus ad mrruz 
e qualunque altro giuoco d'azzardo, permessi però quelli ad 
talmlas, ad schacos e simili; ma, stante il significato non ancora 
ben definito delle voci alea, bisdatia, regimUi, zamtz, tabula 
ed equivalenti, non si saprebbe proprio dire se con eisse si ac- 
cennasse a giuochi colle carte o no. 

11 più antico documento dell'Archivio storico— civico di Mi- 
lano che faccia distinta menzione del giuoco delle carte, e che 
forse nessuno ha reso di pubblica ragione prima d'ora, crediamo 
sia la proxtiò'ione, od ordinazione municipale approvata dal 
duca, colla quale, addi 20 gennaio 1418, si interdice ai venditori 
posticci di ofielle, filoni, avellane, manarici, leccaboni ed altri 
dolciumi, di adescare giovani minori di venti anni a repellare 
(giuocare a vincere un premio) e molto meno a ludere mamiàlUer 
ad carlexellas; interdizione ripetuta poi TU marzo detto anno. 
Da qui è ragionevole inferire che i giuochi colle carte fossero già 
molto vecchi in Milano, poiché li vediamo tanto popolarizzati e 
scesi cosi sfacciatamente in piazza da dover essere inibiti almeno 
ai minorenni. Anzi, tre anni dopo, non parve sufficiente al Vi- 
cario (Sindaco) e Z>;/orfm7?i) Giunta) dì Provvisione neppure questa 
esclusione , giacché sotto il 13 febbraio 1420 essi interdirono a 
chicchessia il giuocare alle carte se non in certi modi espressa- 
mente indicati, e che si trovano poi quasi identicamente ripetuti 
nella fìamosa grida emanata il 6 dicembre 1447 mandato specta^ 
bilis et egregi) legnm Doctoris, et sapientium Viromm Dafnino- 
r7im Vicarij et Duoiecim prò felici libertate illustri^ Communitatis 
Mediolani (la Repubblica detta Ambrosiana dagli storici) OJlcio 
Prorisionum Communis Mediolani (Municipio milanese) spetia^ 
liter deputatorum. In quella grida, dopo lamentati i danni del 
giuoco in generale, e in particolare di quel morbns inveteratns 
astntiarum cartexellarttm (altra prova che il giuoco colle carte era 
in uso da un pezzo a Milano, se erano già vecchie anche le frodi, 
inventate probabilmente assai dopo la sua introduzione ) et si* 
milium, non recte, sed ex transterso introdnctarum (le astuzie, 
non le qk^q) preter formam famqsissimomm statìitorum et or- 
dinnm (allude evidentemente alle proibizioni sopracitate dal 1351 
al 1420), si passa ad interdire qualunque Indtim alea^ bisclatia, 
regineta et taxilomm, e poi si intima che nessuno, di qualunque 
stato e condizione sìa, abbia l'ardire e la presunzione di giuocare 
di far giuocare a nessun giuoco di carte (cartexellamm\ cioè 



Digitized by 



Google 



SULLE CARTE DA QlUOCO 261 

ad primam tertiam et quarlam, vel ad tregintam (al trenta) o ad 
altro giuoco se noti se ad modum recium et veterem, il quale qoh- 
siste\ei in jactando/oras^gnras prò talilms Jlguris, et signapro 
tali signo, tidelicet spatas prò spatis et coppas et similia .... ; e che 
questi giuochi si tengano di giorno ed in pubblico, sotto pena 
dell'arsione dei battenti o parte e della interdetta abitazione 
di quelle case in cui tali giuochi saranno stati tenuti (*). 

Non passò tuttavia un quadriennio che, senza alcun riguardo 
pel predetto modum rectum et veterem dì giuocare alle carte, il 
duca Francesco I Sforza fulminò (addi 24 agosto 1451) un de- 
creto draconiano, perchè nessuno più giocasse ad taxillos nec ad 
cartexellas, minacciando nove e più tratti di corda ai contrav- 
ventori. Ognuno però sa come siffatti divieti non possano ottenere 
un effetto immediato; e perciò anche allora susseguirono, alla 
distanza di pochi anni, altre disposizioni proibenti in massima 1 
giuochi aleatori, e dichiaranti perciò implicitamente leciti quelli 
che tali non erano. 

È singolare però che tali conseguenti disposizioni, emanate 
in Milano dall'anno 1472 al 1531, non accennino mai esplicita- 
mente ai giuochi di carte, mentre non ne omettono quasi mai l'in- 
dicazione quelle pubblicatesi in materia di giuochi dopo la pro- 
mulgazione àiAlQ Nuove costituzioni milanesi dei 1541 date dall'im- 
peratore Carlo V. È quindi forza concludere che, cessata a poco 
a poco nei milanesi la smania di far simili giuochi, certamente 
pel timore delle punizioni corporali e delle ammende pecunarie 
comminate in modo spietato ai giuocatori dalle gride degli ultimi 
decenni del secolo xv, essa fosse poi rinata quando i turba- 
menti politici ebbero infiacchita od anche eliminata del tutto 
la vigilanza delle autorità, e il malo esempio del giuocare fu 
propagato dai francesi calati tra noi ai tempi di Carlo Vili, di 
Luigi XII e di Francesco I, e dagli spagnuoli venuti poi. 

Nelle predette ordinazioni posteriori al 1541 fanno capolino 
i nomi di varie specie di giuochi con carte che fecero per lungo 
tempo la delizia e spesso anche la rovina dei nostri nonni; così, 
per esempio, in un decreto del Senato milanese portante la data 
del 23 dicembre 1614 tra i giuochi vietati leggonsi la bassetta, il 
treiUa e quaranta, la erica e il lamichimch; in altro, pure del 



{*) Tulle queste gride sono registrate nei numerosi codici segnuli 
L. D. ed R. Pr. che conservansi nella sezione Dicasteri: Leggi e 
decreti, dell' Archivio storico predetto. 



Digitized by 



Google 



262 I NUOVI GOLIARDI 

Senato, in data 5 marzo 1674, vien proibito il giuoco* del gelè; 
in gride governative del 1726, 1732, 1738 e 1739 la proibizione 
viene estesa al faraone, al iiribis, al ffiuoco d'IngAilterra, al- 
l' ardore, alP imperiale, alla bissoUa, alla cwoagnola, alla m- 
garella ùidovÌ7ia; e più tardi si trova fatta menzione del ginoco 
spagnuolo delV homhre ( dell' wowo), detto poi impropriamente 
delle oinbre, poi dei giuochi del Triaca^ o Tnaccao e dello sbaraino, 
ed anche delle carte ^ÌVuso bolognese. 

Non ci dilungheremo davvantaggio in questa nomenclatura 
per non tediare quei lettori che (e speriamo sieno i più), ap- 
ì)unto come lo scrivente, non si appassionano troppo a questo 
genere di trattenimenti. Diremo invece che a tutti parrà, come 
parve a noi, quasi incredibile che il fisco non abbia pensato 
che tardi a cavar denaro dalla generalizzata passione del giuoco 
delle carte. Infatti di dazio sulle carte da giuoco a Milano, almeno, 
non si sente parlare se non nel 1606, quando V Eccellentìssima 
Città lo escogitò, insieme ad alcuni altri mezzucci, allo scopo di 
raggranellare dovunque e comunque potesse quanto bastasse 
a sopperire in parte alle gravosissime spese che il Governo spa- 
gnuolo continuamente metteva a carico del grande Comune mi- 
lanese: e diciam grande, perchè allora ne dipendeva amministra- 
tivamente e finanziariamente tutto il perticato civile e i detentori 
di questo sparsi nella vasta provincia insubrica. Il dazio o bolliìio 
domandato era di sei soldi per mazzo, quale si conservò inal- 
terato fino al chiudersi del secolo ultimamente scorso; e il Go- 
verno non lo concesse che sei anni dopo, per avocarlo poi ben 
presto a sé. Anzi pare che il governatore duca di Feria pen- 
sasse anche ad imporre una tassa diretta sui lusores alea; tassa 
che egli, secondo ogni probabilità, trovò molto difficile ad 
attuare, e che surrogò poi colla conversione in privativa, forse 
nel 1623, della fabbricazione delle carte da giuoco in tutta la città 
e ducato (la provincia immediata) di Milano, e coU'erezione di 
case da giuoco nel proprio palazzo, lasciandone però il provento, 
con quello delle sedie del teatro ducale, al Collegio delle Ver- 
gini Spagnuole. 

Prima del cominciamento di questo monopolio, i cartari da 
giuoco, ossiano i fabbricatori di carte da giuoco, costituivano 
in Milano una università o corporazione d'arte; ma però non 
formavano ^«mfóco, cioè non avevano il diritto di eleggersi un 
abate o rappresentante ufficiale, stante la esigua entità della 
loro industria. 



Digitized by 



Google 



SULLE CARTE DA GIUOCO 263 

Alla privativa delle carte da giuoco soleva andar unita anche 
la cura di erigere i proventi del bollo sulle carte; e sarebbe 
facile rintracciare negli Archivi governativi milanesi i nomi dei 
fabbricatori privilegiati di carte da giuoco che si succedettero 
l'un Taltro, o meglio dei proprietari delle fabbriche monopo- 
lizzate. A questo proposito è da sapersi che gli spagnuoli, per 
rubare più denari al nostro paese, vendevano di quando in 
quando dei cespiti dì rendita, e gettavano nelle bramose canne 
del regio ducal fisco le somme capitalizzate in misure che 
variavano dal 3 al 10 per cento, a seconda della maggiore 
minore aumentabilità della rendita messa all'incanto. 

E, tanto per dare un'idea di questa, che era una delle 
minime tra le regie dei tempi passati — l'agglomeramento delle 
quali venne 4)oi a costituire quella potente e prepotente ferma 
generale, contro cui ebbero a lottare non poco la scienza e la 
sovranità insieme coalizzate, Pietro Verri e l'imperatore Giu- 
seppe II — diremo che il dazio e la privativa delle carte da giuoco^ 
nel 1645 furono venduti dalla Camera erariale per L. 146,428, 
ossia per la rendita netta di L. 10,000 al meno, pari ad attuali 
L. 40,000, a un Don Gerolamo Cajmi, morto il quale lasciando 
figli tutti minorenni, il tutore di questi, certo prete Giacomo 
Rovelli, cognato dell'estinto, retrocedette nel 1660 quella azienda 
per r identica somma all'erario, che la rivendette tosto a certo 
Ottaviano Custode. Ne erano padroni i figli di due figlie di lui, 
state maritate ad un senatore Calchi e ad un conte Rabbia, quando 
nell'anno 1772 uno di quei tali ucassi teresiano-giuseppini che 
non ammettevano repliche, diede di frego a questa insieme a 
qualche altra privativa, prendendo a norma la cosi detta libertà 
di commercio; e fu come il segnale di una generale trasfor- 
mazione delle numerosissime ed intralciatissime regalie che 
vigevano cento e più anni fa. 

Non è però a dire che la condizione apparentemente mi- 
gliore fatta all'industria ed al commercio delle carte da giuoco 
fruttasse gran che a Milano; forse perchè, mentre da una parte 
si toglievano gli ostacoli allo sviluppo commerciale ed indu- 
striale di questa manifattura, se ne suscitavano dall'altra di 
gravi, per ragioni di ordine morale, contro i giuocatori. Ma 
si ebbe però il conforto di vedere che Milano poteva combattere, 
negli ultimi decenni del secolo xviii, contro la concorrenza 
delle carte da giuoco straniere, mentre nella prima metà del 



Digitized by 



Google 



264 I NUOVI OOLIABBI 

secolo XV, e precisamente nel 1441, alcuni cartolai di Venezia 
erano stati costretti a ricorrere al Senato per ottenere la proi- 
bizione delle carte da gfiaoco di fabbricazione estera. K quel 
che succedeva allora a Venezia si può ritenere accadesse ezian- 
dio a Milano. Notisi che la maggior quantità di carte da giuoco 
venne sempre, specie al primo introdursi dell' uso di esse, 
dalla Germania, dove ben presto lavorossi alacremente in à- 
lografia, e d'onde se ne smerciavano a molto buon mercato, 
anche perchè di fattura non troppo elegante. 

Il dotto abate Bettinelli nelle erudite annotazioni di cui cor- 
redò il già citato suo poemetto sul giuoco delle carte, calcola a 
circa 200 il numero dei mazzi di carte che nel 1774 si vendevano 
ogni giorno in tutti i paesi principali d'Europa. Noi, limitandoci 
allo Stato di Milano od alla Lombardia austriaca, da alcune 
statistiche del celebre P. Verri e di un suo collaboratore, rimaste 
finora inedite, abbiamo potuto estrarre, le seguenti curiose cifre. 
Nel 1766 questo Stato non ebbe (od almeno la Dogana non notò), 
quanto a commercio di carte da giuoco, se non una importa- 
zione di 356 mazzi dall'estero, di cui 40 dalla Svizzera e Gri- 
gioni e 316 da altri paesi, esclusa la Francia: tre anni dopo 
si trova salito questo movimento a ben 10,341 mazzi, ripartiti, 
quel eh' è più consolante, in 1140 all'importazione contro nien- 
temeno che 9201 alla esportazione. Mancano i dati statistici dei 
primissimi anni dopo l'abolizione della privativa di questa fabbri- 
cazione nel 1772; ma quelli che si hanno, del 1778 e del 1790, ba- 
stano a confermare quanto abbiamo avvertito più sopra : difatti il 
commercio internazionale delle carte da giuoco nel 1778 fu per la 
Lombardia austriaca di 9205 mazzi (1519 importati e 7686 espor- 
tati), e nel 1790 di soli 2074 (rispettivamente 1241 e 833). Nes- 
sun confronto ci è dato istituire sulla circolazione interna dei 
mazzi di carte da giuoco, perchè i dati raccolti non si riferi* 
scono finora che ad un'unica annata, quella del 1778; ma essi 
bastano a mostrare l'importanza della produzione di questo 
genere nella sola città di Milano, tanto più. quando si pensi 
che non sono calcolate le molte migliaia di mazzi che, Ibbbri- 
cati in città, venivano smerciati ed adoperati direttamente in 
essa. Orbene, i mazzi di carte che Milano, nel precitato 1778, 
spedi ai giuocatori della campagna e delle città sorelle ammon- 
tarono a 6681 (il maggior numero, 1911, a Cremona e contado, 
poi 1800 a Pavia e principato, 1230 nel ducato o provincia mi- 



Digitized by 



Google 



SULLB CARTE DA GIUOCO 265 

lanese, 1127 a Lodi e contado, ecc.), meatre ne ricevette soli 474 
(402 da Cremona e 72 da Pavia). Se si aggiung^ono a questi 
7155 mazzi spediti o ricevuti entro Stato, i 9043 che Milano com* 
però o vendette all'estero per solo proprio conto, abbiamo in 
un solo anno un movimento di 16,198 mazzi di carte da giuoco, 
che non è piccolo commercio per una città di 120,000 abitanti, 
come ne contava allora intra muros la nostra. E sì che, come 
si è osservato poco fa, resta ancora escluso da questa cifra, già 
grossa per sé stessa, la vendita affatto cittadina I Non aveva 
dunque ragione il più volte lodato Bettinelli di meravigliarsi 
che una « superfluità » come quella delle carte da giuoco, fosse 
diventata un ramo cosi importante del traffico? 

Più sopra abbiamo detto che un governatore spagnuolo si 
era tirato in casa i giuocatori a scopo di beneficenza più che di 
fiscalità; or bene, quello che nessun proconsole ispanico seppe 
fare, lo attuò, e con forma abbastanza dispotica, Tamministrazione 
cesarea del secolo passato; ed eccone il come. Nel 1718 certo 
Savini aperse in Milano una casa privata da giuochi d'azzardo 
e da feste; il Governo, dopo aver dato il permesso, stette per 
alcun tempo a considerare la cosa, e poi fini col persuadersi 
che se anche questi altri giuochi si fossero tenuti nella Regia 
Ducal Corte, come quelli apertivi fin dal 1623, esso ne avrebbe 
tirato più di un vantaggio. E primamente avrebbe potuto sorve- 
gliare più da vicino i tagliatori o frodatori di giuoco, che anda- 
vano moltiplicandosi anche nell'alta società, in vista degli enormi 
guadagni che quell'industria procacciava (*); poi gli sarebbe 
riuscito facile d' impedire i giuochi proibiti, permettendoli unica- 
•mente in Corte, proprio sotto gli occhi della superiorità, e inter- 
dicendoli aflatto fuori di là; e da ultimo (appunto quel che impor- 
tava di più) avrebbe potuto intascare esso i proventi che firuttava 
l'impresa dei giuochi, destinandoli al mantenimento del teatro 
regio, le cui crescenti esigenze forzavano il Governo a spese 
sempre maggiori, mentre esso, d'altra parte, temeva di vedersi 
rimaner vuoti tanti posti se avesse rialzato di troppo il prezzo 
d'entrata. Tutte queste pensate un bel giorno dell'anno 1785 si 



(*) Era forse per prevenire gf inganni che si stampavano a tergo 
delle carte i nomi dei giuocatori consueti di ciascun crocchio, come 
appunto si vede in un mazzo che si conserva, tra gli altri, nel prezioso 
museo Soia-Busca, e che. appartenne, verso il 1750i ad un Arconati. 

i Numn Goliardi, fm, «-«. 18 



Digitized by 



Google 



366 I NUOVI GOLIÀBDJ 

trovarono piènamente attuate. Né vogliamo tacere che ad esse 
andarono oompag:ne altre disposizioni, colle quali la R. Camera* 
avocava a sé, dietro un compenso, il reddito dei giuochi gover- 
nativi e delle sedie teatrali già assegnato alle Vergini Spagnuole, 
e inoltre accordava all'appaltatore del bollo e della fabbrica- 
zione e vendita delle carte da giuoco le più ampie facoltà d'as- 
sicurarsi, anche mediante visite nei domicili privati, a qualsiasi 
ora, che le leggi draconiane sa questa materia non fossero tra- 
sgredite da alcuno. E si parlava di libertà e di abolizione 

delle vessazioni medioevali! 

CoU'ottobre dell'anno 1788 Giuseppe li (forse dietro l'esem- 
pio dato diciannove anni prima da papa Ganganelli ) volle abo- 
liti anche nei ridotti dei nostri massimi teatri i giuochi d'az- 
zardo, ch'eran causa di tante rovine ; ma senza il sussidio che 
veniva da essi dovendosi dal Governo o dagli assuntori dell'im- 
presa teatrale sottostare a troppo gravi perdite, fu giuocoforza 
ripristinarli nel 1802, e col 1816 poi assegnare alla gestione dei 
regi teatri una dotazione, essendo stati tolti definitivamente i 
giuochi nel 1815 (<). Questa dotazione era relativamente piccola, e 
per di più aveva ad effetto di tener bassi i prezzi degli spettacoli 
quando la pagava quell'ente di grandi risorse che è lo Stato ; 
è invece grandemente aumentata ora che la paga il Comune, 
le cui risorse sono necessariamente assai più limitate. E il 
municipale sacrificio ^ual- profitto arreca ai cittadini meno 
agiati? Quello di farli star a vedere chi entra in teatro perchè 
in grado di pagarne il costoso biglietto. 

Dalle carte al giuoco, dal giuoco al ridotto, dal ridotto al 
teatro, dal teatro ad una questione semi-sociale, i passi per noi- 
furon pochi e brevi; per evitare il pericolo di sdrucciolare ancora 
più in giù tronchiamo questo nostro breve cenno, non senza 
però avvertire il benevolo lettore che la nostra intenzione vera- 
mente altra non era se non di dire alcune cose attinenti alle 



(*) Non priva d' interesse sarebbe la storia dei giuochi d'azzardo 
in Milano e presso i nostri regi teatri; ma dessa ci allontanerebbe di 
troppo dairargomenlo, e d'altronde possiamo annunciare che essa ti^o- 
vasi rninutamente esposta in un pazientissimo documentato lavoro sui 
teatri governativi milanesi che darà prossimameate alla luce Temerito 
archivista regio signor Francesco Somma. 



Digitized by 



Google 



SULLE CARTB DA GIUOCO 267 

carte da giuoco in Milano nei secoli scorsi. Se qualche esperto 
giuocatore — condizione sine qua non per fare questo genere 
di studi con frutto proprio e con diletto altrui — vorrà sviscerare 
quest'argomento perbene, egli e nelle librerie e negli archivi non 
troverà penuria di notizie curiose e peregrine con cui soddisfare 
la curiosità propria e quella del pubblico, che noi ci lusinghiamo 
alméno d'avere stuzzicata. 

Milano, 5 dicembre 1881. 

Prof. Gentile Pagani. 



Digitized by VrrOOQlC 

.A 



Digitized by 



Google 



Alla jSolitudine 



te pace io cercai nel mio dolore, 
a te squallida dea 
e al tuo riso di fata ammaliatore, 
che l'animo ricrea. 



Balsamo ti credeva a le mie piaghe, 
a la fede conforto, 
e lieto mossi a le tue belle plaghe 
come a sicuro porlo. 



Del pian verde i silenzi e le romite 
aure cercai del colle, 
e abbandonai le membra illanguidite 
e il capo a l'erba molle. 



Digitized by 



Google 



270 I NUOVI GOLIARDI 



Ma il querulo fantasma de la mente, 
a lato mi si assise, 
e demone beffardo assiduamente, 
al mio dolore irrise. 



Ti fuggo, o solitudine, dell'alma 
nebbia triste infeconda, 
maledicendo a la bugiarda calma, 
che sol di tedio abbonda. 



Ne l'ozio tuo larvato dì mistero 
matti e poeti culla, 

fra le lue braccia fredde il mio pensiero 
sente Torror del nulla. 



Io ritorno a la vita, al moUiforme 
palpito di natura, 
che nulla, o solitudine deforme, 
più di te m'impaura. 



Che m'importa che il mondo osceno e bello, 
in man venuto a' rei, 
al merto irrida e faccia di cappello 
a un bove in tiro a sex? 



Digitized by 



Google 



ALLA SOLITUDINE 271 



Che il proletario neiraspro lavoro, 
a sera sudi e a mane, 
a le voglie borghesi ampio ristoro^ 
ed a sé scarso il pane?.... 



Quando verranno i dì della giustizia 
i dì tremendi e santi, 
allora spazzeremo la nequizia 
della canaglia in guanti; 



E allora correr voglio alla battaglia 
siccome a festa e invitto 
mi vo' lanciar tra la rovente scaglia 
dell'ultimo conflitto; 



E come Mario un dì sulle ruine 
di Cartagine hnmane 
seduto, canterò de le latine 
plebi, Tire titane, 



» • 



E r infranto servaggio e la fiaccata 
tracotanza borghese, 
e col sangue Tetà rinnovellata 
del mio gentil paese. 



Digitized by 



Google 



! 

I 272 I NUOVI GOLIARDI 






Or ritorno a la vita, al mio giocondo 
sogno primiero; il sole 
sorride in alto splendido e fecondo 
ai vermi e a le viole; 



E ride a me dai cari occhi pensosi 
della fanciulla mia, 
dolce promessa dì giorni festosi, 
amor che l'alma india. 



A. SCALABRINI. 



Angelo ScàlabrinI| Direttore r0s;ponsabU^. 



Digitized by 



Google 



Dei libri mandati ai NUOVI GOLIARDI si darà 
l'annunzio nel giornale, e, ove si creda opportuno, un 
cenno bibliografico. 



Digitized^by 



Google 



?/'"- 



atti à'nmmmmt 



Per r Italia ...... Anno L. 10 Semestre L. 6 

Per r Estero » » 12 

Un fascicolo separato UNA LIRA. 



AVVERTENZA 



- Gli associati ai Ntiovt Goliardi di Firenze, 
che pagarono l'intera annata di abbonamento, 
riceveranno gratis il periodico sino alla fine del 
corrente semestre. 



L' Ufficio dei NUOVI GOLIARDI è trasferito in 
Via S. Giuseppe , N. 4. 



Digitized by 



Google 



I 



Digitized by VrrOOQlC 

à 



Digitized by 



Google 



Digitized by 



Google 



1 
II 

3 2044 



Wrdc'nPT LiEj(Jr\ 




05 190 383 






L 'JM 






.» •• 



♦-w-rs 



s*. - 






f -f